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La Penna degli Altri

22 luglio 1982, nasce la “maglia bandiera”!

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WWW.SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Dopo l’incredibile successo dell’operazione-nostalgia fatta due anni fa dalla Macron in accordo con la Lazio, quest’anno torna la “maglia bandiera”. Ma quando si parla della “maglia bandiera”, quella con l’aquila stilizzata sul petto e sulle maniche, la mente di tutti i laziali della mia generazione vola alla “Banda del meno nove”, alla stagione 1986-1987 e all’incredibile impresa compiuta da Eugenio Fascetti e dai suoi ragazzi. È inevitabile, è vero, ma quella è stata la seconda versione di quella maglia che è stata presentata per la prima volta ufficialmente al pubblico il 22 luglio del 1982 al Circolo Canottieri Lazio, in una serata di grandissima Lazialità.

La Lazio si è appena salvata dalla retrocessione in Serie C grazie alla tripletta realizzata da Vincenzo D’Amico, la gestione-Lenzini è stata definitivamente archiviata e la nuova società guidata da Gian Chiarion Casoni decide di dare una scossa all’intero ambiente, di riallacciare quel cordone ombelicale tra la squadra e i tifosi che si era sfilacciato dopo la promozione sfumata nel 1981 con quel rigore sbagliato da Chiodi contro il Vicenza e con la disastrosa annata successiva che aveva portato all’esonero di Castagner e al disastro evitato solo dalle prodezze di Vincenzino D’Amico. Una dimostrazione dello scollamento tra società, squadra e tifosi si è visto proprio nella domenica in cui Vincenzino D’Amico ha confezionato quel piccolo miracolo: poco più di 5000 tifosi sugli spalti, con la partita disertata anche dagli abbonati. Il neo presidente capisce che bisogna partire da zero o quasi, cambiare i giocatori ma anche l’immagine della società e il look della squadra. Così, con l’aiuto di alcuni amici Gian Chiarion Casoni fa realizzare una maglia rivoluzionaria, mai vista né in Italia né in nessun’altra parte del mondo, con un’aquila che con le ali spiegate che abbraccia tutta la maglietta, lasciando spazio solo dietro le spalle per il numero. Niente più marchio Adidas ma NR, niente più sponsor Tonini sul petto ma Seleco, ottenuto grazie all’abilità di Antonio Sbardella che ha concesso al cavalier Mazza (proprietario dell’Udinese e al tempo stesso del colosso industriale Zanussi) un’opzione su un’eventuale cessione di Giordano in cambio di una ricca sponsorizzazione biennale. Già, Giordano…

Bruno e Lionello quel 22 luglio sono ancora squalificati, ma quella sera anche loro finalmente sorridono dopo due anni in cui hanno avuto ben pochi motivi per sorridere. Il titolo mondiale appena conquistato dall’Italia di Bearzot al Bernabeu contro la Germania, ha convinto la Federcalcio a chiudere la vicenda del primo scandalo del calcio-scommesse con un mini-condono, con uno sconto della pena che può consentire anche a Giordano e Manfredonia di tornare subito in campo e alla Lazio di entrare di diritto tra le favorite alla promozione in Serie A. Acquistati Ambu, Podavini, Tavola e Vella, ripreso Perrone (dopo un anno in prestito alla Roma), con Giordano e Manfredonia in organico la Lazio diventerebbe a pieno titolo la vera protagonista del campionato, insieme al Milan appena retrocesso dalla Serie A, ma questa volta sul campo e non a tavolino. Quella sera, quindi, al Circolo Canottieri Lazio c’è un’atmosfera strana, da grande evento ma al tempo stesso di grande attesa, con tanti laziali. Primo fra tutti Fulvio Bernardini, nato e cresciuto nella Lazio prima di diventare il capitano della Roma, per poi tornare a casa da allenatore per vincere il primo trofeo laziale della storia: la Coppa Italia del 1958. C’è Monica Vitti che non ha mai nascosto le sue simpatie laziali, come Castellano&Pipolo, la coppia di registi e autori più famosa dell’epoca. Ma, soprattutto, ci sono tantissimi tifosi, perché quella nuova maglia è stata studiata da Gian Chiarion Casoni proprio per riallacciare il rapporto tra la squadra e la sua gente.

Abbiamo avuto fare una festa aperta a tuttiperché la Lazio deve essere amata da tutti. Vicino alle personalità e al presidente della Regione Santarelli, abbiamo voluto i tifosi che sono la vera forza della squadra, quella forza che ci consente di andare avanti e anche di sopravvivere. Noi abbiamo bisogno dei tifosi e speriamo che non tradiscano le nostre aspettative”.

Sono parole vere e sentite quelle del presidente, non di circostanza, anche perché prima di essere l’uomo che regge le sorti della società, Gian Chiarion Casoni è il primo tifoso della Lazio, a cui ha dedicato tutta la sua vita: da commissario straordinario in momenti difficili, poi da presidente, ma anche da massimo dirigente di altre sezioni della Polisportiva, come la squadra di pallavolo e della pallamano che sotto la sua guida approdano in Serie A.

Oltre ad essere un grande presidente, Gian Chiarion Casoni è uno che guarda avanti. Perché quella maglia avveniristica, è anche un esperimento di marketing, in un periodo in cui in Italia quella parola è sconosciuta o quasi nel mondo del calcio. Non esistono le maglie personalizzate, non esistono gadget ufficiali, quindi la presentazione di quella maglia e di quell’aquila stilizzata riprodotta anche sulle bandiere, le sciarpe e su un’altra serie di prodotti marchiati Lazio è una novità assoluta nel calcio italiano. Ma, soprattutto, è la bellezza e la modernità di quella maglia a lasciare tutti a bocca aperta. La NR produce tre modelli: quello principale con la maglia metà bianca e metà celeste con l’aquila blu al centro, poi le due maglie da trasferta, una tutta rossa con l’aquila celeste e una tutta verde con l’aquila bianca. Quella bianca e celeste fa il suo  esordio ufficiale in campionato il 12 settembre del 1982, all’Olimpico, in occasione di un deludente 0-0 contro il Campobasso. La domenica successiva, per scaramanzia, la Lazio gioca a Como con la maglia verde speranza, ma colleziona un altro 0-0. Con quella rossa, invece, in campionato la Lazio non ci ha mai giocato in quella stagione. Ci gioca solo un’amichevole al Flaminio contro la nazionale Under 21 allenata da Vicini, in cui giocano Giordano e altri futuri laziali come Icardi, Poli, Paolo Monelli, Galderisi e Roberto Mancini, ma anche Dossena, Mauro, Ferri, Evani, Dario Bonetti e Caricola. Finisce 1-1, con il gol dell’Under 21 segnato da… Bruno Giordano.

Con quella maglia con l’aquila sul petto, la Lazio conquista la Serie A all’ultima giornata, pareggiando a Cava dei Tirreni. In quella stagione sofferta ma fantastica, anche grazie a quella maglia rimasta nel cuore di tutti, la Lazio riconquista la sua gente, stabilendo quello che ancora oggi è il record di presenze del campionato di Serie B in un Lazio-Milan del 19 dicembre del 1982, con 68.000 spettatori pagati. Record avvicinato il 5 giugno alla penultima partita di campionato in occasione della sfida-spareggio con il Catania, con 65.000 spettatori paganti e più di 10.000 catanesi che hanno occupato quasi tutta la Curva Sud dell’Olimpico.

Numeri impensabili per la Lazio di oggi, numeri che a Roma non si fanno più neanche in occasione di un derby e che non ha fatto la Roma neanche in occasione della sfida con il Liverpool in Champions League, a dimostrazione che quel filo tra la gente e le squadre nella Capitale non si è del tutto staccato ma si è allentato di molto. Anche se ai tifosi basta poco per riaccendere quel sacro fuoco. Basta un gesto, magari anche solo rivedere quella maglia bandiera come  successo nella stagione 2014-2015.

Ma come ha fatto la Lazio di oggi dopo quell’esperimento riuscitissimo di qualche anno fa, anche la Lazio di allora con Chinaglia presidente decide di non riproporre quel marchio di proprietà della famiglia Casoni l’anno successivo, così di quella aquila rimane solo una piccola traccia sulle spalle dei giocatori, sopra al numero, con il davanti occupato solo dallo sponsor Seleco. L’aquila torna solo tre anni dopo, in uno dei momenti di maggiore difficoltà della Lazio. E per i tifosi è nuovamente amore a prima vista, sia con la maglia che con Fascetti e i giocatori che la indossano e che, con le loro imprese sul campo, la rendono leggendaria, immortale.

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Morto Felice Pulici, storico portiere del primo scudetto della Lazio

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ILMESSAGGERO.IT (Emiliano Bernardini) – Se ne è andato in silenzio. In punta di piedi. Così come ha sempre vissuto. La Lazio piange Felice Pulici, indimenticato portiere del primo scudetto biancoceleste. È morto all’età di 73 anni dopo una lunga malattia. Alla Lazio in cinque campionati ha messo insieme 150 presenze consecutive. «Pu… Pu… Pulici», era un grido che saliva alto, quasi rabbioso. Più che un coro era un’invocazione, una preghiera di aiuto o un grazie urlato in coro da migliaia di laziali. Gli stessi che oggi lo piangono. Un’altra stella che si aggiunge al firmamento biancocelste.

Nel 1972 Pulici passa dal Novara alla Lazio di Tommaso Maestrelli, da poco promossa in Serie A. Per cinque anni non salta neppure una partita e, come detto, vince il campionato nel 1973-74. Si trasferisce quindi al Monza e all’Ascoli. Nel 1982, invece, torna alla Lazio per una sola stagione. Infine si ritira.

Resta comunque nella Lazio come allenatore della Primavera nel 1983. Poi, con l’arrivo di Giorgio Chinaglia alla presidenza biancoceleste, entra nella dirigenza biancoceleste come direttore generale.

Per due volte è il responsabile del settore giovanile laziale: dal 1994 al 1998 e poi dal 2003 al 2004.

Nel 2006 Claudio Lotito lo sceglie come membro della segreteria generale e, nel 2006, è uno degli avvocati che rappresentano il club durante il processo sportivo di Calciopoli. Nell’agosto del 2006 Lotito gli affida la rappresentanza della società.

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16 dicembre 1952, nasce Ciccio Graziani

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Nasce a Subiaco, in provincia di Roma, Francesco Graziani, uno dei primi attaccanti moderni del nostro calcio, in grado di segnare valanghe di gol ma anche di partecipare alla manovra fin dal limite del centrocampo.

Ciccio Graziani non ha i piedi di fata, non è nemmeno velocissimo e acrobatico come il suo gemello granata Pulici, ma è generoso e lotta fino al novantesimo offrendo alla propria squadra sempre il 110 per cento senza mai risparmiarsi.

Tuttavia è stato un ottimo goleador che ha fatto grande il Torino degli anni Settanta (uno scudetto conquistato nel 1976 e uno perso nel 1977 nonostante gli storici 50 punti totalizzati dal Toro); in granata ha giocato 8 Campionati segnando con Pulici quasi 200 reti: è capocannoniere nel 1977 con 21 centri.

Con la maglia della Nazionale ha vissuto momenti contrastanti; 23 gol in 64 partite diluiti in 8 anni non sono pochi anche se sul più bello, ai Mondiali d’Argentina, fu messo da parte da Enzo Bearzot per lanciare Pablito Rossi. Nel 1982 invece è stato titolare fisso in tutte le partite, ma nei primi minuti della finale con la Germania Ovest ha dovuto abbandonare per una lesione alla spalla lasciando il campo a Spillo Altobelli. Resta determinante, ai fini del passaggio del turno, la rete segnata al Camerun durante la terza e ultima gara della prima fase.

Dopo la lunga esperienza granata gioca a ottimi livelli anche nella Fiorentina di Antognoni e nella Roma di Falcao. Quando decide di abbandonare, a 35 anni suonati, gioca in B con i bianconeri dell’Udinese. Superata una breve esperienza dirigenziale con l’Arezzo, intraprende la carriera di allenatore che lo porta alla Fiorentina e al Catania. Come sul campoanche fuori, Ciccio è un personaggio verace che dice sempre quello che gli passa per la testa.

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Pierino Prati, il mestiere di far goal

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IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Latini) – Nonostante Cristiano Ronaldo e Lionel Messi abbiano monopolizzato gli ultimi dieci anni di Champions League, c’è un primato che neanche due mostri sacri come loro hanno mai ancora centrato. Né è detto vi riescano in futuro calibri come Neymar o Mbappé. Finora, chi ha messo le mani sulla coppa non ha mai segnato più di due gol. Comunque tanti, ma non abbastanza per eguagliare Pierino Prati, 72 anni pochi giorni fa e ancora quel record mai raggiunto: essere l’unico fare tripletta nell’atto finale sul più importante palcoscenico continentale. Se gli altri si sono riportati a casa il trofeo, in quella notte inglese del 1969, Prati in valigia ci infilò pure il pallone con cui per tre volte aveva fatto male al malcapitato Gerrit Bals.

Le origini di Pierino Prati

Soddisfazioni inscalfibili dal tempo, magari da raccontare ai bambini, gli stessi che ora Pierino allena, con la tuta del Milan, tentando di insegnarli quell’arte del gol che a lui riusciva così bene. Lo soprannominarono la peste e non poteva essere altrimenti. Un po’ perché sul campo gli si ammattivano dietro, un po’ per quel nome di battesimo, Pierino, che rimandava le menti al personaggio disegnato da Antonio Rubino sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Anche se della peste, il ragazzino destinato a prendersi l’Europa, ne aveva poco o nulla. Solo l’amore per il pallone, semmai, calciato nella sua Cinisello Balsamo, in quella provincia milanese fatta di industrie e fumi densi di ciminiera. Prati è un bambino come tanti, figlio di un’Italia in piena ricostruzione, con ancora qualche ferita della guerra da suturare e l’inguaribile ottimismo che dilaga sulle onde del boom economico. Si sogna ancora in bianco e nero, ma si sogna tanto. Spesso di diventare calciatore, come Pierino inizia a pensare di poter essere quando neanche adolescente viene prelevato dal Milan: suo cartellino vale centomila preziosissime lire.

Il Giro d’Italia di Pierino Prati

In rossonero, Prati fa parte della leva del ’46, con lui crescono altri due dal futuro roseo come Luigi Maldera e Nello Santin. Tutti e tre sotto gli occhi di Nils Liedholm, che gli scarpini li ha appesi al chiodo e ora fa apprendistato nelle giovanili milaniste, in attesa di diventare il Barone della panchina. I pupilli crescono bene, ma Pierino ha qualcosa in più. Gioca ala sinistra, vede la porta e anche bene, perché di gol ne segna tanti. Quando nel 1965 arriva a quota diciotto anni, la società decide di spedirlo a Salerno, in C. Insieme al biglietto del treno, un “vai e fatti le ossa della società” e un “che poi ti riprendiamo” come stella polare da seguire. E in Cilento, infatti, il ragazzo cresce, nonostante un infortunio. Ad aspettarlo trova Domenico Rosati, che come lui da Milano ci è passato, ma dalla sponda nerazzurra. Anche se ci è rimasto poco nel grande calcio Rosati, poi tanta C, prima di dedicarsi alla panchina. All’alba della stagione ’65/’66, il tecnico granata ha una squadra per tentare il salto di categoria. In rosa ci sono esperti come suo fratello Franco e Lorenzo Piccoli, ma anche giovani come Giuseppe Corbellini e proprio Prati, entrambi prelevati dal Milan. Ma tra i due sarà Pierino a farsi notare, già alla prima giornata, il 19 settembre, con una doppietta a Lecce che fa iniziare bene un’avventura destinata a progredire in meglio. I gol di Prati arrivano anche contro Siracusa, Chieti, Crotone. Alla fine saranno dieci, con un’altra doppietta, quella dell’ultima giornata alla Sambenedettese, decisiva per blindare il punto di vantaggio sul Cosenza e guadagnarsi la cadetteria. Un bagaglio sufficiente per aggiudicarsi il ritorno a casa, anche se sarà una breve sosta, perché nonostante l’esperienza salernitana, al Milan i frutti non sono ancora maturi. A ottobre altro prestito, stavolta non al Sud. Prati finisce al Savona, dove Ercole Rabitti sta faticando a far ingranare i liguri e ha bisogno di una mano. Pierino sbarca per dar manforte a un altro ragazzo del futuro segnato, Eugenio Fascetti. Neanche a dirlo, il primo gol lo segnerà contro la sua ex Salernitana, poi da lì alla fine altri quattordici. Tanti quanti il compagno di squadra Giampaolo Cominato e un altro col vizio del bomber, Gianni Bui. Meglio aveva fatto solamente il doriano Francesconi. Al Savona tutto quel ben di Dio in zona gol serve a poco, a Prati molto di più. Se i liguri ridiscendono in C, Pierino in estate torna nuovamente a Milano e la terza volta è quella che non scorderà più. Anche perché in rossonero le cose sono cambiate. La presidenza ora tocca a Franco Carraro, che in panchina ha voluto nuovamente Nereo Rocco,reduce dalla parentesi nella mai troppo amata Torino granata. E al Paron quel ragazzo piace, anche se quando glielo presentano non risparmia battute su quei capelli in pieno stile beat generation. “Signor Rocco, questo è Pierino Prati”, “Ti avevo chiesto Pierino Prati il calciatore, non Pierino Prati il cantante. Portalo via ché non lo voglio vedere”. Ma è tutta apparenza.

Pierino Prati al Milan e l’Europeo 1968

La sostanza parla di un Milan che vanta già l’esperienza di gente come Giovanni Trapattoni e Karl-Heinz Schnellinger, oltre al talento italiano più cristallino, Gianni Rivera. A centrocampo c’è Lodetti pronto a correre per tutti, dietro la classe di Roberto Rosato. In più, Rocco ha prelevato dal Lecco la classe argentina di Valentín Angelillo, mentre a Firenze ha spedito Amarildo per farsi dare in cambio l’UccellinoKurt Hamrin. Una squadra fatta per vincere e che finirà col fare quella per cui è stata progettata. Pierino Prati si sblocca a novembre, contro il Cagliari di Gigi Riva, poi da lì in poi non si fermerà più. Con tre doppietta mette in fila Vicenza, Brescia, Bologna e Roma, continuando a mietere vittime illustri come Juventus e soprattutto Napoli. Anche perché la squadra da attere sono proprio i partenopei, che alla fine chiuderanno a nove punti dal Milan. Poco aveva potuto anche l’ex, José Altafini. Il brasiliano ne avrebbe sì segnati 13, ma non quanti Prati: 15, con laurea di capocannoniere. Gioia su gioia, insieme al tricolore. Non bastasse, Pierino aveva saggiato anche l’Europa, in Coppa delle Coppe. Lì aveva giustiziato i modesti magiari del Győri, lo Standard Liegi e soprattutto il Bayern Monaco in semifinale. All’ultimo atto, poi, sarebbe bastato Hamrin portare la coppa nel capoluogo lombardo. Forse potrebbe bastare, ma in più c’è la Nazionale. Perché vero che Gigi Riva è un cono d’ombra su tutti gli attaccanti italiani, ma lì dietro Prati si è riuscito a ritagliare il suo bel posto al sole. E se n’è accorto anche il Ct, Ferruccio Valcareggi, che il ragazzo di Cinisello Balsamo l’ha spedito in campo nelle qualificazione all’Europeo del ’68, quello da giocare in casa. Pierino ovviamente ha ripagato cotante fiducia, segnando al debutto in azzurro, contro la Bulgaria a Sofia e ripetendosi anche nel ritorno di Napoli, in tuffo oltre le gambe dei difensori. È in campo anche quel 5 giugno, Pierino, sempre schierato insieme al compagno Rivera. Semifinale degli Europei. Stavolta non segna e come lui nessun altro. Finisce 0-0, niente neanche ai supplementari. L’Italia si aggrappa a una monetina che la premia e vola in finale, tre giorni dopo, stavolta a Roma. Altro pareggio, ma 1-1. Stavolta si rigioca, ma a quel punto Valcareggi gioca d’astuzia e ne cambia cinque di uomini, compreso Prati, rimpiazzato da Riva. E sarà proprio Rombo di Tuono a incendiare l’Olimpico.

La tripletta di Prati in Coppa dei Campioni

Pierino torna a Milano da campione continentale, definitivamente affermato. Segna anche la sua prima tripletta, al Verona, e il primo sigillo in un derby, quello di ritorno, pareggiando l’iniziale vantaggio di Mario Corso. 14 gol non bastano per impedire che lo scudetto finisce a Firenze, ma di gloria ce n’è in Europa. Stavolta Coppa dei Campioni, quella che Rocco vuole rivincere, dopo essere stato il primo tecnico italiano a farlo. Una bella mano, in quel ’69, gliela sta dando proprio Prati. Con una doppietta, Pierino ha piegato il Malmö, poi ai quarti ha letteralmente fatto impazzire il Celtic Park, tana dell’anima cattolica di Glasgow. Una cavalcata da metà campo fino all’area di rigore scozzese, far volare il Milan a una semifinale dove sarebbero bastati Hamrin e Sormani e regolare il Manchester di due signori a caso: Bobby Charlton e George Best. Sono gol che valgono un biglietto per Madrid, sede della finalissima. Tocca all’Ajax, banda di ragazzi promettenti, destinati a rivoluzionare il un continente calcistico. C’è già Rinus Michels, c’è già Johan Cruyff. Saranno l’avvenire, ma quella notte di fine maggio il presente è il Milan. E soprattutto Prati. Pierino segna già all’8’, spedendo dentro di testa un cross di Sormani, poi alla mezzora riceve il tacco di Rivera e col destro spara da fuori: Bals neanche la vede entrare. L’ultimo sigillo è ancora di testa, nuovamente su assist dell’Abatino. 4-1, prima avevano segnato anche Vasović e Sormani, ma la gloria sarà tutta per Prati. Nessuno aveva mai fatto tanto, nessuno è ancora riuscito a fare anche solo altrettanto.

Una carriera costellata di trofei

I gol continueranno ad arrivare, così come i trofei. Nel ’69 c’è anche l’Intercontinentale, vinta nell’inferno di Buenos Aires, perché all’epoca il regolamento prevede andata e ritorno. Così il Milan regola a San Siro l’Estudiantes di Carlos Bilard e papà Veron, ma al ritorno è un inferno. La squadra di La Plata ha ottenuto di giocare nello stadio del Boca, dove dentro i rossoneri trovano di tutto, compreso il lancio di caffè bollente. L’arbitro invece, il cileno Domingo Massaro, ignora ogni contrasto, compreso quello che costringe Prati ad abbandonare anzitempo il campo e la gomitata che spacca il naso a Nestor Combin, al quale toccherà anche un post partita turbolento: agli argentini non era andato giù che un conterraneo aveva scelto la bandiera francese e decisero di trattenerlo in commissariato per una presunta renitenza alla leva. Solo l’intervento di Franco Carraro avrebbe risolto tutto. Sul campo, invece, la rimonta argentina non sarebbe arrivata e al ritorno a Milano sarebbe stato proprio Prati a scendere dall’aereo con la coppa ben stretta tra le mani.

In campionato, invece, Pierino avrebbe segnato altri 14 gol. Ancora meglio nella stagione successiva, la sua migliore, con 19 centri. Solo Boninsegna aveva fatto meglio, ma con 8 rigori: Prati, invece, dal dischetto si era presentato solamente tre volte.

L’addio al Milan e l’arrivo a Roma

È nel ’71 che qualcosa si inclina e del suo ce lo mette anche la pubalgia. Prati gioca, segna meno. Ne realizza 6, gli stessi dell’anno successivo, dove calano anche le presenze e quantomeno mette lo zampino in un derby. Ma intento la presidenza è cambiata. Al comando si è issato Albino Buticchi, avvocato ligure e di fede juventina. Il nuovo presidente ha portato in rossonero Chiarugi e Prati lo bolla come finito, seppure nel ’70 se ne era volato anche in Messico con la Nazionale. È matrimonio che dura faticosamente una stagione, giusto in tempo per mettere in bacheca un’altra Coppa delle Coppe, poi a fine stagione si consuma il divorzio. Lo vuole il Cagliari, ma la spunta la Roma di Gaetano Anzalone. Il presidente gentiluomo ha idea di rilanciare la squadra, intanto affidata alle mani dell’autore del miracolo Cagliari, Manlio Scopigno. E al tecnico decide di regalare proprio Prati, che in giallorosso ritrova Domenghini,ma soprattutto una seconda casa. Nella Capitale, Prati viene accolto come il grande campione tanto invocato e lui da quell’amore ne viene irretito e travolto. Anche perché a Roma sono anni duri: dall’altra parte del Tevere la Lazio è in rampa di lancio, mentre De Sisti e compagni faticano. Pierino è una speranza romanista, che esplode già estate, quando ai suoi vecchi compagni del Milan rifila due gol in amichevole. I tifosi giallorossi non ci pensano due volte a inventare il coro “Buticchi bambino, grazie pe’ Pierino”, strillato anche più forte alla prima di campionato, quando proprio l’ex rossonero apre la gara col Bologna e alla fine dichiarerà ai giornali: “ogni mio gol è una rivincita su chi mi credeva finito”. Ne segnerà altri otto in quella stagione, ma il meglio lo darà in quella successiva, sotto l’egida del vecchio maestro Liedholm. Saranno 14, di cui uno mai dimenticato. 23 marzo 1975, derby, la Roma culla l’idea del sorpasso. Piove, l’Olimpico è un misto di cerate di fortuna, impermeabili e ombrelli. Al 76’ Peccenini trova spazio per crossare e la mette al centro, Prati piomba sul pallone e batte Felice Pulici, prima di correre a braccia alzate sotto la Sud. Nella Capitale sarà per sempre ricordato come il derby del sorpasso.

La storia in giallorosso proseguirà fino al ’77, poi Fiorentina, un’esperienza statunitense e la scelta di chiudere a Savona, nel 1981, prima di tentare l’avventura in panchina, per la verità poco fortunata. Ora insegna il mestiere di far gol, Pierino Prati, quello che a lui riusciva meglio.

Talmente meglio che come lui, in Coppa dei Campioni, una tripletta ancora nessuno mai.  

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