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La Penna degli Altri

8 APRILE 1955 – Nasce Agostino Di Bartolomei

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – L’8 Aprile del 1955 nasce a Roma Agostino Di Bartolomei, autentica icona di un calcio “vecchie maniere”. Indimenticato ed indimenticabile Capitano, un predestinato nel ricoprire il ruolo a cui tutti chiedono quel qualcosa in più. A chi porta la “fascia” si chiede di essere l’allenatore in campo, si chiede il rispetto massimo per la maglia e per i tifosi, si chiede di dare l’esempio con sacrificio e abnegazione per la causa. Ai Capitani giallorossi si richiedono “Petti d’acciaio, astuzia e core”.

Ago, romano de Roma, ha tutte queste doti unite a lealtà e sportività che ne fanno un calciatore molto diverso dallo stereotipo classico: riservato, silenzioso, colto, mai banale in ogni intervista, rispettoso di tutto e tutti. Anche di fronte a decisioni arbitrali discutibili (in alcuni casi è davvero un eufemismo..), le sue mani sono sempre dietro la schiena mentre si rivolge al Direttore di Gara di turno.

Dotato di una tecnica di base superiore, di una visione di gioco fuori dal comune, di un lancio con il “contagiri” e di un tiro di rara forza e precisione. Tale forza trova la massima espressione nei calci di punizione e nei rigori tirati praticamente da fermo. Alla proverbiale lentezza  oppone una capacità di leggere il gioco in anticipo. Mai una giocata appariscente a scapito di un passaggio semplice ma efficace, pensando sempre al bene della squadra, al compagno meglio piazzato: quando si dice che “si gioca al calcio così come si è nella vita”.

Dall’oratorio del San Filippo Neri alla Garbatella sino alle giovanili della Roma il passo è breve, ma prima rifiuta una proposta del Milan che, a solo tredici anni, vuole portarlo sotto “la Madunina”. Dalla prima pagina del Corriere dello Sport del 30 Luglio 1969, quando Agostino ha 14 anni: “Potenziato il vivaio giallorosso – Tra questi nomi il futuro Landini (…) .nella lunga fila degli acquisti alcuni meritano senza dubbio una citazione. Primo fra tutti Agostino Di Bartolomei (1955), mediano proveniente dal n.a.g.c. omi. Un ragazzo che è già più di una promessa. Mediano moderno, tecnicamente perfetto, è dotato di una grande intelligenza. Di lui, ha detto Herrera si sentirà ben presto parlare”. Il tutto con una foto in primo piano del predestinato Agostino.

Con la Primavera è Campione d’Italia per ben due volte nel 1972/73 e 1973/74; lui ne è il Capitano, con lui in squadra giocatori del calibro di Bruno Conti, Rocca, Sandreani, Peccenini e Stefano Pellegrini.

Il 22 Aprile del 1973 l’esordio in Serie A. Gioca al posto di “Ciccio” Cordova in Inter – Roma (0-0). Il 7 Ottobre dello stesso anno, contro il Bologna in casa nella prima giornata di campionato, regala la vittoria alla Roma e sigla il suo primo gol nella massima serie: “(..) scambio Morini-Domenghini sulla destra, improvviso traversone al centro ove Di Bartolomei irrompe e segna con un bel tiro al volo”(l’Unità dell’8 Ottobre 1973).

Nella stagione 1975/76 viene spedito a “farsi le ossa” a Vicenza in Serie B, 33 presenze e 4 gol. L’anno successivo il ritorno alla base e sino alla stagione 1983/84 non si muove da Roma. Nella stagione 77/78 realizza 10 reti, ed è la sua stagione più fruttuosa come marcatore: suoi i gol nelle ultime due partite di campionato che regalano la salvezza nell’1-1 con la Juventus in casa e la vittoria di misura con l’Atalanta a Bergamo.

In quegli anni la Roma viaggia a centro classifica, quando appunto non è invischiata nelle acque torbide della zona retrocessione. Ma la Roma sta crescendo e Agostino è sempre più leader. Il 17 Dicembre del ’78 segna il gol vittoria contro la Juventus Campione d’Italia e a chi gli chiede se ha segnato un gol importante risponde alla sua maniera: “Per la Roma è importante”!

Il 13 Aprile del ’79 entra, se mai ce ne fosse bisogno, definitivamente nel cuore dei tifosi: all’Olimpico arriva la Fiorentina e, in uno scontro aereo, si infortuna alla testa e gli applicano ben quattro punti di sutura oltre ad una vistosa fasciatura che non gli impedisce di macchiare di sangue la sua maglia. Lui stringe i denti, combatte e realizza anche un gol.

Il 13 gennaio 1980 la Roma si reca a San Siro per affrontare il Milan, e Agostino “sfoggia” la fascia al braccio per la prima volta. È il leader, ora è anche il Capitano! Ancora una volta il Milan sulla sua strada.

Oooh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino gol!” è il canto che accompagna ogni sua punizione.

Lui è il trascinatore di quella Roma che si appresta ad entrare negli anni ’80 da assoluta protagonista. Arrivano le due Coppe Italia del 79/80 e dell’80/81 (finite ai calci di rigore che proprio lui fallirà in entrambe le occasioni), e arrivano i duelli con la Juventus. Dopo un secondo posto nell’80/81 e un terzo nell’81/82 la Roma e Agostino sono pronti ad “arrivare in porto con il vessillo”.

Il Barone Liedholm decide di cambiare posizione al capitano, e lo schiera libero, facendo le fortune di Ago e della Roma.

Il 1° Maggio 1983 arriva l’Avellino all’Olimpico e mancano tre giornate alla fine. Dopo il gol di Falcao nel primo tempo, al 66 minuto Agostino si esibisce con il pezzo forte del suo repertorio, il tiro da fuori: è 2 a 0! Il “vessillo” prende una direzione definitiva, e il Capitano se ne accorge tanto da esultare in un modo in cui forse non ha mai fatto: corre con lo sguardo e le braccia al cielo, un urlo di gioia profondo, poi si lascia cadere in ginocchio con l’accorrente Ancelotti che lo abbraccia. Agostino quasi si coccola in quell’abbraccio. Un abbraccio che portiamo tutti nelle nostre menti, ……nei nostri Cuori. In quell’abbraccio ci sono le storie personali di due uomini: infortuni e rinascita da una parte, l’essere romano e capitano di una squadra prigioniera di un sogno dall’altra. Ma c’è l’essenza di tutta la Roma Giallorossa che urla di rabbia per i torti subiti nelle stagioni precedenti, per gli errori comunque compiuti e per quell’attesa lunga 41 anni che ormai sembra finita.

La rappresentazione con un disegno di quell’abbraccio ispirerà nei prossimi giorni il concorso per il logo del prossimo torneo giovanile a Trigoria dedicato proprio a Di Bartolomei.

Come dimenticare poi il viso serio ma orgoglioso durante il giro di campo con il tricolore conquistato. Lui al centro che guida il gruppo, indicando i tifosi con la mano e dicendo “è vostro”, sempre serio, sempre fiero.

L’anno successivo guida la più bella cavalcata della Roma in Europa. In semifinale contro il Dundee si prende la responsabilità di battere il rigore decisivo che consentirà di staccare il pass per la finale con il Liverpool. Si… la finale con il Liverpool, quel maledetto 30 Maggio del 1984. Questa data contraddistingue la più grossa delusione di ogni tifoso giallorosso, e sarà così pure per Agostino. Forse per lui qualcosa di più. Quella sera, la responsabilità di calciare il rigore lui ovviamente se la prende e lo realizza.

Ma non basterà!!! Quella sconfitta gli brucia, forse perché qualcuno non se l’è sentita di batterlo. Seguiranno settimane in cui decide di dire addio alla Roma, alla sua Roma.

Il 26 Giugno 1984, da grande Capitano trascina per l’ultima volta la Roma alla conquista della Coppa Italia contro il Verona. Lo striscione a lui dedicato è commovente: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva, Grazie Agostino”.

Dopo 11 anni con la maglia capitolina colleziona 308 presenze e 67 gol nelle varie competizioni disputate. L’anno successivo va al Milan insieme al Barone Liedholm e, alla prima da avversario, colpisce con la classica “Legge dell’ex”, esultando verso i suoi nuovi tifosi. Nella gara di ritorno all’Olimpico vinta ancora dal Milan (0-1) sarà protagonista con Ciccio Graziani di una mini rissa. Forse troppo nervosismo, forse troppo Amore.

Indossa la maglia rossonera per tre stagioni, poi un anno a Cesena dove conquista la salvezza e poi chiude la carriera con la Salernitana portandola sino alla Serie B. A Salerno, a Castellabate per la precisione, decide di fermarsi a vivere e insegnare calcio ai bambini cercando di trasmettere loro la sua visione del calcio. Una visione molto chiara come si può evincere dal suo “Manuale del calcio” pubblicato postumo, in cui nelle prime pagine si può trovare il Decalogo, dieci piccoli/grandi consigli per chi approccia questo gioco, tra cui l’ultimo: ricordati che il calcio è semplicità.

La sua vita ha un epilogo drammatico, tragico. Il 30 Maggio del 1994, a distanza di dieci anni esatti da quella maledetta finale persa con il Liverpool, Agostino si toglie la vita.

Antonello Venditti gli ha dedicato la canzone Tradimento e perdono. Un libro L’ultima partita di Bianconi  e Salerno ripercorre la sua storia. Un documentario 11 Metri di Del Grosso ci parla ancora della vita di Ago, così come la rappresentazione teatrale Giallorosso per sempre. Il Campo A di Trigoria, dove usualmente gioca la Primavera, è a lui intitolato. A lui sono dedicate due strade, una a Salerno vicino lo stadio Arechi e una a Roma zona Tuscolana.

Le sue gesta sportive, e non solo, hanno vissuto in simbiosi con gli anni più belli della storia Romanista, e nella coreografia dell’ultimo derby appartiene a tutte le categorie citate: “capitani”, “figli di Roma” e “bandiere”. Entra di diritto nella Hall of Fame ufficiale della Roma a partire dalle prime votazioni.

Il suo estremo gesto ci ha allontanato da lui fisicamente, ma Agostino vive nei cuori e nei ricordi di tutti i tifosi della Roma.

Oh Capitano mio Capitano!

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14 novembre 1934, la battaglia di Highbury

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Si gioca a Londra l’amichevole di calcio Italia-Inghilterra, passata alla storia come la “battaglia di Highbury”.

I Maestri inglesi contro i Campioni del Mondo. Pozzo fiuta l’inganno e vorrebbe declinare un invito stuzzicante perchél’intenzione dell’Inghilterra è quella di sconfiggere gli azzurri per privarli idealmente del titolo di Campioni del Mondo. Ma la sfida solletica molto l’ambiente politico. Mussolini in persona si dichiara favorevole alla sfida: bisogna andare a Londra. Batterli o comunque non perdere, e Pozzo non può dire di no.

Le premesse della sfida anticipano l’acre battaglia che si svilupperà sul campo. Gli inglesi preparano tutto per benino e annunciano a sorpresa che l’incontro verrà disputato non a Wembley, stadio maestoso e imperiale, certamente sede degnissima per accogliere l’Italia Campione del Mondo, ma in quella autentica trappola di fango che è il campo dell’Arsenal. E ovviamente viene scelto il mese di novembre, nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili, per mettere gli azzurri in difficoltà estreme.

L’Italia scende in campo senza troppi tremorisebbene dopo pochi minuti accada l’imponderabile: il maestoso centromediano Luisito Monti, che detta i tempi della difesa, s’infortuna e i padroni di casa vanno in rete tre volte, al 3′ e al 10′ con Brook, al 12′ con Drake.

Tuttavia nella ripresa l’Italia si trasforma: Meazza segna una doppietta sfiorando ripetutamente, con Guaita e Ferrari, il gol del clamoroso pareggio. Gli oltre 61 mila spettatori di Highbury applaudono i 22 eroi in campo, senza distinzioni di maglia. L’Italia del calcio ha guadagnato il rispetto di tutto il pubblico britannico. I leoni di Highbury escono dalla cronaca di una partita infernale e entrano direttamente nella leggenda del calcio mondiale. Gli inglesi vincono la sfida, ma l’Italia si dimostra una squadra vera.

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Antonio Marcolini, bomber nella storia del Savona ma non solo

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SAVONANEWS.IT (Roberto Vassallo) – L’ex attaccante scomparso nella notte verrà ricordato come uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria degli appassionati: la Serie B con il Bari e i successi con gli Striscioni e la Cairese le pagine più belle di una lunga carriera.

Un triste risveglio ha scosso stamane il mondo del calcio savonese. La notizia della scomparsa di Antonio Marcolini si è infatti rapidamente diffusa in tutta la nostra provincia, lasciando esterrefatti appassionati e addetti ai lavori del “pallone” locale. Il perché è facilmente comprensibile: l’ex attaccante del Savona è uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia degli Striscioni, ma non solo.

Nato a Verona il 24 ottobre del 1950, Marcolini ha esordito nel calcio dei grandi con la maglia biancoblu collezionando qualche presenza in prima squadra tra il 1967 e il 1969. Dopo una stagione al Rapallo, l’affermazione all’ombra della Torretta (in Serie C) che gli vale la chiamata del Bari in Serie B: due stagioni nella serie cadetta con i pugliesi, dopodiché ancora tanta terza serie con un lungo peregrinare fra Grosseto, Alessandria, Pro Vasto e Triestina prima del ritorno al “Bacigalupo” nella stagione 1978-’79, la prima della Serie C2.

Un’annata particolare per gli striscioni, iniziata in piena crisi societaria e raddrizzata con l’avvento di Michele Viano alla presidenza e di Valentino Persenda in panchina: punti fermi di quella rifondazione biancoblu furono l’ex milanista Pierino Prati e proprio Marcolini, capaci di condurre la squadra ad una salvezza da brividi ottenuta solamente all’ultima giornata con il 2-0 rifilato in trasferta al Derthona.

Un’altra salvezza (questa volta più comoda) in Serie C2 nella stagione successiva è invece il preludio al passaggio tra i dilettanti, alla Cairese. Tre stagioni in gialloblu ricche di soddisfazioni: la vittoria del campionato di Prima Categoria ’80-’81 (con l’invidiabile score di 29 presenze e 34 reti) e della Promozione ’81-’82, a cui si aggiunge una stagione di alto livello in Serie D.

Infine Albenga, Varazze (in versione allenatore giocatore) e Carcarese seguite dall’esperienza come tecnico alla guida del Quiliano. Poi spazio al figlio Michele, ex calciatore professionista (in serie A con Bari, Atalanta e Chievo Verona) e oggi allenatore (l’ultima esperienza nella passata stagione alla guida dell’Alessandria con cui ha vinto la Coppa Italia di Serie C).

Questa notte il tragico epilogo di una vita vissuta sui campi di calcio, laddove ha saputo lasciare un ricordo che sempre vivrà nella memoria dei tanti che hanno corso al suo fianco o che semplicemente lo hanno visto giocare.

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Correva l’anno 1930: Stabile arrivava al Genoa

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GENOACFC.IT – Lo chiamavano ‘El Filtrador’ per l’abilità a incunearsi tra i difensori. Usava la fantasia come ago per pungere gli avversari. Le cronache raccontano che quando Guillermo Stabile sbarcò a Ponte dei Mille ci fossero migliaia di tifosi genoani in festa ad attendere il centravanti della nazionale argentina. Il primo capo-cannoniere nella storia dei Campionati del Mondo (8 gol in 4 partite in Uruguay). Era il 14 novembre del 1930. Il presidente di allora, Guido Sanguineti, lo aveva raggiunto a Barcellona, durante il viaggio di nozze, per scortarlo sino a Genova via nave. Due giorni dopo al Ferraris si giocava una partita con il Bologna. ‘El Filtrador’ si presentò con una tripletta. Così. Tanto per gradire. Il primo passo verso l’ingresso nella Hall of Fame del club di calcio più antico in Italia.

Finte e proprietà di palleggio, dribbling e numeri d’autore. Una visione di gioco sopraffina che gli permetteva di vedere oltre i confini altrui. Solo i ripetuti infortuni, tra gambe spezzate e lesioni al ginocchio, frenarono parzialmente la parabola di Guillermo con i colori rossoblù. Una storia che esce dagli anni Trenta perpetuandosi sino ai nostri giorni. I capelli impomatati, lo sguardo fiero. Una famiglia di dieci fratelli di origine italiana. Era nato a Buenos Aires. La città della “Boca” e delle casette che ricordavano la Liguria. Al Genoa iniziò la carriera di allenatore come vice durante il mandato di un altro fuori-concorso come Luigin Burlando. Ancora oggi è l’allenatore che ha vinto il maggior numero di volte (6) la Coppa America. Vanta una serie di conquiste. E oltre un centinaio di panchine con la nazionale argentina.

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