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Calcio, Arte & Società

Libri: “Il rosso di Ponsacco. La storia di Adriano Lombardi, dalla Valdera a San Siro”, intervista all’autore Fabio Roberto Tognetti.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Fabio Roberto Tognetti. Fabio è un pontederese classe 1984, da sempre appassionato di musica, arte, politica e storia; grazie ai racconti di Federico Buffa scopre il modo di unire tutto ciò all’amore per il basket e per il calcio. Tifoso della Fiorentina anche se con un passato anomalo: milanista prima e simpatizzante livornese poi.

Oggi vogliamo presentare la sua “fatica”, “Il rosso di Ponsacco. La storia di Adriano Lombardi, dalla Valdera a San Siro”, edito da Eclettica Edizioni. Adriano Lombardi è stato uno di quei fuoriclasse di provincia, dove gli scontri sono più veri e sentiti. Un esempio di personalità, rigore e carattere tanto da guadagnarsi la stima e il rispetto di compagni, avversari, tifosi e allenatori. Non a caso oggi il Partenio è a lui dedicato…

Come consuetudine abbiamo incontrato l’autore e abbiamo rivolto lui delle domande per meglio comprendere il contenuto del libro. Un triplo appuntamento, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti.

Buona lettura.

Il team de GliEroidelCalcio.com

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Quale ispirazione ha portato a scrivere questo libro…

“Va detto preliminarmente che l’idea di questo libro mi è stata donata da Alberto Falchi. Alberto è il presidente del comitato locale dell’associazione di promozione sportiva – la UISP Valdera – con la quale fino a poco tempo fa collaboravo. Durante la pausa caffè di una riunione, conoscendo la comune passione per la letteratura sportiva, mi chiese se mi andava di scrivere una serie di piccole biografie di calciatori nati in Valdera e arrivati all’esordio in Serie A. La proposta mi entusiasmò immediatamente: figlio di una cultura di ispirazione classica, per la quale lo sport è mero divertimento, da un paio di anni avevo avuto una letterale folgorazione per lo storytelling sportivo – arrivata piuttosto casualmente con la scoperta delle magnifiche narrazioni di Federico Buffa. L’eventualità di cimentarmi con qualcosa di simile mi elettrizzava e il supporto di Alberto mi garantiva la possibilità di interagire con i soggetti delle narrazioni (cosa che da solo difficilmente avrei potuto ottenere). Quindi… mi sono buttato. Poi, come spesso capita, i progetti subiscono delle variazioni in corso d’opera. Sono partito con la mini-biografia di Adriano Lombardi per una facilità di contatti (conoscevo personalmente il nipote), ma alla fine la narrazione mi ha preso così tanto che ci siamo accorti che quanto scritto, con qualche aggiunta, sarebbe probabilmente bastato per un libro a sé. E così è stato”

L’autore Fabio Roberto Tognetti e il suo libro

Chi era Adriano Lombardi…

“Per ragioni biografiche non ho conosciuto il calciatore Adriano Lombardi. Sono nato nel 1984, due anni dopo il suo ritiro. Quindi quello che ho imparato di lui deriva dai racconti dei fratelli e da quanto sono riuscito a trovare in rete. Con questa biografia spero di aver reso merito alla figura di un calciatore che certamente non difettava di talento, ma che faceva del carattere e dell’integrità morale le frecce in più al proprio arco. Come calciatore era un regista moderno: una visione di gioco straordinaria, grande capacità di dettare i tempi e di condurre la manovra, piedi oltremodo educati e ottimo dinamismo. Come detto era un condottiero, sul campo e nello spogliatoio: non è un caso che per gran parte della carriera abbia avuto la fascia di capitano legata al braccio e, chiusa la carriera, sia passato immediatamente alla panchina”

Quale il metodo utilizzato per la narrazione…

“La base di partenza sono stati i ricordi dei fratelli di Adriano, Luciano e Roberto – che ringrazio della benevola disponibilità. Utilizzando quelli come linea guida ho poi dato vita a una estenuante ricerca di riferimenti, provando, maniacalmente, a tenere sempre fede al metodo del fact checking: per ogni dato, informazione o notizia ho cercato un secondo riscontro e, quando difforme dal primo, un terzo. È evidente come l’utilizzo di questo metodo non sia sempre stato possibile, soprattutto per i fatti legati alle esperienze più remote nel tempo. Inoltre, dal momento in cui mi sono seduto alla scrivania e ho messo mano per la prima volta alla storia, avevo ben chiari quali fossero i miei riferimenti. La pretesa era quella di non scrivere una biografia sportiva pura e semplice, ma, laddove possibile per esigenze narrative e di spazio, provare a inserire elementi di costume, di cronaca, di politica, di cultura popolare. Mi sono divertito a raccontare non solo di Lombardi, ma anche di ciò che in quel momento storico stava accadendo nel mondo o dei personaggi che in cui si è imbattuto nel corso della sua carriera: compagni, avversari, allenatori, presidenti”

Il periodo storico in cui si vive ha delle influenze inevitabili sulla propria vita, come ha inciso il periodo storico sull’uomo e calciatore Lombardi 

“Non è facile per me rispondere a questa domanda. Posso solo immaginarlo dall’idea che mi sono fatto di lui nei lunghi mesi nei quali la sua storia mi ha tenuto compagnia. Quello che mi ha colpito maggiormente leggendo i quotidiani dell’epoca è quanto il mondo dello sport e dello spettacolo sia cambiato nel giro di trent’anni. Leggo le interviste e i commenti dei cronisti di quegli anni e non posso non notare lo sprezzo manifestato nei confronti dei “personaggi” che provavano a emergere dalla massa o a uscire dagli schemi. Faccio un esempio? Mister Marchioro, martoriato senza pietà e bollato come fallito per aver provato a scardinare lo status quo nel Milan post-Rocco. Inoltre, negli anni Settanta, la figura del calciatore intellettuale non era così rara e in un periodo di grandi lotte c’era anche chi combatteva all’interno degli spogliatoi per ottenere maggiori diritti. Apriti cielo! Si percepisce lo stupore di quei benpensanti che non riuscivano a concepire la figura del calciatore oltre quella del mero strumento di spettacolo, pagato profumatamente solo per correre e star zitto. Ecco, in un contesto del genere non deve esser stato semplice per Lombardi – uomo integro, deciso e diretto – avere avuto a che fare con personaggi dal (pre)giudizio facile, soprattutto senza avere le spalle coperte dal peso del blasone del club di appartenenza. Il fatto poi che sia rimasto a galla in contesti e ambienti particolarmente complicati come possono esser stati quelli Irpini a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta la dice lunga sulla sua capacità di adattamento”

Che “Cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta

“È la primissima cosa che ho scritto che viene pubblicata quindi, per forza di cose, è una storia a cui sono molto legato. Come detto, ho passato tante nottate in compagnia di Adriano Lombardi, finendo per “farci amicizia”, come credo accada a tutti quelli a cui capita scrivere la biografia di qualcuno. La speranza è che chi ha conosciuto Adriano ed entri in contatto con questo libro quantomeno “ce lo riconosca”. Un po’ per ragioni di spazio e un po’ per mia scelta non ci sono riferimenti alla vita privata, fatta eccezione per alcuni passaggi peraltro già pubblici. Tuttavia, per la carriera che ha avuto, per le testimonianze che lo ricordano e, soprattutto, per il modo con cui ha affrontato la sfida più difficile (la malattia) è facile farsi un’idea di che persona sia stata. Mi ripeto: per l’affetto che ormai provo nei suoi confronti, spero di avergli reso un buon servizio. E poi il fatto che un pontederese scriva bene di un ponsacchino è un elemento di speranza per il futuro”.

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Libri: “Il rosso di Ponsacco…”. Adriano Lombardi, dalle vie di paese all’esordio nel professionismo.

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), pubblichiamo oggi il secondo e ultimo estratto del libro “Il rosso di Ponsacco. La storia di Adriano Lombardi, dalla Valdera a San Siro”, di Fabio Roberto Tognetti edito da Eclettica Edizioni. L’estratto, scelto di concerto con l’autore, è il racconto di come il protagonista, Adriano Lombardi, arrivi al professionismo.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Dalle vie di paese all’esordio nel professionismo

“La storia della Ponsacco del Secondo Dopoguerra non è affatto dissimile da quella di migliaia di altri piccoli paesi della provincia italiana. A partire dagli anni Cinquanta l’economia nazionale prende l’abbrivio, le famiglie piano piano in fondo al mese si ritrovano a mettere da parte qualche soldo da spendere in nuovi beni e servizi, crescono i consumi e dietro ad essi fiorisce l’industria manifatturiera. Il maggior benessere e l’ottimismo che si respira nell’aria contribuiscono allo sviluppo demografico: nei centri urbani – specialmente in quelli dove vi è maggiore richiesta di lavoro – affluiscono interi nuclei familiari provenienti dalle campagne limitrofe e dal Sud Italia. Ponsacco si specializza nell’industria mobiliera e tante piccole imprese, spuntate come funghi, attraggono nuova forza lavoro. In più, a pochi chilometri di distanza, la Piaggio di Pontedera viaggia a gonfie vele grazie al successo di due mezzi simboli di questi anni: l’Ape e la Vespa. In venti anni, dal 1951 al 1971, la popolazione di Ponsacco cresce più del 50%, oltrepassando quota diecimila abitanti. E tale sviluppo è immediatamente evidente. Basta scendere “in paese” durante un pomeriggio di sole: centinaia di ragazzini in braghe corte guizzano per le vie del corso centrale, si ritrovano a giocare in piazza del Comune o in piazza della Repubblica, “vociano” seduti sugli scalini della chiesa di San Giovanni Evangelista o inseguono un pallone nelle strade ancora poco trafficate. Oltre ai due patroni ufficiali, San Costanzo e San Giovanni, il paese pare godere della protezione di una divinità aggiunta, meno spirituale certo, ma parimenti benevola. Si tratta della Dea Eupalla, che, generosa, veglia amorevolmente sulla crescita di tanti giovani ponsacchini, sostenendoli verso una futura carriera da atleti. La sfornata di futuri professionisti ha infatti del miracoloso, considerate le dimensioni di Ponsacco. C’è chi si fermerà a spremere ogni goccia del proprio sudore sopra i campi fangosi di provincia, ma anche chi arriverà a calcare i verdi manti di stadi ben più prestigiosi d’Italia e d’Europa. Adriano Lombardi rientra indubbiamente nel novero dei talenti che “ce l’hanno fatta”, ma nel suo caso non si può dire che si tratti di una questione accidentale o di una felice congiuntura astrale: la passione per il calcio è, infatti, un imprinting che Adriano riceve già dalla più tenera età. Il padre, Flavio, è infatti un ex calciatore professionista che negli anni Trenta ha militato in Serie B, nelle file del Pisa di Joszef Ging, uno dei tanti tecnici danubiani giunti in Italia a insegnare l’arte pedatoria a un popolo sì volenteroso, ma ancora troppo poco calcisticamente edotto per ritenersi autosufficiente. Adriano e gli altri due fratelli, Luciano e Roberto, sognano di emulare le gesta del padre e come tutti i coetanei passano interi pomeriggi a correre dietro al pallone. Luciano ricorda: “Nostro padre ci faceva un gioco reso famoso da Mario Rigamonti, storico difensore del Grande Torino di Valentino Mazzola. Prendeva una monetina, la lanciava dietro le spalle e con un colpo di tacco, facendosela passare da sopra la testa, la faceva ricadere nel taschino della camicia. Ci diceva sempre: «quando anche voi sarete capaci di farlo vorrà dire sarete buoni per giocare a calcio!»” A Adriano non servono monetine nel taschino. Le sue capacità si fanno presto notare e, compiuti undici anni, babbo Flavio lo accompagna a Firenze per presentarlo a Giuseppe Galluzzi. Galluzzi, che era stato compagno di Flavio Lombardi nel Pisa durante la stagione 1935/36, dopo il ritiro e una discreta carriera da allenatore sulle panchine del Nord e Centro Italia, dal 1954 ricopre, infatti, il ruolo di responsabile del Nucleo Addestramento Giovani Calciatori di Firenze. Al fianco di Galluzzi in questo delicato incarico vi sono due vere e proprie auctoritas del calcio italiano come l’ex mezzala viola Cinzio Scagliotti – responsabile dell’area tecnica – e il professor Alberto Baccani – nel ruolo di supervisore dell’area atletica. In una intervista raccolta dal quotidiano Il Tirreno, l’ex portiere ponsacchino Paolo Giusti accenna alla meticolosità con la quale i responsabili del NAGC curavano la preparazione dei propri allievi: “Fu una vera e propria scuola di calcio: tanta tecnica e nessuna partita ufficiale; ci facevano palleggiare scalzi per aumentare la sensibilità. Ogni anno avevamo l’esame. Furono cinque.” Negli anni del NAGC Adriano percorre due volte a settimana la strada tra Ponsacco e Pontedera e tra Pontedera e Firenze, sempre in compagnia del fratello Roberto, anche lui futuro calciatore professionista, che ricorda: “Eravamo sempre in quattro o cinque. Oltre a me e mio fratello c’erano Paolo Giusti, che ha giocato con il Cosenza in B, e il bimbo, Luciano Chiarugi. Se qualcuno ci riconosceva poteva scapparci un passaggio in auto, altrimenti toccava farsela tutta a piedi o in bici, da Ponsacco fino alla stazione di Pontedera. Sul treno poi le combinavamo di tutti i colori. Qualche volta ci siamo messi a fare le rovesciate col pallone in mezzo ai corridoi della carrozza. Con noi viaggiava spesso un nostro compaesano soprannominato Cassio. Era la vittima preferita dei nostri scherzi, ma anche il nostro primo tifoso. Per lui saremmo arrivati tutti in Serie A prima o poi. Io scendevo a Empoli perché mi allenavo col Castelfiorentino. Adriano e gli altri proseguivano invece fino a Firenze. Al ritorno ci ritrovavamo sul solito treno, più stanchi”. Nel 1965, dopo aver conseguito il “brevetto di eccellenza dei NAGC” – unico a ottenerlo quell’anno in Toscana – Adriano approda per un breve periodo nelle giovanili della Fiorentina. Sotto l’ala protettiva e dispotica di Egisto Pandolfini, talent scout e responsabile del florido vivaio dei viola, quello che si sta formando intorno all’alloggio di via Carnesecchi è un nucleo di promesse più unico che raro. Oltre ai compaesani di Adriano, Giusti e Chiarugi, in quella Primavera militano, tra gli altri, Claudio Merlo, Salvatore Esposito, Ugo Ferrante e Pierluigi Cencetti, ovvero alcuni dei futuri titolari della compagine che, nel ‘66 andrà a vincere il Torneo di Viareggio sconfiggendo in finale il temibile Dukla Praga, la squadra dell’esercito Cecoslovacco. Sono talenti che la società gigliata striglia e coccola e che, alla fine, porta in prima squadra, andando a comporre quella Fiorentina Ye-Ye che il Petisso Pesaola conduce infine alla conquista di un inatteso, meraviglioso scudetto nel 1968. Adriano rimane fuori da quel gruppo. Troppa la concorrenza nel suo ruolo, come lui stesso, forse con eccessiva modestia, ammetterà: “A 19 anni arrivai nel settore giovanile della Fiorentina, niente prima squadra. C’era Chiappella come allenatore e in campo gente più brava di me: Chiarugi, De Sisti, Merlo. Così cominciai a girare l’Italia”. Per lui si muove il Cesena grazie al diretto interessamento del suo fondatore, l’eclettico conte Alberto Rognoni. Sceso in Toscana per osservare Claudio Merlo, Rognoni finisce per segnalare Lombardi, che così compie il proprio esordio nel professionismo nelle file dei bianconeri del presidente Mannuzzi. Sarà l’inizio di una carriera lunga diciotto anni”.

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Libri: “Il rosso di Ponsacco…”, l’Avellino è in serie A”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Il rosso di Ponsacco. La storia di Adriano Lombardi, dalla Valdera a San Siro”, di Fabio Roberto Tognetti edito da Eclettica Edizioni. L’estratto, scelto di concerto con l’autore, è il racconto della giornata dell’11 giugno 1978, giorno in cui l’Avellino conquista per la prima volta la massima serie.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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È la sera del dieci giugno 1978, è sabato, fa piacevolmente caldo e nell’aria si respira il profumo delle vacanze alle porte. Alla radio passano i Bee Gees con Stayin’ Alive e Night Fever o Follow Me della conturbante Amanda Lear. La gente sente il bisogno di evadere dalla realtà, di distogliere l’attenzione da una cronaca che si fa sempre più nera, sempre più tragica, sempre più pesante. È trascorso appena un mese dal tragico ritrovamento all’interno del bagagliaio di una Renault Quattro di colore rosso parcheggiata in Via Caetani a Roma del corpo dell’onorevole Aldo Moro, impietosamente crivellato da undici colpi esplosi da una mitraglietta Skorpion. La sensazione è che l’escalation di sangue e terrore sia inarrestabile, che qualcosa nel Belpaese si sia irrimediabilmente rotto e le cose non possano far altro che peggiorare. E l’impegno che la mattina successiva attende il popolo italiano sta lì a ricordarlo, come un ospite sgradito che fa di tutto per rovinare l’atmosfera di una bella festa. Infatti, domenica 11 giugno gli elettori sono chiamati ad esprimersi nel merito di due requisiti referendari, uno dei quali, quello che chiede l’abrogazione della Legge Reale, testimonia il grave stato di agitazione che traumatizza, trasversalmente, politica e opinione pubblica.

Non tutti gli italiani si recano puntuali alle urne. Dopo lunghi mesi di inverno, una giornata di bel tempo è una tentazione troppo forte per non approfittarne e così in tanti decidono di trascorrere la domenica con la classica gita fuori porta o, meglio ancora, al mare, per cominciare a dorare la propria pelle e non farsi trovare impreparati a luglio davanti allo sguardo competitivo dei vicini di ombrellone. C’è per anche una minoranza, piccola ma assai rumorosa, che ritiene di avere un altro dovere più urgente da ottemperare, tanto che urne e spiagge possono tranquillamente aspettare. Sono le migliaia di tifosi che già alle prime luci dell’alba si spostano in lungo e in largo attraverso lo Stivale per andare a sostenere in trasferta la propria squadra del cuore. Se è vero che è già passato un mese dalla chiusura del campionato di Serie A, lo stesso non si può dire, ad esempio, della Serie cadetta, alle prese con gli ultimi, determinanti, novanta giri di cronometro che definiranno il destino di diverse compagini.

In testa alla classifica, già promosso con ben sei giornate di anticipo, si trova l’Ascoli di Mimmo Renna. I marchigiani, nelle cui fila si mettono in luce i talenti della fantasiosa ala destra Roccotelli e della prolifica punta Ambu, hanno imposto un dominio pressoché assoluto al torneo, testimoniato da quello straordinario +43 finale scritto sotto la voce “differenza reti” e da un record di punti ancora oggi imbattuto. Un ritmo forsennato che nessun altro club è riuscito a sostenere e che dunque ha creato un vuoto alle spalle dei bianconeri, accorciando la classifica e rendendo così imprevedibile e piena di colpi di scena l’ultima fase del campionato. Cinque formazioni si ritrovano a contendersi i rimanenti due posti a disposizione per la promozione in A. A quota quarantuno punti si trovano il Palermo, la Ternana e il Monza. A queste squadre serve una vittoria, ma se per umbri e siciliani un eventuale fallimento pur dispiacendo non toglierebbe niente a una stagione comunque importante, sulle spalle dei biancorossi pesa invece come un macigno la consapevolezza di aver sciaguratamente mancato il match point, con la sconfitta rimediata nell’ultima giornata contro la non irresistibile Pistoiese, formazione invischiata nella bagarre per la non retrocessione. Davanti alle tre, moderatamente più serene grazie al punto in classifica in più – ma non per questo meno agitate – vi sono il Catanzaro e il sorprendente Avellino di mister Carosi . (…)

Domenica ottomila tifosi raggiungono il capoluogo ligure. È un’orda rumorosa e festosa quella che invade Marassi con due ore di anticipo, trasformando il Ferraris in una succursale al nord del Partenio.

Sugli spalti primeggiano il bianco e il verde e la squadra, al suo arrivo, viene accolta da un colpo d’occhio unico, da un calore che li sostiene e li esalta. Mario Piga ricorda: “L’immagine che non potrò mai dimenticare è il nostro arrivo allo stadio. Mi commuovo ancora a pensarci. Vedevamo solo bandiere bianco-verdi e un pubblico meraviglioso. Quando stavo entrando negli spogliatoi una donna anziana che avrà avuto settant’anni o anche forse di più, piangendo, mi si è buttata al collo e mi disse: “Mario Piga, regalateci questo sogno, cerca di dare il massimo”. Mi trasmise un’adrenalina incredibile.”

Adrenalina che si trasforma in senso del goal. Cinquantatreesimo minuto di una partita noiosa, con una Sampdoria molliccia e disinteressata e un Avellino che controlla senza forzature: Galasso, con un elegante colpo di tacco, si libera dalla stretta marcatura di Rossi e mette una palla al centro, immediatamente catturata da Mario Piga, il quale, trovandosi completamente smarcato, ha il tempo di aggiustare la sfera, coordinarsi e mirare l’angolo alla destra del portiere blucerchiato Cacciatori che, al centro dell’area piccola, intuisce la direzione del tiro senza riuscire a deviarlo oltre lo specchio della porta. La rete si gonfia e gli spalti del Marassi sussultano sotto l’estasi della tifoseria irpina, che si accalca contro le reti di protezione. Chi è rimasto a casa, transistor e cuore in mano, all’intervento di Giorgio Bubba, l’inviato di “Tutto il calcio minuto per minuto” che interrompe la telecronaca del collega di Lecce per annunciare il goal della brevilinea ala sarda, esplode in un grido liberatorio. I restanti trentasette giri di lancetta servono solo a caricare l’impazienza dei tifosi: la Sampdoria non ha alcun interesse a spingere e ai Lupi basta controllare le svogliate ripartenze dell’avversario fino al triplice fischio finale del signor Longhi da Roma. Per l’Avellino è finalmente Serie A! L’Avellino potrà sedere per la prima volta tra le grandi.

All’apertura dei cancelli l’onda bianco-verde contenuta dentro il Ferraris tracima nei carrugi di Genova. Molti sono cittadini campani emigrati e per loro questa promozione ha il sapore del riscatto del meridione, con i tifosi di Avellino, Catanzaro e Ascoli per una volta gemellati in quella che è una comune vittoria sulle più attrezzate e facoltose squadre del nord. Una massa caotica e festante travolge pacificamente la città fino all’aeroporto Colombo, dove la squadra è letteralmente sospinta a bordo del velivolo, costretto oltretutto a rimanere fermo sulla pista per oltre tre ore a causa delle intemperanze di un tifoso troppo focoso e scatenato.

La città che attende il ritorno dei propri eroi sta vivendo letteralmente un sogno. Come detto, non si tratta soltanto di un successo sportivo. Il capoluogo irpino è una delle tante realtà provinciali sconosciute al grande pubblico e gli avellinesi sperano che la conquista della Seria A possa finalmente posizionare la loro città sulla mappa geografica dello Stivale, portare alla luce dei media la condizione di miseria in cui versa il territorio e, di conseguenza, aprire nuove opportunità di crescita e di progresso. Avere la squadra di casa in A significa quanto meno ritrovarsi ad ospitare ogni domenica decine di giornalisti e telecamere delle tv nazionali. È lo stesso primo cittadino Massimo Preziosi a dichiararlo all’inviato de Il Corriere della Sera Ettore Mo: “Il miracolo calcistico dell’Avellino (…) è maturato sullo sfondo di questo amaro paesaggio. E si capisce perché anche gli allergici ai febbroni sportivi della domenica debbano considerarlo, infine, una sorta di rivalsa verso il settentrione del benessere e delle squadre sovrane, una specie di riscatto guadagnato a fatica tra sudori e umiliazioni: «Dal momento che siamo sottosviluppati e terzo mondo in tutto – argomenta qualcuno, facendosi portavoce di un sentimento corale – dovremmo esserlo anche dal punto di vista calcistico. Ebbene no, dobbiamo finirla con la storia del parente povero in eterno. Se la rimonta verso un eguale dignità civile comincia col calcio ci sta bene.» (…) «Il nostro passaggio in A – dice (il sindaco) – non è che un momento di quell’evoluzione in corso nella nostra provincia, non solo sul terreno sportivo. Ne deriverebbero anche vantaggi economici, naturalmente. È scomoda la posizione di chi viene indicato alla patria attenzione per il reddito più basso».”

Prese in considerazione le osservazioni del sindaco Preziosi si può dunque comprendere l’euforia collettiva che si impadronisce in quei giorni di Avellino. Quelle successive all’11 giugno sono tre giornate di festeggiamenti, con gli uffici comunali chiusi, le gelaterie che offrono coni gelato crema-pistacchio al prezzo simbolico di 100 Lire e i cinema che proiettano film a ingresso libero.

Gli auspici degli avellinesi non si riveleranno del tutto strampalati.

Una città dormitorio, fino ad allora priva di grandi attrazioni, che alle 22 di sera costringeva i propri abitanti a chiudersi in casa per la mancanza di alternative, per tutti i dieci anni di permanenza della squadra in A conoscerà un nuovo, improvviso, slancio di vitalità. La ventata di ottimismo portata dalla promozione, unita a un po’ di benessere derivante dalla presenza di nuovi impianti industriali, contribuirà pure, dati alla mano, a un boom demografico senza precedenti, con il numero delle nuove nascite che nell’anno della promozione raggiungerà un incremento del 100%.  Purtroppo gli anni della A saranno anche quelli dolorosi del terremoto che il 23 novembre del 1980 devasterà questo territorio, seppellendo quasi 3000 persone e lasciando senza casa 280 mila irpini.

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Il Foggia Calcio diventa un documentario. Il 29 marzo la diretta facebook del lavoro di Domenico Carella

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“Foggia 100, la categoria un dettaglio”, questo il titolo di un un video documentario ed un libro, entrambi con il medesimo titolo, dedicati al  racconto della centenaria storia del Foggia Calcio. L’autore è il Direttore di Foggiasport24.com , Giornalista del Corriere del Mezzogiorno, e già autore di libri quali “Diavolo di un satanello”, “E il diavolo ci mise la coda”, “GI4NNI PIR4ZZINI, una vita da capitano” e “Foggia – Inter 3-2, 31 gennaio 1965, l’impresa degli eroi di Pugliese”.

La presentazione sarebbe dovuta essere di carattere pubblico, ma le tristi vicende legate alla diffusione del Corona Virus hanno indotto gli organizzatori a una differente modalità. Stasera, domenica 29 marzo, con inizio alle ore 20, sulla pagina Facebook di Foggiasport24 verrà diffuso in diretta streaming il video documentario, per permettere a tutti i tifosi dei satanelli, ma anche a tutti coloro che amano le storie del calcio, di poter godere di questo regalo.

“Circa 2.000 km in giro per l’Italia per realizzare interviste, 250 ore di lavoro davanti al computer per il montaggio, per un totale di quasi sei mesi di lavoro”, si legge sul sito di Foggiasport24, “Questi sono i numeri di «Foggia 100, la categoria un dettaglio». Il documentario è stato girato con mezzi non professionali, anzi, di uso quotidiano, come telefoni cellulari, videocamere portatili e in un caso anche una webcam. Lo stesso video è stato montato con pazienza su un computer con soli 2 GB di RAM. Ne è risultata indiscutibilmente penalizzata l’estetica, ma non è mai stato quello l’obiettivo dell’autore, che ha puntato a un’opera di divulgazione della storia, con i crismi della veridicità dei racconti (perché fatti dagli stessi protagonisti di quegli episodi) e con una grande dose di sentimenti, che traspariranno sempre più dall’inizio del filmato, fino all’apoteosi del finale. Il video racconto ha avuto nella prima stesura una durata di cinque ore. Purtroppo è stato necessario cancellare molte parti, alcune anche interessanti, per rientrare nei tempi previsti per un film”.

Tanti gli intervistati tra calciatori ed allenatori del Foggia tra cui Ciccio Baiano, Gigi Delneri,  Luigi Di Biagio, Angelo Domenghini, Pasquale Padalino, Gianni Pirazzini, Roberto Rambaudi, Delio Rossi, Igor Shalimov, Giuseppe Signori, Francesco Scorsa e Zdenek Zeman.

Abbinato al documentario anche il libro, dal titolo «Foggia 100, la categoria un dettaglio», edito da Edizioni Fogliodivia, “Sarà il racconto di questi cento anni di storia filtrata dalle lenti del giornalista Domenico Carella, attraverso aneddoti e racconti raccolti nella sua professione di giornalista, direttamente dai protagonisti di quelle epoche e di quelle partite. Per Carella, appassionato di storia dello sport e del calcio, si tratta del settimo libro pubblicato dopo «Diavolo di un satanello», «E il diavolo ci mise la coda», «Gianni Pirazzini, una vita da capitano», «Foggia-Inter 3-2, 31 gennaio 1965, l’impresa degli eroi di Pugliese», «Il Foggia del ’76», «Ciccio Patino, l’ala che fece volare il Foggia». Del volume si palerà in maniera più approfondita nel corso di una presentazione ufficiale che si farà più avanti nel tempo, quando sarà rientrata l’emergenza sanitaria in corso nel mondo”.

Vi diamo appuntamento a stasera, alle ore 20 per seguire la diretta del documentario, diffuso sulla pagina Facebook di Foggiasport24 ma anche sulla nostra pagina ufficiale, Gli Eroi del Calcio .com .

Per saperne di più vai su Foggiasport24

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