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La Penna degli Altri

Serie A 58/59: quando il Calcio italiano provò a dimenticare il “non Mondiale”

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WWW.IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Latini) – La storia ormai l’abbiamo imparata a memoria: uscimmo contro l’Irlanda del Nord, con una Nazionale imbottita di oriundi e addio Mondiali, per la prima volta. Non fosse arrivata la notte di San Siro, in pochi la saprebbero, ma contingenze e disperazioni ci hanno portato a riaprire almanacchi ingialliti, quantomeno per condividere il dolore dell’assenza in Russia con chi una delusione di tale portata l’aveva già provata. Oggi come ieri, spettatori di una kermesse che sembra ancora più bella perché così lontana. Ma come andò dopo, nessuno lo racconta. E se la Serie A 2018/2019 dovesse ricalcare quella che all’epoca seguì la prima eliminazione, ci sarebbe da divertirsi. Anche se sarà decisamente difficile.

Nel settembre del ’58, si ripartì dal via con la Juventus campione d’Italia in carica e reduce da una stagione ancora più autoritaria di quella condotta fino a pochi mesi fa dall’attuale Signora di Allegri. Il punto di contatto bianconero accosta le due ere, tutti il resto sembra fantascienza. Il Milan infatti non aveva mandato giù l’essere stato detronizzato e senza fair play finanzieri di mezzo riconfermò Gipo Viani in panchina e iniziò a rimettersi in sesto. Al Mondiale non ci eravamo andati, ma il Brasile sì e lo aveva pure vinto. Soprattutto grazie a Pelè, ma anche per i gol di un altro gioiellino che nei piani iniziali sarebbe dovuto essere addirittura il titolare dell’attacco verdeoro. Si chiamava José Altafini, chiare origini italiana, estrazione borghese e piedi d’oro. In patria aveva brillato in maglia Palmeiras, segnando non ancora maggiorenne. Quando in preparazione del Mondiale passò per l’Italia, per una serie di amichevoli organizzate a scopo preparativo, il Milan non si fece sfuggire l’occasione di piazzare il colpo. Bisognava pur verificare, in fondo, se il nomignolo Mazzola fosse solamente legato a una somiglianza con il mai troppo compianto Valentino o esistessero anche barlumi di similitudine tecniche.

Non si sbagliavano i rossoneri, perché oltretutto sull’altra sponda meneghina alloggiava già da una stagione Antonio Angelillo, che a suon di gol aveva giustificato i soldi versati dai nerazzurri nelle casse del Boca Junior per assicurarsene le prestazioni. Si ripartiva con la Juventus designata battistrada, ma le previsioni non rispecchiarono la realtà. Riconfermato in panchina lo jugoslavo Ljubiša Broćić, i bianconeri si incepparono già alla prima giornata, con la Spal, alternando vittorie e passi falsi per tutto il girone di andata. Neanche Omar Sivori sembrava girare più come la stagione precedente e il solo John Charles non poteva bastare. Ma per il gallese non era stata un’estate di riposo. Se l’Italia era rimasta a guardare, il Galles invece al Mondiale ci era andato eccome, trascinato proprio da quel gigante che aveva trovato gol e affetto anche a Torino. Ne segnò 19 anche in quella stagione post Svezia, Charles, ma servì a poco. Con la ruota che continuava a non girare, Umberto Agnelli le provò tutte, esonerando Broćić e successivamente anche Teobaldo Depetrini, che intanto ne aveva preso il posto. Alla fine, le ultime fiches vennero investite su Renato Cesarini, che in extremis ne aveva segnati tanti di gol, ma dalla panchina per miracoli dell’ultimo minuto non era ancora riuscito ad attrezzarsi. Arrivò un anonimo quarto posto, lenito se non altro dalla Coppa Italia. Ma per la coccarda, all’epoca, si giocava in settembre e più che uno zuccherino di fine stagione poteva essere un bel tonico per il campionato che di lì a poco sarebbe iniziato.

Partito per fare corsa scudetto, invece, il Milan si era messo fin da subito a regime. E con un Altafini in più, Viani poteva ancora contare sull’esperienza di Nils Liedholm e su quello Schiaffino che nel ’50 aveva traumatizzato il Brasile e rovinato la vita del malcapitato Moacir Barbosa.

Ci misero poco i rossoneri a carburare. Subito un 2-0 alla Triestina, poi alla terza uscita anche Altafini si era sbloccato, ma quel campionato non sarebbe stato una passeggiata di salute. Il 26 ottobre, a Vicenza, nello stadio che portava il nome dello zio Romeo, Luigi Menti pensò bene di aggiungere un pizzico di pepe alla Serie A, di concerto con Renzo Cappellaro. Risultato: 2-0. E Milan detronizzato. Ma la vetta non spettò all’Inter. Neanche troppo a sorpresa, in testa vi balzò la Fiorentina, che ormai le alte sfere del campionato le conosceva discretamente bene. Nel 1956, infatti, in riva all’Arno era arrivato il primo storico scudetto, mentre la stagione successiva la cavalcata in Coppa dei Campioni si era arenata solamente in finale, dove d’altra parte il Real Madrid sembrava avere i connotati dell’imbattibilità. Reduce da un secondo posto dell’anno precedente, patron Befani aveva deciso di affidarsi nuovamente alla scuola magiara di Lajos Czeizler, ma in più si era andato a rinforzare sul mercato. In estate, infatti, era arrivato il colpo Kurt Hamrin, reduce dal secondo posto nei Mondiali in Svezia, ma soprattutto da una stagione da 20 gol col Padova. Per il talento scandinavo, l’annata con i biancoscudati era somigliata a qualcosa come una resurrezione. In Italia, infatti, Hamrin ce lo aveva portato la Juventus, ma un infortunio ne aveva abbondantemente limitato le fughe sulla fascia. In Veneto invece l’Uccellino si era rimesso in volo e dalla Toscana non ci avevano dovuto pensare più di tanto su chi fosse l’uomo giusto per sostituire l’estro brasiliano di Julinho, tornato in patria a fare le proprie fortune.

I gigliati erano partiti forte, senza lasciare scampo a Vicenza e Alessandria, ma la riprova della bontà dei propri investimenti arrivò in ottobre, contro l’Inter di Angelillo. L’argentino restò a secco, Hamrin e Segato no: una doppietta a testa e 4-0. Alle luci del capitombolo vicentino del Milan, la Fiorentina si ritrovò così al comando, ma la guerra di logoramento era appena iniziata. Lo scontro diretto in novembre avrebbe infatti premiato i rossoneri, che però finirono con lo sbattere sulla Spal subito dopo. Il duello così si protrasse per tutto il girone di ritorno, fino ad aprile, dove tutto poté decidersi. Il 12, nell’attuale Franchi, viola e Milan si ritrovarono faccia a faccia, ma il favore del pubblico non favorì i gigliati. Non ne aiutò le sorti neanche il gol del solito Hamrin (alla fine sarebbero stati 26 totali…), perché Altafini e Danova ribaltarono la questione. Ma per gioire, la banda Viani dovette aspettare nuovamente Ferrara. Se la Spal aveva fatto penare tutti, non risparmiò neanche la Fiorentina e per una propria coscienza di ammazza grandi fece suo anche lo scalpo toscano, consegnando al Milan uno scudetto che sarebbe arrivato con 52 punti: appena tre in più dei rivali. Ai Viola non bastò realizzare la cifra mostruosa di 95 gol. Ma le tante reti non erano bastate neanche all’Inter e soprattutto ad Angelillo, che di centri ne aveva realizzati 33: quasi la metà di tutta la compagine nerazzurra.

E le altre? Tutte a inseguire. A Napoli, Amedeo Amadei si era rivelato meno prezioso in panchina di quanto non fosse stato in campo, a Roma entrambe le compagini avevano stentato. In particolare la Lazio, che con Fulvio Bernardini al comando si era arenata nella seconda metà della classifica. I biancocelesti avevano potuto contare sull’estro brasiliano di Humberto Tozzi, ma neanche i suoi 13 gol erano riusciti a risollevare la sorti di Bob Lovati e compagni.

Non che la Roma avesse brillato. Il campionato dei giallorossi, infatti, era partito con il ratto di Selmosson, condotto da una sponda all’altra del Tevere. Ma il raggio di luna, non illuminò più di tanto i giallorossi. Il presidente Anacleto Gianni aveva infatti optato per una scelta interna, riproponendo in panchina quel Gunnar Nordahl che nella stagione precedente era velocemente passato dal campo alla sedia per rilevare l’ungherese György Sarosi. Le cose però finirono per mettersi male e fin troppo presto Nordahl pagò dazio, venendo rilevato proprio da quel magiaro di cui in precedenza ne aveva preso il posto. Per i giallorossi, la soddisfazione arrivò almeno dai derby: entrambi vinti, grazie soprattutto a chi ai Mondiali aveva quanto meno provato a portarci, Dino Da Costa.

Fece bene la Sampdoria di Tito Cucchiaroni, piazzatasi quinta, spinta anche dal futuro Ct della notti magiche Azeglio Vicini. Malissimo, invece, andò alle due retrocesse: Triestina e Torino. In particolare i granata, stretti dalla morsa della crisi economica e costretti a marchiarsi con lo sponsor Talamone nello strenuo tentativo di reperire liquidità. Non fu la mossa migliore e, senza neanche un presidente designato ma presieduto da un consiglio di emergenza, la squadra passò per le mani di quattro allenatori, prima di chiudere con la prima storia retrocessione in B. Neanche Enzo Bearzot aveva potuto qualcosa.

Gli alabardati, invece, si affidarono ad Oscar Massei, come faro del centrocampo. La stella argentina soffriva però ancora di quella rottura ai legamenti che ne aveva pregiudicato un futuro roseo all’Inter. La morale fu una discesa in B, con tre lunghezze in meno di quella Spal dove Massei sarebbe approdato giusto qualche mese dopo, per andare a dispensare calcio e forgiare giovani dal grande avvenire come Fabio Capello ed Edy Reja.

Intanto al Mondiale si poteva non pensare più, orami era andato. Restava solo l’eco di Pelé, contro cui ci saremmo scontrati un decennio dopo. La Serie A aveva risucchiato i dolori azzurri e regalato un grande campionato. Ora, chiudiamo gli occhi. Possiamo veramente aspettarci lo stesso per la prossima stagione?

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19 ottobre 1921, nasce Gunnar Nordahl

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Il 19 Ottobre 1921 nasce a Hornefors in Svezia, Gunnar Nordahl, centravanti del Milan degli anni ’50, unico giocatore nella storia della serie A capace di vincere per 5 volte, e sempre con la maglia del Milan, la classifica dei marcatori.

Arriva in Italia quasi ventottenne: quel 22 gennaio del ’49 ad aspettarlo alla stazione di Milano ci sono 3 mila tifosi rossoneri, lo portano in trionfo sulle spalle, nell’agitazione in quattro finiscono all’ospedale.

La fama dell’asso nato oltre il circolo polare artico, dove la temperatura è sempre sotto zero, è alle stelle. Nella nazionale svedese ha già segnato 43 gol in 33 partite, in campionato si è laureato per 4 volte capocannoniere, ha vinto 4 scudetti e una Coppa di Svezia. Quello che colpisce è la stazza fisica: un metro e 80 per 95 kg e 105 cm di torace.

Campione con la Svezia ai Giochi Olimpici del ’48, destinato alla Juventus, finisce al Milan per un caso. Il club bianconero, all’ultimo, gli preferisce Ploeger, soffiandolo ai rossoneri, e l’avvocato Agnelli per calmare le acque rinuncia all’opzione su di lui. Per il Milan, il ripiego si trasforma in un affare colossale. Nel finale di stagione 1948-49 Nordahl va a segno per 16 volte in 15 gare. È l’antipasto ai 210 gol (in 257 gare) che farà in 8 stagioni con la casacca rossonera. Nella sua bacheca 2 scudetti, 5 titoli di goleador e due Coppe Latine.

Attaccante di rara forza fisica, ama partire da lontano ma lanciato è inarrestabile, una furia che travolge ogni ostacolo. La sua forza atletica fa da contraltare al carattere mite, allegro e generoso, alla correttezza esemplare in campo. L’ultima fase della carriera è legata alla Roma: a 36 anni è difficile pronosticarli grandi imprese, invece realizza 14 gol in 34 partite prima di abbandonare. E così porta il totale a 225 reti in 281 gare (cui si aggiungono le 228 realizzate in Svezia).

Nella storia della Serie A solo due giocatori sono riusciti a segnare più reti: il primo in assoluto è Silvio Piola con 274 reti e il secondo è Francesco Totti con 232. Ma nessuno ha avuto la media reti dello svedese (0,77 reti a partita).

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Le maglie, bagnate, di sangue di sudore…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Una foto in bianco e nero, d’altri tempi, che riporta alla mente un altro calcio giocato da uomini che lottavano con il coltello tra i denti in stadi stracolmi di gente e d’entusiasmo: un calcio di maglie bagnate di sangue e di sudore, realmente, non solo nelle parole del testo di“non mollare mai”. Questa è la foto scattata alla fine di un Lazio-Fiorentina del 19 ottobre del 1969: il giorno della prima doppietta di Giorgio Chinaglia in Serie A, la domenica in cui una Lazietta appena tornata tra le grandi del calcio italiano, trascinata da un gigante italiano cresciuto in Galles, si permette il lusso di battere per 5-1 una Fiorentina che gioca con lo scudetto sul petto. Quel gigante si chiama Giorgio Chinaglia, ed è stato scoperto da Juan Carlos Lorenzo, un personaggio che sembra uscito da una di quelle commedie all’italiana degli anni Sessanta: istrionico, pittoresco, ma soprattutto un po’ folle. Quella foto con i giocatori della Lazio schierati a centrocampo a fine partita per immortalare l’epica impresa, con le maglie fradice di sudore che le fanno sembrare più blu che celesti scure (con un elegantissimo colletto bianco molto british…), diventa la figurina d’apertura della pagina della Lazio dell’album di figurine dei Calciatori della Panini del 1969.

Per Giorgio Chinaglia, reduce da un gol segnato al Milan Campione d’Europa (il suo primo in Serie A), quella è la domenica della definitiva consacrazione. Ma l’avvio di Long John nella Lazio è stato tutt’altro che rose e fiori. Anzi. I tifosi, già scottati da recenti “bufale”, quando lo vedono in campo per la prima volta si guardano perplessi: è sgraziato, è grasso e anche dal punto di vista tecnico lascia molto a desiderare. Ma Juan Carlos Lorenzo, nonostante il giudizio lapidario sul giovane Chinaglia del suo connazionale Omar Sívori (“Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche”) è convinto di avere tra le mani un diamante grezzo che deve solo essere lavorato per diventare una pietra di inestimabile valore.

Il feeling tra Giorgione e Lorenzo scatta al primo incontro. Me lo racconta Giorgio in una delle tante serate passate insieme e in cui, tra un bicchiere e l’altro di Chivas Regal, lui ama aprire lo scrigno dei ricordi. E l’episodio risale a quando Chinaglia gioca ancora nell’Internapoli e, anche se ha il passaporto britannico, essendo italiano a tutti gli effetti Giorgio deve andare a fare il militare. Car a Bologna, poi Roma, compagnia atleti, perché è stato convocato nella nazionale di Serie C. A Roma Giorgio si mette subito nei guai. Rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza il permesso per uscire. Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Giorgio è una sorta di bue: grande, grosso, ma anche grasso. E in cella di rigore, si mangia poco. Quindi, quando Lorenzo si presenta gli dice: “Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo”. Lorenzo esaudisce il desiderio e, con quel gesto, si conquista per sempre la stima e l’affetto di quel gigante scontroso ma onesto e riconoscente.

In quell’estate storica del 1969, in cui tutta l’attenzione del mondo è rivolta alla missione Apollo con destinazione la Luna, la Lazio si raduna a Tor di Quinto il 25 luglio 1969, ovvero cinque giorni dopo lo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. Tifosi e giornalisti vedono quel gigante il primo giorno, poi Chinaglia sparisce. Lorenzo ha deciso di prepararlo a modo suo: 8-10 ore al giorno di lavoro in una palestra dalle parti di Via Barberini e cura dimagrante. In combutta con il dottor Ziaco, Lorenzo toglie a Chinaglia anche le chiavi dell’ascensore di casa, quindi Giorgio deve fare dieci piani a piedi ogni volta che entra o esce dal suo appartamento. Di pallone, poco o niente. Un tempo nell’amichevole del 24 agosto con la Fiorentina, tribuna il 7 settembre in un derby di Coppa Italia passato alla storia. Con la Roma in vantaggio 1-0, allo stadio va via la luce all’improvviso e Concetto Lo Bello sospende la partita, assegnando di fatto il 2-0 a tavolino ai giallorossi. E qualcuno sostiene che sia stato Juan Carlos Lorenzo stesso a staccare l’interruttore.

In molti a Roma pensano che Chinaglia sia solo l’ennesimo bidone sbarcato nel mondo Lazio, tra l’altro pagato a peso d’oro, un po’ come Tomy, ma Juan Carlos Lorenzo ripete: “Tranquilli, Chinaglia è un fenomeno, garantisco io”. E ha ragione. Lo utilizza a Perugia in Coppa Italia, ma capisce che non è pronto e lo sostituisce con Morrone, poi nelle partite successive gli preferisce Ghio e Fortunato. La Lazio è una squadra giovane e, insieme a Chinaglia e Wilson, Lorenzo fa debuttare anche Papadopulo, Polentes, Oddi e Massa. L’esordio in Serie A di Long John, arriva il 21 settembre del 1969, nella sfortunata trasferta di Bologna. La domenica successiva, Juan Carlos Lorenzo lo promuove titolare e Giorgio Chinaglia lo ripaga segnando il suo primo gol in serie A: un gol storico, perché consente alla Lazio di mettere ko il Milan neo Campione d’Europa, davanti a 65.000 spettatori. Sono 65.000, anche se con enfasi tipica dell’epoca Enrico Ameri nella sua radiocronaca parla di 90.000 spettatori.

[…]

Giorgio è al settimo cielo, diventa subito personaggio e finisce in prima pagina sui giornali sportivi ma anche sui settimanali, con il soprannome di Long John. Questo è un passaggio della sua intervista a «L’Intrepido», che gli dedica la copertina: “Sono stato fortunato, infatti ho trovato una squadra giovane, decisa al rilancio. L’allenatore Lorenzo ha puntato tutto sulla velocità, sullo scatto. Io credo che oggi, a essere in crisi, siano gli squadroni di una volta. Ora vanno le squadre veloci, ubriacanti come Fiorentina e Cagliari e, modestamente, anche Lazio e Roma. Le squadre che partono in quarta con motore su di giri. Noi cerchiamo di farlo. In questa stagione, contro il Bologna, nella prima partita abbiamo perso, ma ci siamo subito rifatti la settimana successiva superando il Milan. Io ho segnato a Cudicini la rete del miracolo. Fu un terremoto”.

[…]

Ma torniamo a quella foto, a quel 19 ottobre del 1969. Quella domenica c’è il sole e fa caldo all’Olimpico, un caldo terribile reso ancora più infernale dalla calca che c’è sugli spalti. La vittoria con il Milan e poi quella successiva, hanno scacciato i fantasmi di una crisi dopo gli scivoloni in trasferta contro Bologna e Cagliari: anche se quel Cagliari non è una provinciale qualsiasi, ma una squadra destinata a conquistare alla fine di quella stagione uno scudetto storico, trascinata da Gigi Riva. Quella domenica, come sempre, arrivo presto all’Olimpico, perché ho solo 7 anni e con il mio abbonamento da Aquilotto ho diritto all’ingresso in Tribuna Tevere ma non ho diritto al posto a sedere su quelle panche numerate. Quindi, devo trovare un posto sulle scale, su quei gradini di marmo bianco che in quella domenica brillano alla luce del sole. La partita inizia alle 14.30, ma armato di santa pazienza e di una preziosa busta preparata con cura da mia madre con dentro i panini, entro in Tevere Numerata all’apertura dei cancelli, alle 10 di mattina: sì, 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita. Come passavamo il tempo in quelle ore? Leggendo Topolino, ascoltando le canzoni della Hit Parade diffuse dagli altoparlanti dello stadio e aspettando con pazienza l’ingresso delle squadre per salutare i tifosi e controllare il campo. Era un vero e proprio rito quello e dal momento in cui i giocatori, vestiti in borghese (non c’erano le divise sociali e quasi nessuno arrivava allo stadio in tuta…) uscivano da quel tunnel incastrato tra la Curva Sud e la Tribuna Monte Mario, iniziava il vero conto alla rovescia. E in occasione delle partite di cartello, a quel punto, a quasi un’ora e mezza dal fischio iniziale, lo stadio era già pieno, stracolmo.

Quel Lazio-Fiorentina inizia male, malissimo. Dopo appena 3 minuti segna Chiarugi, uno dei giocatori che calcisticamente parlando ho odiato di più insieme a Oscar “flipper” Damiani: perché ci segnava sempre, perché era uno di quelli che cercavano sempre il calcio di rigore, che simulavano spesso e volentieri e per ingannare l’arbitro (all’epoca, gli scarpini erano tutti neri e per il direttore di gara era difficile distinguere il piede di chi toccava quello di un altro giocatore) arrivavano a simulare, toccandosi con la punta dello scarpino in tacco dell’altro piede per poi franare a terra appena entrati in area se un difensore osava avvicinarsi o tentare l’intervento. Anche quella domenica, Chiarugi ci punisce, dopo appena 3 minuti, al primo tiro in porta. Sembra l’inizio di una goleada da parte dei Campioni d’Italia, invece quel gol è la scossa che serve alla Lazio per liberarsi da pensieri e paure, ed in dieci minuti si passa dalla depressione all’incredulità, all’esaltazione: al 17’ arriva il gol di Nello Governato, detto “il professore”, poi il gol del sorpasso firmato da Cucchi e al 27’ il primo dei 2 gol di Giorgio Chinaglia, quello che di fatto chiude la partita. Poi, nella ripresa arrivano il 4-1 di Morrone in contropiede e il definitivo 5-1 segnato da Chinaglia sotto la Nord con una sorta di pallonetto che beffa Superchi.

[…]

Chinaglia si specializza nel raccogliere “scalpi” importanti, visto che dopo il gol al Milan e la doppietta in quella domenica in cui la Lazio umilia la Fiorentina Campione d’Italia in carica, Long John segna anche all’Inter e alla Juventus, piegate come il Milan tra le mura amiche dell’Olimpico. Alla fine della sua prima stagione, Chinaglia firma 12 reti e guida la Lazio neo promossa verso un inaspettato ottavo posto in classifica e alla qualificazione per la Coppa delle Fiere. I gol di Giorgio non sono passati inosservati, al punto che il ct azzurro Ferruccio Valcareggi lo inserisce nella lista dei 40 papabili per partecipare ai Mondiali di Messico ’70. Ma nella lista dei 22 che partono per quell’avventura, il nome di Chinaglia non c’è, lui resta a casa. L’appuntamento con l’azzurro e con i Mondiali è rinviato. Anche se quello tra Giorgio e la maglia azzurra è un rapporto difficile, conflittuale. Forse perché lui, da ex emigrante, tiene troppo alla Nazionale. “Io sono italiano. Anzi sono doppiamente italiano perché ho vissuto all’estero”. Ma questa, è un’altra storia…

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“Berni”, una vita da partigiano

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CORRIERE TORINO (Mauro Berruto) – Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia, come quei pugni guantati di nero alzati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico, proprio cinquanta anni fa. Ci sono gesti che passano alla storia proprio perché non si compiono. Bruno Neri era un calciatore, classe 1910. Un po’ atipico, in verità. Raffinato intellettuale, frequentatore di teatri, musei, pinacoteche e accanito lettore, faceva anche correre bene il pallone, lui mediano cresciuto alla scuola dell’allenatore ungherese Béla Belassa. Raccontano le cronache del tempo, in occasione della sua convocazione in Nazionale: «Neri imposta magnificamente l’azione per Meazza, Ferrari, Piola». Anni duri, quegli anni ’30. Da una parte lo sport, il calcio in particolare, con gli azzurri che diventano Campioni del Mondo nel 1934 e nel 1938, dall’altra la depressione economica, crisi, malcontento. E quando un Paese si ammala di rabbia, c’è sempre qualche forma parassita di propaganda pronta a nutrirsi del dolore della gente. In quel caso la propaganda assume i connotati del fascismo che non è più alle porte, è già nella testa di tutti. O quasi. Bruno Neri, per esempio, nella testa ha altro. Non pensa solo al calcio. Neri gioca, sì, ma parla, ascolta, legge, osserva. Pensa. Nel novembre del 1936 viene convocato con la Nazionale per una partita contro la Germania, a Berlino. Tre mesi prima all’Olympiastadion, ci sono stati i Giochi Olimpici, quelli che il Fuhrer inizialmente non voleva, ma che aveva poi trasformato in un gigantesco show, affidandone il racconto alla regista Leni Riefenstahl. Bruno Neri è in panchina, ha più tempo per pensare. Intuisce, capisce, registra. L’anno dopo viene acquistato dal Torino. Alloggia in città al «Dogana Vecchia» in Via Corte d’Appello, frequenta artisti e intellettuali. Sostiene esami universitari a Napoli dove è iscritto alla facoltà di Lingue Orientali. Nel Torino gioca fino al 1940, poi torna, trentenne, nella sua Faenza e con un po’ di soldi messi da parte compra un’officina. La situazione politica, però, precipita e Bruno Neri, come sempre, decide di impostare l’azione. In questo caso non si tratta di una palla da far arrivare dalle parti di Meazza o di Piola. No. E un’azione di resistenza armata. Bruno Neri diventa il Partigiano «Berni» e, visto che fare da collegamento fra i reparti gli è sempre venuto naturale, fonda un’organizzazione il cui compito è quello di fare da ponte fra le brigate partigiane. II 10 luglio 1944 lui e «Nico», l’amico cestista Vittorio Bellenghi, vanno in avanscoperta. Devono perlustrare una strada per un’operazione di recupero di un lancio di alleati sul Monte Lavane, verificando che non ci siano tedeschi. Ne troveranno, inaspettatamente, una quindicina dietro una curva. Moriranno entrambi, sul campo. Non un campo di calcio, né di basket. Un campo di battaglia, nei pressi dell’eremo di Gamogna, vicino a un cimitero. Il vecchio presidente della Fiorentina, il gerarca fascista Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aveva capito tutto da un pezzo. Da quel 10 settembre 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, intitolato allo squadrista Giovanni Berta, buttato in Arno da un operaio comunista. Lo aveva capito, il Marchese Ridolfi, quando 14 dei suoi 15 calciatori, tutti disposti in fila, avevano omaggiato la tribuna con il braccio ben teso nel saluto fascista. Uno solo aveva tenuto le braccia abbassate. Uno solo. Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia e ci sono gesti che non si compiono e per i quali la storia, presto o tardi, chiede un prezzo. Pare che il Marchese Ridolfo provasse una certa forma di affetto per Bruno Neri, forse intuendo che avrebbe fatto una brutta fine. Chissà quali furono i suoi pensieri, quando ormai diventato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera e poi della Federazione Italiana Gioco Calcio, lo seppe trucidato, su una strada di campagna, da pallottole naziste. Giù le mani da questa storia, squadristi di ogni tempo. Questo è il fiore, granata, del Partigiano Berni, morto perla libertà.

da Corriere Torino di Mauro Berruto

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