Connect with us

La Penna degli Altri

15 SETTEMBRE 1971 – 45 anni fa usciva il primo numero di ‘Giallorossi’

Published on

LAROMA24.IT (Federico Baranello) – Il 15 settembre del 1971 gli appassionati tifosi della Roma trovano in edicola il primo numero di “Giallorossi” al costo di 300 lire.

Ha inizio quindi una fantastica avventura, che dura quasi quindici anni, raccontata rigorosamente in bianco e nero. Un viaggio che inizia con Herrera nella copertina del primo numero e arriva sino a Cerezo nell’ultima rivista, la numero 150, pubblicata nell’Aprile del 1986. In realtà i numeri totali sono 157 perché i primi 7 numeri non vengono, inspiegabilmente, computati nella normale progressione delle pubblicazioni. Nel 1973, a tal proposito, si avvisano i lettori di un errore nella numerazione e si pone rimedio partendo però dal primo numero del 1972. Davvero un bel mistero.

Non è il primo tentativo della specie anzi, nel settembre del 1970 inizia la pubblicazione del quindicinale “Roma Sport” diretto da Remo Gherardi, ma la sua cadenza è oltremodo “ballerina” e nel giugno del 1971 cessa le sue pubblicazioni. Dalle ceneri di questo progetto nasce “Giallorossi”. Gherardi, diventato nel frattempo il direttore della nuova rivista, spiega che il problema alla base del fallimento di “Roma Sport” è stato la mancanza di un editore. E questa spiegazione la fornisce proprio dalle pagine del terzo numero di Giallorossi, in risposta ad alcuni tifosi che si firmano “Imbestialiti” per la cessazione del periodico precedente.

Gherardi infatti incontra l’editore Pietro Fiorani che crede fortemente nell’iniziativa inaugurando quindi una nuova testata con la stessa redazione e i giornalisti precedenti.

In un’epoca in cui l’offerta di calcio non è neanche lontanamente paragonabile a quella attuale, le immagini, e quindi le foto, diventano uno strumento importante e necessario per “fermare” il tempo per sempre e trasmettere, ancor più delle parole, situazioni e fatti. Il responsabile di tutti i fotoservizi della rivista è Roberto Tedeschi, punto di riferimento per la fotografia a Roma, e non solo. Nella sua splendida carriera collabora con i principali quotidiani e rotocalchi italiani tra i quali il “Corriere dello Sport”, il “Messaggero”, il “Tempo”, la “Gazzetta dello Sport”, il “Guerin Sportivo”, ma anche con l’ANSA seguendo tutti gli avvenimenti sportivi della capitale. Da sempre, possiamo dire, racconta con le immagini la storia del sodalizio giallorosso. E proprio lui ci narra gli inizi di questa rivista e come nasce la prima copertina, quella con Herrera: “La Roma nell’Agosto del 1971 è in ritiro a Spoleto, e dobbiamo preparare appunto il primo numero. Il primo giorno di ritiro è, come di consueto, quello dedicato alle foto. Si passano in rassegna tutti i componenti della rosa, in una sorta di catena di montaggio, per fare le singole fotografie. Questi scatti erano davvero importanti perché poi avrebbero costituito anche le copertine e i poster allegati ai primi numeri. Quando arrivai davanti ad Herrera lo chiamai dandogli del lei – Signor Herrera…Signor Herrera – per attirare l’attenzione e lui mi chiese – Come mi devo mettere? – e mentre me lo chiedeva aveva due palloni in mano, poggiati sui fianchi. Avevo il timore che la foto potesse risultare troppo larga rispetto alla copertina della rivista e allora gli dissi – Ne prenda uno solo, prenda un solo pallone – e scattai la foto. Il tutto con la mia Rolleiflex”.

Roberto ci racconta ancora gli inizi della rivista: “C’era un’atmosfera particolare, c’era molto interesse per il lancio di “Giallorossi” e anche per me che avevo ventiquattro anni era un incarico importante. C’è stato un grande legame con la famiglia Fiorani, in particolare con Pietro. Ricordo i festeggiamenti per il raggiungimento delle 10.000 copie vendute nel ristorante le “Fantasie di Trastevere” con tutte le famiglie, che momenti…!”.

In effetti la rivista ha un grande successo ed arriva alle 70.000 copie nel Dicembre del 1979. E non può essere diversamente visto le “firme” che negli anni si sono succedute. Si possono annoverare oltre ai Direttori Gherardi e Tramontano anche nomi blasonati come Campanella, Cerboni, Ferrajolo, Ferretti, Luzzi, Maida, Maltese, Martino, Melidoni, Melli, Mura, Sasso, Torromeo, Trani, Volpi e tanti, tantissimi altri.

Roberto si lascia andare ad una nostalgia profonda per un mondo del calcio che non c’è più: “Come era diverso all’epoca, i giocatori si potevano avvicinare, ci si poteva parlare, tutto molto più spontaneo, più umano. Durante i ritiri si socializzava con i calciatori, la sera ci si fermava insieme si giocava a carte, era un mondo diverso. Ricordo quando andai alla Balduina e citofonai a Falcao, lui scese e andammo in giro per Roma con la mia macchina, una Fiat 127. O anche quella volta che andai con Di Bartolomei nella sua Mercedes. Che ricordi! La stessa arte del fotografare era diversa, non avevi uno strumento come oggi che può fotografare in sequenza, durante la partita o riuscivi a prendere il tiro o il gol e questo rendeva la cosa ancor più poetica”.

Quando la Roma viene rilevata dall’Ing. Dino Viola l’editore Fiorani incontra il Presidente per proporgli la possibilità di farlo diventare un periodico ufficiale della Roma stessa. Viola però ha altri progetti che sfociano nella nascita della rivista “La Roma” nel 1983. Comincia un’ovvia concorrenza e un periodo di difficoltà per “Giallorossi”.

Roberto continua il suo racconto e ci svela anche le motivazioni che sono alla base dell’interruzione della collaborazione con la rivista avvenuta nel 1985: “Erano cambiate molte cose nel frattempo da quando avevo iniziato ragazzo l’avventura con Giallorossi, non si respirava più la stessa aria. Poi un episodio su tutti incise in maniera determinante: la finale persa con il Liverpool. Tutto l’ambiente subì un contraccolpo psicologico: squadra, società, addetti ai lavori. Dall’esaltazione massima alla tristezza più infinita. Avevo perso la voglia. Ricordo che avevo il Pass per seguire la Roma a Monaco contro il Bayern nel Marzo ’85, nonostante ciò non andai, qualcosa si era rotto. Continuai, sforzandomi, ancora un po’ ma dopo poco abbandonai definitivamente Giallorossi”.

Un anno dopo, nell’aprile del 1986 la rivista esce per l’ultima volta. Per Pietro Fiorani è una delusione immensa che lo farà soffrire molto.

Si spengono quindi le luci su una rivista storica le cui foto ci hanno accompagnato in una parte del viaggio chiamato “Roma”. I poster allegati alla rivista ci hanno fatto compagnia occupando le pareti e gli armadi delle nostre camerette facendoci sognare. Quante partite abbiamo fantasticato, giocato e vinto di fronte ai nostri idoli che ci guardavano dalle pareti.

Roberto riprende la sua borsa con la macchina fotografica, ci salutiamo, ci stringiamo la mano.  Sento che vuole ancora dire qualcosa, ma non faccio in tempo a fargli nessuna altra domanda che lui esclama: “Giallorossi per me è stato un Amore infinito”, parola di Roberto Tedeschi.

La Penna degli Altri

La fulminante carriera di Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht

Published on

ESQUIRE.COM – Marco Van Basten, nome italianissimo innestato su un cognome da tulipani arancioni. Uno dei più grandi campioni di sempre, uno dei più grandi rimpianti sul campo per colpa di un talento tanto impressionante quanto minato dalla fragilità fisica, che ne ha interrotto la carriera davvero troppo presto. Una fiammata immensa, Marco Van Basten “il Cigno di Utrecht”, e mai un soprannome avrebbe saputo descrivere più chiaramente l’eleganza potentissima di uno sportivo. Un centravanti spettacolare con caviglie di cristallo fragilissimo. Marco Van Basten ha fatto la storia del Milan grazie a gol memorabili, vincendo tutto con la squadra rossonera ma anche alzando il trofeo di Campione d’Europa con la nazionale olandese nel 1988. Tutto velocissimo: la storia di una carriera finita troppo presto.

Marco Van Basten nasce il 31 ottobre 1964 nella città di Utrecht, in Olanda. Fin da piccolo si appassiona al calcio: a 7 anni giocava in una squadra locale di Utrecht chiamata UVV, che è stata il suo vivaio di crescita e sviluppo. Un rapido passaggio in un altro club della città, l’USV Elinkwijk in cui giocò solo una stagione, e i papaveri dell’Ajax si accorsero di quanto fosse bravo quel ragazzo dalle gambe lunghe in grado di controllare il pallone come pochi altri. All’età di diciassette anni entrò nelle categorie inferiori del club ma il 3 aprile 1982, a 18 anni, Marco Van Basten debuttò in prima squadra contro il NEC Nijmegen, andando a sostituire una leggenda come Johan Cruyff.

Van Basten a Euro 88

Marco Van Basten è stato il capocannoniere della lega olandese per tre anni. I suoi score continui lo hanno portato a guadagnare un posto nella nazionale di calcio dei Paesi Bassi, gli Orange. Nei 10 anni in cui ha vestito la maglia della nazionale, tra il 1983 e il 1993, Marco Van Basten ha segnato 24 gol. Il più importante, e considerato anche uno dei gol più belli della storia (tiro al volo ad incrociare sul secondo palo, da una posizione quasi impossibile), lo segnò contro la allora Unione Sovietica agli Europei 1988. E fu il gol che consegnò alla squadra olandese la vittoria dell’Europeo.

Giocatore dalla classe eccezionale e dotato di senso del gol come pochi altri, Marco Van Basten era il sogno di molti presidenti di club europei. A spuntarla il 5 luglio 1988 fu una squadra italiana, il Milan, guidato dal nuovo presidente Silvio Berlusconi. Si formò così un trio indimenticabile per chiunque abbia seguito il calcio di quegli anni, non solo per i tifosi rossoneri: Marco Van Basten, Ruud Gullit e Frank Rijkaard. Tre giocatori fenomenali (e diversissimi), tutti e tre olandesi. Il palmares di Van Basten nel Milan è stato magistrale: tre campionati italiani (1988, 1992 e 1993), due Coppe dei Campioni (1989 e 1990), due Supercoppe Europeee (1990 e 1991) e due Coppe Intercontinentali (1989 e 1990), per un totale di 147 partite e 90 gol complessivi. Durante la sua carriera in rossonero Marco Van Basten ha vinto anche tre Palloni d’Oro (1988, 1989 e 1992), ed è terzo nella classifica dei più premiati di tutti i tempi dopo Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, al pari con il vecchio collega Johan Cruyff e con Michel Platini.

Marco Van Basten e la caviglia traditrice

La strepitosa carriera del talento incredibile di Marco Van Basten è stata purtroppo ostacolata da problemi fisici. Già nel 1986, dopo un contrasto, fu costretto a operarsi alla caviglia destra in Svizzera. L’anno dopo, da giocatore del Milan di Arrigo Sacchi, si infortunò di nuovo ma alla caviglia sinistra: restò fermo 6 mesi e tornò a giocare direttamente nella partita decisiva contro il Napoli di Maradona, al San Paolo, quando il Milan si laureò campione d’Italia. Nel 1990 fu la volta del menisco, due anni dopo toccò di nuovo alla maledetta caviglia sinistra: Marco Van Basten si operò ancora una volta, ma non fu l’ultima. Lo stop definitivo alla strepitosa carriera del Leonardo da Vinci del calcio, come lo definì Adriano Galliani, arrivò nel 1995, dopo che per due anni Van Basten aveva provato a recuperare dall’ultimo, disperato intervento alla caviglia. A quasi 31 anni, il 17 agosto 1995 Marco Van Basten annunciò il suo ritiro dal calcio.

Marco Van Basten, famiglia

Nella sua infanzia, ha sofferto la separazione dai suoi genitori, oltre a una lunga malattia sofferta da sua madre. Era molto legato al padre Joop van Basten, ex giocatore di DOS e HVC morto nel 2014, considerato vero faro personale da parte del calciatore. La moglie di Marco Van Basten è Liesbeth van Capelleveen, con cui si è sposato il 21 giugno 1993 in un castello alla periferia di Utrecht. Hanno avuto tre figli: Rebecca nata nel 1990, Angela arrivata due anni dopo e l’ultimo, Alexander, nato nel 1997. Attualmente Van Basten vive tra Badhoevedorp, vicino Amsterdam, e Monaco, dove possiede una casa.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Amarcord: dal fallimento all’Europa, l’impresa del Napoli di Lippi

Published on

L’estate del 1993 a Napoli è un trito di ansia e disperazione: i guai giudiziari del presidente Corrado Ferlaino (inquisito nell’inchiesta di Tangentopoli) costringono la società ad un corposo ridimensionamento economico, oltre ad una ristrutturazione societaria con l’ex allenatore campione d’Italia coi partenopei nel 1987, Ottavio Bianchi, capo dell’area tecnica e l’imprenditore salernitano Ellenio Gallo promosso presidente. Nelle casse napoletane mancano i liquidi, non ce ne sono a sufficienza neanche per garantire l’iscrizione al campionato e già da Brescia dove la squadra lombarda è appena retrocessa in serie B dopo lo spareggio di Bologna contro l’Udinese, si inizia a tener d’occhio la situazione del Napoli per un eventuale ripescaggio. Ad inizio anni novanta, poi, ci sono poche agevolazioni e paracaduti per chi fallisce: non esistono situazioni di comodo e ripartenze da categorie attigue a quella di competenza solo per meriti sportivi o blasone, ad inizio anni novanta chi fa crack lo fa grosso e riparte dai dilettanti. A Napoli la paura è tanta, Gallo è un buon dirigente ma si ritrova di fronte un dramma sportivo in cui precipitare nel burrone è un rischio molto più vicino di quanto non sembri. Sono giorni frenetici nel capoluogo campano: Gallo e Bianchi capiscono che devono salvare il salvabile, devono almeno provarci anche se il tempo è poco; in quattro e quattr’otto viene imbastita una trattativa col Parma che per quasi 30 miliardi di lire porta Gianfranco Zola, Massimo Crippa e Giovanni Galli in Emilia, mentre Massimo Mauro, ormai a fine carriera, viene lasciato libero. Va via pure Antonio Careca che sceglie il Giappone, cessioni dolorose ma necessarie perchè grazie ai soldi incassati il Napoli tira il primo sospiro di sollievo trovando i fondi per l’iscrizione alla serie A.

Evitato il fallimento, c’è ora da capire chi scenderà in campo con la maglia azzurra e sotto quale guida. E’ chiaro che il Napoli deve riporre nel cassetto ogni sogno di gloria e che la stagione dei partenopei si preannuncia tutta in salita e con alte probabilità di costruire un organico di soli giovani che come unico obiettivo si pongano quello di conservare la massima serie. Ottavio Bianchi si assume la responsabilità di scegliere l’allenatore e convince Marcello Lippi a sedersi sulla panchina del Napoli; Lippi è reduce da due ottime stagioni, la prima a Lucca in serie B (ottavo posto finale) e la seconda a Bergamo in A con l’Atalanta che ha sfiorato la qualificazione in Coppa Uefa, persa solamente nelle ultimissime battute del torneo. Napoli è una piazza prestigiosa ed il tecnico toscano non si spaventa di fronte alle difficoltà in cui versa il club campano: “Napoli è Napoli – dice al telefono a Bianchi – se mi garantite una rosa di qualità, anche giovane, posso assicurare che non retrocederemo”. L’accordo è semplice da trovare ed anche la questione economica si risolve velocemente, anche perchè Lippi è ambizioso, sa di essere un allenatore con idee e personalità, è consapevole dei rischi ma anche del fatto che far bene a Napoli e con quel Napoli può aprirgli le porte del grandissimo calcio e farlo sedere su una panchina top. La notizia più importante per il tecnico di Viareggio è la conferma dell’attaccante uruguaiano Daniel Fonseca, il cui passaggio al Milan sfuma quando c’erano da mettere solo le firme sul contratto, mentre il resto dell’ossatura della formazione azzurra si compone per lo più di giovani talentuosi: in porta è promosso Giuseppe Taglialatela, in difesa lo scugnizzo Fabio Cannavaro, a centrocampo l’altro campano doc Fabio Pecchia, in attacco, oltre a Fonseca, ecco gli ex juventini Renato Buso e Paolo Di Canio. Il capitano è l’inossidabile Ciro Ferrara, a guidare una ciurma di ragazzotti inesperti ma volenterosi.

Lippi predica calma e avvisa l’intero ambiente napoletano: “Ci sarà da soffrire, ma con l’aiuto di tutti raggiungeremo gli obiettivi”. L’allenatore del nuovo Napoli è sicuro del fatto suo, è un po’ burbero e scontroso, ma è bravissimo a cementare un gruppo che nello spogliatoio ed in campo è unito e compatto, tutti si battono per sè stessi e per l’altro, consapevoli di essere inferiori a molte squadre ma anche, forse, più cattivi di loro. Le griglie di partenza del campionato, poi, rinforzano la voglia di rivalsa del Napoli perchè i partenopei sui giornali vengono piazzati nelle ultime file, a precedere le sole neopromosse Cremonese, Lecce, Piacenza e Reggiana. Ed in effetti i primi risultati sembrano dar ragione agli scettici: al debutto, il Napoli perde 2-1 al San Paolo contro la Sampdoria di Gullit e Mancini, mentre alla seconda giornata i campani vengono sconfitti malamente a Cremona 2-0 e al terzo turno conquistano il primo punto grazie allo 0-0 casalingo contro il Torino. Un punto in tre giornate, non il massimo, ma del resto che sarebbe stata un’annata di sofferenza lo sapevano un po’ tutti e diversi tifosi sono già contenti perchè il Napoli è ancora in serie A, anche se non vedono particolari prospettive per una squadra con volontà ma che nelle prime tre settimane di stagione è apparsa inesperta ed immatura. Lippi chiede tempo, la trasferta di Roma contro i giallorossi sembra un massacro annunciato per gli azzurri e sarà invece la svolta del loro campionato: il Napoli è perfetto, attacca la Roma sin dall’inizio, va in vantaggio per due volte con le reti di Buso e Di Canio e per due volte viene rimontato dalla compagine romanista, senza però perdersi d’animo e trovando anzi la vittoria grazie ad un eurogol di Ciro Ferrara che firma così il primo successo di un Napoli che pareggia poi in casa del Genoa, batte al San Paolo l’Udinese, blocca in casa l’Inter sullo 0-0 e riesce a battere consecutivamente sia il Cagliari in trasferta che il Lecce in casa, allontanandosi dai bassifondi della classifica.

Le due sconfitte consecutive contro Lazio e Milan non scalfiscono le certezze di Marcello Lippi,  così come l’eliminazione dalla Coppa Italia al primo turno per mano dell’Ancona, formazione di serie B che arriverà fino alla finale della manifestazione. Il Napoli è squadra ed è squadra vera: in campo vanno 11 calciatori che sembrano soldati addestrati, fuori dal rettangolo verde ci sono circa venti uomini che sono amici, che si aiutano l’uno con l’altro e che spesso si ritrovano per una cena o un’uscita in compagnia, come una comitiva di ragazzi qualsiasi. In uno di questi incontri, il terzino Enzo Gambaro (ex Milan e Parma) viene deriso in un locale da alcuni camerieri ed avventori per la dimensione delle sue orecchie; sul momento il calciatore non risponde, ma in macchina è evidente il suo disappunto. Alla guida della vettura c’è Paolo Di Canio che si accorge del malessere del compagno, fa inversione, torna indietro, trascina fuori dalla macchina il difensore che intanto provava a dissuaderlo con vari ed inutili “Ma no Paolo lascia stare, che ci frega”, ed affronta con decisione chi aveva sbeffeggiato Gambaro, ottenendo anche le scuse. Questo è il Napoli, questa è la compattezza di un gruppo che ben presto si accorge che quella stagione può diventare magica, forse non come quelle dei due scudetti partenopei ma forse a loro accostabile, anche perchè nata sull’orlo di una crisi che rischiava di cancellare il capoluogo campano dalle cartine geografiche del calcio. Prima di Natale gli azzurri perdono sì in casa della Juve, ma al San Paolo ottengono risultati roboanti come il 5-0 alla Reggiana o il 4-0 all’Atalanta, oltre a sbancare 3-1 il Tardini di Parma in casa di una delle candidate allo scudetto.

Il Napoli è in piena lotta per l’Europa, altro che zona retrocessione: Lippi ha toccato i tasti giusti e i nuovi arrivi si sono imposti come calciatori già pronti per la serie A. Fonseca segna, Buso e Di Canio rifiniscono, a centrocampo Corini organizza la manovra, Thern e Bordin fanno legna, in difesa la vecchia guardia Ferrara-Francini protegge l’emergente Cannavaro che mostra subito di avere un talento fuori dal comune. I partenopei diventano abilissimi nelle rimonte: vanno spesso sotto ma riescono con caparbietà ad acciuffare pareggi e vittorie dopo lo svantaggio, come nei casi delle gare casalinghe contro Foggia e Roma (due rivali dirette nella corsa Uefa), agguantate sull’1-1 come anche Torino e Genoa, riprese dai rigori di Fonseca e Di Canio. Lo 0-0 di San Siro contro l’Inter sa tanto di esame di maturità superato per gli uomini di Lippi che si concedono anche un paio di passaggi a vuoto come la sconfitta per 3-1 incassata a Udine o quella casalinga contro il Cagliari. Il 27 marzo 1994 al San Paolo arriva il Milan di Fabio Capello che sta dominando il terzo campionato di fila ed è in corsa pure per vincere la Coppa dei Campioni; è la 29.ma giornata, fa già caldo, in palio fra azzurri e rossoneri non c’è più lo scudetto come negli anni ottanta, ma Napoli-Milan ha sempre un fascino particolare. Lo stadio è pieno, il Napoli attacca e sin dalle prime battute della gara si capisce che la squadra di Lippi ha molte più motivazioni rispetto a quella di Capello che attende quasi stancamente che l’aritmetica certifichi l’ennesimo titolo nazionale e che bada soprattutto a non procurarsi infortuni in vista delle semifinali e della finale di Coppa Campioni. A dieci minuti dal termine, Paolo Di Canio riceve palla ai trenta metri, scatta sulla sinistra ed entra in area, poi inizia ad ubriacare di finte Mauro Tassotti e Franco Baresi (non gente qualsiasi, insomma), gioca con loro, torna indietro e scatta in avanti, poi all’improvviso lascia partire un sinistro folgorante che batte Rossi e si insacca all’incrocio dei pali. Lo stadio si infiamma, il Milan è al tappeto, il Napoli è sempre più lanciato verso una clamorosa e mai pronosticabile qualificazione in Coppa Uefa.

Il 10 aprile gli azzurri strappano uno 0-0 importantissimo al San Paolo contro la Juventus, poi buttano un occhio al calendario e si accorgono che all’ultima giornata andrà in scena lo scontro diretto fra Roma e Torino e soprattutto quello dello Zaccheria di Foggia fra i pugliesi e gli uomini di Lippi. Al Napoli servono dunque gli ultimi sforzi per raggiungere un sogno: il pareggio di Bergamo contro una formazione ormai retrocessa delude le aspettative e lascia affiorare un pizzico di ansia nei partenopei, bravi a battere il Parma al San Paolo nel penultimo turno e a sbancare Foggia nel giorno del commiato dal campionato grazie ad un altro gol di Paolo Di Canio che regala al Napoli vittoria, sesto posto in classifica e qualificazione in Coppa Uefa, un traguardo a cui forse nessuno ad inizio stagione osava neanche pensare. Lippi viene portato in trionfo sul prato di Foggia, applaudito anche dai tifosi avversari, perchè tutti in quella calda domenica del 1 maggio 1994 si accorgono del miracolo compiuto da una squadra nata nella disperazione e nell’incertezza societaria e capace invece di costruire un campionato praticamente perfetto, frutto di organizzazione, lavoro, sacrificio ed entusiasmo, alla faccia dei guai presidenziali e di stipendi mai giunti con regolarità. Infortuni, squalifiche, rosa corta: Marcello Lippi non ha mai cercato scuse o alibi, si è fatto seguire dai suoi calciatori, risultando il vero leader del gruppo azzurro in cui emergono su tutti Daniel Fonseca (autore di 15 reti) e Paolo Di Canio, trascinatore e funambolo di una squadra che ha trovato nel tornante romano la scintilla per accendersi.

Lippi raggiunge il suo scopo: far bene a Napoli per essere notato da qualche big e fare il definitivo salto di qualità. Nell’estate del 1994, infatti, a notarlo è la Juventus che gli affida panchina e rinascita, dando inizio ad un connubio che frutterà 5 scudetti, una Coppa dei Campioni (più altre tre finali perse), una Coppa Italia, un’Intercontinentale, una Supercoppa Europea, 4 Supercoppe Italiane e che consacrerà il tecnico toscano come uno dei migliori della sua epoca, finendo anche per diventare campione del mondo alla guida della nazionale italiana nel 2006. Trionfi che Lippi ha costruito partendo dal basso, potendo dire che forse tutto è iniziato in quell’unica e irripetibile stagione a Napoli quando da un possibile fallimento è nata una squadra vincente.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Lo scudetto giallorosso del 1983 e Falcao eletto “Ottavo Re di Roma”

Published on

SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – L’estate 1982 è una stagione di gioia per i tifosi italiani grazie alla Nazionale tornata a trionfare in un Campionato del Mondo a 44 anni di distanza dal successo di Parigi 1938 al termine di una fantastica cavalcata che ha visto gli Azzurri sconfiggere, una dopo l’altra, Argentina, Brasile, Polonia e Germania Ovest, miglior “biglietto da visita” per un prossimo Campionato di Serie A che si presenta avvincente come non mai. (altro…)

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: