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La Penna degli Altri

8 APRILE 1955 – Nasce Agostino Di Bartolomei

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – L’8 Aprile del 1955 nasce a Roma Agostino Di Bartolomei, autentica icona di un calcio “vecchie maniere”. Indimenticato ed indimenticabile Capitano, un predestinato nel ricoprire il ruolo a cui tutti chiedono quel qualcosa in più. A chi porta la “fascia” si chiede di essere l’allenatore in campo, si chiede il rispetto massimo per la maglia e per i tifosi, si chiede di dare l’esempio con sacrificio e abnegazione per la causa. Ai Capitani giallorossi si richiedono “Petti d’acciaio, astuzia e core”.

Ago, romano de Roma, ha tutte queste doti unite a lealtà e sportività che ne fanno un calciatore molto diverso dallo stereotipo classico: riservato, silenzioso, colto, mai banale in ogni intervista, rispettoso di tutto e tutti. Anche di fronte a decisioni arbitrali discutibili (in alcuni casi è davvero un eufemismo..), le sue mani sono sempre dietro la schiena mentre si rivolge al Direttore di Gara di turno.

Dotato di una tecnica di base superiore, di una visione di gioco fuori dal comune, di un lancio con il “contagiri” e di un tiro di rara forza e precisione. Tale forza trova la massima espressione nei calci di punizione e nei rigori tirati praticamente da fermo. Alla proverbiale lentezza  oppone una capacità di leggere il gioco in anticipo. Mai una giocata appariscente a scapito di un passaggio semplice ma efficace, pensando sempre al bene della squadra, al compagno meglio piazzato: quando si dice che “si gioca al calcio così come si è nella vita”.

Dall’oratorio del San Filippo Neri alla Garbatella sino alle giovanili della Roma il passo è breve, ma prima rifiuta una proposta del Milan che, a solo tredici anni, vuole portarlo sotto “la Madunina”. Dalla prima pagina del Corriere dello Sport del 30 Luglio 1969, quando Agostino ha 14 anni: “Potenziato il vivaio giallorosso – Tra questi nomi il futuro Landini (…) .nella lunga fila degli acquisti alcuni meritano senza dubbio una citazione. Primo fra tutti Agostino Di Bartolomei (1955), mediano proveniente dal n.a.g.c. omi. Un ragazzo che è già più di una promessa. Mediano moderno, tecnicamente perfetto, è dotato di una grande intelligenza. Di lui, ha detto Herrera si sentirà ben presto parlare”. Il tutto con una foto in primo piano del predestinato Agostino.

Con la Primavera è Campione d’Italia per ben due volte nel 1972/73 e 1973/74; lui ne è il Capitano, con lui in squadra giocatori del calibro di Bruno Conti, Rocca, Sandreani, Peccenini e Stefano Pellegrini.

Il 22 Aprile del 1973 l’esordio in Serie A. Gioca al posto di “Ciccio” Cordova in Inter – Roma (0-0). Il 7 Ottobre dello stesso anno, contro il Bologna in casa nella prima giornata di campionato, regala la vittoria alla Roma e sigla il suo primo gol nella massima serie: “(..) scambio Morini-Domenghini sulla destra, improvviso traversone al centro ove Di Bartolomei irrompe e segna con un bel tiro al volo”(l’Unità dell’8 Ottobre 1973).

Nella stagione 1975/76 viene spedito a “farsi le ossa” a Vicenza in Serie B, 33 presenze e 4 gol. L’anno successivo il ritorno alla base e sino alla stagione 1983/84 non si muove da Roma. Nella stagione 77/78 realizza 10 reti, ed è la sua stagione più fruttuosa come marcatore: suoi i gol nelle ultime due partite di campionato che regalano la salvezza nell’1-1 con la Juventus in casa e la vittoria di misura con l’Atalanta a Bergamo.

In quegli anni la Roma viaggia a centro classifica, quando appunto non è invischiata nelle acque torbide della zona retrocessione. Ma la Roma sta crescendo e Agostino è sempre più leader. Il 17 Dicembre del ’78 segna il gol vittoria contro la Juventus Campione d’Italia e a chi gli chiede se ha segnato un gol importante risponde alla sua maniera: “Per la Roma è importante”!

Il 13 Aprile del ’79 entra, se mai ce ne fosse bisogno, definitivamente nel cuore dei tifosi: all’Olimpico arriva la Fiorentina e, in uno scontro aereo, si infortuna alla testa e gli applicano ben quattro punti di sutura oltre ad una vistosa fasciatura che non gli impedisce di macchiare di sangue la sua maglia. Lui stringe i denti, combatte e realizza anche un gol.

Il 13 gennaio 1980 la Roma si reca a San Siro per affrontare il Milan, e Agostino “sfoggia” la fascia al braccio per la prima volta. È il leader, ora è anche il Capitano! Ancora una volta il Milan sulla sua strada.

Oooh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino gol!” è il canto che accompagna ogni sua punizione.

Lui è il trascinatore di quella Roma che si appresta ad entrare negli anni ’80 da assoluta protagonista. Arrivano le due Coppe Italia del 79/80 e dell’80/81 (finite ai calci di rigore che proprio lui fallirà in entrambe le occasioni), e arrivano i duelli con la Juventus. Dopo un secondo posto nell’80/81 e un terzo nell’81/82 la Roma e Agostino sono pronti ad “arrivare in porto con il vessillo”.

Il Barone Liedholm decide di cambiare posizione al capitano, e lo schiera libero, facendo le fortune di Ago e della Roma.

Il 1° Maggio 1983 arriva l’Avellino all’Olimpico e mancano tre giornate alla fine. Dopo il gol di Falcao nel primo tempo, al 66 minuto Agostino si esibisce con il pezzo forte del suo repertorio, il tiro da fuori: è 2 a 0! Il “vessillo” prende una direzione definitiva, e il Capitano se ne accorge tanto da esultare in un modo in cui forse non ha mai fatto: corre con lo sguardo e le braccia al cielo, un urlo di gioia profondo, poi si lascia cadere in ginocchio con l’accorrente Ancelotti che lo abbraccia. Agostino quasi si coccola in quell’abbraccio. Un abbraccio che portiamo tutti nelle nostre menti, ……nei nostri Cuori. In quell’abbraccio ci sono le storie personali di due uomini: infortuni e rinascita da una parte, l’essere romano e capitano di una squadra prigioniera di un sogno dall’altra. Ma c’è l’essenza di tutta la Roma Giallorossa che urla di rabbia per i torti subiti nelle stagioni precedenti, per gli errori comunque compiuti e per quell’attesa lunga 41 anni che ormai sembra finita.

La rappresentazione con un disegno di quell’abbraccio ispirerà nei prossimi giorni il concorso per il logo del prossimo torneo giovanile a Trigoria dedicato proprio a Di Bartolomei.

Come dimenticare poi il viso serio ma orgoglioso durante il giro di campo con il tricolore conquistato. Lui al centro che guida il gruppo, indicando i tifosi con la mano e dicendo “è vostro”, sempre serio, sempre fiero.

L’anno successivo guida la più bella cavalcata della Roma in Europa. In semifinale contro il Dundee si prende la responsabilità di battere il rigore decisivo che consentirà di staccare il pass per la finale con il Liverpool. Si… la finale con il Liverpool, quel maledetto 30 Maggio del 1984. Questa data contraddistingue la più grossa delusione di ogni tifoso giallorosso, e sarà così pure per Agostino. Forse per lui qualcosa di più. Quella sera, la responsabilità di calciare il rigore lui ovviamente se la prende e lo realizza.

Ma non basterà!!! Quella sconfitta gli brucia, forse perché qualcuno non se l’è sentita di batterlo. Seguiranno settimane in cui decide di dire addio alla Roma, alla sua Roma.

Il 26 Giugno 1984, da grande Capitano trascina per l’ultima volta la Roma alla conquista della Coppa Italia contro il Verona. Lo striscione a lui dedicato è commovente: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva, Grazie Agostino”.

Dopo 11 anni con la maglia capitolina colleziona 308 presenze e 67 gol nelle varie competizioni disputate. L’anno successivo va al Milan insieme al Barone Liedholm e, alla prima da avversario, colpisce con la classica “Legge dell’ex”, esultando verso i suoi nuovi tifosi. Nella gara di ritorno all’Olimpico vinta ancora dal Milan (0-1) sarà protagonista con Ciccio Graziani di una mini rissa. Forse troppo nervosismo, forse troppo Amore.

Indossa la maglia rossonera per tre stagioni, poi un anno a Cesena dove conquista la salvezza e poi chiude la carriera con la Salernitana portandola sino alla Serie B. A Salerno, a Castellabate per la precisione, decide di fermarsi a vivere e insegnare calcio ai bambini cercando di trasmettere loro la sua visione del calcio. Una visione molto chiara come si può evincere dal suo “Manuale del calcio” pubblicato postumo, in cui nelle prime pagine si può trovare il Decalogo, dieci piccoli/grandi consigli per chi approccia questo gioco, tra cui l’ultimo: ricordati che il calcio è semplicità.

La sua vita ha un epilogo drammatico, tragico. Il 30 Maggio del 1994, a distanza di dieci anni esatti da quella maledetta finale persa con il Liverpool, Agostino si toglie la vita.

Antonello Venditti gli ha dedicato la canzone Tradimento e perdono. Un libro L’ultima partita di Bianconi  e Salerno ripercorre la sua storia. Un documentario 11 Metri di Del Grosso ci parla ancora della vita di Ago, così come la rappresentazione teatrale Giallorosso per sempre. Il Campo A di Trigoria, dove usualmente gioca la Primavera, è a lui intitolato. A lui sono dedicate due strade, una a Salerno vicino lo stadio Arechi e una a Roma zona Tuscolana.

Le sue gesta sportive, e non solo, hanno vissuto in simbiosi con gli anni più belli della storia Romanista, e nella coreografia dell’ultimo derby appartiene a tutte le categorie citate: “capitani”, “figli di Roma” e “bandiere”. Entra di diritto nella Hall of Fame ufficiale della Roma a partire dalle prime votazioni.

Il suo estremo gesto ci ha allontanato da lui fisicamente, ma Agostino vive nei cuori e nei ricordi di tutti i tifosi della Roma.

Oh Capitano mio Capitano!

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Momenti di gloria: Orati e il suo goal alla Roma di testa nel 1985

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GAZZETTAFANNEWS.IT (Alan Paul Panassiti) – Luciano Orati  (nato a Roma il 20 luglio del 1957) è stato un centrocampista centrale molto forte che ha speso la sua carriera soprattutto in serie C, con un momento di vera gloria  nel Messina di Franco Scoglio con cui giocò due anni in serie B.

Il debutto in D con l’Almas Roma e dopo un anno al Varese con cui colleziona 4 presenze in  B,   passa alla Mestrina ed ancora all’Almas Roma in  C2.

In seguito disputa quattro campionati di  C1  con il Benevento e nel  1985  passa al Messina per sostituire Giorgio   Repetto , dove vince il campionato di C1 nel 85/86 andando in B con i giallorossi, totalizzando 53 presenze e 5 gol.

Nelle stagioni successive torna a giocare in Serie C1 a Foggia, Brindisi e Catanzaro, dove termina la carriera da professionista nel  1993  in Serie C2.

Dopo varie panchine in serie minori come serie D, eccellenza e promozione laziale; attualmente ricopre la carica di assessore allo sport nel comune di  Licenza  suo paese di origine, un piccolo paese di circa 1000 abitanti.

Orati, nella mente dei tifosi giallorossi, è l’uomo che firmò una impresa storica: la vittoria del Messina sulla Roma in Coppa Italia nell’Estate 1985 con una sua rete di testa.  Era la Roma di  Eriksson che arrivò seconda dietro la Juventus dopo una esaltante rimonta che fu vanificata dalla storica sconfitta interna con il già retrocesso Lecce. Vincere al Celeste era impossibile per chiunque.

Che ricordi ha Luciano Orati di quel tempo e di quella partita? 

“Mi ricordo che mi venne a prendere il presidente Massimino in persona per fare il contratto, con Majorana, il suo braccio destro, perché mi volle lui personalmente a Messina e lo devo solo ringraziare, perché era una persona stupenda. Finito il ritiro, dovevamo fare la prima partita in casa. Mi ricordo che quella sera, io stavo in piedi sul pullman che ci portava al Celeste, e vidi un fiume di tifosi che ci applaudiva e ci incitava, ci caricavano. Da lì mi accorsi del calore dei tifosi, sembrava un tifo da serie A sinceramente. Io venivo da Benevento e non avevo mai visto una cosa del genere. Durante la partita il tifo fu infernale, assordante, c’era gente dietro le porte, sui piloni della luce e sui balconi, una cosa fantastica. Io da romano entrai molto carico, perché la Roma pur avendomi opzionato, poi mi mandò lontano, quindi avevo una carica maggiore. Poi andò tutto bene, perché mi accorsi subito del valore della squadra, e fare il gol della vittoria è stata una grande gioia, da brividi. Ancora la sera, dopo la partita, non mi rendevo conto di quello che avevo fatto, avere fatto gol ad una squadra cosi blasonata e vincere è stato fantastico, noi abbiamo veramente goduto quella sera…”.

E invece di Scoglio cosa ti ricordi?

“Io entrai in un gruppo già consolidato, tosto, duro, con grandi qualità in tutti i ruoli e reparti, soprattutto in difesa, dove c’era gente come Rossi e Bellopede, che sembrava Franco Baresi del tempi del Milan migliore, un calciatore che meritava sicuramente di più. Molto era dovuto a Scoglio, che aveva un carisma incredibile. Quando c’era lui nello spogliatoio, non volava una mosca. Era preparatissimo dal punto di vista atletico e tattico, era un precursore dei tempi.  Scoglio in  campo era teatrale, e difendeva tantissimo noi giocatori, come un parafulmine. Non ci poteva toccare nessuno, e quando in conferenza stampa qualche giornalista ci attaccava, lui era subito pronto a subentrare e fare da scudo, perché capiva la forza del gruppo e ci voleva bene come figli. Era un grande psicologo. Ma curava tutto nei particolari pure negli allenamenti: tecnica, tattica e movimenti, e soprattutto le “palle inattive”… certo avevamo pure Catalano e Franco Caccia, e con lui era tutto più facile. Scoglio ci faceva fare tantissimi ritiri  ma fuori dal campo ci lasciava liberi di frequentarci! Aveva solo la vittoria in testa”.

Oggi Luciano, pur avendo il patentino di allenatore, non allena più.

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Lazio-Napoli amarcord: i destini incrociati di Ghio e Abbondanza

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Lazio-Napoli, 1970: la squadra di Chiappella, spavalda ed offensiva, schiera Ghio titolare e poi fa entrare Abbondanza

Un Napoli da terzo posto

A rievocarli sembra riecheggiare la storia dei ‘nomi’ portata alla ribalta da Massimo Troisi nel suo “Ricomincio da tre”, uno lungo ed uno corto. Sorridiamo ancora oggi, “Massimiliano” e “Ugo” , uno viene scostumato, l’altro educato. Certo, secondo l’attore napoletano, nella scelta del nome c’è tutta la futura educazione del bambino. Noi ne abbiamo scelto due, quattro lettere uno, dieci l’altro. Non abbiamo notizia se Ghio e Abbondanza siano stati dei bambini bravi o meno ma sappiamo che il loro destino si è intrecciato con il Napoli e la Lazio. Il ‘lungo’, chiameremo così Sandrino Abbondanza, napoletano purosangue come un cavallo di razza e il ‘corto’, ovviamente Gianpiero Ghio dalla provincia di Padova, veneto fino al midollo.

Manca il pacioccone ma questa è storia da filastrocca da Zecchino d’oro. Guarda caso, i bambini di tutta Italia la cantavano nel 1970, un anno cruciale per entrambi i protagonisti del nostro racconto. Anno importante e decisivo per entrambi perché Ghio faceva un altro buon campionato con la Lazio al fianco di Chinaglia e convinceva Ferlaino ad acquistarlo (Manservisi più 80 milioni alla società capitolina) mentre Abbondanza, dopo il prestito al Pisa, si apprestava  a tornare all’ovile. Fu così che entrambi si ritrovarono al Napoli, in ritiro insieme, in una squadra che sfiorò lo scudetto. Terza, furto dell’Inter, Gonella alla go…gna per il suo arbitraggio a San Siro e addio sogni di gloria.

Ghio e Abbondanza nelle figurine Panini

Prima di questo loro ‘appuntamento napoletano’, Ghio aveva giocato nella Lazio nei campionati 1968-69 e 1969-70 mettendo a segno 15 gol in 62 gare. Diverso il destino di Abbondanza che sarebbe stato ceduto ai biancocelesti l’anno dopo quello giocato con Ghio a Napoli. Incroci, fatalità, sorte, ambizioni malcelate, esplosioni ritardate, talento sicuro ma non valutato e sprecato. Questi, riassumendo, gli hashtag della coppia incompiuta.  Ghio, nel suo unico anno napoletano, totalizzò 27 gare e mise a segno 4 reti mentre Abbondanza fu schierato solo 12 volte ed andò in rete due volte. In tutto, la sua carriera nel Napoli racconta che, con l’andirivieni che lo contraddistinse per i prestiti al Monza, alla Lazio e al Pisa, totalizzò 35 presenze e 2 reti. L’esiguità di gol messi a segno dai due è un dato di fatto ma entrambi segnarono nella vittoria del Napoli contro il Verona al Bentegodi il 18 aprile 1971. Ghio col dieci e Abbondanza con l’undici timbrarono la vittoria esterna degli azzurri per 2 a 0.

Lazio-Napoli

Lazio-Napoli del 29 novembre 1970 è una gara molto attesa, gli azzurri sono primi in classifica poiché in 7 gare hanno totalizzato 6 vittorie ed un pari, comandano la classifica con 13 punti. Chiappella schiera la miglior formazione possibile ma è orfano di Juliano, infortunatosi due settimane prime a Vicenza. L’assenza del capitano non stravolge la squadra ma il tecnico di Rogoredo è ‘costretto’ a schierare un quintetto d’attacco con Hamrin, Sormani, Altafini, Ghio ed Improta. In pratica, al di là di un ciuccio di fatica come Bianchi, il Napoli ha bisogno che qualcuno degli attaccanti si sacrifichi un po’ in copertura.

Ghio

Nonostante gli azzurri fossero sbilanciati in avanti, la gara non si sblocca dal risultato di partenza, la Lazio di Chinaglia e Wilson, già leader dello spogliatoio, non vuole abdicare di fronte al pubblico amico. L’ultima mossa disperata di Chiappella è proprio quella di inserire Abbondanza che subentrò, a gara in corso, all’”uccellino svedese” Hamrin cercando qualche colpo che potesse mettere gli avanti azzurri davanti a Sulfaro. Invece la gara rimase in equilibrio ed il Napoli raccolse il secondo pari di quel campionato dopo uno 0 a 0 casalingo col Foggia di Montefusco, Bigon e Re Cecconi. Il Napoli visto all’Olimpico fu lo specchio di quel torneo, la sua anima non mutò anche quando rientrò Juliano dopo l’infortunio. Un coraggio che pagò e portò al terzo posto finale.

Una squadra solida

Un’anima fatta di una difesa solidissima, soltanto 19 le reti subite, che si reggeva su Zoff in porta, mastini come Panzanato e Ripari o Monticolo sulle punte avversarie, un libero attento e propositivo come Zurlini, una diga a centrocampo chiamata Ottavio Bianchi, un cervello pensante come Juliano ed una girandola di attaccanti e mezze punte che giocavano seguendo un principio fondamentale. Giocava chi era più in forma. Per questo i numeri sulle maglie diventarono pura opzione e tra Altafini, Sormani, Ghio, Improta, Abbondanza, Hamrin, perfino Umile,l’attacco era quasi sempre diverso.

Dopo l’esperienza non esaltante di Napoli, Ghio finì all’Inter, la squadra cui aveva segnato un goal al San Paolo nella vittoria per 2 a 1 (Pogliana e Jair gli altri marcatori), consapevole che avrebbe fatto la riserva di Boninsegna. Dopo la sfortunata parentesi interista, la sua carriera sembrò in declino con il passaggio all’Atalanta, al Novara, allo Juniorcasale, al Brescia e alla Cavese dove concluse la carriera. Da coach ha allenato per circa 20 anni senza le dovute fortune girovagando un po’ per l’Italia.

Abbondanza, invece, passò proprio alla Lazio a novembre, in uno scambio con Manservisi, ancora lui. Nella capitale Sandrino contribuì in maniera determinante alla promozione in Serie A con 7 reti in 25 partite. Non era ancora la Lazio dei clan e delle pistole, delle feroci partitelle e degli schieramenti politici. Ma Maestrelli, l’allenatore di quel gruppo, stava già plasmando la squadra che poi porterà allo scudetto nel 1973-74. Infatti l’ossatura dei futuri campioni d’Italia si stava già formando con i vari Oddi, Martini, Wilson, Nanni e Chinaglia. A cui si aggiungevano navigati ed esperti giocatori quali Bandoni in porta (che si alternava con Di Vincenzo ), Papadopulo, Facco e Polentes in difesa; Moschino a centrocampo e Massa in attacco.

Abbondanza nella Lazio

Dopo l’ottimo campionato con i biancocelesti il Napoli lo riprese. Stavolta decise di puntare molte fiche sul giocatore originario di Agnano. considerando l’anemico attacco che si ritrovava nel 1972-73 con Damiani, Mariani e Ferradini. Il ritorno in patria del nostro ‘Nemo’ fu salutato con entusiasmo dal pubblico partenopeo. Che si ritrovò con un centrocampo, prima ed unica volta nella storia degli azzurri, formato da soli giocatori napoletani. San Giovanni a Teduccio, Posillipo, Agnano e Torre Annunziata erano i luoghi di provenienza dei nostri baldi paladini azzurri. Juliano, Improta, Abbondanza – che, quando partiva titolare, giocava col numero 9 sulle spalle – e ‘Ciccio’ Esposito. Chiaramente Sandro non fu mai punta nel vero senso del termine. Ma quegli schieramenti da ‘falso nueve’ (un Mertens ante litteram?) fregarono perfino la Panini. Quando, infatti, uscì il fatidico album di calciatori, sotto la figurina di Abbondanza è scritto “centravanti”.

Si disse che molti giocatori nati a Napoli, cresciuti nel vivaio di Lambiase e De Manes, non erano dotati della tenacia e della predisposizione alla sofferenza di Juliano e non riuscirono a tirarsi fuori dalla turbolenza di quei Napoli figli spesso dell’improvvisazione. Ad esempio, si dice che Montefusco fosse tecnicamente più forte di Juliano ma non ne aveva il carattere e la tempra. Anche Abbondanza, che poi sarà un ottimo tecnico delle Giovanili del Napoli lanciando diversi giocatori in Serie A (Taglialatela, Baiano, De Rosa, Ferrante, Ametrano, Floro Flores tra gli altri), aveva dei piedi ‘brasiliani’. Ma forse possedeva uno scarso spirito di sacrificio, un estro eccezionale ma un fisico modesto.


Il ritorno di Abbondanza al Napoli

Ma la sua carriera scivolò inesorabilmente nell’anonimato, addirittura terminando a 31 anni in America, al Toronto Blizzard. Troppo poco per un giocatore nel quale Chiappella credeva ciecamente e che fece debuttare a 20 anni in Serie A. Pensate che quando “Sivorino” (chiamato così per il vizio di giocare con i calzettoni abbassati come il genio argentino) esordì col Bologna andò a ‘chiudere’ un quintetto di attacco formato da Claudio Sala, Juliano, Altafini e Barison. Lui, il più piccolino di tutti, aveva il ‘dieci’ sulle spalle e guardò il San Paolo pieno. Col cuore a mille.

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Addio Trebbi. Fu nazionale e campione d’Europa ’63

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GAZZETTA DELLO SPORT – “Mario Trebbi è stato campione d’Italia e campione d’Europa con il Milan a Wembley. È’ stato sempre impeccabile, serio e professionale, in tanti anni di maglia rossonera dal 1957 al 1966”. Il Milan ha voluto ricordare così Mario Trebbi, nato a Sesto San Giovanni, leggenda rossonera morta ieri a 78 anni. Magari poco conosciuto al grande pubblico del 2018, Trebbi è stato un difensore importante. Quel giorno di maggio 1963, contro il Benfica nella finale di Coppa dei Campioni, giocò con il numero 3 contro Eusebio. Era cresciuto nel Milan, per cui giocò (e vinse) nella categoria Ragazzi assieme a Trapattoni. In rossonero passò tutta la prima parte della carriera, dal 1958 al 1966: in totale 167 partite ufficiali e 1 gol. In rossonero vinse due scudetti, poi passò al Torino, con cui festeggiò una Coppa Italia, e al Monza.

ITALIA E PANCHINA

Trebbi giocò anche due partite in Nazionale, contro Irlanda del Nord e Austria. A Roma 1960 fu scelto per l’Olimpica, con cui sfiorò una medaglia: l’Italia perse la semifinale con la Jugoslavia e la finale per il terzo posto con l’Ungheria. A fine carriera diventò allenatore, prima con la Civitanovese che ieri lo ha ricordato, poi tra le altre con Alessandria e Siracusa

(Gazzetta dello Sport, 15 Agosto 2018)

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