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IL SANNIO NELLA COPPA ITALO-INGLESE DAL PROFUMO D’EUROPA – Seconda Parte: IL CAMPOBASSO NELLA TERRA D’ALBIONE NEL 1980

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Alessandro Lancellotti) – Nel 1980 ai nastri di partenza della nona edizione del Torneo Anglo Italiano (all’epoca per motivi di sponsorizzazione diventato Alitalia Challenge Cup) si preparavano a fronteggiarsi otto squadre, quattro per l’Italia e quattro per l’Inghilterra. Mantova, Triestina, Cavese e Campobasso tutte militanti in serie C1, le prime due nel girone A e le seconde nel girone B. Le compagini d’oltre manica: Folkestone Invicta e Cambridge City Southern League, Sutton United e Dulwich Hamlet Isthiam League. La formula del torneo era due gare in Italia, due in Inghilterra per ciascuna squadra, e la prima classificata del girone si aggiudicava la finale. 

Quel torneo fu vinto dalla Triestina al vecchio Stadio Grezar in finale contro il Sutton United che si era aggiudicato il Torneo edizione 1979 contro il Chieti. La partita finì 5-4 a i rigori: il goal della vittoria per gli Alabardati portava la firma del romano Armando Coletta.

Il Campobasso all’epoca militava in serie C1 girone B, presieduti da Luigi Falcione e in panchina sedeva Giovan Battista Benvenuto sostituito poi dal mestrino Giovanni Mialich. I rossoblù  in quel campionato si classificarono quarti alle spalle di Catania, Foggia e Livorno: si stava formando la squadra che due anni più tardi, guidata dal Presidente Molinari e dall’allenatore Pasinato, conquisterà la serie B rimanendoci per cinque anni consecutivi. In rosa vi erano già giocatori che avrebbero militato poi nel campionato cadetto come Michele Scorrano di  Ururi bandiera del Campobasso, Marco Maestripieri, Angelo Trevisan.

Le prime due partite contro i gialloneri del Folkeston Invicta, squadra dell’omonima città nel Kent affacciata sullo stretto di Dover, e il Sutton United, squadra di una cittadina sobborgo di Londra salita alle cronache la scorsa stagione 2016-17 quando eliminò in FA Cup i più blasonati Wimbledon e Leeds (si fermò solo al quinto turno contro l’Arsenal poi vincitore del torneo e ricordata anche per il gigantesco portiere Wayne Shaw). 

Le gare furono giocate allo stadio “Giovanni Romagnoli” in centro a Campobasso (ora in parte parcheggio e in parte campo d’allenamento della locale squadra di Rugby). I Lupi rossoblù venivano dalla sconfitta rimediata in casa dell’Empoli 2-1 il 30 marzo (Ciulli, Meloni, Scaini). Tre giorni dopo, il 2 aprile 1980, fu la volta del Folkstone Invicta in Molise, per la prima giornata: dopo tredici minuti Enzo Scaini di Varmo (Ud) aprì le marcature; in undici minuti gli inglesi prima pareggiarono e poi al 24’ passarono in vantaggio, ma la 35’ Fiorillo pareggiò. Si finì a riposo dopo la prima frazione di gioco in parità. Poco dopo la mezz’ora del secondo tempo GianBattista Motta (giocatore arrivato nel 1978 in Molise dalla Juniorcasale e già partecipante al torneo Anglo Italiano 1978 (dove fece due realizzazioni contro Nuneaton Borough e Barnet) segnò la terza rete. E a cinque minuti dalla fine Alivernini chiuse la partita con la quarta marcatura.

Questo il tabellino:

Campobasso-Folkstone Invicta, 4-2

Campobasso:  Tomei, Facoetti, Pasciullo, Trevisan, Cozzi, Lanzi, Fucci (46’ Alivernini), Manari, Fiorillo (85’ Parpiglia), Scaini, Motta.

Folkstone Invicta: Goodbern, McVeigh, Gardner, Fagan, Westgarht, Smith, Whiltshire, Jowett (75’ Everest), Hiles, Shovelar, Woolfe (87’ White).

Arbitro: D’Elia

Marcatori: 13’ Scaini, 18’ Hiles, 24’ Woolfe, 35’ Fiorillo,76’ Motta, 85’ Alivernini.

Passarono tre giorni e il 5 aprile 1980 era la volta del Sutton United: a differenza della partita precedente i lupi schieravano Paleari in porta al posto di Tomei  e esordivano anche  Scorrano e Maestripieri. Gli inglesi invece mandarono in campo quasi tutti i partecipanti della finale del torneo Anglo Italiano 1979 vinta per 2-1 tra cui anche gli autori delle due reti Southan e Rains. Il match valevole per la seconda giornata terminò a reti bianche e dopo due partite il Campobasso era a quattro punti. 

Sutton_1979-1980Questo il tabellino:

Campobasso- Sutton United, 0-0

Campobasso: Paleari, Scorrano, Facoetti, Maestripieri, Cozzi, Lanzi, Manari, Trevisan, Motta (46’Alivernini), Scaini, Fiorillo.

Sutton United: Collyer, Clark, Green, Rains, Rogers, Fraser, Waldon (65 Southan), Pritchard, McKinnon, Cornwell, Stephens.

Arbitro: Patrussi 

Dopo tre partite di campionato, il pareggio 0-0 a Siracusa, il pareggio 1-1 in casa con l’Arezzo (reti di Scorrano, Neri) e la sconfitta 1-0 a Teramo (gol di Lupini), il sodalizio rossoblù partì dal Sannio con destinazione l’Inghilterra per giocare le due partite contro il Cambridge City e la seconda a Londra contro il Dulwich Hamlet squadra dai colori sociali rosa e viola.

La prima partita valevole per la terza giornata fu giocata al City Ground nella città universitaria di Cambridge contro i bianconeri della locale formazione. Nei Lupi tornava Tomei in porta; il tridente d’attacco era composto da Scaini, Alivernini e Motta e fu proprio quest’ultimo che al 44’ del primo tempo segnò la rete decisiva del match che regalò la prima storica vittoria degli undici di Mialich all’estero in tornei ufficiali.

Questo il Tabellino:

Cambridge City-Campobasso, 0-1

Cambridge City: Murray, Lindsay, Martin, Lyon, Hutton, Goodall, Pointer, Lill, Simmons, Kearns (59’ Parker), Every (70’ Haylook).

Campobasso: Tomei, Scorrano, Facoetti, Trevisan, Cozzi, Lanzi, Manari (70 Maestripieri), Bittolo, Motta, Scaini, Alivernini.

Arbitro: B. Hill

Marcatore: 44’ Motta

Passarono quattro giorni e dopo la bella vittoria i Molisani a sette punti arrivarono a Londra sperando in un successo che li avrebbe qualificati alla finale. Nella city dovevano scontrarsi contro il Dulwich Hamlet al Champion Hill alla periferia Sud Est della città. In porta tornava Paleari, Alivernini giocava a centrocampo con Maestripieri e in attacco Bittoli, Scaini e Motta. A metà del primo tempo le cose si misero male: al 25’ Lewis porto in vantaggio i padroni di casa e poi trasformò un rigore alla fine della prima frazione di gioco. I lupi erano sotto di due reti: al 67’ del secondo tempo Scaini trasformò un rigore, ma dopo solo un minuto Kingston segnò la rete che sancì la vittoria londinese. 

Il Campobasso si classificò primo, ma anche la Triestina vinse 4-2 contro il Folkstone Invicta e si classificò prima a pari merito e per la differenza reti i giuliani ebbero la priorità tra le italiane per l’accesso alla finale. Per i Lupi fu comunque un’esperienza indimenticabile. 

Dulwich_1979-1980Questo il Tabellino:

Dulwich Hamlet-Campobasso, 3-1

Dulwich Hamlet: Bowtell Denton, Brookes, Godwin, Lewis, Kingston (75’ Wallis), Lewington, Eames, Connett, James, Bayram.

Campobasso: Paleari, Scorrano, Facoetti, Trevisan, Cozzi, Lanzi, Alivernini, Maestripieri (46’ Manari), Bittoli, Scaini, Motta.

Arbitro: Read

Marcatori: 25 e 45 rig. Lewis, 66 rig. Scaini, 67 Kingston 

PERSONAGGI DA RICORDARE

Motta 1GianBattista Motta: nato a Catania il 29 aprile 1953, cresciuto calcisticamente nel Paternò calcio, passa gran parte della sua carriera nella storica società nero stellata del Casale dove realizza 47 reti. Da annoverare anche una stagione nella Cremonese in serie B, poi il ritorno a Casale e il passaggio in Molise dove realizza 69 presenze e 15 reti dal 1979 al 1982 con una parentesi al Teramo prima di essere ceduto alla Civitanovese.  

Luigino Pasciullo: nato a Montemitro (Cb), molisano doc cresce calcisticamente nel Campobasso: 30 presenze in rossoblù in serie C1 in due stagioni, una grande carriera in squadre blasonate come Palermo, Triestina, Lanerossi Vicenza, Empoli e Atalanta. Proprio con i Bergamaschi i suoi campionati migliori dove disputò anche le partita di Coppa delle Coppe contro il Merthir Tydilf e Ofi, e in coppa Uefa contro Spartak Mosca e Dinamo Zagabria, Fenerbache, Colonia, Inter. Fu compagno di squadra di Claudio Gentile e di Glenn Stömberg. Tornò nel capoluogo molisano anche come allenatore dei rossoblù.  Allenò anche Isernia e Castel di Sangro.

ScainiEnzo Scaini: Varmo (Ud) 13 settembre 1955 – Roma 21 gennaio 1983. Cresciuto nelle giovanili del Torino, passato poi al Canelli, in Veneto al Clodia Sottomarina poi Conegliano, si trasferisce in Lombardia al Sant’Angelo Lodigiani dove disputa due campionati per poi passare al Monza. Nella stagione 1979-80 passa al Campobasso. In quella stagione in Molise segna 6 reti in 34 presenze, Nella stagione seguente passa all’Hellas Verona insieme al compagno di squadra Franco Paleari: l’esperienza con gli scaligeri dura solo un anno. Nella stagione 1981-82 si trasferisce in Umbria dove milita nel Perugia del presidente Franco D’Attoma, in serie B: colleziona 13 presenze e una rete. Dopo quel campionato torna in Veneto a Vicenza dove diviene giocatore del Lanerossi: con i biancorossi colleziona 11 presenze segnando 2 reti contro Rimini e Treviso. Nella partita del 16 gennaio giocata tra Lanerossi Vicenza e Trento allo stadio Menti al 52’ subisce un infortunio che gli causa la rottura dei legamenti: parte per Roma per essere operato il 21 gennaio. L’operazione riesce ma dopo un’ora Enzo Scaini muore all’età di 27 anni lasciando un vuoto incolmabile di tutti i tifosi. La Gazzetta dello Sport all’indomani della scomparsa dedicherà a quel tragico decesso la prima pagina.

“L’ultimo viaggio del povero Enzo avviene Lunedì 31 gennaio, a Vicenza nella chiesa di San Pietro migliaia di persone gli danno l’ultimo saluto, decine e decine di atleti e allenatori giunti da tutta Italia. La bara viene portata a spalla dai giocatori del Vicenza. All’uscita un lungo, interminabile applauso, rompe il silenzio. Poi il corteo raggiungerà a piedi il “Romeo Menti”, distante qualche centinaio di metri. Un altro applauso, da stadio. Quello stadio che era la vita per il Gigante buono”. (Tratto dal Libro “La Nobile Provinciale”, volume 2 di Guido Meneghetti e Alberto Belloni).

Fonti: Archivio Lancellotti, il Corriere dello Sport, 1909-2009 100 anni di calcio a Casale,  La nobile Provinciale volume due Guido Meneghetti Alberto Belloni, Molise Sport, Figurine Panini 1979-80. Siti internet: The Hamlet Historyan blog spot The non league club directory.  Grazie a Fabrizio Schmid, Antonio Salvatore, Giuseppe Villani, Giuseppe Formato, CbLive, Antonio Di Lallo, Gianni Bruno, Telemolise 

Campoasso 1979-80

IL SANNIO NELLA COPPA ITALO-INGLESE DAL PROFUMO D’EUROPA – Prima Parte: IL BENEVENTO E I MITICI MATCH DEL 1976 CON WIMBLEDON E NUNEATON BOROUGH

Classe ’82, tifoso del Vicenza, appassionato di statistica calcistica e collaboratore di vari programmi radiofonici e televisivi oltre a quotidiani. Laureato in Storia e laureando in Demo Etno Antropologia. Nutre amore particolare per gli inni musicali delle squadre di calcio di cui colleziona i vinili. Cultore dei marchi e delle sponsorizzazioni nel mondo del calcio. Vanta citazioni in numerosi libri sulla storia del calcio. Insomma un “folle” appassionato del gioco più bello del mondo.

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“Il numero 1” – Giovanni De Prà

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto del libro “Il numero 1 – Storia e aneddoti dei grandi portieri del XX secolo” di Leonardo Colapietro, edito da “Porto Seguro”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi la storia di Giovanni De Prà, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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GIOVANNI DE PRA’

«Sportivo di schietta tempra ligure tenne sempre vivi l’onesto agonismo e l’alto valore morale dello sport, esaltandoli, nel gioco del calcio, in vittorie prestigiose, affermazione ed esempio, non solo in Italia, di una nobile passione sportiva vissuta in purezza e con sacrificio» (premio ‘La fronda d’oro 1972). Italia-Spagna a Milano, è il 1924. Al ventesimo del primo tempo il portiere della nazionale italiana si frattura un braccio in uno scontro di gioco. Ancora non esistevano le sostituzioni. Il portiere decide eroicamente di proseguire la partita col braccio fasciato fino al novantesimo, parando il parabile e anche qualcosa in più. Finì 0-0. Questo per spiegare quale tipo di portiere fosse Giovanni De Prà come atleta e come uomo. Calcio d’altri tempi, uomini d’altri tempi. Mischie furibonde, parate a mani nude. Per fare il portiere serviva, oltre alle doti tecniche, tanto coraggio e un pizzico di follia. Per quel gesto gli fu consegnata, in seguito a una sottoscrizione del Guerin Sportivo, una medaglia d’oro, a memoria perenne. Nato a Genova, vestì nella sua carriera solo la maglia della squadra della sua città rifiutando le offerte principesche della Juventus che lo voleva acquistare in tutti i modi e scegliendo così di rimanere dilettante a vita. Si presentò nella sede della squadra torinese, ringraziando e spiegando che era genoano e non avrebbe militato in altre squadre che non fosse quella. Nel 1926 il fascismo aveva approvato la Carta di Viareggio che divideva i calciatori in dilettanti e non dilettanti. I primi non potevano essere trasferiti. De Prà non vuole lasciare Genova per nessun motivo e sceglie di rimanere dilettante. Giovanni inizia a tuffarsi da piccolo nel giardino di casa parando palloni di stracci. Lo aspetta, appena ne avesse avuto l’età, il lavoro in cantiere col padre, veneziano fuggito dal Regno Austro-ungarico e dal colera due anni prima della sua nascita, l’anno del primo campionato di calcio italiano vinto proprio dal Genoa nel 1898. La sua carriera inizia nelle file della Spes, nel ’17. In una amichevole con la nazionale italiana para tutto e di più. In tribuna c’è l’allenatore William Garbutt, uno degli storici mister del Genoa C.F.C. che viene letteralmente folgorato dal talento di quel giovane portiere e lo fa acquistare immediatamente. Nel 1922-23 e 1923-24 De Prà vinse due scudetti. Il primo dei due titoli giunse al termine di una serie di trentatré partite consecutive senza sconfitte, un record che rimase tale per lunghissimo tempo. Con la maglia azzurra, vestita per diciannove volte, conquistò la medaglia di bronzo alle olimpiadi di Amsterdam del 1928. Celebre la sua rivalità con l’altro portiere fenomeno del suo tempo, Giampiero Combi. Nel 1929 viene premiato come miglior portiere internazionale assieme allo spagnolo Zamora, componendo una delle più forti difese dell’ante guerra: De Prà-Bellini-De Vecchi. Raccontava come avesse imparato l’arte del piazzamento sui calci piazzati dal mitico portiere del Liverpool, Scott: «Un giorno, arrivò a Marassi con alcuni chilometri di nastri e in una ventina di minuti li sistema nell’area di rigore, stendendoli dalla porta in diverse direzioni e fissandoli a terra con picchetti. Pareva d’essere a carnevale e invece si trattava di una lezione elementare e universitaria a un tempo. Quel giorno compresi tante cose, e soprattutto l’arte del piazzamento». In tutta la sua carriera mai una ammonizione o una espulsione. Dopo aver attaccato le scarpe al chiodo fece il dirigente della sua squadra per molti anni e fino alla sua scomparsa, anche per il Panathlon Club (ex Azzurri d’Italia). Nel 1979, pochi mesi dopo la sua morte, su sua disposizione, la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Amsterdam fu interrata sotto la sua porta, allo stadio Marassi. «Avevo una presa d’acciaio dovuta alla ginnastica», raccontava fiero il portiere azzurro che osò sfidare il Duce. Di ritorno da vero eroe nazionale dalle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, De Prà non solo fu l’unico degli azzurri che non mostrò il braccio destro teso al passaggio di Benito Mussolini, ma rifiutò anche di indossare l’alta uniforme. Una “prodezza” che il Duce non gli perdonò. Niente bronzo per De Prà. Una punizione alla quale, molti anni dopo, pose fine Artemio Franchi con una medaglia personalizzata. De Prà accettò, ma a una condizione, che dopo la sua morte voglio venisse sotterrata, sotto la Nord di Marassi. Con i lavori di Italia ’90 il campo venne stravolto e la medaglia sparita forse per sempre. A gran voce i suoi concittadini vollero che gli fosse intitolata la strada che corre tra il torrente e lo stadio di Genova. Per ricordare le sue gesta gli è stata dedicata una biografia, C’è anche una società di calcio giovanile, la ASD Valerio Bacigalupo, fondata nel 1950 in suo ricordo, fallita nel 1999 e risorta poco dopo”.

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15 giugno 1974 – L’Italia, l’Haiti e Chinaglia

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Quarantacinque anni fa, il 15 giugno 1974, iniziava per l’Italia il mondiale tedesco. Il girone, oltre all’Italia, si compone di Polonia, Argentina e Haiti. Ed è proprio contro la compagine caraibica, alla sua prima partecipazione alla fase finale di un mondiale, che inizia l’avventura, un match che non sembra possa regalare particolari sorprese.

“… l’Italia era un complesso standardizzato, stanco nelle idee, senza iniziativa, a pezzi, con uomini abituati a giocare lentamente e con sistemi superati: del calcio totale, del collettivo, del gioco olandese, nessuno aveva un’idea chiara” (Cit. La Nazionale Italiana, m’litograph edizioni Firenze – 1978). Questo lo si scriverà dopo…in realtà l’Italia di Valcareggi è composta da alcuni che avevano vinto l’Europeo del ’68, arrivati in finale del mondiale messicano del ’70, e poi c’era stata la vittoria a Wembley firmata Fabio Capello di qualche mese prima. Insomma in realtà si spera di fare davvero una bella figura.

Rivera e Mazzola non “staffettano” più, ora coesistono, e in attacco c’è Giorgio Chinaglia, fresco campione d’Italia con la Lazio. Una difesa di ferro composta da giocatori del calibro di Burgnich, Facchetti, Benetti e un Dino Zoff imbattuto da 12 partite. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per far bene.

All’Olympiastadion di Monaco di Baviera quindi, agli ordini del venezuelano Llobregat, inizia la gara con l’Haiti. Il primo tempo vede i caraibici eregere un muro; 0-0 e tutti negli spogliatoi. Certo, qualcuno avrà rivisto l’ombra della Corea…

Nella ripresa il fattaccio, l’Haiti passa in vantaggio: Vorbe la passa in profondità a Sanon che s’incunea nella difesa azzurra e da posizione defilata infila Zoff e la sua imbattibilità. Quella che era l’ombra della Corea ora è qualcosa di più…

L’Italia esce dal torpore e, per fortuna, Rivera riesce a pareggiare al 53′. Poi sarà un autogol su conclusione di Benetti a regalarci il vantaggio al 66′.

Valcareggi vuole qualcosa di diverso e Chinaglia, dopo una gara non buona e qualche errore di troppo, viene richiamato per far posto a Anastasi. Giorgione non la prende benissimo, tutt’altro. Rientra direttamente verso gli spogliatoi e, in diretta Mondovisione, manda “affanc…” Valcareggi. Un gesto eloquente, ripetuto con la mano ad accompagnare il labiale per ben tre volte.

Anastasi entra e segna un gran gol per il 3-1 definitivo. Gli azzurri escono vittoriosi, ma mettono in mostra una grande debolezza sia tecnica, sia atletica.

“Chinaglia ha fatto in pieno il suo dovere. Non ha affatto fallito la prova. È stato sostituito perché Anastasi ha altre caratteristiche e in quel momento c’era bisogno di un giocatore guizzante come lo juventino in quella difesa stretta”, dirà a fine partita Valcareggi.

Il dopo partita è pesante per parecchie ore. Poi sembra che la pace venga fatta, ma è solo una smorfia da fare in pubblico. La frattura rimane.

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“Il numero 1” – Ricky Enrico Albertosi

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GLIEROIDELCALCIO.COM  – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Il numero 1 – Storia e aneddoti dei grandi portieri del XX secolo” di Leonardo Colapietro, edito da “Porto Seguro”. Abbiamo scelto per voi la storia di Enrico Albertosi, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

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RICKY ALBERTOSI

È il 18 maggio 1959. Roma – Fiorentina si disputa in campo neutro all’Ardenza di Livorno. La squadra viola è seconda in classifica ad un solo punto dal Milan di Schiaffino, Liedholm e Maldini. Sarti, il portierone dei gigliati, si infortuna ed in campo, per sostituirlo, entra un ragazzo di Pontremoli, ridente cittadina accerchiata dalla Alpi Apuane, di appena diciannove anni, figlio del maestro elementare del paese: si chiama Enrico Albertosi. Il famoso radiocronista Nicolò Carosio descrisse così quell’esordio alla sua impareggiabile maniera: «Niente scorpacciata viola con la Roma, ma un buon primo tempo, un secondo alquanto opaco, e zero al passivo soprattutto per merito del diciannovenne portiere Albertosi, debuttante, nato a Pontremoli e proveniente dalle file dello Spezia. A partita conclusa l’ottimo Albertosi, che in trasmissione ci aveva fatto provare emozioni, vertigini, stupore, tanto arditi, tanto plastici e sicuri erano stati molti suoi interventi, appariva come uno qualunque al termine di una comune giornata lavorativa. Niente emozionato, per nulla commosso, guardava stupito tutta quella gente che si occupava di lui, che lo festeggiava, che gli faceva auguri a non finire per una brillante e proficua carriera.» Brillante e proficua la sua carriera lo fu davvero. In maglia viola Albertosi vi rimane dieci anni. Ma il suo primo campionato da titolare, Ricky lo disputò solo nel campionato 1963-64, quasi cinque anni dopo, quando la Fiorentina decise di cedere Sarti all’Inter e puntare su di lui. Ciò nonostante, pur avendo giocato pochissimo, era talmente evidente a tutti il suo talento, un portiere tanto estroso quanto spettacolare, che venne già convocato in nazionale, a ventidue anni, nel 1961, in occasione di Italia-Argentina, finita quattro a uno. L’avventura in azzurro sarà lunga e ricca di emozioni, arrivando a disputare ben quattro campionati mondiali (1962, 1966, 1970, 1974) tra grandi soddisfazioni ma anche tragedie sportive. Il primo da titolare quello del 1966, in Inghilterra, rimasto nella memoria di tutti come una delle pagine più nere del calcio italiano. L’Italia, dopo un avvio alquanto deludente nel primo girone, si gioca la qualificazione all’Ayresome Park di Middlesbrough contro la Corea del Nord. Perde uno a zero per il gol dello sconosciuto sergente dentista Pak Doo Ik e Albertosi passa alla storia come uno degli undici coreani. Dopo il mondiale è uno dei pochi a non venire colpito dall’epurazione, anche se paga lo stesso quell’insulto all’orgoglio nazionale venendo momentaneamente scavalcato nelle gerarchie da Dino Zoff. L’orgoglio azzurro ferito sarà presto riscattato due anni più tardi, nel 1968, quando l’Italia conquista il Campionato Europeo battendo in finale la Jugoslavia. Ma Albertosi il torneo lo guarda dalla panchina. In più la Fiorentina, quella stessa estate, decide di cederlo al Cagliari e la squadra viola va a vincere subito il suo secondo scudetto. Una beffa. Ma la rivincita per lui è dietro l’angolo. L’anno dopo difende la porta di quel formidabile Cagliari stagione 1969-70, quello di Gigi Rombo di tuono Riva, che vince il suo primo tricolore battendo il record di gol subiti, appena 11, in un campionato a 16 squadre. È il preludio al Campionato del Mondo di Messico 1970. Albertosi ha disputato una stagione perfetta, si riprende la maglia da titolare in nazionale e diventa vice campione del mondo. Ma non è per quel secondo posto che Albertosi passerà di nuovo alla storia, quanto per essere tra i ventidue protagonisti della madre di tutte le partite, la partita del secolo: Italia-Germania 4-3. La sua carriera in azzurro si chiude due anni dopo, 21 giugno 1972, allo stadio Levski di Sofia, con l’amichevole Bulgaria-Italia. Albertosi ha ora trentacinque anni, già undici campionati alle spalle e molti lo ritengono finito. Nel 1974 Ricky passa al Milan, che dai tempi di Cudicini non ha più un portiere all’altezza. Con le sue prestazioni salva i rossoneri dalla prima retrocessione della sua storia e chiude a Milano una carriera fantastica vincendo pure uno scudetto nel 1979 (che il Milan inseguiva da dodici anni) a quarant’anni d’età, un vero record: «Che vi devo dire? confessa Ricky, anche un po’ divertito. Zoff, per esempio, se faceva l’amore il venerdì la domenica aveva le gambe molli. Io potevo farlo anche di sabato, ma la domenica facevo ugualmente il fenomeno. Questione di fisico.» Il finale però è di quelli da dimenticare. Esce male di scena, campionato 1979-80, costretto a smettere perché ritenuto coinvolto nel primo scandalo di calcioscommesse del calcio italiano, per cui fu squalificato due anni e il Milan retrocesso in serie B. Chiuse con due scudetti, tre Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, un Campionato Europeo. Nel 2004 è stato colpito da una grave forma di tachicardia ventricolare dopo aver disputato una corsa di trotto all’ippodromo di Montecatini, riservata ai giornalisti. Dopo alcuni giorni di coma si è risvegliato senza complicazioni gravi e successivamente si è ripreso completamente. Di se stesso e del ruolo di portiere ebbe a dire in una lontana intervista del 1975: «Cerco di essere principalmente un galvanizzatore, cerco di dare ottimismo a tutti. Mai farsi vincere dai nervi; anche se perdiamo per due gol di scarto i miei compagni mi vedono sempre tranquillissimo; fingo ovviamente anche se mi costa moltissimo perché sono guai seri se un difensore si accorge che il portiere non è ‘in palla’, se perde fiducia in lui durante la partita o peggio se si sta perdendo. Noi portieri siamo in via di estinzione. È un ruolo che sta morendo. Non ci sono più vocazioni, perché proprio di vocazioni si tratta.» Considerati i tanti portieri stranieri che oggi militano nel campionato italiano, non gli si può dare torto”.

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