Connect with us

Calcio, Arte & Società

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Prima Parte

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Se a un bambino gli regalano una palla dopo poco gli darà un calcio, perché è un istinto logico, una disposizione naturale, ed è da questa espressione dell’animo che è nato il gioco del calcio. Non voglio effettuare una ricostruzione storica del gioco del calcio ma piuttosto una breve sintesi del suo percorso in Italia e del suo rapporto con la società.

La prima squadra vincitrice del campionato italiano di calcio, il Genoa

Alla fine dell’800 in varie città cominciano a nascere le società sportive che promuovono quest’attività a imitazione di uno sport che in Inghilterra è praticato e regolamentato. Quest’origine è riportata in alcune ragioni sociali, ad esempio “Genoa Cricket and Football Club”, e dall’inglese abbiamo appreso tutto il vocabolario relativo abituandoci a parole come “goal, corner, penalty e offside”. In ogni caso, pur con i suoi termini inglesi, il gioco del calcio era entrato nella nostra vita trovando l’ordinamento che meritava e realizzandosi in campionati regolari. La scena italiana è stata animata da squadre cittadine dai nomi gloriosi che hanno preso a contendersi il titolo di Campione d’Italia. L’inizio folgorante fu proprio del Genoa che in più riprese avrebbe conquistato nove titoli, con la timida apparizione del Milan e dell’Internazionale prima dell’irruzione di città di provincia come Casale, Novese e Pro Vercelli che vinsero per molti anni prima che si consolidasse la supremazia di importanti squadre del Nord, la neonata Juventus, il Torino e il Bologna che si qualificava come “Lo squadrone che tremare il mondo fa”. Poi la nazione è stata dominata dal Partito Fascista che ha compreso quale arma propagandistica rappresentasse il calcio e lo ha usato a fini promozionali. Il primo atto fu di modificare il nome dell’Internazionale, che evocava tristi fantasmi, in Ambrosiana e di eliminare il vocabolario inglese e di conseguenza non più goal ma rete, non penalty ma rigore, e questi erano solo effetti superficiali mentre si volevano ottenere maggiori successi. Si presentava un’occasione unica e Mussolini in persona non volle perderla: i campionati mondiali! Nel 1930 si era disputato il primo in Sud America ed era stato un avvenimento che aveva riguardato poche nazioni, vinto dall’Uruguay dopo una lotta fratricida con l’Argentina.

1934 – L’Italia è Campione del Mondo

Quello successivo, nel 1934, fu assegnato all’Italia, rappresentando un’occasione propagandistica eccezionale. Fu nominato Commissario Tecnico Vittorio Pozzo con pieni poteri che allestì una rappresentativa nazionale di tutto rispetto. Disponevamo di una generazione di calciatori di alto livello e, infatti, vincemmo il titolo di “Campioni del Mondo”. Non era stato un caso e nel 1936 vincemmo anche il titolo di campioni olimpici alle Olimpiadi di Berlino, e non era ancora finita perché nel 1938 a Parigi guadagnammo il secondo titolo mondiale. I giocatori salutavano il pubblico con il braccio alzato e teso come voluto dal regime e il pubblico, festante per le eccezionali imprese sportive, lo considerava una naturale conseguenza del periodo storico che si stava vivendo. Il campionato di calcio si era talmente radicato nel panorama italiano che non fu nemmeno interrotto quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra. Nel 1942 lo scudetto fu assegnato alla Roma che fu la prima a infrangere, per un breve momento, il predominio delle squadre del Nord. Nello scenario dell’Italia disastrata dalla guerra il campionato fu sospeso per riprendere con manifesta debolezza nel 1945/46 diviso in due gironi, il Sud e il Nord con spareggio finale tra le prime di ogni girone. L’Italia calcistica scoprì la settima meraviglia del mondo: il grande Torino.

Una squadra perfetta piena di campioni in tutti i reparti che macinava un gioco mai visto in precedenza, che prese a ingoiare scudetti come se fossero gelati, cambiando maglia e vestendo l’azzurro della nazionale con nove undicesimi. Un astro che cadde dal cielo nel Maggio del 1949 lasciando l’intera nazione in un lutto generale e profondamente sentito. Il Torino era primo in classifica da quattro anni ma quel campionato del 1948/49 non lo aveva ancora conquistato e fu deciso, che nelle poche partite restanti, le squadre avversarie si presentassero in campo la formazione “Primavera”, affinché gli incontri si svolgessero in parità di condizioni. In quegli anni una scoperta straordinaria scosse il paese e rivoluzionò la vita delle famiglie italiane, era stata inventata la schedina del Totocalcio.

La prima schedina

Era il miracolo del raggiungimento della ricchezza o almeno del benessere senza merito, e gli italiani si scoprirono scommettitori imparando a valutare la qualità delle squadre e a ipotizzare risultati mentre si consolidava la convinzione che non fosse una questione di conoscenza tecnica ma di fortuna a fare cadere una pioggia settimanale di milioni sui possessori delle schedine vincenti. Gli appassionati del gioco del calcio si riscossero dal torpore causato dalla grave perdita della nostra squadra migliore per un avvenimento straordinario che era alle porte, dopo dodici anni si sarebbero disputati in Brasile i Campionati del mondo e noi vi avremmo preso parte da campioni in carica. L’incidente aereo che aveva causato la scomparsa del Torino aveva lasciato nell’animo dei calciatori italiani una diffusa paura del volo, e fu quindi deciso che il trasferimento degli Azzurri avvenisse per mare. Arrivammo a Rio de Janeiro bolliti e poco allenati e il risultato si vide sul campo, dove la Svezia, che poi finì al terzo posto, ci eliminò subito. La nostra convinzione di essere forti nel mondo del calcio crollò in terra ma messa da parte la nazionale ci rituffammo nel campionato. Di nuovo salirono al proscenio i soliti squadroni, Inter, Milan e Juventus, e ritornammo alla realtà internazionale nel 1954 ai Campionati del Mondo in Svizzera. La delusione fu enorme perché l’avversario che ci fece tornare a casa era la modesta Svizzera. Questa volta la consolazione ci venne dalle migliorate condizioni di vita. L’Italia stava attuando una crescita impressionante, la Lira era stata premiata quale migliore valuta e l’industria aveva acquisito un vigore mai immaginato. La ricchezza si era calata anche nelle squadre di calcio che avevano preso a ingaggiare astri del firmamento mondiale. Vedemmo arrivare i campioni uruguayani che avevano umiliato il Brasile, Schiaffino al Milan e Ghiggia alla Roma e i campioni svedesi che ci avevano massacrato, Nordhal, Green e Liedholm tanto per citarne alcuni. Con il desiderio di rinforzare la Nazionale scoprimmo gli oriundi, calciatori che avevano un nonno italiano ai quali fu riconosciuta la cittadinanza e così Ghiggia e Altafini poterono indossare la maglia azzurra, senza però migliorare le sorti della nostra rappresentativa. Volevamo risollevarci ed ecco le qualificazioni per il Mondiale che nel 1958 si sarebbe svolto in Svezia, e questa volta risparmiammo le spese del viaggio perché fummo eliminati dall’Irlanda del Nord in una partita ripetuta per il mancato arrivo dell’arbitro. Si verificò, inoltre, un’invasione di campo e oltre ai goal beccammo anche qualche cazzotto. Il campionato in Svezia segnò il trionfo delle riprese televisive, già conosciute nella precedente edizione svizzera, e fece conoscere al mondo un ragazzo di diciassette anni, il più grande giocatore che abbia calcato i campi di calcio: Pelé. Lui non venne mai a giocare in Italia e avemmo la possibilità d’apprezzarne la maestria solo in occasioni internazionali.

Mike Bongiorno

Intanto l’Italia pulsava di vita straordinaria, l’autostrada del Sole coronava il sogno di collegare Milano con Roma e Napoli, frigoriferi e televisori trovavano domicilio in molte abitazioni e il gioco a quiz “Lascia o raddoppia” di Mike Buongiorno aveva portato gli abbonati della Rai a superare il milione. Nel campionato di calcio il monopolio della triade era stato rotto nel 1955/56 per merito di una Fiorentina rivoluzionata nel gioco da Fulvio Bernardini, ma subito dopo era stato riaffermato il potere delle solite grandi. Juve e Milan vinsero campionati ad anni alterni mentre ci avvicinavamo a un nuovo incontro mondiale, nel 1962 in Cile. Il tifoso è come un giocatore incallito e ogni volta che perde è sicuro di rifarsi alla successiva occasione. Affrontammo il Cile con una squadra dignitosa piena di oriundi argentini dal nome famoso come Maschio e Angelillo e … perdemmo, questa volta contro i padroni di casa con la fattiva collaborazione dell’arbitro inglese Aston che permise ai cileni di menarci anche con il ricorso ai pugni. Le partite le vedemmo in differita perché ancora non esisteva il collegamento tramite satellite, ma intanto gli americani annunciavano future imprese spaziali. Ritorniamo al campionato per trovare due sorprese straordinarie, il nuovo allenatore dell’Inter, il Mago Herrera, pagato a peso d’oro che avrebbe attraversato a lungo la scena italiana portando l’Inter anche alla conquista della Coppa dei Campioni; l’altra sorpresa fu rappresentata dal Bologna affidato al mago nostrano Fulvio Bernardini che vinse il titolo in una partita di spareggio proprio contro Herrera.

Sophia Loren e l’Oscar

Si profilava un altro campionato mondiale ma questa volta però, forti dei risultati di casa nostra, eravamo decisi a rifarci anche ai campionati del mondo del 1966 che si sarebbero svolti in Inghilterra. Ogni volta che pensavamo in grande finiva a “schifio” e la regola si ripeté ancora una volta: eliminati dalla Corea del Nord! Cercammo consolazione in altre attività quali il cinema con l’Oscar a Sophia Loren per il film La Ciociara diretto da Vittorio De Sica. Il calcio nazionale però stava dando segni di rinnovamento e ne ricevemmo conferma ai Campionati europei del 1968 che furono disputati in Italia. Affrontammo in semifinale la Russia a Napoli e la partita terminò in pareggio dopo i tempi supplementari. Il regolamento dell’epoca prevedeva il sorteggio con la moneta e la dea bendata favorì le sorti dell’Italia. La finale si tenne allo Stadio Olimpico di Roma l’8 Giugno contro una pimpante Jugoslavia e terminò in pareggio, 1 a 1, dopo i tempi supplementari. La finale fu ripetuta il 10 Giugno e l’Italia vinse due a zero con reti di Anastasi e Gigi Riva. L’Italia tutta poté festeggiare gli Azzurri campioni europei, mettendo in bacheca il primo titolo dopo il lontano 1938. Di ben altro spessore e importanza fu il passo enorme compiuto dall’uomo, il 20 Luglio 1969, con l’impresa dell’Apollo 11. Da anni seguivamo le attività spaziali degli Stati Uniti e i lanci in orbita di equipaggi nelle attrezzate navicelle, ma il viaggio dell’Apollo 11 segnò una tappa fondamentale della storia dell’uomo e potemmo vedere in riprese televisive lo sbarco dell’astronauta Neil Armstrong sulla Luna e i suoi passi sul suolo del nostro satellite. La vittoria ai Campionati Europei aveva aumentato la nostra autostima e aspettammo il successivo mondiale che nel 1970 si sarebbe disputato in Messico. Jannacci imperversava con la canzone “Messico e Nuvole” che si riferiva a tutt’altro cantando dei divorzi all’estero, roba da ricchi. Noi interpretammo quella canzone come un segno di buon augurio e questa volta il dio del pallone aveva deciso di premiarci.

In semifinale contro la grande Germania che schierava astri come Schnellinger, che militava nel Milan, Mueller e Beckenbauer disputammo una partita epica che dopo i tempi supplementari sarebbe terminata 4 a 3. La nostra era una squadra di prim’ordine con grandi giocatori tipo Boninsegna, Domenghini, Cera, il Rombo di Tuono Riva e due eccezionali campioni, Mazzola e Rivera. Purtroppo la conduzione tecnica era affidata a persone non eccellenti e alla fine perdemmo per stanchezza contro il Brasile che celebrò il terzo titolo per il superuomo Pelé.

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Seconda Parte

Romano, scrittore, romanziere, poeta. Con le sue opere ha partecipato a importanti premi letterari in Italia e all’estero. Dai genitori toscani ha ereditato l’amore per le terre delle origini familiari, Anghiari in particolare di cui è “Cittadino Onorario”. L’altra passione, il calcio, che fa da falsariga alle vicende della vita: mano nella mano con il papà a festeggiare lo scudetto della Roma del 1942. www.carlobrizzi.it

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio, Arte & Società

Toldo, Facchetti, Stankovic e Meazza entrano nella Hall of Fame dell’Inter

Published on

Così come riporta il sito ufficiale dell’Inter Francesco Toldo, Giacinto Facchetti, Dejan Stankovic e Giuseppe Meazza sono entrati a far parte della Hall of Fame della FC Internazionale Milano. La seconda edizione ha visto migliaia di voti arrivare da ogni angolo del pianeta. I fantastici quattro si aggiungono ai primi entrati nella Hall of Fame dello scorso anno Walter Zenga, Javier Zanetti, Lothar Matthäus e Ronaldo. La cerimonia di premiazione avverrà lunedì sera a San Siro, nel prepartita di Inter-Chievo. Per Giacinto Facchetti ritireranno il premio i figli, mentre per Giuseppe Meazza il nipote.

Così erano composte le categorie suddivise per ruolo

Categoria Portieri: Francesco Toldo ha preceduto Gianluca Pagliuca e Giuliano Sarti.

Categoria Difensori: Giacinto Facchetti ha preceduto Giuseppe Bergomi e Marco Materazzi.

Categoria Centrocampisti: Dejan Stankovic ha preceduto Sandro Mazzola e Nicola Berti.

Categoria Attaccanti: Giuseppe Meazza ha preceduto Alessandro Altobelli e Christian Vieri.

 

Continue Reading

Calcio, Arte & Società

Come nasce la maglia della Nazionale del 1995? Ce lo dice Drake Ramberg

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM  – Qualche giorno fa, con un post su Instagram, Drake Ramberg, lo storico designer di Nike, ha svelato alcuni particolari sul processo creativo della maglia della nostra Nazionale indossata nel 1995. L’autore di molti kit degli anni ’90 ha spiegato nel post come l’obiettivo di qualsiasi “Kit design” sia quello di rendere i giocatori orgogliosi di metterlo nel rappresentare il proprio club o paese. Così in questa maglia si possono trovare alcuni elementi chiave che rappresentano la cultura italiana ispirata dalla modalità rustica di lastricare pavimentazioni di strade e marciapiedi, ma al contempo geometrica. La grafica del medaglione frontale rende omaggio al badge classico dell’Italia con le tre Stelle a rappresentare i tre campionati vinti a quella data: 1934, 1938 e 1982. Il tutto in un contrasto di lucido e opaco tipico degli anni ’90, in cui i designer osavano molto, in alcuni casi troppo. La Nike produce quindi questa maglia dall’inedito colletto bianco, oro nelle rifiniture e un bellissimo, almeno per noi, bordino tricolore sulle maniche.

Continue Reading

Calcio, Arte & Società

“Gli svizzeri, pionieri del football italiano”: la città di Milano

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), un estratto del libro “Gli svizzeri, pionieri del football italiano – 1887-1915″, di Massimo Prati e edito da “Urbone Publishing” (Editore: Urbone Publishing – Via Monacacchio 36 Sant’Andrea di Conza , 83053 Avellino  Tel. +420 605 378 706)

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato la possibilità di pubblicare l’estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

———————————-

L’Associazione Calcio Milan 1899

Questa squadra fu fondata il 16 dicembre 1899 in un locale popolare situato in via Berchet a Milano[1]. Alcuni imprenditori milanesi, dei giocatori inglesi, ma anche svizzeri, fondarono il Milan Cricket and Football Club, che nel giro di un anno vinse il primo titolo nazionale, sotto la guida del suo giocatore più importante : Herbert Kilpin[2].

Si è già avuto modo di parlare di questo giocatore inglese nelle pagine dedicate al calcio torinese perché, prima di stabilirsi a Milano e fondare il Milan, Herbert Kilpin aveva vissuto alcuni anni nella capitale piemontese.

Herbert Kilpin, fondatore del Milan e pioniere del calcio italiano. (Archivio Fondazione Genoa).

Herbert Kilpin può dunque essere considerato uno dei padri del calcio italiano, come James Spensley, Edoardo Bosio ed Edoardo Pasteur. Di quest’ultimo, abbiamo potuto leggere il contenuto di un’intervista pubblicata su La Grande Storia del Calcio Illustrato.  In quella intervista Pasteur parlava, tra l’altro, di uno dei primi incontri giocati a Genova nel 1896. Ora, a proposito di Herbert Kilpin, c’è un’interessante testimonianza che risale ancora più indietro nel tempo. Si tratta di un articolo apparso su Il Calcio Illustrato, il 29 febbraio 1915, nel quale Kilpin parlava del suo arrivo a Torino nel 1891 e della sua partecipazione ai primi incontri di calcio in Italia.

Nella sua ricostruzione dei fatti, dai tratti in parte comici, Kilpin racconta che in occasione delle partite organizzate dalla comunità inglese contro i torinesi, capitava che qualche spettatore italiano – attratto da quello che ai tempi era un nuovo sport –  decidesse  di prendere parte ai giochi. Succedeva così che si verificasse l’ingresso di un dodicesimo uomo nei ranghi italiani, e poi di un tredicesimo, un quattordicesimo e via dicendo. E non era cosa rara che, nel prosieguo della partita, l’undici inglese si vedesse costretto ad affrontare una squadra torinese composta da una ventina di elementi[3].

Ma, la testimonianza più importante di Herbert Kilpin, per ciò che riguarda l’argomento trattato in queste pagine, si ha quando il pioniere inglese racconta come, dopo due anni di tentativi fallimentari, nel dicembre del 1899 finalmente riuscì a fondare il Milan Cricket and Football Club. Come presidente fu eletto Sir Edwards, viceconsole di Sua Maestà Britannica.  Ma, nel processo di fondazione, decisivo fu l’aiuto dei fratelli Pirelli, e di altri soci, come Angeloni, Neville, Heyes Davis et Kurt Lies[4]. Quest’ultimo è il giocatore svizzero di cui si è già parlato nella pagine dedicate ai calciatori svizzeri del Genoa.

Una formazione del Milan nel 1901. Il primo in alto a sinisra è Kurt Lies, un giocatore svizzero che faceva parte dei fondatori del club milanese. (Archivio Fondazione Genoa).

Ora, a questo punto della narrazione, è importante sottolineare che, prima di vestire la casacca rossoblù, Kurt Lies figurava appunto nel gruppo di uomini che aveva contribuito alla creazione del Milan. Ma, oltre ad avere lo ‘status’ di fondatore, fatto già di per sé di notevole importanza storica, Kurt Lies fu anche un giocatore, di cui si registra anche una marcatura nel 1901, stagione che vide i milanesi conquistare il loro primo campionato italiano[5].

Il Football Club Internazionale Milano 1908

Fu così che un socio del Milan decise di convocare una riunione volta alla fondazione di un nuovo club di football nella capitale lombarda. La persona in questione, Giorgio Muggiani, è spesso presentata nei libri sulla storia del calcio come un pittore. In realtà, in occasione di un’intervista, rilasciato nel 2008, il figlio Giorgio Muggiani Junior, ha tenuto a precisare che il padre non aveva mai venduto un solo quadro in tutta la sua vita, perché era illustratore pubblicitario e caricaturista[6]. Sia quel che sia, questo artista, che aveva studiato all’Istituto Auf Dem Rosenberg di San Gallo, in Svizzera, non solo farà parte dei fondatori ma concepirà e realizzerà il logo dell’Inter. Il 9 marzo del 1908, dunque, nel ristorante ‘L’Orologio’, Giorgio Muggiani e altri 43 dissidenti decideranno di fondare un nuovo club, per protestare contro la politica ‘autartica’ del Milan. Uno degli obiettivi di questa nuova società sportiva era appunto quello di favorire la pratica del calcio ai giocatori stranieri residenti nella città lombarda[7]. Con un tale programma e otto giocatori svizzeri nella prima formazione, chiamare il nuovo club ‘Internazionale’ doveva essere sembrato qualcosa di assolutamente naturale.

I fondatori dell’Inter, fra i quali si conta almeno una decina di svizzeri.Illustrazione di Stefano Scagni

Alla riunione fondativa, tra gli altri, saranno presenti : Giorgio Muggiani, Bossard, Lana, Bertoloni, De Olma, Hintermann Enrico, Hintermann Arturo, Hintermann Carlo, Dell’Oro Pietro, Rietmann Ugo,  Hans, Voelkel, Maner, Wipf,  Ardussi Carl[8].Gli Hintermann erano tre fratelli svizzeri e, secondo la tradizione, in occasione della fondazione lanciarono una maledizione contro la squadra rivale cittadina, dicendo che nel corso della loro vita il Milan non avrebbe ma più vinto un campionato. La storia del calcio è piena di questi aneddoti[9], ma è interessante notare che nei 43 anni seguenti il Milan non vincerà più un campionato. La prima vittoria rossonera dello scudetto, dopo questo lungo periodo privo di successi nazionali, si verificherà nel 1951 che, per una strana coincidenza, corrisponde all’anno del decesso dell’ultimo dei tre fratelli Hintermann. Sempre in tema di svizzeri dell’Inter, possiamo passare alla presentazione di Ugo Rietmann, nato a Caprino, nel Canton Ticino, imprenditore attivo nel settore del tessile ma anche  atleta appassionato di sport. Infatti, in qualità di giocatore, farà parte dei ranghi dell’Inter con il ruolo di centrocampista. Terminata la carriera di calciatore, Rietmann resterà nel mondo del calcio svolgendo la funzione di arbitro.

All’inizio di questo capitolo, ho detto che l’Inter aveva schierato otto svizzeri nella sua prima formazione[10]. I giocatori in questione erano i seguenti: Karl Hopf, Käppler, Werner Kummer, Hernst Xavier Marktl, Niedermann, il già citato Ugo Rietmann, Bernard Schüler e Arnaldo Wölkel.

 

[1] Carlo Antonelli, ‘Un Secolo Rossonero’, Geo Edizioni 2000, pagina 15. Ad essere precisi la fiaschetteria di Via Berchet era il  punto d’incontro abituale  dei soci di questa società sportiva milanese, ma il luogo ufficiale di fondazione fu L’Hôtel du Nord : ‘1898-1908. L’Eta dei Pionieri’, Fondazione Genoa, 2008, pagina 72.

[2] John Foot, Calcio, ‘Storia dello Sport che ha fatto l’Italia’, Bur Rizzoli 2015, pagina 33.

[3] Antonio Papa e Guido Panico, ‘Storia Sociale del Calcio in Italia’, Edizioni Il Mulino, 1993, pagina 46 e 47.

[4] A questo proposito si veda l’opera già citata : ‘1898-1908. L’Eta dei Pionieri’, Fondazione Genoa, 2008, pagina 72.

[5] Carlo Antonelli, ‘Un Secolo Rossonero’, Geo Edizioni, 2002, pagina 16.

[6] Giampiero Lotito, Filippo Grassia , ‘Inter, Il Calcio Siamo Noi’, Sperling e Kupfer, 2010, pagina 178.

[7] Elio Gioanola, Il Cielo è Nerazzurro, Jaca Book, 2016, pagine 14 e 15.

[8] Pier Luigi Brunori, Marcello Melani, Paolo Melani, Inter, Stella Mondiale, Edizioni Omnibus, 1965.

[9] Una maledizione celebre nel mondo del calcio è quella, per esempio, di Béla Guttmann contro il Benfica. Nel 1962 Guttmann, dopo avere vinto due volte di seguito la Coppa dei campioni con il Benfica, domandò ai dirigenti portoghesi un aumento di stipendio che non ottenne. L’allenatore ungherese lasciò il club di Lisbona dicendo : ‘Me ne vado maledicendovi. A partire da oggi, e per cent’anni,  il Benfica non vincerà più una coppa europea ‘. Da allora, la squadra portoghese ha perduto sei finali di coppe europee. Questa vicenda è ricostruita in un articolo, del 13 maggio 2013,  dal titolo ‘L’Étrange Malédiction du Benfica’, pubblicato sul sito  www.m.7sur7.be.

[10] Si veda il libro di John Foot, ‘Calcio 1898-2010, Storia dello Sport che ha fatto l’Italia’, Bur Rizzoli 2015, pagina 35.

 

Editore Urbone: Clicca qui per ordinare il libro dall’editore

Continue Reading

Newsletter

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: