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Calcio, Arte & Società

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Prima Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Se a un bambino gli regalano una palla dopo poco gli darà un calcio, perché è un istinto logico, una disposizione naturale, ed è da questa espressione dell’animo che è nato il gioco del calcio. Non voglio effettuare una ricostruzione storica del gioco del calcio ma piuttosto una breve sintesi del suo percorso in Italia e del suo rapporto con la società.

La prima squadra vincitrice del campionato italiano di calcio, il Genoa

Alla fine dell’800 in varie città cominciano a nascere le società sportive che promuovono quest’attività a imitazione di uno sport che in Inghilterra è praticato e regolamentato. Quest’origine è riportata in alcune ragioni sociali, ad esempio “Genoa Cricket and Football Club”, e dall’inglese abbiamo appreso tutto il vocabolario relativo abituandoci a parole come “goal, corner, penalty e offside”. In ogni caso, pur con i suoi termini inglesi, il gioco del calcio era entrato nella nostra vita trovando l’ordinamento che meritava e realizzandosi in campionati regolari. La scena italiana è stata animata da squadre cittadine dai nomi gloriosi che hanno preso a contendersi il titolo di Campione d’Italia. L’inizio folgorante fu proprio del Genoa che in più riprese avrebbe conquistato nove titoli, con la timida apparizione del Milan e dell’Internazionale prima dell’irruzione di città di provincia come Casale, Novese e Pro Vercelli che vinsero per molti anni prima che si consolidasse la supremazia di importanti squadre del Nord, la neonata Juventus, il Torino e il Bologna che si qualificava come “Lo squadrone che tremare il mondo fa”. Poi la nazione è stata dominata dal Partito Fascista che ha compreso quale arma propagandistica rappresentasse il calcio e lo ha usato a fini promozionali. Il primo atto fu di modificare il nome dell’Internazionale, che evocava tristi fantasmi, in Ambrosiana e di eliminare il vocabolario inglese e di conseguenza non più goal ma rete, non penalty ma rigore, e questi erano solo effetti superficiali mentre si volevano ottenere maggiori successi. Si presentava un’occasione unica e Mussolini in persona non volle perderla: i campionati mondiali! Nel 1930 si era disputato il primo in Sud America ed era stato un avvenimento che aveva riguardato poche nazioni, vinto dall’Uruguay dopo una lotta fratricida con l’Argentina.

1934 – L’Italia è Campione del Mondo

Quello successivo, nel 1934, fu assegnato all’Italia, rappresentando un’occasione propagandistica eccezionale. Fu nominato Commissario Tecnico Vittorio Pozzo con pieni poteri che allestì una rappresentativa nazionale di tutto rispetto. Disponevamo di una generazione di calciatori di alto livello e, infatti, vincemmo il titolo di “Campioni del Mondo”. Non era stato un caso e nel 1936 vincemmo anche il titolo di campioni olimpici alle Olimpiadi di Berlino, e non era ancora finita perché nel 1938 a Parigi guadagnammo il secondo titolo mondiale. I giocatori salutavano il pubblico con il braccio alzato e teso come voluto dal regime e il pubblico, festante per le eccezionali imprese sportive, lo considerava una naturale conseguenza del periodo storico che si stava vivendo. Il campionato di calcio si era talmente radicato nel panorama italiano che non fu nemmeno interrotto quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra. Nel 1942 lo scudetto fu assegnato alla Roma che fu la prima a infrangere, per un breve momento, il predominio delle squadre del Nord. Nello scenario dell’Italia disastrata dalla guerra il campionato fu sospeso per riprendere con manifesta debolezza nel 1945/46 diviso in due gironi, il Sud e il Nord con spareggio finale tra le prime di ogni girone. L’Italia calcistica scoprì la settima meraviglia del mondo: il grande Torino.

Una squadra perfetta piena di campioni in tutti i reparti che macinava un gioco mai visto in precedenza, che prese a ingoiare scudetti come se fossero gelati, cambiando maglia e vestendo l’azzurro della nazionale con nove undicesimi. Un astro che cadde dal cielo nel Maggio del 1949 lasciando l’intera nazione in un lutto generale e profondamente sentito. Il Torino era primo in classifica da quattro anni ma quel campionato del 1948/49 non lo aveva ancora conquistato e fu deciso, che nelle poche partite restanti, le squadre avversarie si presentassero in campo la formazione “Primavera”, affinché gli incontri si svolgessero in parità di condizioni. In quegli anni una scoperta straordinaria scosse il paese e rivoluzionò la vita delle famiglie italiane, era stata inventata la schedina del Totocalcio.

La prima schedina

Era il miracolo del raggiungimento della ricchezza o almeno del benessere senza merito, e gli italiani si scoprirono scommettitori imparando a valutare la qualità delle squadre e a ipotizzare risultati mentre si consolidava la convinzione che non fosse una questione di conoscenza tecnica ma di fortuna a fare cadere una pioggia settimanale di milioni sui possessori delle schedine vincenti. Gli appassionati del gioco del calcio si riscossero dal torpore causato dalla grave perdita della nostra squadra migliore per un avvenimento straordinario che era alle porte, dopo dodici anni si sarebbero disputati in Brasile i Campionati del mondo e noi vi avremmo preso parte da campioni in carica. L’incidente aereo che aveva causato la scomparsa del Torino aveva lasciato nell’animo dei calciatori italiani una diffusa paura del volo, e fu quindi deciso che il trasferimento degli Azzurri avvenisse per mare. Arrivammo a Rio de Janeiro bolliti e poco allenati e il risultato si vide sul campo, dove la Svezia, che poi finì al terzo posto, ci eliminò subito. La nostra convinzione di essere forti nel mondo del calcio crollò in terra ma messa da parte la nazionale ci rituffammo nel campionato. Di nuovo salirono al proscenio i soliti squadroni, Inter, Milan e Juventus, e ritornammo alla realtà internazionale nel 1954 ai Campionati del Mondo in Svizzera. La delusione fu enorme perché l’avversario che ci fece tornare a casa era la modesta Svizzera. Questa volta la consolazione ci venne dalle migliorate condizioni di vita. L’Italia stava attuando una crescita impressionante, la Lira era stata premiata quale migliore valuta e l’industria aveva acquisito un vigore mai immaginato. La ricchezza si era calata anche nelle squadre di calcio che avevano preso a ingaggiare astri del firmamento mondiale. Vedemmo arrivare i campioni uruguayani che avevano umiliato il Brasile, Schiaffino al Milan e Ghiggia alla Roma e i campioni svedesi che ci avevano massacrato, Nordhal, Green e Liedholm tanto per citarne alcuni. Con il desiderio di rinforzare la Nazionale scoprimmo gli oriundi, calciatori che avevano un nonno italiano ai quali fu riconosciuta la cittadinanza e così Ghiggia e Altafini poterono indossare la maglia azzurra, senza però migliorare le sorti della nostra rappresentativa. Volevamo risollevarci ed ecco le qualificazioni per il Mondiale che nel 1958 si sarebbe svolto in Svezia, e questa volta risparmiammo le spese del viaggio perché fummo eliminati dall’Irlanda del Nord in una partita ripetuta per il mancato arrivo dell’arbitro. Si verificò, inoltre, un’invasione di campo e oltre ai goal beccammo anche qualche cazzotto. Il campionato in Svezia segnò il trionfo delle riprese televisive, già conosciute nella precedente edizione svizzera, e fece conoscere al mondo un ragazzo di diciassette anni, il più grande giocatore che abbia calcato i campi di calcio: Pelé. Lui non venne mai a giocare in Italia e avemmo la possibilità d’apprezzarne la maestria solo in occasioni internazionali.

Mike Bongiorno

Intanto l’Italia pulsava di vita straordinaria, l’autostrada del Sole coronava il sogno di collegare Milano con Roma e Napoli, frigoriferi e televisori trovavano domicilio in molte abitazioni e il gioco a quiz “Lascia o raddoppia” di Mike Buongiorno aveva portato gli abbonati della Rai a superare il milione. Nel campionato di calcio il monopolio della triade era stato rotto nel 1955/56 per merito di una Fiorentina rivoluzionata nel gioco da Fulvio Bernardini, ma subito dopo era stato riaffermato il potere delle solite grandi. Juve e Milan vinsero campionati ad anni alterni mentre ci avvicinavamo a un nuovo incontro mondiale, nel 1962 in Cile. Il tifoso è come un giocatore incallito e ogni volta che perde è sicuro di rifarsi alla successiva occasione. Affrontammo il Cile con una squadra dignitosa piena di oriundi argentini dal nome famoso come Maschio e Angelillo e … perdemmo, questa volta contro i padroni di casa con la fattiva collaborazione dell’arbitro inglese Aston che permise ai cileni di menarci anche con il ricorso ai pugni. Le partite le vedemmo in differita perché ancora non esisteva il collegamento tramite satellite, ma intanto gli americani annunciavano future imprese spaziali. Ritorniamo al campionato per trovare due sorprese straordinarie, il nuovo allenatore dell’Inter, il Mago Herrera, pagato a peso d’oro che avrebbe attraversato a lungo la scena italiana portando l’Inter anche alla conquista della Coppa dei Campioni; l’altra sorpresa fu rappresentata dal Bologna affidato al mago nostrano Fulvio Bernardini che vinse il titolo in una partita di spareggio proprio contro Herrera.

Sophia Loren e l’Oscar

Si profilava un altro campionato mondiale ma questa volta però, forti dei risultati di casa nostra, eravamo decisi a rifarci anche ai campionati del mondo del 1966 che si sarebbero svolti in Inghilterra. Ogni volta che pensavamo in grande finiva a “schifio” e la regola si ripeté ancora una volta: eliminati dalla Corea del Nord! Cercammo consolazione in altre attività quali il cinema con l’Oscar a Sophia Loren per il film La Ciociara diretto da Vittorio De Sica. Il calcio nazionale però stava dando segni di rinnovamento e ne ricevemmo conferma ai Campionati europei del 1968 che furono disputati in Italia. Affrontammo in semifinale la Russia a Napoli e la partita terminò in pareggio dopo i tempi supplementari. Il regolamento dell’epoca prevedeva il sorteggio con la moneta e la dea bendata favorì le sorti dell’Italia. La finale si tenne allo Stadio Olimpico di Roma l’8 Giugno contro una pimpante Jugoslavia e terminò in pareggio, 1 a 1, dopo i tempi supplementari. La finale fu ripetuta il 10 Giugno e l’Italia vinse due a zero con reti di Anastasi e Gigi Riva. L’Italia tutta poté festeggiare gli Azzurri campioni europei, mettendo in bacheca il primo titolo dopo il lontano 1938. Di ben altro spessore e importanza fu il passo enorme compiuto dall’uomo, il 20 Luglio 1969, con l’impresa dell’Apollo 11. Da anni seguivamo le attività spaziali degli Stati Uniti e i lanci in orbita di equipaggi nelle attrezzate navicelle, ma il viaggio dell’Apollo 11 segnò una tappa fondamentale della storia dell’uomo e potemmo vedere in riprese televisive lo sbarco dell’astronauta Neil Armstrong sulla Luna e i suoi passi sul suolo del nostro satellite. La vittoria ai Campionati Europei aveva aumentato la nostra autostima e aspettammo il successivo mondiale che nel 1970 si sarebbe disputato in Messico. Jannacci imperversava con la canzone “Messico e Nuvole” che si riferiva a tutt’altro cantando dei divorzi all’estero, roba da ricchi. Noi interpretammo quella canzone come un segno di buon augurio e questa volta il dio del pallone aveva deciso di premiarci.

In semifinale contro la grande Germania che schierava astri come Schnellinger, che militava nel Milan, Mueller e Beckenbauer disputammo una partita epica che dopo i tempi supplementari sarebbe terminata 4 a 3. La nostra era una squadra di prim’ordine con grandi giocatori tipo Boninsegna, Domenghini, Cera, il Rombo di Tuono Riva e due eccezionali campioni, Mazzola e Rivera. Purtroppo la conduzione tecnica era affidata a persone non eccellenti e alla fine perdemmo per stanchezza contro il Brasile che celebrò il terzo titolo per il superuomo Pelé.

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Seconda Parte

Romano, scrittore, romanziere, poeta. Con le sue opere ha partecipato a importanti premi letterari in Italia e all’estero. Dai genitori toscani ha ereditato l’amore per le terre delle origini familiari, Anghiari in particolare di cui è “Cittadino Onorario”. L’altra passione, il calcio, che fa da falsariga alle vicende della vita: mano nella mano con il papà a festeggiare lo scudetto della Roma del 1942. www.carlobrizzi.it

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“V’è nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Sandalo) – “V’è nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento”, con questa frase di Carmelo Bene, grande genio e drammaturgo del teatro italiano e mondiale, si potrebbe sintetizzare la carriera calcistica di un altro grande genio forse mai totalmente sbocciato del tutto: stiamo parlando del “Pibe de Bari” Antonio Cassano.

Lo scorso 13 ottobre Antonio Cassano, dopo essersi allenato per qualche giorno con la Virtus Entella, militante nel campionato di LegaPro, ha deciso definitivamente di annunciare il suo addio al calcio giocato e appendere purtroppo gli scarpini al chiodo.

Una vita da predestinato quella di Cassano fatta di tantissimi alti e bassi, dalla povertà assoluta alla ricchezza spropositata, dalla strada ai più grandi e illustri palcoscenici mondiali, sempre però basata sulle proprie forze e potenzialità, perché ad Antonio non è stato regalato mai nulla e non ve n’era neanche bisogno che ciò lo si facesse vista la sua grande genialità con il pallone tra i piedi.

Nato nella notte in cui l’Italia di Bearzot vinceva il suo terzo titolo mondiale nel 1982 in Spagna, Antonio è cresciuto a Bari Vecchia, un ambiente che lo ha forgiato e che ha sviluppato in lui quel grande senso di rivalsa e riscatto sociale. Un territorio, quello del Sud, in cui credere nel proprio talento è più difficile che altrove, ma è proprio in contesti come questi che l’ uomo può emergere e non è un caso se grandissimi campioni come Maradona, Ronaldo il Fenomeno, Adriano o Ronaldinho, derivino da condizioni sociali ai limiti dell’ umana comprensione  dove molto probabilmente, oltre al talento innato, la differenza l’ ha fatta proprio il contesto sociale nel quale sono nati e cresciuti ai quali ha permesso di mettere il cuore oltre al grande ostacolo che la vita stessa gli aveva messo dinnanzi fin dalla nascita.

Una carriera, quella di Cassano, che in molti dicono sia stata al di sotto delle aspettative e, forse, riconoscendone il grande genio c’è da assecondare questa tesi; però fermandosi a guardare un attimino la vita nel suo complesso, nella sua totale accezione, in ognuno di noi sorge quello status emotivo dell’ incompiutezza della stessa, che ogni esistenza può comportare, quel senso di vuoto percettibile ma inafferrabile, quel desiderio di volere qualcosa, di sapere in maniera innata di cosa si tratti, ma di non riuscire mai a formulare concretamente il concetto per poterlo esprimere. Ecco, la carriera di Antonio Cassano da Bari Vecchia potrebbe essere benissimo riassunta e paragonata al senso di incompiutezza della vita. Un grande artista del calcio che non poteva essere ricondotto in schemi e cliché che questo mondo oggi prevede; eppure, nonostante le sue bravate, è riuscito ad arrivare più volte all’apice per poi precipitare e tornare nuovamente a volare, leggero, autoironico, autocritico e con una sagacia dettata soprattutto da quella “beata ignoranza” e genuinità che lo ha sempre contraddistinto. Perché, citando ancora Carmelo Bene, “qualunque stupidità è preferibile a qualsiasi intelligenza, a meno che non si tratti di una super intelligenza, ma se è super intelligente è totalmente stupida, cretina, aerea, graziata … viva Dio”, quindi in cordiale sintonia con la divinità.

In Cassano tutto questo lo abbiamo potuto senza dubbio ammirare e poco importa di quanto sia stato detto da tanti falsi moralisti sul suo conto, quello che più conta è aver regalato gioia e colore in mezzo a tanto grigiore in questi 20 anni di carriera, che sia stato per una “cassanata” o per un gesto tecnico sopraffino non interessa più di tanto, purché sia riuscito a donarci un sorriso rendendo più armoniose e gioiose le nostre giornate.

Grazie per averci fatto divertire con la tua semplicità e magia, di averci fatto capire quanto la vita possa essere bella se vissuta con spontaneità e leggerezza, ma soprattutto grazie per averci dato la speranza di credere nei sogni che, dopotutto, sono il vero e unico motore portante della nostra vita nonostante la sua (in)comprensibile incompiutezza.

Grazie Antonio Cassano!

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“Calcio e Arte contro il tempo”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Fabio Spagnesi) – Parafrasando Pier Paolo Pasolini: il calcio è l’ultima rappresentazione della tragedia dell’uomo, della sua impermanenza, della sua fragilità, del suo lottare contro un destino già scritto e segnato da fine certa: la morte e la sconfitta.

L’arte è un’eredità, una testimonianza lasciata ai posteri, un sapere artigiano che buca il tempo che allontana quell’idea di fine, quel senso di vuoto che la vita ci fa affrontare.

Siamo nudi di fronte al tempo.

Il rito del calcio tenta di fregarlo, di aggirarlo, di fermarlo, l’arte lo amplifica, lo impreziosisce.

Molti artisti, molte correnti artistiche, hanno dipinto e scolpito il calcio: Carrà, Boccioni, i Cubisti, i Futuristi, ma i più belli per mia modesta opinione sono i dipinti di Renato Guttuso realizzati alla metà degli anni ‘60 intitolati “I Calciatori “ e  “Il Calciatore”.

Le scene sono metafisiche, i calciatori galleggiano nello spazio pittorico (anticipando le immagini di Holly e Benji il famoso cartone degli anni ‘80) i muscoli tesi, nervosi, volti alla battaglia. Volti che non si vedono, ogni calciatore fa parte della squadra, è un singolo parte di un tutto più grande, più alto. Insieme i calciatori combattono contro il tempo, contro tutto quello che ci fa paura e ci sconfigge ogni giorno.

Guttuso era iscritto al PCI, un artista comunista impegnato e dichiarato, volto a quell’ideale di aiuto, di solidarietà verso i più deboli, gli sconfitti. In questi quadri i calciatori non hanno i volti, quei volti siamo ognuno di noi che cerchiamo di lottare ogni giorno per un futuro migliore.

Il calcio è la metafora perfetta della vita, un rito che si rinnova sempre uguale e diverso, in un campetto terroso di provincia o dentro ad un grande stadio, dove l’arte si culla nella sua immortalità. I calciatori di Guttuso saranno sempre lì immobili e senza volto a guardare le nuove generazioni che cominciano una nuova partita.

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Pasolini giornalista sportivo: quando lo spettacolo è sugli spalti

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Pubblichiamo, come preannunciato (vedi video-intervista con l’autore qui), un estratto del libro “Il calcio secondo Pasolini” di Valerio Curcio, edito per Aliberti Compagnia Editoriale. Il testo, tratto dal capitolo in cui si descrive l’attività di Pasolini come giornalista sportivo, racconta di quando, nel 1957, fu inviato da “l’Unità” a seguire un derby romano vinto 3-0 dalla Roma. Ringraziamo l’autore Valerio Curcio e la Aliberti Compagnia Editoriale per averci dato la possibilità di pubblicare questo estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Buona lettura.

Federico Baranello

 

Pasolini si cimentò in una varietà incredibile di forme, generi e linguaggi culturali. Non a caso Tullio De Mauro lo definì «il primo artista di grande livello internazionale che possa definirsi multimediale»[1]. La sua naturale vocazione a praticare e sperimentare nuove forme espressive lo portò a confrontarsi anche con un genere che, considerati il suo impegno giornalistico e la sua passione per lo sport, non poteva non attirarlo.

Nel corso della sua vita, infatti, ebbe più volte modo di commentare avvenimenti sportivi sui giornali o in televisione, attraverso interviste o rubriche curate personalmente. Furono però solo due le occasioni in cui intervenne da vero e proprio cronista, raccontando ai lettori l’evento sportivo a cui aveva assistito. Lo fece durante le Olimpiadi romane del 1960, con quattro famosi contributi pubblicati sulle pagine di «Vie Nuove» e tre anni prima, nel 1957, quando scrisse dalle pagine de «l’Unità» un singolare reportage dallo stadio Olimpico di Roma.

La prima occasione fu il derby Roma-Lazio del 27 ottobre 1957, vinto dalla Roma per 3-0. Pasolini si recò allo stadio assieme a Sergio Citti, amico e consulente di romanità per le sue opere. Il quotidiano aveva annunciato che la partita sarebbe stata seguita da cronisti d’eccezione di sponda laziale e romanista, tra cui Alberto Sordi. Diversamente da “Albertone”, tifoso giallorosso dai tempi di Campo Testaccio, Pasolini partecipò da osservatore più o meno imparziale e l’esito della partita non lo interessò granché: nonostante l’exploit dell’attacco giallorosso nel secondo tempo, per lui la sfida fu noiosa e nell’articolo la prestazione delle due squadre venne liquidata nel giro di qualche riga. D’altronde, se «l’Unità» aveva voluto affidare il racconto di quel derby a dei cronisti speciali è perché si aspettava una narrazione altrettanto fuori dal comune. Pasolini non deluse: più che dalla partita giocata, i suoi occhi furono attratti dai volti, dai colori, dalle frasi rubate ai tifosi. Proletari e borghesi, appassionati e disincantati, autoctoni e immigrati vengono passati in rassegna in un articolo che è un piccolo saggio socio-antropologico sui tifosi di calcio degli anni Cinquanta.

Nell’articolo, Pasolini descrive un tipo di tifoso da lui mal sopportato, che definisce di tipo “napoletano”, presente però in tutta Italia. È un tifoso totalmente irrazionale e talmente ammaliato dalla propria squadra del cuore, che non ascolta nessuno e nega anche i fatti più evidenti: «È illuminato, beato lui, da una specie di grazia. A nulla valgono i ragionamenti, e tanto meno le dimostrazioni e le esperienze di ogni domenica di fronte al gioco reale. Egli ha una porzione di cervello (la principale) staccata dal resto, e capace, sotto quell’illuminazione carismatica, di un solo, fisso, immutabile pensiero». La disconnessione dal mondo reale e dall’opinione altrui, l’inamovibilità e il suo essere “macchietta” lo portano all’umiliazione: «Io ho pena di quando vedo i tifosi, appunto, in maschera, con ciucciarelli, ecc».[2]

È contento di constatare la rarità di questo tipo di tifoso a Roma, almeno per ciò che riguarda le classi popolari: «Roma è veramente una grande città: l’identificazione del tifoso con la squadra non sublima sentimenti ristretti, provinciali e municipali. E poi nel romano c’è sempre quella dose di scetticismo e di distacco che lo preserva sempre dal ridicolo. Nella propria squadra egli non esalta glorie cittadine, meriti sportivi, e altre cose noiose di questo genere: egli esalta la propria “dritteria”. […] Ciò che fa più soffrire e gioire il romano alla sconfitta e alla vittoria della sua squadra è l’idea dei discorsi che dovrà fare al bar o dal barbiere. Certo! Un “dritto” può forse perdere? E se vince, può forse non dare dell’ironia – magnanima – sui vinti?». Tutto ciò, però, vale solo per i tifosi proletari, perché nel tifoso borghese «riaffiora la provincia». I sostenitori che più apprezza Pasolini sono però gli immigrati, gli ex contadini che vivono nelle baracche ai margini della metropoli, nelle nuove periferie: «Il loro amore per la Roma strappa le lacrime. L’amano disperatamente, e gridano poco: ingoiano dolori e macinano gioie in silenzio. E non dimenticano facilmente».[3]

L’articolo si conclude con il racconto dell’uscita dallo stadio, con l’entrata in scena del “Mozzone”, appellativo con cui era conosciuto Sergio Citti a Torpignattara, che prima della partita aveva chiamato Pasolini avvisarlo: «A Pa’, nun t’azzardà a dì male della Roma, eh!». Fuori dall’Olimpico, poi, dà lo spunto per il titolo: «Scrivi nell’articolo che er morto ancora puzzava, come semo usciti dallo stadio. E puzzerà tutta la settimana!». L’enigma è sciolto dalla fotografia che accompagna il pezzo: un gruppo di romanisti porta in corteo funebre una bara con scritto: «Qui giace la Lazio».[4]

Pasolini fu un frequentatore piuttosto assiduo dell’Olimpico. Gli piaceva vedere il calcio, osservare le persone che tifano, gioiscono e si disperano. «Non c’è nulla che assomiglia a uno stadio pieno di gente: anche i grandi pubblici del cinema, frazionati in mille sale e salette, non sono nulla in confronto a quella massa viva, ruggente, e infine, struggente, di spettatori», scrisse nel 1969.[5] Non andava in tribuna stampa, ma preferiva farsi portare da Citti in mezzo ai tifosi della Roma. Il suo interesse antropologico verso le masse popolari che popolavano gli stadi era affiancato da quello linguistico. Spesso si portava dietro l’immancabile blocchetto degli appunti, dove annotava espressioni o imprecazioni sentite sugli spalti.

Quella di rivolgersi più verso le tribune che verso il campo di gioco è un’abitudine che ritorna: lo fece anche assistendo a una partita di calcio ad Asmara nel 1973, quando si recò in Eritrea per girare Il fiore delle mille e una notte. Nonostante fosse una partita del massimo campionato nazionale, il livello lasciava ampiamente a desiderare: «Ma lo spettacolo – per chi, come me, fosse innamorato di tutti gli eritrei – era il pubblico: un pubblico gentile, ordinato, non privo di umorismo, con qualche scoppio però di violenza letteralmente selvaggia, alle porte d’ingresso, da parte di gruppi di ragazzetti, bastonati con altrettanta selvaggia violenza dai poliziotti».[6]

Lo stesso Sergio Citti, una decina d’anni dopo la morte di Pasolini, tornò allo stadio Olimpico per un Roma-Sampdoria: lo fece con una cinepresa in mano e anche lui rivolse il suo sguardo più agli spalti che al campo. Ne uscì il cortometraggio La partita.[7] Le riprese cominciano da fuori lo stadio, mostrando la massa di tifosi trepidanti che si avvicinano all’impianto, per poi essere fermati dalla polizia per i controlli ai tornelli. Citti fa grande uso del primo piano, scovando volti, espressioni e movimenti di singole persone. La cinepresa segue quindi il naturale flusso dei tifosi verso lo stadio, per poi gettarsi nell’ovale degli spalti e concentrarsi sui tifosi della Roma: da quelli in curva, che si sbracciano e battono i tamburi, a quelli in tribuna, più composti e attenti alla partita. La parte finale del cortometraggio è una rassegna di volti romanisti: si susseguono muti primi piani di persone intente a guardare la partita. Per Citti, come per Pasolini, la partita è una sorta di “osservatorio” privilegiato attraverso il quale scrutare e studiare il genere umano rappresentato dalla fattispecie del tifoso di calcio.

[1]Tullio De Mauro, Pasolini critico dei linguaggi, in L’Italia delle Italie, Editori Riuniti, Roma, 1987, p. 154-155

[2]Pier Paolo Pasolini, «Er morto puzzerà tutta la settimana!», L’Unità, 28 ottobre 1957.

[3]Ibidem.

[4]Ibidem.

[5]Pier Paolo Pasolini, Salvadore e la pace alla TV, Il Caos, in «Tempo», 4 gennaio 1969.

[6] Pier Paolo Pasolini, Le regole di un’illusione, Fondo Pasolini, Roma, 1991, p. 289-90. Citato in Valerio Piccioni, Quando giocava Pasolini., p.11.

[7]Sergio Citti, La partita, film-documentario.

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