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La Penna degli Altri

La “storiaccia” del compagno Montesi…

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WWW.SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Quella di Maurizio Montesi, per dirla alla romana è una “storiaccia”, ovvero una storia scomoda, una di quelle che creano un certo imbarazzo e che anche a distanza di quasi 40 anni tutti cercano di nascondere o di dimenticare, perché la storia comunque non si può cancellare. Il nome del “compagno” Montesi, infatti, è quasi tabù nel mondo Lazio. E quel termine  “compagno”  è a 360 gradi, perché la sua presenza nella Lazio risale al periodo degli anni di piombo, quello in cui essere “compagni” non significava solo giocare nella stessa squadra e che ho raccontato in “Faccetta biancoceleste”

Perché in quegli anni di piombo essere “compagni” non significa solo giocare nella stessa squadra. Significa appartenenza politica, significa essere di sinistra. O, come dicono a Roma in senso dispregiativo quelli di destra parlando di quelli di sinistra, significa essere una “zecca”. E con quei baffi neri, i capelli lunghi e perennemente scompigliati, anche senza l’Eskimo addosso e “Lotta Continua” in tasca Montesi somiglia più ad un terrorista che ad un giocatore di calcio.

Maurizio Montesi è uno dei tanti prodotti del settore giovanile della Lazio, di quella scuola che negli anni Settanta ha consentito alla società di sopravvivere nel grande calcio pur non avendo i mezzi economici per competere con le altre. Non c’erano soldi per comprare giocatori veri, importanti, quindi la Lazio se li creava in casa: Giordano, Manfredonia, Agostinelli e Tassotti sono i primi nomi che vengo in mente perché sono quelli che hanno avuto la carriera luminosa, ma insieme a loro dal settore giovanile della Lazio in quegli anni sono usciti altri giocatori che hanno esordito in Serie A con la maglia biancoceleste e che hanno fatto una discreta carriera tra i professionisti. Tra questi, c’era anche Maurizio Montesi. Silenzioso e dal carattere da sempre chiuso e difficile, Maurizio Montesi è sempre stato un po’ ai margini del mondo Lazio, poco amato sia dai compagni di squadra che dai tifosi. Era una Lazio considerata di destra quella e la presenza di un ragazzo che sembrava un brigatista rosso con la maglia da calcio addosso, quasi stonava in quel contesto. E questo distacco Montesi lo ha sempre percepito, fin da quando è approdato dalla Primavera della Lazio Campione d’Italia nella stagione 1975-1976 alla prima squadra, promosso da Bob Lovati.

Maurizio faceva il centrocampista ma non aveva il fisico gladiatorio di un Re Cecconi o dei mediani dell’epoca, gente che lottava con il coltello tra i denti e randellava chiunque osasse passare dalle loro parti. Era piccolo, 170 centimetri d’altezza per 67 chili, ma aveva due polmoni che gli consentivano di correre per 90 minuti senza accusare mai il peso della fatica. E Lovati stravedeva per lui. E’ Bob a convincere i dirigenti a mandare Montesi in prestito all’Avellino in Serie B e con Maurizio in squadra gli irpini vincono il campionato e salgono per la prima volta nella loro storia in Serie A. In quella stagione, gioca 20 partite su 30 e contribuisce alla salvezza, ma ad Avellino non lo ama nessuno. Maurizio non ha mai negato le sue simpatie per la sinistra e i suoi legami con gruppi extraparlamentari di estrema sinistra, ma nel 1978 rilascia un’intervista a “Lotta continua”che ha lo stesso effetto di una bomba. In quell’articolo, accusa i dirigenti dell’Avellino di utilizzare il calcio a fini clientelari e di essere in qualche modo collusi con la malavita locale, ma anche i tifosi di accettare passivamente questa situazione. E’ la fine del suo rapporto con l’Avellino e il ritorno obbligato alla Lazio, dove Bob Lovati che ha ereditato la squadra da Vinicio lo accoglie a braccia aperte. Ma il 12 novembre del 1979, in un’intervista a “Panorama” rilasciata ad Angelo Maria Pellino dal titolo “Fermate quel pallone”, Montesi si scaglia contro l’intero mondo del calcio, accusando le società di sostenere i gruppi ultras con ingressi gratuiti allo stadio, pullman per le trasferte e finanziamenti di vario genere. Poi rincara la dose attaccando l’intera classe politica che secondo lui non ha alcun interesse a fermare l’escalation della violenza che circonda il mondo del calcio e tantomeno a spazzare via i gruppi organizzati di tifosi, perché avrebbe paura di inimicarsi quell’enorme serbatoio elettorale rappresentato dai tifosi e anche i magnati del calcio che stavano trasformando quello sport popolare in una macchina per far soldi. L’intervista, arriva dopo la morte di Vincenzo Paparelli, in un momento particolare in cui il paese è alle prese con una sorta di guerra civile interna e in cui il calcio smette di essere quella sorta di isola felice in cui rifugiarsi la domenica per dimenticare la crisi economica, gli attentati, il terrorismo. A sinistra, tutti applaudono il “compagno Montesi” che ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto, ma quell’intervista lo fa diventare una sorta di emarginato all’interno del gruppo-Lazio, perché né i tifosi né i compagni gradiscono. E poche settimane dopo, arriva il fattaccio.

Il 6 gennaio, la Lazio gioca a San Siro contro il Milan. La Lazio è terza in classifica, il Milan Campione d’Italia è secondo ed insegue l’Inter. Quel giorno, tutti danno Montesi tra i titolari, ma all’improvviso il nome di Maurizio esce dalla lista a causa di un misterioso infortunio. Ma una settimana dopo Montesi gioca contro l’Avellino, come se nulla fosse successo. In realtà, era successo qualcosa di grave, di molto grave. Un qualcosa che la Lazio avrebbe pagato a carissimo prezzo. Il 24 febbraio del 1980, a Cagliari, in un uno scontro durissimo con Bellini, Montesi si frattura la tibia della gamba destra. Viene operato, ma in ospedale non si vede praticamente nessuno né della società né dei compagni di squadra. In ospedale, invece, il 3 marzo del 1980 si presenta un giovane giornalista di “La Repubblica”, Oliviero Beha, che trasforma uno sfogo in un’intervista che ha lo stesso effetto di una bomba. Da settimane si sussurra di taciti accordi, di partite truccate, di scommesse, ma nessuno trova conferme. A confermare tutto è proprio Maurizio Montesi, che in quel colloquio con Oliviero Beha denuncia le malefatte del suo ambiente e il giro di soldi che le scommesse clandestine fanno arrivare a tutti i livelli del sistema calcio. Il 23 marzo, esplode lo Scandalo Scommesse, il primo di una lunga serie. E scattano le manette per 27 giocatori, tra cui Cacciatori, Giordano, Manfredonia e Wilson, quest’ultimo additato da Montesi come il capo di tutto.

Interrogato dai magistrati dopo l’arresto dei suoi compagni di squadra, Montesi conferma tutto. “Il sabato prima di Milan-Lazio fu Wilson ad avvicinarmi in albergo. Mi fece delle proposte, mi parlò di un assegno: rifiutai sdegnato, ma tant’è il giorno dopo non scesi in campo”. Il magistrato chiede a Montesi perché ora confermava tutto quello che aveva smentito in precedenza e che era racchiuso in quell’articolo confessione scritto da Oliviero Beha e perché non aveva denunciato tutto all’Ufficio Inchieste della Federcalcio e Montesi risponde: “Perché non credevo nella Giustizia Sportiva. Tra l’altro, non avendo denunciato subito la cosa avrei potuto passare dei guai, potevo cioè essere squalificato per omessa denuncia. Lo dico ora perché ho visto che lo scandalo ha assunto ben altre proporzioni e soprattutto perché la Giustizia Ordinaria ha saputo muoversi bene. Tra l’altro, quella etichetta di superteste che volevano affibbiarmi a tutti i costi mi dava fastidio: accusare un compagno di squadra, in qualsiasi caso, non è mai piacevole”.

Il processo penale finisce con un nulla di fatto. Quello sportivo, invece, anche per la confessione di Montesi, provoca la retrocessione della Lazio in Serie B e la squalifica di Wilson, Cacciatori, Giordano e Manfredonia. Anche Montesi viene squalificato, per 4 mesi per omessa denuncia. Quella confessione, segna la fine del rapporto tra Montesi e la Lazio. Maurizio riceve continue minacce, gira scortato dai “compagni” del quartiere e da qualche amico che lo proteggono quando gira in città, ma quando scende in campo per gli allenamenti a Tor di Quinto dalle tribune gli piove addosso di tutto. Nella stagione 1980-1981, Montesi non mette mai piede in campo. Nelle due successiva colleziona solo 11 spezzoni di partita, poi si infortuna sempre alla gamba destra e quell’incidente mette la parola fine al suo matrimonio con la Lazio e alla sua carriera, perché nessuno gli fa un contratto.

Per anni, di Maurizio Montesi si perde ogni traccia, fino a quando all’inizio degli anni novanta il suo nome torna alla ribalta delle cronache. Ma non di quelle sportive. Viene arrestato per un traffico di hashish e il 2 febbraio del 1994 viene condannato a quattro anni di reclusione per violazione della legge sugli stupefacenti, insieme al suo complice Giuseppe Biancucci, il cui nome venne accostato durante gli Anni di Piombo alla colonna romana delle Brigate rosse e che nel 1979 era stato arrestato per associazione sovversiva e banda armata. La vicenda che porta Montesi a quella condanna e al carcere risale al 27 giugno del 1992, quando in un’imbarcazione affondata al largo di Fiumicino vennero scoperte oltre tre tonnellate e mezzo di hashish, per un valore di quaranta miliardi di lire (circa 21 milioni di euro). Lo stupefacente, proveniente dal Nord Africa, era contenuto in involucri di plastica sigillati e depositati all’ interno del relitto, che si trovava a circa 20 metri di profondità.

Scontata la pena, Maurizio Montesi esce dal carcere e di lui si perde ogni traccia. L’unica cosa certa è che ha lasciato l’Italia, secondo molti per trasferirsi in Francia e da lì in oriente. Oggi, Maurizio Montesi, nato a Roma il 26 luglio del 1957, compie 61 anni…

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2 Comments

2 Comments

  1. Giuseppe Faccenda

    24 agosto 2018 at 16:41

    Ho giocato con Maurizio Montesi e i compagni gli volevano bene . E’ che lui litigava con tutti gli allenatori che pensavano bene di allontanarlo e metterlo fuori rosa ma il giocatore era forte ed infatti e’arrivato a giocare in serie A. E’ un peccato che sia sparito dalla circolazione . E’un romano vero che manca alla citta’ ed ai suoi vecchi amici.

    • Federico Baranello

      26 agosto 2018 at 17:19

      Buonasera, la ringrazio per la sua testimonianza.

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Morto Felice Pulici, storico portiere del primo scudetto della Lazio

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ILMESSAGGERO.IT (Emiliano Bernardini) – Se ne è andato in silenzio. In punta di piedi. Così come ha sempre vissuto. La Lazio piange Felice Pulici, indimenticato portiere del primo scudetto biancoceleste. È morto all’età di 73 anni dopo una lunga malattia. Alla Lazio in cinque campionati ha messo insieme 150 presenze consecutive. «Pu… Pu… Pulici», era un grido che saliva alto, quasi rabbioso. Più che un coro era un’invocazione, una preghiera di aiuto o un grazie urlato in coro da migliaia di laziali. Gli stessi che oggi lo piangono. Un’altra stella che si aggiunge al firmamento biancocelste.

Nel 1972 Pulici passa dal Novara alla Lazio di Tommaso Maestrelli, da poco promossa in Serie A. Per cinque anni non salta neppure una partita e, come detto, vince il campionato nel 1973-74. Si trasferisce quindi al Monza e all’Ascoli. Nel 1982, invece, torna alla Lazio per una sola stagione. Infine si ritira.

Resta comunque nella Lazio come allenatore della Primavera nel 1983. Poi, con l’arrivo di Giorgio Chinaglia alla presidenza biancoceleste, entra nella dirigenza biancoceleste come direttore generale.

Per due volte è il responsabile del settore giovanile laziale: dal 1994 al 1998 e poi dal 2003 al 2004.

Nel 2006 Claudio Lotito lo sceglie come membro della segreteria generale e, nel 2006, è uno degli avvocati che rappresentano il club durante il processo sportivo di Calciopoli. Nell’agosto del 2006 Lotito gli affida la rappresentanza della società.

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16 dicembre 1952, nasce Ciccio Graziani

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Nasce a Subiaco, in provincia di Roma, Francesco Graziani, uno dei primi attaccanti moderni del nostro calcio, in grado di segnare valanghe di gol ma anche di partecipare alla manovra fin dal limite del centrocampo.

Ciccio Graziani non ha i piedi di fata, non è nemmeno velocissimo e acrobatico come il suo gemello granata Pulici, ma è generoso e lotta fino al novantesimo offrendo alla propria squadra sempre il 110 per cento senza mai risparmiarsi.

Tuttavia è stato un ottimo goleador che ha fatto grande il Torino degli anni Settanta (uno scudetto conquistato nel 1976 e uno perso nel 1977 nonostante gli storici 50 punti totalizzati dal Toro); in granata ha giocato 8 Campionati segnando con Pulici quasi 200 reti: è capocannoniere nel 1977 con 21 centri.

Con la maglia della Nazionale ha vissuto momenti contrastanti; 23 gol in 64 partite diluiti in 8 anni non sono pochi anche se sul più bello, ai Mondiali d’Argentina, fu messo da parte da Enzo Bearzot per lanciare Pablito Rossi. Nel 1982 invece è stato titolare fisso in tutte le partite, ma nei primi minuti della finale con la Germania Ovest ha dovuto abbandonare per una lesione alla spalla lasciando il campo a Spillo Altobelli. Resta determinante, ai fini del passaggio del turno, la rete segnata al Camerun durante la terza e ultima gara della prima fase.

Dopo la lunga esperienza granata gioca a ottimi livelli anche nella Fiorentina di Antognoni e nella Roma di Falcao. Quando decide di abbandonare, a 35 anni suonati, gioca in B con i bianconeri dell’Udinese. Superata una breve esperienza dirigenziale con l’Arezzo, intraprende la carriera di allenatore che lo porta alla Fiorentina e al Catania. Come sul campoanche fuori, Ciccio è un personaggio verace che dice sempre quello che gli passa per la testa.

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Pierino Prati, il mestiere di far goal

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IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Latini) – Nonostante Cristiano Ronaldo e Lionel Messi abbiano monopolizzato gli ultimi dieci anni di Champions League, c’è un primato che neanche due mostri sacri come loro hanno mai ancora centrato. Né è detto vi riescano in futuro calibri come Neymar o Mbappé. Finora, chi ha messo le mani sulla coppa non ha mai segnato più di due gol. Comunque tanti, ma non abbastanza per eguagliare Pierino Prati, 72 anni pochi giorni fa e ancora quel record mai raggiunto: essere l’unico fare tripletta nell’atto finale sul più importante palcoscenico continentale. Se gli altri si sono riportati a casa il trofeo, in quella notte inglese del 1969, Prati in valigia ci infilò pure il pallone con cui per tre volte aveva fatto male al malcapitato Gerrit Bals.

Le origini di Pierino Prati

Soddisfazioni inscalfibili dal tempo, magari da raccontare ai bambini, gli stessi che ora Pierino allena, con la tuta del Milan, tentando di insegnarli quell’arte del gol che a lui riusciva così bene. Lo soprannominarono la peste e non poteva essere altrimenti. Un po’ perché sul campo gli si ammattivano dietro, un po’ per quel nome di battesimo, Pierino, che rimandava le menti al personaggio disegnato da Antonio Rubino sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Anche se della peste, il ragazzino destinato a prendersi l’Europa, ne aveva poco o nulla. Solo l’amore per il pallone, semmai, calciato nella sua Cinisello Balsamo, in quella provincia milanese fatta di industrie e fumi densi di ciminiera. Prati è un bambino come tanti, figlio di un’Italia in piena ricostruzione, con ancora qualche ferita della guerra da suturare e l’inguaribile ottimismo che dilaga sulle onde del boom economico. Si sogna ancora in bianco e nero, ma si sogna tanto. Spesso di diventare calciatore, come Pierino inizia a pensare di poter essere quando neanche adolescente viene prelevato dal Milan: suo cartellino vale centomila preziosissime lire.

Il Giro d’Italia di Pierino Prati

In rossonero, Prati fa parte della leva del ’46, con lui crescono altri due dal futuro roseo come Luigi Maldera e Nello Santin. Tutti e tre sotto gli occhi di Nils Liedholm, che gli scarpini li ha appesi al chiodo e ora fa apprendistato nelle giovanili milaniste, in attesa di diventare il Barone della panchina. I pupilli crescono bene, ma Pierino ha qualcosa in più. Gioca ala sinistra, vede la porta e anche bene, perché di gol ne segna tanti. Quando nel 1965 arriva a quota diciotto anni, la società decide di spedirlo a Salerno, in C. Insieme al biglietto del treno, un “vai e fatti le ossa della società” e un “che poi ti riprendiamo” come stella polare da seguire. E in Cilento, infatti, il ragazzo cresce, nonostante un infortunio. Ad aspettarlo trova Domenico Rosati, che come lui da Milano ci è passato, ma dalla sponda nerazzurra. Anche se ci è rimasto poco nel grande calcio Rosati, poi tanta C, prima di dedicarsi alla panchina. All’alba della stagione ’65/’66, il tecnico granata ha una squadra per tentare il salto di categoria. In rosa ci sono esperti come suo fratello Franco e Lorenzo Piccoli, ma anche giovani come Giuseppe Corbellini e proprio Prati, entrambi prelevati dal Milan. Ma tra i due sarà Pierino a farsi notare, già alla prima giornata, il 19 settembre, con una doppietta a Lecce che fa iniziare bene un’avventura destinata a progredire in meglio. I gol di Prati arrivano anche contro Siracusa, Chieti, Crotone. Alla fine saranno dieci, con un’altra doppietta, quella dell’ultima giornata alla Sambenedettese, decisiva per blindare il punto di vantaggio sul Cosenza e guadagnarsi la cadetteria. Un bagaglio sufficiente per aggiudicarsi il ritorno a casa, anche se sarà una breve sosta, perché nonostante l’esperienza salernitana, al Milan i frutti non sono ancora maturi. A ottobre altro prestito, stavolta non al Sud. Prati finisce al Savona, dove Ercole Rabitti sta faticando a far ingranare i liguri e ha bisogno di una mano. Pierino sbarca per dar manforte a un altro ragazzo del futuro segnato, Eugenio Fascetti. Neanche a dirlo, il primo gol lo segnerà contro la sua ex Salernitana, poi da lì alla fine altri quattordici. Tanti quanti il compagno di squadra Giampaolo Cominato e un altro col vizio del bomber, Gianni Bui. Meglio aveva fatto solamente il doriano Francesconi. Al Savona tutto quel ben di Dio in zona gol serve a poco, a Prati molto di più. Se i liguri ridiscendono in C, Pierino in estate torna nuovamente a Milano e la terza volta è quella che non scorderà più. Anche perché in rossonero le cose sono cambiate. La presidenza ora tocca a Franco Carraro, che in panchina ha voluto nuovamente Nereo Rocco,reduce dalla parentesi nella mai troppo amata Torino granata. E al Paron quel ragazzo piace, anche se quando glielo presentano non risparmia battute su quei capelli in pieno stile beat generation. “Signor Rocco, questo è Pierino Prati”, “Ti avevo chiesto Pierino Prati il calciatore, non Pierino Prati il cantante. Portalo via ché non lo voglio vedere”. Ma è tutta apparenza.

Pierino Prati al Milan e l’Europeo 1968

La sostanza parla di un Milan che vanta già l’esperienza di gente come Giovanni Trapattoni e Karl-Heinz Schnellinger, oltre al talento italiano più cristallino, Gianni Rivera. A centrocampo c’è Lodetti pronto a correre per tutti, dietro la classe di Roberto Rosato. In più, Rocco ha prelevato dal Lecco la classe argentina di Valentín Angelillo, mentre a Firenze ha spedito Amarildo per farsi dare in cambio l’UccellinoKurt Hamrin. Una squadra fatta per vincere e che finirà col fare quella per cui è stata progettata. Pierino Prati si sblocca a novembre, contro il Cagliari di Gigi Riva, poi da lì in poi non si fermerà più. Con tre doppietta mette in fila Vicenza, Brescia, Bologna e Roma, continuando a mietere vittime illustri come Juventus e soprattutto Napoli. Anche perché la squadra da attere sono proprio i partenopei, che alla fine chiuderanno a nove punti dal Milan. Poco aveva potuto anche l’ex, José Altafini. Il brasiliano ne avrebbe sì segnati 13, ma non quanti Prati: 15, con laurea di capocannoniere. Gioia su gioia, insieme al tricolore. Non bastasse, Pierino aveva saggiato anche l’Europa, in Coppa delle Coppe. Lì aveva giustiziato i modesti magiari del Győri, lo Standard Liegi e soprattutto il Bayern Monaco in semifinale. All’ultimo atto, poi, sarebbe bastato Hamrin portare la coppa nel capoluogo lombardo. Forse potrebbe bastare, ma in più c’è la Nazionale. Perché vero che Gigi Riva è un cono d’ombra su tutti gli attaccanti italiani, ma lì dietro Prati si è riuscito a ritagliare il suo bel posto al sole. E se n’è accorto anche il Ct, Ferruccio Valcareggi, che il ragazzo di Cinisello Balsamo l’ha spedito in campo nelle qualificazione all’Europeo del ’68, quello da giocare in casa. Pierino ovviamente ha ripagato cotante fiducia, segnando al debutto in azzurro, contro la Bulgaria a Sofia e ripetendosi anche nel ritorno di Napoli, in tuffo oltre le gambe dei difensori. È in campo anche quel 5 giugno, Pierino, sempre schierato insieme al compagno Rivera. Semifinale degli Europei. Stavolta non segna e come lui nessun altro. Finisce 0-0, niente neanche ai supplementari. L’Italia si aggrappa a una monetina che la premia e vola in finale, tre giorni dopo, stavolta a Roma. Altro pareggio, ma 1-1. Stavolta si rigioca, ma a quel punto Valcareggi gioca d’astuzia e ne cambia cinque di uomini, compreso Prati, rimpiazzato da Riva. E sarà proprio Rombo di Tuono a incendiare l’Olimpico.

La tripletta di Prati in Coppa dei Campioni

Pierino torna a Milano da campione continentale, definitivamente affermato. Segna anche la sua prima tripletta, al Verona, e il primo sigillo in un derby, quello di ritorno, pareggiando l’iniziale vantaggio di Mario Corso. 14 gol non bastano per impedire che lo scudetto finisce a Firenze, ma di gloria ce n’è in Europa. Stavolta Coppa dei Campioni, quella che Rocco vuole rivincere, dopo essere stato il primo tecnico italiano a farlo. Una bella mano, in quel ’69, gliela sta dando proprio Prati. Con una doppietta, Pierino ha piegato il Malmö, poi ai quarti ha letteralmente fatto impazzire il Celtic Park, tana dell’anima cattolica di Glasgow. Una cavalcata da metà campo fino all’area di rigore scozzese, far volare il Milan a una semifinale dove sarebbero bastati Hamrin e Sormani e regolare il Manchester di due signori a caso: Bobby Charlton e George Best. Sono gol che valgono un biglietto per Madrid, sede della finalissima. Tocca all’Ajax, banda di ragazzi promettenti, destinati a rivoluzionare il un continente calcistico. C’è già Rinus Michels, c’è già Johan Cruyff. Saranno l’avvenire, ma quella notte di fine maggio il presente è il Milan. E soprattutto Prati. Pierino segna già all’8’, spedendo dentro di testa un cross di Sormani, poi alla mezzora riceve il tacco di Rivera e col destro spara da fuori: Bals neanche la vede entrare. L’ultimo sigillo è ancora di testa, nuovamente su assist dell’Abatino. 4-1, prima avevano segnato anche Vasović e Sormani, ma la gloria sarà tutta per Prati. Nessuno aveva mai fatto tanto, nessuno è ancora riuscito a fare anche solo altrettanto.

Una carriera costellata di trofei

I gol continueranno ad arrivare, così come i trofei. Nel ’69 c’è anche l’Intercontinentale, vinta nell’inferno di Buenos Aires, perché all’epoca il regolamento prevede andata e ritorno. Così il Milan regola a San Siro l’Estudiantes di Carlos Bilard e papà Veron, ma al ritorno è un inferno. La squadra di La Plata ha ottenuto di giocare nello stadio del Boca, dove dentro i rossoneri trovano di tutto, compreso il lancio di caffè bollente. L’arbitro invece, il cileno Domingo Massaro, ignora ogni contrasto, compreso quello che costringe Prati ad abbandonare anzitempo il campo e la gomitata che spacca il naso a Nestor Combin, al quale toccherà anche un post partita turbolento: agli argentini non era andato giù che un conterraneo aveva scelto la bandiera francese e decisero di trattenerlo in commissariato per una presunta renitenza alla leva. Solo l’intervento di Franco Carraro avrebbe risolto tutto. Sul campo, invece, la rimonta argentina non sarebbe arrivata e al ritorno a Milano sarebbe stato proprio Prati a scendere dall’aereo con la coppa ben stretta tra le mani.

In campionato, invece, Pierino avrebbe segnato altri 14 gol. Ancora meglio nella stagione successiva, la sua migliore, con 19 centri. Solo Boninsegna aveva fatto meglio, ma con 8 rigori: Prati, invece, dal dischetto si era presentato solamente tre volte.

L’addio al Milan e l’arrivo a Roma

È nel ’71 che qualcosa si inclina e del suo ce lo mette anche la pubalgia. Prati gioca, segna meno. Ne realizza 6, gli stessi dell’anno successivo, dove calano anche le presenze e quantomeno mette lo zampino in un derby. Ma intento la presidenza è cambiata. Al comando si è issato Albino Buticchi, avvocato ligure e di fede juventina. Il nuovo presidente ha portato in rossonero Chiarugi e Prati lo bolla come finito, seppure nel ’70 se ne era volato anche in Messico con la Nazionale. È matrimonio che dura faticosamente una stagione, giusto in tempo per mettere in bacheca un’altra Coppa delle Coppe, poi a fine stagione si consuma il divorzio. Lo vuole il Cagliari, ma la spunta la Roma di Gaetano Anzalone. Il presidente gentiluomo ha idea di rilanciare la squadra, intanto affidata alle mani dell’autore del miracolo Cagliari, Manlio Scopigno. E al tecnico decide di regalare proprio Prati, che in giallorosso ritrova Domenghini,ma soprattutto una seconda casa. Nella Capitale, Prati viene accolto come il grande campione tanto invocato e lui da quell’amore ne viene irretito e travolto. Anche perché a Roma sono anni duri: dall’altra parte del Tevere la Lazio è in rampa di lancio, mentre De Sisti e compagni faticano. Pierino è una speranza romanista, che esplode già estate, quando ai suoi vecchi compagni del Milan rifila due gol in amichevole. I tifosi giallorossi non ci pensano due volte a inventare il coro “Buticchi bambino, grazie pe’ Pierino”, strillato anche più forte alla prima di campionato, quando proprio l’ex rossonero apre la gara col Bologna e alla fine dichiarerà ai giornali: “ogni mio gol è una rivincita su chi mi credeva finito”. Ne segnerà altri otto in quella stagione, ma il meglio lo darà in quella successiva, sotto l’egida del vecchio maestro Liedholm. Saranno 14, di cui uno mai dimenticato. 23 marzo 1975, derby, la Roma culla l’idea del sorpasso. Piove, l’Olimpico è un misto di cerate di fortuna, impermeabili e ombrelli. Al 76’ Peccenini trova spazio per crossare e la mette al centro, Prati piomba sul pallone e batte Felice Pulici, prima di correre a braccia alzate sotto la Sud. Nella Capitale sarà per sempre ricordato come il derby del sorpasso.

La storia in giallorosso proseguirà fino al ’77, poi Fiorentina, un’esperienza statunitense e la scelta di chiudere a Savona, nel 1981, prima di tentare l’avventura in panchina, per la verità poco fortunata. Ora insegna il mestiere di far gol, Pierino Prati, quello che a lui riusciva meglio.

Talmente meglio che come lui, in Coppa dei Campioni, una tripletta ancora nessuno mai.  

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