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Il Calcio Racconta

Quando Spensley e Kilpin giocarono insieme

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Il 7 Gennaio del 1905, il Genoa affrontò il Grasshopper in un match giocato a Genova, allo stadio di Ponte Carrega. L’indomani, i giocatori della squadra ligure affrontarono nuovamente gli svizzeri con una squadra mista, di cui facevano parte tre giocatori del Milan. Tra i tre calciatori milanisti c’era anche Herbert Kilpin, fondatore del club milanese.

In occasione della ricorrenza di quelle due partite, propongo ai lettori de “Glieroidelcalcio.com” i resoconti e le cronache di quei due eventi sportivi, apparsi su due giornali genovesi: Il Secolo XIX e Il Caffaro.

In sede di presentazione di questi articoli vorrei anche fare qualche rapida considerazione di ordine tecnico, tattico, storico e sociologico. Considerazioni che, in qualche modo, possono anche essere viste come chiavi di lettura che propongo al lettore.

Una buona parte dei giornalisti che ha redatto questi articoli ha ovviamente fornito anche una serie di dati, su squadre e formazioni. È sufficiente dare una rapida occhiata al numero di giocatori incaricati della difesa, in confronto a quello degli attaccanti, per capire che, a quei tempi, il sistema di gioco era completamente differente: era il metodo della cosiddetta piramide o, per essere più precisi, della piramide rovesciata, con al vertice il portiere, e poi, procedendo progressivamente verso la base, due difensori, tre centrocampisti e cinque attaccanti.

Nel periodo degli albori del calcio italiano, gli svizzeri erano considerati giocatori di alto livello. Non si tratta di compiacenza, verso il paese che mi ha accolto 16 anni fa, e di cui recentemente sono diventato cittadino, ma di un fatto storico facilmente intuibile: anche in altri articoli italiani, di quegli anni, che precedono i match, le squadre svizzere sono spesso date per favorite e nei resoconti dell’indomani si parla spesso della tattica, della tecnica e della disciplina delle squadre e dei giocatori svizzeri. Inoltre, i club delle più grandi città elvetiche, come Servette, Losanna, Young Boys, Grasshopper e Basilea risultano spesso vincenti nei primi incontri giocati contro le squadre italiane, perlomeno tra il 1899 e il 1907.

Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo, il calcio era ormai uno sport che si stava imponendo all’attenzione del pubblico. Ma, tutto considerato, era un fenomeno che non aveva ancora raggiunto quella dimensione di massa che avrebbe raggiunto nei decenni successivi.

Gli articoli di calcio di quel periodo, infatti, non occupano mai le prime pagine dei quotidiani, ma sono piuttosto relegati alla seconda, alla terza, alla quarta e, a volte, anche alla settima pagina. La sola eccezione, evidentemente, è “La Gazzetta dello Sport”, dove, d’altra parte, gli spazi dedicati al ciclismo, al podismo, all’ippica, alla ginnastica ed alla atletica sono spesso più ampi di quelli che si riservano al calcio.

Per ciò che riguarda gli aspetti organizzativi, legati alle trasferte dei club svizzeri verso l’Italia, va anche tenuto presente che l’inaugurazione del tunnel ferroviario del Sempione risale al maggio del 1906.

Questo significa che, nel periodo dei primi incontri giocati dagli svizzeri, a Torino e a Genova, tra il 1899 ed il 1905 (come quelli contro il Grasshopper, di questo articolo) non esisteva nemmeno una linea ferroviaria diretta tra la Svizzera ed il nord-ovest italiano. I viaggi da Ginevra a Torino o da Zurigo a Genova non erano certo agevoli. Anzi, assumevano in qualche modo i tratti epici e avventurosi.

Fatte quelle che per me erano doverose premesse, possiamo dunque passare alla ricostruzione di quei mitici incontri.

Genova, 7 gennaio 1905, Genoa-Grasshopper 3-3

Il Secolo XIX, sabato 7 gennaio 1905.

Gare di football

“Quella di ieri fu la giornata delle sorprese. Anzitutto per la squisita sorpresa di Giove pluvio che concedeva all’ultimo un cielo azzurro. In grazia del quale, un pubblico assai numeroso assisteva all’incontro allo Stadio Ponte Carrega al match tra il Grasshopper di Zurigo e il Genoa Football Club. Poi per l’esito dell’evento sportivo, che si chiuse con il risultato di tre reti ciascuno, mentre si prevedeva la facile vittoria degli svizzeri. Questi giocavano con una calma ed una rapidità davvero ammirevoli. I passaggi dei forward si seguivano ininterrottamente con ordine e precisione, calmi e rapidi allo stesso tempo, perché fatti senza un istante d’indecisione. Pare assai brillante anche il gioco dei half-back e del goalkeeper.

Malgrado ciò la vittoria rimase in dubbio. Specialmente per l’ostilità della difesa genovese, ed in parte anche dei forward che pare incomincino a trovare quel gioco d’insieme che a loro mancava. Fungeva da referee una vecchia conoscenza del nostro pubblico: il Signor Enrico Pasteur. Insomma, una gara di massimo interesse sportivo che sarà seguita da una rivincita ancora più interessante. Domenica prossima avremo infatti un secondo match tra gli stessi giocatori svizzeri ed un team misto, composto da alcuni dei migliori footballeurs di varie società italiane”

Genova, 8 gennaio 1905, squadra mista Milan/Genoa-Grasshopper 0-4

Il Caffaro, 9-10 gennaio 1905, pag. 2.

“Ieri, alle 15.40 si è tenuto un grande match di football tra una squadra mista italiana e quella del Grasshopper di Zurigo. Gli svizzeri hanno conquistato la vittoria per 4 a 0. Si è trattato di un risultato inatteso, soprattutto se paragonato a quello di venerdì scorso, quando il Genoa aveva ottenuto un pareggio che poteva essere considerato un risultato soddisfacente. In effetti, il match precedente aveva lasciato l’impressione che il Genoa potesse essere reputato un club dello stesso livello della forte squadra zurighese. I genovesi si erano forse considerati anche più forti perché, in occasione della precedente partita, avevano avuto la sfortuna di farsi due autogol.

In tutti i casi, l’incontro di ieri è stato molto interessante e gli svizzeri, che hanno attaccato in continuazione, hanno segnato due gol nel primo tempo e altri due nel secondo.

Il portiere del Genoa, James Spensley, ha dato comunque sfoggio di abilità e prova di essere all’altezza degli avversari, ed i gol subiti non sono certo di sua responsabilità. I difensori ed i centrocampisti del Genoa hanno giocato con la competenza abituale. Ma, a nostro avviso, un giocatore dotato come Herbert Kilpin, non avrebbe dovuto svolgere il ruolo di difensore. Questa scelta non è stata certo felice. Crediamo infatti che Kilpin avrebbe dovuto tenere una posizione più avanzata, e lasciare effettuare i compiti difensivi a Bugnion, giocatore più adatto e più a suo agio in quel tipo di ruolo. La linea di attacco è stata meno dinamica e prolifica rispetto al match precedente. La sola eccezione è stata quella di Pollak che ha offerto una prestazione migliore di venerdì scorso. Questa linea era composta anche da elementi di valore come Pedroni e Malvano. Ma i giocatori milanesi non hanno avuto veramente la possibilità di mostrare il loro valore perché si erano allenati una sola volta con i loro compagni genovesi.

Detto questo, va riconosciuto il merito del Genoa Football Club, che ha fatto tutti i sacrifici necessari al fine di presentare al pubblico genovese una delle migliori squadre svizzere. E agli stimati campioni elvetici, i migliori ossequi da parte della città di Genova”.

Nella foto: la squadra mista Genoa/Milan che nel 1905 ha affrontato il Grasshopper a Genova (Archivio Fondazione Genoa). I tre giocatori in piedi sono Etienne Bugnion (a sinistra) uno dei fondatori del Losanna 1896, James Spensley (al centro), figura centrale nella storia del Genoa C.F.C. 1893, e Herbert Kilpin, ( a destra) fondatore dell’A.C. Milan 1899. Il primo a sinistra nella fila al centro è invece Edoardo Pasteur, a lui si deve la costruzione dello stadio del Genoa, il Luigi Ferraris (anche se, ovviamente, a quei tempi lo stadio non si chiamava ancora cosi’)

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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Fanna, l’uomo della provvidenza, non si sente un tappabuchi

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Stampa Sera, 21 gennaio 1989: “Fanna, l’uomo della provvidenza, non si sente un tappabuchi”. Sì, perché sembra ormai che Trapattoni lo consideri solo quando infortuni e squalifiche rendono incompleta la sua Inter. Fanna era arrivato quattro anni prima, dal Verona di Bagnoli neo scudettato. Trapattoni lo aveva già relegato in panchina molto spesso al punto che il ragazzo di Moimacco, qui nacque il 23 giugno del 1958, in estate decise di cercare fortuna altrove. I contatti presi non si concretizzarono e, forte di un precontratto con i nerazzurri, a novembre la società fu costretta a riammetterlo in rosa.

Ora Trapattoni ha necessità di lui, “Quando Trapattoni mi ha chiamato non ho mai tradito le aspettative e spero di ripetermi anche domani. E il motivo è facile da spiegare: da quando sono rientrato nella rosa mi alleno con maggiore determinazione perché non voglio sfigurare in quest’Inter da record. Anzi, il fatto di essere impiegato come tappabuchi e in extremis non mi dispiace, mi dà uno stimolo in più per cercare di farmi trovare sempre al meglio della condizione. In effetti dopo le incomprensioni dell’estate scorsa sono riuscito a trovare un accordo con i dirigenti e il tecnico e adesso mi sento tranquillo, partecipe di questa stagione esaltante alla pari degli altri e sogno anch’io di vincere lo scudetto. Un obiettivo che è alla nostra portata, perché questa è una squadra da combattimento che sa lottare per difendersi ma è anche capace di offendere e fare risultato in qualsiasi occasione”. (Cit. Stampa Sera, 21 gennaio 1989). Per Pierino lo scudetto non è certo “cosa” nuova…”Ne ho vinti tre con la Juventus e uno con il Verona però mi piacerebbe tanto conquistarne un altro con l’Inter e fare cinquina. Sarebbe il più bello perché a quelli bianconeri ho contribuito fino a un certo punto, mentre quello veronese l’ho gustato poco perché me ne sono andato subito. Quello che più mi dispiace è aver dovuto lasciare la Juventus l’anno dell’arrivo di Platini, cosi non ho potuto giocare con il campione che io considero il più grande di tutti i tempi. A questo si aggiunge il fatto che anni prima avevo dovuto lasciare l’Atalanta, la mia squadra del cuore, proprio in concomitanza con la sua promozione in serie A”. (Cit. Stampa Sera, 21 gennaio 1989). Aggiunge poi… “Adesso devo pensare all’Inter e cercare di battere la Lazio, un ostacolo molto duro che dovremo superare per forza se vogliamo continuare a mantenere la testa della classifica”.

Il giorno successivo l’Inter batterà la Lazio di misura con rete di Mandorlini. Fanna si stirerà in fase di riscaldamento e non sarà della contesa. A fine anno però vincerà il suo 5° scudetto.

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Milan – Udinese e quel campionato del 1959 …

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – La penultima giornata del campionato 1958-’59 andò in scena martedì 2 giugno. Al Milan bastava ottenere lo stesso risultato della Fiorentina per conquistare il tricolore. A San Siro il Diavolo ospitava l’Udinese e passò in vantaggio al quinto giro d’orologio con Gastone Bean, autore di una doppietta: la seconda e ultima nei campionati in maglia rossonera. All’ottavo minuto Cesare Maldini e compagni erano già avanti di tre reti e quel giorno Carlo Galli mise a segno una tripletta: le altre reti portarono la firma di Giancarlo Danova e Alfio Fontana. Il Milan vinse 7 a 0 e festeggiò il settimo scudetto -il quarto del decennio- con una giornata d’anticipo. L’ultimo da calciatore di Nils Liedholm, il giocatore più discusso dell’estate precedente. Il dubbio non riguardava certo le qualità tecniche, quanto invece la sua volontà di allungare ulteriormente la carriera in Italia, visto che in patria, dopo aver trascinato da superbo regista la Svezia alla finale mondiale, gli era stato offerto il posto da commissario tecnico. Tornato dalle vacanze, Liddas decise di partire per la preparazione e poi di accettare eventualmente il nuovo contratto a condizione di sentirsi a fine ritiro ancora atleticamente all’altezza. La risposta fu positiva e Viani decise di rettificarne il ruolo: da mediano a libero davanti ai marcatori della difesa. Tamponatore e regista arretrato, in sostanza, in combutta con Schiaffino o col giovane Occhetta quando l’uruguaiano avanzava a surrogare l’assenza di Grillo. Ultimo scudetto in maglia rossonera per Lorenzo Buffon e il primo di José Altafini.

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Addio a Pietro Anastasi

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Addio Pietro!!! All’età di 71 anni è venuto a mancare Pietro Anastasi, attaccante Anni Settanta, d tempo malato.

Nato a Catania nel 1948 è con il Varese che si mette in evidenza prima di accasarsi alla Juventus con la quale militò per ben otto stagioni dal 1968 al 1976. Con la “Vecchia Signora” vinse 3 scudetti in 8 stagioni diventando tra i più amati calciatori del periodo. Passò poi all’Inter nell’ambito del famoso scambio con Boninsegna nell’estate del 1976, una operazione di mercato che fece molto discutere all’epoca. Con l’Inter vinse la Coppa Italia nel 1978 e chiuse poi la carriera con Ascoli e Lugano. Con la Nazionale vinse l’Europeo del 1968 collezionando in totale 25 presenze, con 8 reti, tra cui proprio una nella finale dell’Europeo.

La Juventus esprime il suo cordoglio attraverso le pagine del suo sito:

“Oggi è un giorno triste per tutta la Juventus, per il calcio italiano e per tutti coloro che lo hanno conosciuto. Pietro Anastasi ci ha lasciato all’età di 71 anni.

Era impossibile non volere bene a “Pietruzzu”, come lo chiamavano tutti i tifosi a rimarcarne la sua origine siciliana, perché è stato uno juventino fino in fondo e alla squadra del suo cuore ha trasmesso tutta la sua passione. Quella che da bambino, raccattapalle al Cibali di Catania, lo vede chiedere una foto accanto al suo idolo John Charles.

Il sogno di vestire la maglia bianconera si concretizza nel 1968: Pietro arriva a Torino forte di una stagione memorabile nel Varese e di un gol storico in maglia azzurra nella finale dell’Europeo a Roma.

Alla Juventus Pietro regala anni straordinari fino al 1976 per un totale di 303 presenze e 130 gol. Ma le cifre e l’attaccamento alla maglia spiegano solo in parte l’amore della gente nei suoi confronti. Il suo coraggio nelle giocate, le sue reti in acrobazia, il suo spirito da lottatore lo rendono un idolo, capace di exploit indimenticabili, come i 3 gol segnati alla Lazio in 4 minuti in una gara iniziata seduto in panchina. Un amore che lo stadio Comunale tradusse con lo striscione con la scritta: “Anastasi Pelè bianco“. La vita di Pietro è stata un vero romanzo bianconero, negli anni 70′ Hurrà Juventus gli dedicò una narrazione a puntate per diversi numeri.

La Juventus abbraccia la moglie Anna, i figli Silvano e Gianluca e saluta Pietro con una semplice parola grande quanto lui: Grazie”.

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