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Dall’oratorio in provincia, alla Serie A e la nazionale: i 90 anni di Lorenzo Buffon

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Di Buffon portieri ce ne sono due nella storia del nostro calcio e sono parenti, alla lontana. Il primo è Lorenzo e oggi compie 90 anni, l’altro lo conosciamo bene tutti.

Lorenzo Buffon, nasce a Majano del Friuli in provincia di Udine il 19 dicembre 1929.

Cresce calcisticamente prima nel Latisana, dove si era trasferita la famiglia e poi nel Portogruaro in serie D e viene acquistato dal Milan ancora giovanissimo, nella stagione 1949/1950. Dal suo esordio in serie A in quegli anni, diventa presto titolare vincendo nell’anno successivo il suo primo titolo nazionale, diventando così parte del “grande Milan” reso famoso dal trio Gren, Nordahl e Liedholm.

Lorenzo Buffon è stato un giocatore colto ed elegante che alternava ottime partite ad altre meno brillanti, forse per il suo pessimo carattere, a causa del quale alternava momenti di entusiasmo con depressione.

A renderlo famoso non fu solo il campo da calcio, ma anche il suo matrimonio con Edy Campagnoli, prima valletta di Mike Bongiorno in Lascia o Raddoppia. Si sposarono il 26 giugno 1958 nella chiesa di San Gottardo a Milano, per poi separarsi dieci anni dopo. Inaugurarono così la stagione del gossip in Italia, quella del “calciatore e la valletta”, diventando i primi “belli e famosi” a sposarsi. Separarsi nell’Italia bigotta dell’epoca voleva dire essere additati e schivati dal grande pubblico, al punto che Lorenzo salì su un aereo, andò a New York, noleggiò un’auto e viaggiò per alcuni giorni negli Stati Uniti per allontanarsi il più possibile dai pettegolezzi.

Si dice che Buffon non sopportasse di essere chiamato “Signor Campagnoli” perché in fondo, nonostante i grandi traguardi raggiunti, non era mai riuscito ad uscire da una fama di provincia, mentre la moglie era ben più famosa e popolare.

La fortuna del giovane Lorenzo Buffon fu Felice Arienti che, arrivato come giocatore/preparatore, subito si accorse delle grandi potenzialità del giovane portiere del Portogruaro, tanto da segnalarlo a Toni Busini, suo ex compagno a quei tempi direttore tecnico del Milan. Quest’ultimo era molto sensibile ai giovani talenti provenienti dal Triveneto e rimase affascinato dalle sue doti, tanto da offrirgli subito un contratto con il Milan. Dopo quattro mesi di apprendistato da quarto portiere scavalca la concorrenza (Rossetti, Milanese e Bardelli) diventandone titolare.

Oltre ai quattro scudetti nei campionati 1949/50, 1954/55, 1956/57 e 1958/59, Lorenzo “Il Magnifico” ha vinto anche due Coppe Latine (la vecchia Coppa dei Campioni) ed è stato il primo portiere del Milan a vestire la maglia della nazionale con la conquista di un posto da titolare nel pareggio per 2-2 contro la Franca di Just Fontaine, capocannoniere del mondiale. Quella storica prestazione gli varrà il ruolo titolare per tutte le successive partite e subito dopo la fascia da capitano. Giocherà l’ultima di quindici presenze in nazionale il 7 giugno del 1962 al termine di un Italia – Svizzera conclusasi 3-0.

Dopo uno scontro con Viani, lascerà a malincuore il Milan approdando prima al Genoa e poi all’Inter, con il quale vincerà il quinto scudetto, disputando ottantanove incontri in tre stagioni.

La sua carriera volge al tramonto dopo i mondiali del 1962 in Cile, perdendo il posto da titolare in nazionale e giocando molto meno nell’Inter l’anno successivo. Passerà alla Fiorentina come secondo portiere, giocando una sola partita.

Dopo una parentesi ad Ivrea in serie C, chiuderà la sua carriera in serie D nel 1969 nell’Associazione Calcio Martina di Martina Franca.

Per anni, riavvicinatosi al suo Milan, ha svolto il ruolo di osservatore e selezionatore per il settore giovanile, scoprendo fra i tanti il giovane Pessotto.

Dalle porte dell’oratorio di un piccolo paese della provincia friulana fino ai fasti del palco mondiale, quella di Lorenzo Buffon si conferma una delle piccole grandi storie di eroi del nostro calcio.

Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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Sulla terra ci resta un … “Stefano” Fiore

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GLIEROIDELCALCIO.COM – La Stampa, 31 marzo 2000… un curioso articolo cattura la nostra attenzione: “Ma sulla terra ci resta un Fiore”. Il titolo è abbastanza strano per essere un inno alla natura nelle pagine sportive. E allora? Beh, l’occhiello ci traccia una via: Aero-taxi «squadra per squadra», ecco l’ultima trovata del calcio-business.

Quindi? Il giornalista, Marco Ansaldo, descrive il modo in cui i giocatori prestati alla Nazionale fanno rientro verso i propri club dopo un incontro. Nella fattispecie l’incontro è Spagna – Italia del 29 marzo 2000, amichevole propedeutica alla fase finale degli Europei del giugno successivo, in cui l’Italia sarà grande protagonista costretta ad arrendersi solo al Golden Gol di Trezeguet. Ansaldo descrive il “destino” di Fiore che, giocando in una squadra come l’Udinese, è fuori da un trattamento particolare, anzi…

Davvero interessante…

“Ieri, all’alba, mentre il taxi lo accompagnava all’aeroporto El Prat, incrociando le auto degli ultimi nottambuli di Barcellona, Stefano Fiore ha considerato con malinconia qual è la vera essenza del Potere nel calcio che non sta nel rigore fischiato in più o in meno ma nella presenza di un aereo al momento giusto: lui stava lì sprofondato nel sedile di una Seat Ronda, con gli occhi pesti e il torpore che accompagna le levatacce alle 5 del mattino, e tutti, proprio tutti i suoi compagni in Nazionale erano a godersi il primo sonno nel letto di casa. Li avevano quasi prelevati dalle docce, nel dopopartita. Nel settore di El Prat riservato ai voli privati c’era un tramestio come in luglio, quando si moltiplicano i charter degli inglesi: nel parcheggio c’era l’executive della Juventus per i sette azzurri e il fisioterapista Esposito; la Lazio ospitava pure Totti e Delvecchio, tanto sul suo aereo si stava larghi. Partivano con il jet di Berlusconi i milanisti e Di Biagio, con quello di Tanzi decollavano i calciatori e i massaggiatori del Parma e Toldo sfruttava l’amicizia con Buffon per scroccare il passaggio verso Firenze. Fiore, che gioca a Udine, ai margini delle Sette Sorelle, restava lì: volo AZ051 delle 6,35 per Verona, insieme ai parrocchiani in gita, di ritorno dalla Sagrada Familia. Poi, un’ora e mezza in auto. L’aereo è la nuova variabile del campionato, il centrocampista aggiunto, l’attaccante di riserva. Chi può lo usa. Qualche volta ne abusa. La Juve ormai vola persino per raggiungere Bologna, che sta a tre ore di pullman in autostrada. E mentre si intensificano gli impegni del calendario internazionale, si moltiplicano le rotte private in una spirale perversa che porta ad accelerare i rientri dei giocatori dalle Nazionali per recuperare un giorno di allenamento. Così la Federazione può mantenere i propri impegni e i clubs i loro, con una spesa in fondo ridicola: la Lazio ha speso 120 milioni per spedire mercoledì notte tre aerei a ramazzare i suoi giocatori sparsi per l’Europa, la Juve ne ha investiti una quarantina tra il jet per Barcellona e l’altro che ha riportato da Bruxelles i due olandesi, Davids e Van der Saar. La partitissima è già decollata e quei pochi milioni sono briciole rispetto alle decine di miliardi che portano uno scudetto o una Champions League. Ci sarebbe anche il problema della stanchezza dei giocatori, oltre che della velocità con cui li fanno rientrare, ma è un dettaglio. Guadagnano molto, sopportano tutto. Finchè non si usurano e non si spaccano. Oggi all’alba arriveranno a Fiumicino i reduci delle qualificazioni sudamericane: quattro di loro (Veron, Sensini, Simeone e Montero) saranno in campo dopo 36 ore mentre un pilota di aereo o un’hostess devono restare a riposo per almeno due giorni pieni perché superino il jet-lag, il passaggio tra fusi orari differenti. Il calciatore invece si ricicla più in fretta. E non risparmia il fisico. “Poiché sono giovani e allenati il problema non è insormontabile” dice il dottor Giorgio Ricciardi Tenore, direttore sanitario dell’Alitalia, “in 24 ore recuperano. L’importante è che abbiano rispettato le norme igieniche per chi vola verso Est, come hanno fallo loro: le giornate si accorciano e bisogna fare di tutto per accumulare la stanchezza così quando si arriva si recupera con il sonno. Quindi non si assumono caffè e ogni prodotto che contenga caffeina, come la Coca Cola o la cioccolata, nelle 12 ore precedenti l’arrivo; non bisogna dormire durante il viaggio e, quando si è a destinazione, non è male assumere carboidrati che danno una sensazione di sazietà e di rilassatezza, oppure qualche banale ansiolitico. Ed è importante tenere le luci basse”. Certo, tutto si può fare. Anzi si è già fatto molle volte, come dimostrano le esperienze di Montero. Ma nella moltiplicazione di aerei e di coincidenze c’è un brandello del calcio stritolante che Fiore, sul suo volo da comune mortale, avrà probabilmente invidiato”.

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31 marzo 1907 – Le amichevoli internazionali di prestigio: Torino-F.c. Bern e Milan-Basilea

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Ho già avuto modo, in passato, di parlare del ruolo svolto da calciatori e dirigenti sportivi elvetici nello sviluppo del football italiano. Ad essere precisi, lo scorso anno sull’argomento ho scritto anche un libro: “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”. Si tratta di un lavoro di ricerca, incentrato sulla storia sociale del nostro calcio, che ricostruisce il ruolo svolto dagli elvetici nei processi di fondazione di alcuni importanti club italiani.

Ma il contributo degli svizzeri alla diffusione del calcio in Italia è passato anche attraverso l’organizzazione di decine e decine di partite amichevoli, tra le squadre dell’Italia settentrionale e le squadre della Svizzera.

Nel periodo che va dal 1903 al 1915, Genoa, Andrea Doria, Juventus, Torino, Milan e Inter hanno spesso giocato con Servette, Losanna, Young Boys, Grasshopper, Zurigo e Basilea. Ma altri match, giocati in Italia, hanno visto anche la partecipazione di Aarau, Baden, F.C. Berne, S.C. Brühl, Cantonal di Neuchâtel, Chiasso, Club Athlétique Ginevra, F.C. Ginevra, Juventus Bellinzona, Etoile La Chaux-de-Fonds, Lugano, Montreux Narcisse Sport, Nordstern Basilea, Old Boys Basilea, San Gallo, Stella Friburgo, Young Fellows Zurigo e Winterthur.

Alle partite amichevoli tra club, va poi aggiunta la prima competizione informale tra una selezione svizzera ed una italiana, nel 1899 a Torino (match terminato due a zero a favore degli svizzeri). Questo primo incontro sarà seguito dalle prime partite ufficiali tra le due squadre nazionali: nel 1911 a Milano, Italia-Svizzera 2-2, giocata davanti a 5.000 spettatori; nel 1914 a Genova, Italia-Svizzera 1-1, disputata davanti a 9.000 spettatori; e nel 1915, a Torino, Italia-Svizzera 3-1, che vide la partecipazione di 5.000 spettatori.

Si trattava di incontri che avevano spesso luogo nei periodi delle vacanze natalizie e pasquali.  In effetti, leggendo gli articoli ed i resoconti di questi match, ci si rende conto che erano quasi sempre giocati tra l’ultima settimana di dicembre e la prima di gennaio o tra la fine di marzo ed il mese d’aprile. Altri match erano spesso giocati nel mese di maggio.

Con questo inizio di primavera 2020, entriamo quindi in un periodo di tempo, più o meno dal 31 marzo al 15 maggio, che segna la ricorrenza di una serie di partite internazionali importanti. Partite internazionali che assumevano grande rilievo anche in virtù del fatto che i campionati mondiali per nazione e le coppe continentali di club non esistevano ancora (ad eccezione delle Olimpiadi, che vedevano comunque un numero limitato di squadre partecipanti).

In mancanza di quei grandi tornei internazionali e intercontinentali, che non erano ancora stati creati, queste amichevoli costituivano spesso l’unica possibilità per il pubblico italiano di seguire eventi calcistici di livello internazionale.

È questo il motivo per cui vorrei iniziare una serie di articoli che, da qui a metà maggio, proporranno gli estratti di alcune di queste amichevoli internazionali. In base alle ricorrenze sopraccitate, oggi è il giorno di Torino-F.C. Bern[1] e Milan-Basilea. In qualità di tifoso del Grifo, mi piace sottolineare che Daniel Hug, capitano del Basilea di cui in uno degli articoli si tessono grandi elogi, di lì a poco sarebbe diventato una figura centrale del Genoa Cricket and Football Club 1893.

Torino 31 marzo 1907, Torino-F.C Bern 2-3

Il Grande Match Internazionale di Torino.

All’entrata del Velodromo, due vessilli, l’uno a fianco dell’altro, in segno di fratellanza: il tricolore italiano e la croce bianca, su fondo rosso, della Confederazione e, all’interno, nel terreno di gioco, ventidue campioni che disputano una partita. È grazie alla lodevole iniziativa del Torino F.C., se i torinesi hanno potuto assistere ad un match palpitante, come quello giocato tra i granata ed il F.C. Berna, una delle migliori squadre svizzere.

Fare un resoconto di un tale match, anche solo approssimativamente, è impresa difficile. Per questo ci limiteremo a dire che il Torino non ha voluto rinunciare al suo modo elegante d’interpretare il gioco: uno stile che noi definiremmo classico.  I bernesi, per contro, hanno dato prova di essere giocatori esperti, dotati d’energia, coraggio e di una visione di gioco raffinata e profonda.

Ma, in tutta onestà, l’autore di queste righe non si è entusiasmato per la loro tattica ed il loro sistema di gioco.  Se posso permettermi di segnalare i loro difetti, direi che praticano un gioco eccessivamente incentrato sulla forza fisica, basato su lunghi e alti passaggi, per non dire dell’eccessivo ricorso ai colpi di testa. Di conseguenza, si può dire che i granata, a differenza dei loro avversari, hanno saputo mettere in atto una tattica più elaborata ed elegante. Tuttavia, il Torino ha perso 3 a 2. Ma, il risultato non è certo un’autentica prova della superiorità dei bernesi, anzi.

I torinesi hanno sprecato buonissime occasioni, a pochi metri dalla porta. Difficile dire se questi errori siano da ricondurre ad un’eccessiva partecipazione emotiva o ad altri motivi. Per contro, si può affermare che ogni attacco bernese, condotto con l’energia e la rapidità di cui abbiamo già parlato, ha permesso loro di realizzare le reti.

La difesa torinese si è fatta sorprendere. Ha fatto fatica a trovare il giusto posizionamento sul campo, ed il suo portiere, che ha vissuto giorni migliori, non è riuscito ad impedire le reti avversarie. Il primo tempo è terminato con il risultato di 2 a 1 a favore della squadra bernese. Nel secondo tempo, ogni squadra ha realizzato una rete. In questo match, i giocatori italiani del Torino (non molto numerosi) hanno giocato bene. Ferrari, Pozzi e, soprattutto, Debernardi che, finalmente, si è ben integrato nella linea degli attaccanti, ed è stato capace di un gioco pregevole, per rapidità e precisione.

Un pubblico numeroso ha seguito l’incontro a cui, sfortunatamente, non farà seguito la rivincita. Questo, a causa di un malinteso con la squadra del Genoa Cricket and Football Club, città dove i bernesi sono attesi oggi, per disputare un’altra partita.

Match italo-svizzero a Milano.  1° aprile, Milano 7.20

Siamo appena stati informati telefonicamente che ieri, a Milano, si è registrata una grande partecipazione di pubblico allo stadio del Milan Club, in occasione degli incontri italo-svizzeri. Nel primo match, la seconda squadra del Milan ha vinto 4 a 2 contro la prima squadra del Chiasso. Nel secondo incontro, le prime squadre di Milan e Basilea si sono affrontate. Il Basilea ha vinto 4 a 2.

Milano 31 marzo 1907, Milan – Basilea 2-4; Milano 1° aprile 1907, Milan – Basilea 3-4 

Football. Amichevole italo-svizzera a Milano.

Come risultato finanziario il Milan Club deve essere soddisfatto; ed infatti, in entrambi i giorni, numeroso ed elegante era il pubblico che affollava la tribuna [..] In quanto al risultato morale, anche in questo caso, il Milan non può che essere soddisfatto: due sconfitte, ma due sconfitte onorevoli.

Il F.C. Basilea che per la seconda volta scende tra noi, si è mostrato veramente degno della sua fama. Per quanto, questa volta, la sua superiorità non sia stata schiacciante come l’anno scorso; a ciò ha contribuito l’assenza di un loro buon elemento e la buona forma della squadra del Milan Club, che pure ha svolto un gioco corretto, elegante, armonioso.

L’affiatamento di questa squadra è veramente ammirevole. La disciplina di tutti i giocatori, requisito che assolutamente manca ancora nelle squadre italiane, è superiore ad ogni economia: immaginatevi 10 giocatori che ubbidiscono al loro capitano, quando hanno bisogno di un’osservazione, come tanti soldati [..]

[..] ammiratissimi tra gli svizzeri sono l’Hug, capitano della squadra, dal gioco calmo, elegante e compassato, il Dottor Thalmann, veloce quanto mai, che per la sua agilità ricorda i nostri Recalcati di Milano e Donna di Torino, ed il centro-forward Burgeois, di una forza e di una velocità eccezionali [..] Il match termina con la vittoria del F.C. Basilea per 4 goal contro i 3 fatti dal Milan. Il pubblico, che si è vivamente interessato, ha mostrato il suo caloroso compiacimento per il bel match fornito dalle due squadre, applaudendo freneticamente i giocatori al finire di entrambe le riprese.

———————————–

[1] A proposito di questo match voglio ricordare che certi storici del calcio, e anche alcuni siti internet, chiamano in causa la squadra dello Young Boys, parlando chiaramente di una partita tra Torino e Young Boys, giocata il 31 marzo del 1907. Per contro, nel titolo originale dell’articolo pubblicato da La Stampa, che qui riporto, il giornalista autore del resoconto parla inequivocabilmente di F.C. Berna. A mio avviso, il fatto che l’autore abbia indicato una precisa denominazione, piuttosto che un’altra non è una semplice questione di predilezione di un nome rispetto ad un altro. Credo invece che la scelta del nome sia stata fatta volutamente. Direi che quasi sicuramente non si trattava dello Young Boys ma di un’altra antica squadra bernese: il F.C. Bern, fondato nel 1894.

Inoltre:

“Questa selezione di articoli è il risultato di una mia ricerca personale e di una mia lettura diretta delle fonti originali, che sono a disposizione del pubblico nella Biblioteca Civica Berio di Genova. Biblioteca che dispone di una raccolta della stampa milanese, torinese e genovese dell’epoca, cioè de La Gazzetta dello Sport, La Stampa, Il Caffaro e Il Secolo XIX. Le due sole eccezioni, riguardanti le fonti, sono l’articolo de La Gazzetta dello Sport e quello de La Gazzetta del Popolo relativi alla partita del 30 aprile 1899, che ho trovato nel libro ‘L’Età dei Pionieri’, pubblicato dalla Fondazione Genoa. Detto questo, penso sia utile ricordare che la prima versione di questo libro è stata scritta originariamente per un pubblico francofono e gli articoli di questa rassegna sono stati tradotti simultaneamente dall’italiano in francese. Nella fase di ritrascrizione dal francese all’italiano, in funzione della presente edizione, è possibile che qualche parola sia andata persa o modificata. Ma, aldilà di qualche specifico termine rimosso o modificato, il contenuto, lo spirito e lo stile degli articoli, nel loro complesso, sono stati fedelmente rispettati”.

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28 marzo 1965 – L’Inter travolge il Milan (5-2) e si porta ad un punto dai rossoneri

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Una bella giornata di sole, quasi calda, quella domenica 28 marzo del 1965. Giornata speciale per Milano. Atmosfera densa di emozioni, come quelle che tradizionalmente accompagnano i derby della Madunina. Il derby ufficiale numero 92, per la precisione. Derby arbitrato dal signor Sbardella di Roma. Il Milan, allenato da Nils Liedholm e con Viani a capo della direzione tecnica, era in testa alla classifica di serie A con tre punti di vantaggio sui nerazzurri campioni d’Europa in carica e con tutta probabilità, in quel preciso momento storico, la squadra più forte del mondo. Era la grande Inter di Helenio Herrera, il “Mago”, che 10 mesi prima, al Prater di Vienna, aveva schiantato il Real Madrid e alzato la sua prima Coppa dei Campioni, dopo un cammino trionfale che l’aveva vista prevalere su ottime squadre come Everton, Monaco, Partizan e Borussia Dortmund. La formazione nerazzurra dopo la clamorosa e inaspettata sconfitta di Foggia del 31 gennaio 1965 per 3-2, non si era più fermata. Aveva iniziato un ciclo di vittorie, spinta dalla rabbia di chi si sentiva ferito nell’orgoglio e doveva dimostrare al mondo intero tutto ciò di cui era capace. Quell’Inter non era un fuoco di paglia ma un vero e proprio incendio che sarebbe divampato in lungo e in largo per il mondo. E quella domenica 28 marzo 1965, il Milan primo in classifica, era l’avversario da battere, perfetto per imporre una supremazia di gioco, cittadina e nazionale, in una corsa inarrestabile verso il nono scudetto. Che l’Inter sembrasse in migliori condizioni atletiche era piuttosto evidente. Più che il calo del Milan, che aveva avuto 7 punti di vantaggio ad un certo punto del campionato, era la crescita costante dei nerazzurri che, in quella vigilia, faceva pendere il pronostico a favore della “Beneamata”. Inoltre, l’asso del Milan, Josè Altafini, era reduce da un lungo e stancante viaggio di ritorno dal Brasile. C’era la sensazione tangibile, nell’aria, che il campionato si sarebbe aperto e che sarebbe stato un testa a testa all’ultimo punto fino alla fine. E fu così che andò. In uno stadio gremito in ogni ordine di posto, davanti al pubblico delle migliori occasioni che ha reso celebre San Siro, la “Scala del calcio”, il Milan nervoso e imballato fu trafitto già dopo cinque minuti da Jair al volo sugli sviluppi di un calcio d’angolo. La reazione rossonera fu più di pancia, dettata da cattiveria agonistica, scaturita in falli violenti e spesso gratuiti. Le cronache di quei giorni raccontano di un Milan addirittura in confusione e mai apparso tanto nervoso. Dinanzi ai rossoneri si distingueva la calma dell’internazionale, squadra che aveva raggiunto consapevolezza e piena maturazione. Altafini tentò invano di entrare in partita, ma si distinse solo per un brutto intervento da dietro su Suarez, dopo una rincorsa di venti metri. Lo stesso Suarez aveva già subito un paio di entrate dal peruviano Benitez, già richiamato dall’arbitro Sbardella.  Al 17° minuto il furore agonistico del Milan diede i suoi frutti. Cesare Maldini lanciò in fascia Pelagalli, dimenticato dalla retroguardia nerazzurra.  L’assist del terzino rossonero venne raccolto e concretizzato in rete da Amarildo per il momentaneo pari. Al 36° minuto l’episodio che cambiò il match, quando successivamente all’ennesimo scontro di gioco fra Benitez e Suarez, con gioco interrotto dall’arbitro, i due giocatori si affrontarono. Suarez cadde a terra e Sbardella si diresse in direzione del suo assistente di linea che segnalò il calcio di Benitez nei confronti dello spagnolo.  Sbardella decise di cacciare negli spogliatoi anzitempo il peruviano. Milan in inferiorità numerica e in grave affanno a centrocampo ma che riuscì a chiudere il primo tempo sul punteggio di parità. Nella ripresa, Liedholm tentò, arretrando di trenta metri il raggio di azione di Rivera, di arginare le avanzate nerazzurre, ma inutilmente. In meno di dieci minuti, l’Inter sfiorò il gol addirittura sette volte, coi vari Jair, Corso, Mazzola, Domenghini e Suarez, non trovandolo un po’ per imprecisione e un po’ per bravura del portiere Barluzzi, il quale divenne titolare alla sesta giornata a Messina e non lasciò più il suo posto tra i pali al “Kamikaze” Ghezzi.  Per fronteggiare quell’imbarazzante assedio e salvare il salvabile, cioè un punto prezioso che avrebbe permesso di mantenere a debita distanza di classifica i nerazzurri, Liedholm arretrò in mediana anche Altafini lasciando il solo Amarildo avanti. La porta del Milan sembrò di colpo stregata e proprio i rossoneri rischiarono di passare in vantaggio al 60° minuto, quando una splendida punizione di Rivera fu girata in rete da Amarildo costringendo al miracolo Sarti. E poi ancora Amarildo si vide annullare un gol per fuorigioco. Il gol annullato fu una mazzata per il diavolo.

Altafini in affanno e in chiaro debito di ossigeno ne era l’emblema. Il brasiliano fu costretto a rincorrere da marcatore puro, Mario Corso per tutto il campo. Un inedito deciso dall’emergenza.  Il Milan sembrò avere esaurito la buona sorte oltre al fiato e al 68° minuto la supremazia territoriale nerazzurra fu concretizzata da Domenghini con un tagliatissimo diagonale volante, sul filo del fuorigioco, su sponda aerea su cross di Suarez, proprio di Mario Corso, sfuggito ad Altafini. L’Inter in vantaggio dilagò trovando il terzo gol con un Mario Corso inarrestabile ottimamente servito da Bedin al 73°. L’orgoglio milanista dopo due minuti si materializzò in una splendida azione di Mora che trovò pronto Amarildo con un guizzo vincente per il 2-3. Herrera spronò i suoi a non fermarsi, a non perdere la concentrazione. La distrazione lo fece andare su tutte le furie. L’Inter riprese in mano saldamente le redini dell’incontro e lo chiuse definitivamente a dieci minuti dalla fine con un capolavoro di Sandro Mazzola. Servito da Mario Corso, autentico uomo partita, Mazzola puntò la porta, mise a sedere con una finta il capitano rossonero Cesare Maldini, puntò Barluzzi in uscita disperata e lo trafisse per il 4-2. Milan a terra, annichilito, in attesa solo del fischio finale. Un fischio a sancire la fine dell’incubo. Un incubo, forse il peggiore quei dieci minuti finali per i rossoneri. Il diavolo è frastornato dal biscione. All’84° Pelagalli deviò involontariamente con un braccio a fondo campo una conclusione di Domenghini. I nerazzurri reclamarono il rigore ma l’arbitro Sbardella concesse solo calcio d’angolo e proprio sugli sviluppi del calcio piazzato Mazzola trovò la deviazione vincente per il 5-2. Clamoroso. Impronosticabile alla vigilia. Ma i guai per i rossoneri non finirono. Nella peggiore delle domeniche e dinanzi ad una disfatta terribile dal punto di vista psicologico, gli dei del calcio continuarono a mostrarsi ostili ai rossoneri. Così a un paio di minuti dalla fine, Gianni Rivera fu costretto ad abbandonare il campo per uno stiramento, lui che fu costretto dalle dinamiche dell’incontro, a sacrificarsi per la squadra. Milan in nove uomini, in attesa del novantesimo minuto, sottoposto agli “olè” di scherno del pubblico nerazzurro che accompagnava i passaggi dei giocatori dell’Inter nella melina finale. Una melina attesa da tre anni, come sottolineò il capitano Armando Picchi a fine partita. Tre anni, infatti, erano trascorsi dall’ultima vittoria della “Beneamata” nel derby della Madunina. Vi era la consapevolezza della forza di un gruppo che aveva vinto molto più di una stracittadina. Un team che nei sei mesi successivi, avrebbe riempito pagine di storia e sarebbe entrato nella leggenda del calcio mondiale.

Milano 28 Marzo 1965

Inter-Milan 5-2
Inter: Sarti; Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso;

Milan: Barluzzi; Noletti, Pelagalli; Benitez, Maldini, Trapattoni; Mora, Lodetti, Altafini, Rivera, Amarildo;

Arbitro: Sig. Sbardella di Roma
Reti: p.t. Jair 5′ Amarildo 17′  Domenghini 68′ Corso 73′ Amarildo 75′ Mazzola 81′ e 85′

Espulso: Benitez 36’

Ammoniti : Burgnich e Altafini

Spettatori Paganti : 62855 per un incasso di 100.255.000 lire

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