Connect with us

La Penna degli Altri

17 giugno 1981 – La Roma vince la sua quarta Coppa Italia

Published on

LAROMA24.IT (Federico Baranello) – La stagione 1980/81 è tra le più importanti nella storia della Roma. È una stagione in cui il club giallorosso esce definitivamente dall’essere considerato la “Rometta” e rivendica con forza un posto tra le “grandi”: è pronto a contrapporsi agli squadroni del nord. L’era Viola è già iniziata e in  questa sessione di mercato arriva un giocatore che apporta il cambio di mentalità necessario e tanto auspicato: Paulo Roberto Falcao.

Il campionato la vede autentica protagonista e solo il mai troppo digerito episodio passato alla storia come “Er go de Turone”, che segna in maniera incontrovertibile la nascita dell’antagonismo  e rivalità tra la Juventus e la Roma, la priva della gioia più grande.  La Coppa Italia è quindi un trofeo importante per ribadire le ambizioni capitoline nell’ambito del  calcio che conta. L’avventura in questa manifestazione inizia direttamente dai Quarti di Finale essendo la squadra giallorossa detentrice del titolo. Nel duplice scontro con la Fiorentina la Roma ha la meglio andando a cogliere dapprima la vittoria a Firenze per 1-0 con gol di Di Chiara all’86’ e poi impattando per 0-0 tra le mura domestiche.

Approda quindi in semifinale dove incontra la  Juventus e il primo incontro si svolge a Torino dopo solo diciotto giorni dall’episodio contestatissimo del gol annullato a Turone. Qui la Roma s’impone per uno a zero, regolando in qualche modo quanto successo in campionato, con rete di Ancelotti. Il successivo pareggio in casa per 1-1, con rete di Di Bartolomei su rigore, spiana l’accesso alla finale.

Come l’anno precedente l’altra finalista è il Torino. Questa volta però l’andata si gioca in casa. La  Roma passa in vantaggio ancora con Ancelotti e poi, complice un calo nella ripresa e uno sfortunato autogol di Santarini, regala il pareggio ai granata. Il 17 giugno quindi, allo Stadio Comunale di Torino, crocevia in questa stagione delle sorti  giallorosse, si disputa l’ultimo atto della contesa.

La Roma scende in campo in maglia bianca, la Playground a “V”. Coccarda tricolore dalla parte del  cuore e lupetto di “Gratton” sulla manica destra. La Roma controlla abbastanza agevolmente il gioco ma, come spesso succede, incassa nel suo  momento migliore il gol di Cuttone. L’ago della bilancia ora pende verso il Torino. Il sogno granata  resta in vita sino al 17’ minuto quando l’arbitro Michelotti di Parma concede la massima punizione per un fallo di Zaccarelli su Scarnecchia: “Di Bartolomei con una staffilata potente e precisa, non  ha sprecato la grossa occasione che ha bucato Terraneo” (Cit. L’Unità, 18 giugno 1981).

Finiscono i regolari novanta minuti e si rendono necessari i tempi supplementari e poi ancora la classica lotteria dei calci di rigore. Parte Ancelotti con una gran bordata e la palla gonfia la rete. Poi Tancredi neutralizza il tiro di  Pecci. Nella seconda serie Conti insacca di gran precisione mentre Tancredi intuisce ma non riesce ad impattare la palla sul tiro di Sclosa. Nella serie successiva sia Santarini sia Bertoneri riescono a  realizzare. Siamo quindi sul 3-2 quando Di Bartolomei fallisce il tiro dagli undici metri regalando a Graziani la possibilità di pareggiare.

Ma in porta c’è Tancredi! Parte il tiro e il portiere giallorosso si butta sulla destra riuscendo a deviare il pallone. Ora è “Sua Immensità” Falcao ad avere la palla che può regalare la coccarda tricolore alla Roma. Il “Divino” si avvicina verso la porta, passo deciso e testa alta. Sistema il pallone più volte finché non ritiene che sia nel punto giusto. Poi compie dieci passi indietro…lenti, eleganti. Movenze aristocratiche. La rincorsa, il tiro, la rete che si gonfia. Il popolo giallorosso è in festa. Roma si riversa in strada per tutta la notte. È iniziata la consapevolezza di un  popolo.

La Penna degli Altri

Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

Published on

GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

Continue Reading

La Penna degli Altri

Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

Published on

MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Roma, quel gol di Mihajlovic che appartiene alla storia

Published on

ILMESSAGGERO.IT (Mimmo Ferretti) – Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna che domani sera sarà di scena all’Olimpico contro la Roma, vanta un passato giallorosso che risale all’inizio degli Anni Novanta. Voluto a tutti i costi da Vujadin Boskov, il serbo arrivò nella Capitale nell’estate nel 1992 proveniente dalla Stella Rossa di Belgrado al termine di una trattativa che, per strascichi giudiziari legati al pagamento del cartellino del giocatore, si è protratta ben oltre il giorno del suo addio, nel 1994, per andare alla Sampdoria. Con la maglia della Roma, Mihajlovic ha disputato 69 partite, realizzando 7 reti. E una di queste vale la pena ricordarla perché, ancora oggi, regala al serbo un primato nella storia giallorossa.

Si tratta della rete che Sinisa realizzò in Coppa Italia il 26 agosto del 1992 contro il Taranto allo stadio Olimpico. Vittoria degli uomini di Boskov per 4-1, e Mihajlovic, all’esordio in una gara ufficiale con la maglia della Roma, su calcio di punizione firmò il vantaggio dopo appena 4 minuti di gioco. Ebbene, quel gol è il più veloce in assoluto segnato da un esordiente romanista.

Qualche anno fa, esattamente il 23 ottobre del 2011, l’esordiente Erik Lamela ha segnato il gol più veloce in campionato, dopo 7 minuti di Roma-Palermo 1-0, ma in assoluto la rete al Taranto dell’esordiente Mihajlovic resta sul gradino più alto del podio.

Nella storia della Roma vanno ricordati molti altri esordienti subito in gol. Come, ad esempio, Roberto Pruzzo, 27 agosto 1978 (Roma-Ascoli 2-1, Coppa Italia), il compianto Pedro Manfredini, 6 settembre 1959 (Roma-Cagliari 4-0, Coppa Italia) e, più recentemente, Stephan El Shaarawy, 30 gennaio 2016 (Roma-Frosinone 3-1, Serie A).
Da segnalare che il giovane Filippo Scardina, oggi al Fano, ha segnato dopo 8 minuti dal suo esordio in Europa League, 16 dicembre 2009 (Cska Sofia-Roma 0-3). Un gol indimenticabile, non solo per lui.

Ecco i 56 giocatori della Roma che hanno segnato all’esordio ufficiale

25/09/1927 – Luigi Ziroli – Divisione Nazionale, 1ª gior. di andata: Roma-Livorno 2-0

25/09/1927 – Cesare Augusto Fasanelli – Div. Naz, 1ª gior di andata: Roma-Livorno 2-0

15/07/1928 – Bruno Ricci – Coppa CONI, 12ª gior. del gir. elim.: Roma-Pro Patria 5-1

30/09/1928 – Fulvio Bernardini – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

30/09/1928 – Rodolfo Volk – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

13/10/1929 – Luigi Ossoinach – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Cremonese 9-0

18/09/1932 – Elvio Banchero – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

08/10/1933 – Ernesto Tomasi – Serie A, 5ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

16/06/1935 – Renato Cattaneo – Coppa dell’Europa Cen, and. ott: Roma-Ferencvaros 3-1

29/09/1935 – Otello Subinaghi – Serie A, 2ª giornata di andata: Genoa-Roma 2-1

09/02/1936 – Dante Di Benedetti – Serie A, 3ª giornata di ritorno: Napoli-Roma 1-2

03/01/1937 – Gastone Prendato – Serie A, 14ª giornata di andata: Roma-Lucchese 3-0

12/09/1937 – Danilo Michelini –  Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Fiorentina 4-0

25/09/1938 – Luciano Alghisi – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Milan 1-0

17/09/1939 – Miguel Angel Pantò – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

17/09/1939 – Antonio Campilongo – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

27/10/1940 – Omero Carmellini – Serie A, 4ª giornata di andata: Roma-Venezia 5-2

19/09/1948 – Mario Tontodonati – Serie A, 1ª giornata di andata: Bologna-Roma 1-2

11/09/1949 – Giancarlo Bacci – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

11/09/1949 – Adriano Zecca – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

10/09/1950 – Luigi Ganassi – Serie A, 1ª giornata andata: Bologna-Roma 3-1

09/09/1951 – Carlo Galli – Serie B, 1ª giornata di andata Roma-Fanfulla 2-1

14/09/1952 – Helge Bronée – Serie A, 1ª giornata di andata: Triestina-Roma 2-3

13/09/1953 – Alcides Ghiggia – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Genoa 4-0

29/06/1954 – Istvan Nyers – Mitropa Cup, andata ottavi: Vojvodina-Roma 4-1

18/09/1955 – Dino Da Costa – Serie A, 1ª gior. di andata: Roma-Lane Rossi Vicenza 4-1

30/10/1955 – Adelmo Prenna – Serie A, 7ª giornata di andata: Roma-Juventus 1-1

16/09/1956 – Gunnar Nordahl – Serie A, 1ª giornata di andata: Genoa-Roma 1-1

06/09/1959 – Pedro Manfredini – Coppa Italia, primo turno: Roma-Cagliari 4-0

18/09/1960 – Francisco Ramon Lojacono – Coppa Italia, Sedicesimi: Napoli-Roma 1-2

01/11/1960 – Giampaolo Menichelli – Coppa delle Fiere, ottavi ritorno.: Roma-Union St.Gilloise 4-1

03/10/1962 – Cataldo Di Virgilio – Coppa Italia, sedicesimi: Roma-Catanzaro 3-1

04/11/1962 – John Charles – Serie A, 9ª giornata di andata: Roma-Bologna 3-1

24/09/1967 – Giuliano Taccola – Serie A, 1ª giornata di andata: Inter-Roma 1-1

06/09/1970 – Roberto Vieri – Coppa Italia, 2° turno girone eliminatorio: Roma-Lazio 2-0

11/09/1977 – Guido Ugolotti – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Torino 2-1

27/08/1978 – Roberto Pruzzo – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Roma-Ascoli 2-1

18/08/1982 – Maurizio Iorio – Coppa Italia, 1° turno girone eliminatorio: Spal-Roma 0-1

14/04/1983 – Paolo Baldieri – Coppa Italia, ritorno Ottavi di finale: Roma-Avellino 5-3

21/08/1983 – Francesco Vincenzi – Coppa Italia, 1° turno gir. eliminaz: Rimini-Roma 1-3

25/08/1985 – Zbigniew Boniek – C. Italia, 2° turno gir eliminatorio: Roma-Catanzaro 4-1

21/08/1988 – Renato Portaluppi – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Prato-Roma 1-3

26/08/1992 – Sinisa Mihajlovic – C. Italia, and. 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

26/08/1992 – Silvano Benedetti – C. Italia, and 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

27/08/1995 – Marco Branca – Serie A, 1ª giornata andata: Sampdoria-Roma 1-1

09/09/1998 – Gustavo Bartelt – Coppa Italia, sedicesimi andata Chievo Verona-Roma 2-2

14/09/2000 – Walter Samuel – Coppa Uefa, andata 1° turno: Nova Gorica-Roma 1-4

28/09/2000 – Gabriel Omar Batistuta – Coppa Uefa, ritorno 1° turno Roma-Nova Gorica 7-0

14/09/2003 – Christian Chivu – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

14/09/2003 – John Carew – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

28/08/2005 – Shabani Nonda – Serie A, 1ª giornata di andata: Reggina-Roma 0-3

16/12/2009 – Filippo Maria Scardina – Europa League, prima fase: Cska Sofia-Roma 0-3

23/10/2011 – Eric Lamela – Serie A, 8ª giornata di andata: Roma-Palermo 1-0

26/08/2012 – Nico Lopez – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Catania 2-2

01/09/2013 – Adem Ljajic – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Hellas Verona 3-0

30/01/2016 – Stephan El Shaarawy – Serie A, 3ª gior. di ritorno: Roma-Frosinone 3-1

Vai all’articolo originale

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: