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Boccolini, la “meteora” biancoceleste…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Estate del 1977. Nel penultimo dei 25 giorni del ritiro in cui il gruppo della nuova Lazio ha lavorato e sudato a Il Ciocco per preparare la nuova stagione, in albergo si brinda. A pagare da bere è uno dei due nuovi arrivati del gruppo, Luigi Boccolini, che l’11 agosto del 1977 festeggia i 31 anni, anche se visivamente ne dimostra di più. Stempiato, silenzioso, carattere dimesso, Boccolini sembra più un impiegato che un calciatore, invece insieme al “Gringo” Sergio Clerici è uno dei due soli rinforzi di quella Lazio che si appresta a tornare in Europa, grazie al quinto posto conquistato la stagione precedente nonostante le mille traversie.

Già, perché oltre a segnare il cambio in panchina tra Tommaso Maestrelli e Luis Vinicio, la stagione 1976-1977 è contrassegnata da infortuni e lutti. Il 24 ottobre, nella partita vinta 3-0 con il Bologna che l’ha portata ad un passo dalla vetta della classifica, Vinicio perde in un colpo solo D’Amico e Re Cecconi. Vincenzino tornerà in campo un mese dopo, in occasione del derby vinto con la Roma grazie ad un gol firmato Bruno Giordano. Per Luciano Re Cecconi, invece, quella è stata l’ultima partita giocata con la maglia della Lazio, perché il 18 gennaio del 1977 un colpo di pistola mette fine alla vita di Cecco. In poco più di un mese,il mondo Lazio viene stravolto dalla morte di Tommaso Maestrelli prima e di Luciano Re Cecconi poi, ma quella squadra reduce da una salvezza conquistata all’ultimo minuto dell’ultima giornata la stagione precedente riesce a chiudere la stagione al quinto posto e a conquistare il diritto a giocare in Coppa Uefa.

I tifosi sognano la rinascita, ma le casse della Lazio sono vuote e il mercato estivo produce poco o nulla. Viola va in presto al Bologna e Renzo Rossi viene ceduto al Catanzaro. Al loro posto, arrivano due pupilli di Luis Vinicio, due giocatori di quel Napoli che sotto la guida del tecnico brasiliano nella stagione ’74-’75 è arrivata a 2 punti dal primo scudetto e l’anno successivo ha vinto per la seconda volta la Coppa Italia. Sergio Clerici, detto “El gringo”, ha 36 anni e si appresta a iniziare l’ultima stagione prima di appendere gli scarpini al chiodo. Luigi Boccolini, invece, come detto di anni ne ha compiuti 31 proprio durante il ritiro con la Lazio ma anche per lui quella in biancoceleste sarà l’ultima stagione in Serie A. E la sua, è la storia di una delle decine di meteore che hanno attraversato il mondo Lazio senza lasciare quasi traccia o quasi.

Luigi Boccolini è un centrocampista elegante, un po’ lento, ma con un piede in grado di disegnare traiettorie magiche. Nulla a che vedere né con Vincenzo D’Amico né con Mario Frustalupi, ma un onesto gregario che grazie a Luis Vinicio ha conosciuto la Serie A dopo una carriera consumata nelle serie minori. Il suo vero momento di gloria, Luigi Boccolini lo ha vissuto proprio allo Stadio Olimpico, con la maglia del Napoli, il 7 dicembre del 1975, proprio nella domenica in cui Tommaso Maestrelli torna sulla panchina della Lazio dopo l’esonero di Corsini. L’Olimpico è gremito, circa 75.000 spettatori presenti sugli spalti con quasi un terzo di stadio occupato dai tifosi napoletani arrivati nella Capitale con ogni mezzo. Una vera e propria invasione, con la Curva Nord e la Tevere Non Numerata lato Nord completamente occupate dai tifosi partenopei. E dopo appena 11’ di gioco, Luigi Boccolini vive il suo momento di gloria. Dopo un gol annullato a D’Amico per un precedente fuorigioco di Garlaschelli, il Napoli che attacca sotto la Curva Sud conquista una punizione in posizione centrale a circa 30 metri dalla porta difesa da Pulici. Boccolini sistema il pallone, guarda verso destra, come per avvertire Braglia e Sperotto che sta per crossare, poi invece parte deciso e colpisce di sinistro: il pallone a giro supera la barriera e va a morire proprio sotto l’incrocio dei pali, senza lasciare scampo a Felice Pulici disteso in tuffo…

https://www.youtube.com/watch?v=wR3XF34Z8dc

Il boato che segue quel gol, è impressionante per durata e intensità. E chi come me stava quella domenica in Curva Sud non può non ricordare il silenzio intorno a lui e quel boato a distanza arrivato verso la Sud come l’onda d’urto successiva all’esplosione di una bomba. Quel gol di Boccolini, consente al Napoli di salire in vetta alla classifica e viene festeggiato a fine partita dalle migliaia di tifosi napoletani che cantano a squarciagola “Oje vita, oje vita mia… oje cor ‘e chistu core…si stata ‘o primmo ammore…e ‘o primmo e ll’ùrdemo sarraje pe’ me” e ballano sulle note de “O surdato nnammurato”.

Il Napoli lo scudetto non lo vince, anzi, arriva lontano dalla vetta; quel gol incredibile, resta l’unica perla della stagione di Luigi Boccolini con la maglia azzurra, ma quando nell’estate del 1977 approda alla Lazio, la mente di tutti vola a quella punizione. I tifosi che si aspettano magie da quel piede sinistro, restano decisamente delusi. Boccolini fa la sua prima apparizione in panchina il 6 novembre in occasione della sconfitta in casa del Vicenza del nuovo fenomeno Paolo Rossi, mentre per l’esordio in maglia biancoceleste bisogna aspettare addirittura l’11 dicembre, in occasione della sfida con il Napoli, finita 1-1.

La Lazio viaggia nell’anonimato del centro classifica, la squadra spumeggiante dell’anno precedente è solo un lontano ricordo e le frizioni tra Vinicio e il clan dominante provocano, domenica dopo domenica, una vera e propria frattura tra la squadra e il tecnico brasiliano. Spaccatura che provocherà l’esonero di Luis Vinicio con Lenzini che affida la panchina a Bob Lovati per conquistare una permanenza in Serie A che a cinque giornate dal termine è decisamente a rischio, visto che la Lazio viaggia a pari punti con Genoa e Foggia e ha un solo punto di vantaggio su Bologna e Fiorentina che sono appaiate al penultimo posto, con il Pescara già retrocesso. L’unico acuto di quella deludente avventura con la maglia della Lazio (appena 10 presenze…) è datato 15 gennaio 1978, nella penultima giornata del girone d’andata. Contro un Milan che occupa la seconda piazza, staccato di appena un punto dalla Juventus capolista, la Lazio conquista una vittoria inaspettata. Dopo un’ora di grande equilibrio, è proprio Boccolini a sbloccare la partita: non con una magia di sinistro su punizione, ma con un gol da opportunista, da rapinatore dell’area di rigore. Gran botta di Cordova dal limite dell’area, il pallone finisce sul palo, poi sulla schiena di Albertosi e finisce lentamente sui piedi di Boccolini che di piatto lo spedisce in fondo al sacco.

https://www.youtube.com/watch?v=Ts4E0gfQJvA

Boccolini corre con le braccia al cielo, poi va verso la panchina per abbracciare Luis Vinicio che grazie a quel gol vive una delle poche domeniche serene di quella stagione. Per Luigi Boccolini, quello è il primo e unico acuto, perché come Sergio Clerici chiude la sua stagione con un solo gol all’attivo e, ironia della sorte, il gol di Clerici (sotto il diluvio…) consente alla Lazio di battere il Milan e quello di Boccolini di piegare, sempre all’Olimpico, il Milan. Con l’arrivo di Bob Lovati al posto di Luis Vinicio, Boccolini gioca solo 2 delle ultime 6 partite, ma è una sorta di porta fortuna, perché con lui in campo la Lazio vince prima 1-0 all’Olimpico contro la Fiorentina e poi a San Siro contro il Milan: 1-0 sul campo (gol di Martini), trasformato in 2-0 a tavolino dal Giudice Sportivo a causa di un petardo che ha colpito Ghedin all’inizio del secondo tempo costringendo il difensore a lasciare il terreno di gioco.

E quella del 30 aprile 1978 a San Siro, è l’ultima partita giocata da Boccolini con la maglia della Lazio, ma anche la sua ultima apparizione in Serie A, visto che a fine stagione il pupillo di Vinicio viene ceduto al Brindisi, la squadra che lo ha lanciato, e con quella maglia chiude la carriera in Serie C, prima di intraprendere una carriera da allenatore in cui colleziona un record: 10 campionati di Serie D vinti, con l’aggiunta di una Coppa Italia di categoria. Ma, nella storia del calcio italiano, il suo nome è ricordato a Napoli e in casa laziale solo per quei due gol segnati all’Olimpico…

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Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

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TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

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Il calcio è un pezzo da Museo

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IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

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Mazzola, 100 anni del primo Valentino

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

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