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Boccolini, la “meteora” biancoceleste…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Estate del 1977. Nel penultimo dei 25 giorni del ritiro in cui il gruppo della nuova Lazio ha lavorato e sudato a Il Ciocco per preparare la nuova stagione, in albergo si brinda. A pagare da bere è uno dei due nuovi arrivati del gruppo, Luigi Boccolini, che l’11 agosto del 1977 festeggia i 31 anni, anche se visivamente ne dimostra di più. Stempiato, silenzioso, carattere dimesso, Boccolini sembra più un impiegato che un calciatore, invece insieme al “Gringo” Sergio Clerici è uno dei due soli rinforzi di quella Lazio che si appresta a tornare in Europa, grazie al quinto posto conquistato la stagione precedente nonostante le mille traversie.

Già, perché oltre a segnare il cambio in panchina tra Tommaso Maestrelli e Luis Vinicio, la stagione 1976-1977 è contrassegnata da infortuni e lutti. Il 24 ottobre, nella partita vinta 3-0 con il Bologna che l’ha portata ad un passo dalla vetta della classifica, Vinicio perde in un colpo solo D’Amico e Re Cecconi. Vincenzino tornerà in campo un mese dopo, in occasione del derby vinto con la Roma grazie ad un gol firmato Bruno Giordano. Per Luciano Re Cecconi, invece, quella è stata l’ultima partita giocata con la maglia della Lazio, perché il 18 gennaio del 1977 un colpo di pistola mette fine alla vita di Cecco. In poco più di un mese,il mondo Lazio viene stravolto dalla morte di Tommaso Maestrelli prima e di Luciano Re Cecconi poi, ma quella squadra reduce da una salvezza conquistata all’ultimo minuto dell’ultima giornata la stagione precedente riesce a chiudere la stagione al quinto posto e a conquistare il diritto a giocare in Coppa Uefa.

I tifosi sognano la rinascita, ma le casse della Lazio sono vuote e il mercato estivo produce poco o nulla. Viola va in presto al Bologna e Renzo Rossi viene ceduto al Catanzaro. Al loro posto, arrivano due pupilli di Luis Vinicio, due giocatori di quel Napoli che sotto la guida del tecnico brasiliano nella stagione ’74-’75 è arrivata a 2 punti dal primo scudetto e l’anno successivo ha vinto per la seconda volta la Coppa Italia. Sergio Clerici, detto “El gringo”, ha 36 anni e si appresta a iniziare l’ultima stagione prima di appendere gli scarpini al chiodo. Luigi Boccolini, invece, come detto di anni ne ha compiuti 31 proprio durante il ritiro con la Lazio ma anche per lui quella in biancoceleste sarà l’ultima stagione in Serie A. E la sua, è la storia di una delle decine di meteore che hanno attraversato il mondo Lazio senza lasciare quasi traccia o quasi.

Luigi Boccolini è un centrocampista elegante, un po’ lento, ma con un piede in grado di disegnare traiettorie magiche. Nulla a che vedere né con Vincenzo D’Amico né con Mario Frustalupi, ma un onesto gregario che grazie a Luis Vinicio ha conosciuto la Serie A dopo una carriera consumata nelle serie minori. Il suo vero momento di gloria, Luigi Boccolini lo ha vissuto proprio allo Stadio Olimpico, con la maglia del Napoli, il 7 dicembre del 1975, proprio nella domenica in cui Tommaso Maestrelli torna sulla panchina della Lazio dopo l’esonero di Corsini. L’Olimpico è gremito, circa 75.000 spettatori presenti sugli spalti con quasi un terzo di stadio occupato dai tifosi napoletani arrivati nella Capitale con ogni mezzo. Una vera e propria invasione, con la Curva Nord e la Tevere Non Numerata lato Nord completamente occupate dai tifosi partenopei. E dopo appena 11’ di gioco, Luigi Boccolini vive il suo momento di gloria. Dopo un gol annullato a D’Amico per un precedente fuorigioco di Garlaschelli, il Napoli che attacca sotto la Curva Sud conquista una punizione in posizione centrale a circa 30 metri dalla porta difesa da Pulici. Boccolini sistema il pallone, guarda verso destra, come per avvertire Braglia e Sperotto che sta per crossare, poi invece parte deciso e colpisce di sinistro: il pallone a giro supera la barriera e va a morire proprio sotto l’incrocio dei pali, senza lasciare scampo a Felice Pulici disteso in tuffo…

https://www.youtube.com/watch?v=wR3XF34Z8dc

Il boato che segue quel gol, è impressionante per durata e intensità. E chi come me stava quella domenica in Curva Sud non può non ricordare il silenzio intorno a lui e quel boato a distanza arrivato verso la Sud come l’onda d’urto successiva all’esplosione di una bomba. Quel gol di Boccolini, consente al Napoli di salire in vetta alla classifica e viene festeggiato a fine partita dalle migliaia di tifosi napoletani che cantano a squarciagola “Oje vita, oje vita mia… oje cor ‘e chistu core…si stata ‘o primmo ammore…e ‘o primmo e ll’ùrdemo sarraje pe’ me” e ballano sulle note de “O surdato nnammurato”.

Il Napoli lo scudetto non lo vince, anzi, arriva lontano dalla vetta; quel gol incredibile, resta l’unica perla della stagione di Luigi Boccolini con la maglia azzurra, ma quando nell’estate del 1977 approda alla Lazio, la mente di tutti vola a quella punizione. I tifosi che si aspettano magie da quel piede sinistro, restano decisamente delusi. Boccolini fa la sua prima apparizione in panchina il 6 novembre in occasione della sconfitta in casa del Vicenza del nuovo fenomeno Paolo Rossi, mentre per l’esordio in maglia biancoceleste bisogna aspettare addirittura l’11 dicembre, in occasione della sfida con il Napoli, finita 1-1.

La Lazio viaggia nell’anonimato del centro classifica, la squadra spumeggiante dell’anno precedente è solo un lontano ricordo e le frizioni tra Vinicio e il clan dominante provocano, domenica dopo domenica, una vera e propria frattura tra la squadra e il tecnico brasiliano. Spaccatura che provocherà l’esonero di Luis Vinicio con Lenzini che affida la panchina a Bob Lovati per conquistare una permanenza in Serie A che a cinque giornate dal termine è decisamente a rischio, visto che la Lazio viaggia a pari punti con Genoa e Foggia e ha un solo punto di vantaggio su Bologna e Fiorentina che sono appaiate al penultimo posto, con il Pescara già retrocesso. L’unico acuto di quella deludente avventura con la maglia della Lazio (appena 10 presenze…) è datato 15 gennaio 1978, nella penultima giornata del girone d’andata. Contro un Milan che occupa la seconda piazza, staccato di appena un punto dalla Juventus capolista, la Lazio conquista una vittoria inaspettata. Dopo un’ora di grande equilibrio, è proprio Boccolini a sbloccare la partita: non con una magia di sinistro su punizione, ma con un gol da opportunista, da rapinatore dell’area di rigore. Gran botta di Cordova dal limite dell’area, il pallone finisce sul palo, poi sulla schiena di Albertosi e finisce lentamente sui piedi di Boccolini che di piatto lo spedisce in fondo al sacco.

https://www.youtube.com/watch?v=Ts4E0gfQJvA

Boccolini corre con le braccia al cielo, poi va verso la panchina per abbracciare Luis Vinicio che grazie a quel gol vive una delle poche domeniche serene di quella stagione. Per Luigi Boccolini, quello è il primo e unico acuto, perché come Sergio Clerici chiude la sua stagione con un solo gol all’attivo e, ironia della sorte, il gol di Clerici (sotto il diluvio…) consente alla Lazio di battere il Milan e quello di Boccolini di piegare, sempre all’Olimpico, il Milan. Con l’arrivo di Bob Lovati al posto di Luis Vinicio, Boccolini gioca solo 2 delle ultime 6 partite, ma è una sorta di porta fortuna, perché con lui in campo la Lazio vince prima 1-0 all’Olimpico contro la Fiorentina e poi a San Siro contro il Milan: 1-0 sul campo (gol di Martini), trasformato in 2-0 a tavolino dal Giudice Sportivo a causa di un petardo che ha colpito Ghedin all’inizio del secondo tempo costringendo il difensore a lasciare il terreno di gioco.

E quella del 30 aprile 1978 a San Siro, è l’ultima partita giocata da Boccolini con la maglia della Lazio, ma anche la sua ultima apparizione in Serie A, visto che a fine stagione il pupillo di Vinicio viene ceduto al Brindisi, la squadra che lo ha lanciato, e con quella maglia chiude la carriera in Serie C, prima di intraprendere una carriera da allenatore in cui colleziona un record: 10 campionati di Serie D vinti, con l’aggiunta di una Coppa Italia di categoria. Ma, nella storia del calcio italiano, il suo nome è ricordato a Napoli e in casa laziale solo per quei due gol segnati all’Olimpico…

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

[…]

Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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