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Il Calcio Racconta

I “Padroni” del calcio, sintesi storica degli “Sponsor”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – Era una mattina di prima estate, quando il caro amico Federico mi scrisse: “Marco dovresti scrivere una articolo per tutti gli amici appassionati di calcio”. Di fronte alla richiesta, senza troppi indugi, risposi “Federico parliamo dei cosiddetti “padroni” dal calcio, raccontiamo della pubblicità nel calcio attraverso le sponsorizzazioni partendo da ciò che avvenne in origine, spiegando i motivi per cui alcune squadre, anche di elevato lignaggio, scelsero di abbinare la propria denominazione, ad esempio, ad una casa automobilistica ovvero ad un’industria alimentare o tessile”.

Il mio intento era quello di suscitare l’interesse di tutti i calciofili parlando di un argomento che nasconde risvolti talvolta poco noti ma che sono la chiara evidenza dei cospicui investimenti di taluni magnati fatti per pura passione o, soprattutto, per meri progetti imprenditoriali.

Questo intento, ossia quello di ricevere profitti legandosi ad uno sponsor, era un obiettivo fin dagli primordi del calcio in Italia, soprattutto per la popolarità di tale sport, “de facto”, dopo gli incerti avvii agli inizi del 1900 considerabile quale “sport nazionale”. A fermare, tuttavia, le mire di diverse società calcistiche vi fu la Federazione Italiana Giuoco Calcio che, a differenza di quanto invece accadeva in altre discipline sportive in naturale simbiosi con le sponsorizzazioni (ad esempio il ciclismo), proibiva ai club nazionali di “adornare” gli indumenti di gioco con marchi estranei al calcio, anche se relativi alle case produttrici delle divise.

I primi segnali di un’evoluzione si registrarono nel 1925 anno in cui il regime fascista dispose l’istituzione dell’Opera Nazionale del Dopolavoro che, per definizione riportata nel proprio Statuto, si prefiggeva di “…curare l’elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport…”. Avvalendosi di tale possibilità diverse aziende crearono la propria squadra di calcio che era composta da propri dipendenti oppure contribuirono, in particolare a livello dilettantistico, ad affiancare il loro nome a squadre già esistenti. Sono questi i casi del B.P.D. Colleferro (dopolavoro dell’azienda Bombrini Parodi Delfino sita nella cittadina laziale di Colleferro) e del Marzotto Valdagno (dopolavoro del lanificio vicentino Marzotto, noto come Dopolavoro Aziendale Marzotto Valdagno e, successivamente, come Marzotto Valdagno). Si era, tuttavia, ancora molto lontani dal poter considerare questi abbinamenti come sponsorizzazione ma è innegabile che la nascita della citata istituzione gettò le basi per il futuro abbinamento.

Forti delle iniziative delle pioneristiche associazioni nate sotto l’egida dell’Opera, Nazionale Dopolavoro e nell’intento di aggirare i divieti posti dalla Federazione calcio, prese piede, tra i club calcistici, la possibilità di affiancare il nome di un’azienda alla denominazione della squadra. Infatti, all’epoca – come oggi – nessun veto era previsto nei confronti del nome della squadra che poteva essere scelto liberamente così come lo stemma. Nacquero così a Torino, durante gli anni della seconda guerra mondiale, la Juventus CISITALIA ed il Torino FIAT, connubi poi sciolti alla fine del citato conflitto. Il fine della creazione di tali compagini era quello di proseguire l’attività agonistica in una situazione d’emergenza, evitando, soprattutto, la chiamata alle armi ai propri tesserati, trasformandoli in “calciatori-operai” in modo da non farli deportare. L’emergenza della situazione fece, pertanto, superare anche le barriere campanilistiche creando un connubio TORINO – FIAT inimmaginabile ai giorni nostri. D’altronde, come l’Avvocato Gianni AGNELLI ricorderà in una sua intervista “…io stavo nell’esercito, in guerra, avevo altri pensieri e problemi, altro da fare, da patire, da superare…”, la sua famiglia, in quel periodo, si distaccò momentaneamente dal club bianconero. In aggiunta vi è da rimarcare che mentre la Juventus, a seguito del connubio con CISITALIA, non introdusse varianti sul proprio stemma e sulle maglie, il TORINO, invece, appose sulle sue casacche granata, nel 1944, uno stemma riportante il logo della FIAT.

Dopo le prime schermaglie, nel dopoguerra, anche in considerazione della carenza di specifiche norme al riguardo, la pratica della sponsorizzazione inizia a diffondersi in maniera sempre maggiore. Tra gli esempi più rilevanti e duraturo, quello del Lanerossi Vicenza sodalizio che si contraddistinse fregiando, con la caratteristica lettera “R”- fino alla fine degli anni 80- la propria maglia ed i gagliardetti.

Gagliardetto Lanerossi Vicenza AC

Questa tradizione, interrotta negli anni 90, venne poi nuovamente ripresa in occasione del centenario del club. Analogamente alla compagine vicentina, altre Società portarono alla ribalta binomi che oggi costituiscono memorabile ricordo della storia calcistica nazionale. Tra gli altri citiamo il Simmenthal-Monza (sodalizio attivo nel periodo 1955 – 1964, l’Ozo Mantova (squadra della Società petrolifera OZO), il SAROM Ravenna (compagine che rappresentava una Società di raffinazione con sede in Ravenna) nonché lo Zenit Modena, appartenente ad una Società cremonese produttrice di carburanti e lubrificanti. Vi furono anche altri unioni che non ebbero la stessa fortuna e durata di quelli descritti. Ne è un esempio il Talmone Torino, abbinamento realizzato nella stagione 1958 – 1959 tra i granate e la nota azienda dolciaria piemontese e che ebbe la durata di una sola, nefasta, stagione culminata con la retrocessione in serie B del Torino, proprio in occasione del decimo anniversario della tragedia di Superga. Dalla successiva stagione scomparì dalle casacche granata la grande lettera “T” bianca che richiamava la citata ditta.

A dimostrazione della diffusione del “fenomeno” anche nelle serie minori vi è da citare esempi, più o meno duraturi, di abbinamenti come nel caso della Acquapozzillo Acireale, squadra sponsorizzata dalla locale azienda produttrice di acqua ed antesignana dell’attuale ASD ACIREALE e dell’ASTI Ma.Co.Bi, squadra in cui militò, nei primi anni settanta anche Giancarlo ANTOGNONI.

Soltanto a partire dagli anni 60, la FIGC, al fine di limitare il sempre più crescente ricorso a nuove unioni tra squadre calcistiche e aziende sancì, almeno per le squadre militanti nei campionati di vertice, il bando di questa pratica ad esclusione del Lanerossi Vicenza che, in virtù di una speciale delega continuò a mantenere la sua storica denominazione. La pratica dell’abbinamento, in tempi più recenti, farà una sua apparizione con la squadra del Fondi di proprietà dell’Università Nicolò Cusano, facendo nascere nella stagione 2016-2017 l’Unicusano Fondi che terminò di esistere alla fine della stagione per poi rilevare, nella stagione sportiva 2017 – 2018 la Ternana che per tale passaggio assunse la denominazione di Unicusano Ternana.

A latere giova anche ricordare i casi di alcune squadre riportanti nella propria denominazione il nominativo della proprietà. Citiamo in merito, restando nell’ambito della regione Lazio, la Lodigiani, squadra aziendale della omonima Società edile LODIGIANI oppure altre compagini come il Paluani – CHIEVO ed il Del DUCA – Ascoli.

Alla fine degli anni 70 le Società calcistiche si fecero sempre più riluttanti nei confronti dei divieti posti dalla FIGC agli sponsor ed inseguirono anche stratagemmi particolari pur di aggirare i veti in essere. Tra questi citiamo il caso dell’udinese del patron SANSON (proprietario dell’omonima azienda produttrice di gelati) che nella stagione 1978 – 1979 – per la prima volta in Italia – fece apparire, sui pantaloncini della divisa da gioco il nome dell’azienda aggirando il divieto che faceva riferimento esclusivamente alle maglie e non agli altri capi della tenuta da gioco.

Franco Bonora, Udinese Calcio 1978-79, e lo sponsor Sanson sui pantaloncini

Il tentativo venne prontamente “rintuzzato” dalla FIGC che ordinò l’immediata rimozione della scritta comminando anche una corposa multa alla squadra friulana. No fu però questo il cosiddetto “fuoco di paglia”. Ad agosto del 1979, con il Perugia di Franco D’Attoma cadde, infine, l’ultimo tabù. Il magnate umbro, nell’intento di reperire le risorse finanziarie necessarie per il trasferimento al Perugia di Paolo ROSSI, sottoscrisse un accordo con il gruppo Buitoni – Perugina per far apparire sulle maglie del Perugia il nome del pastificio PONTE. Il machiavellico stratagemma a cui si ricorse fu anche sugellato dalla creazione di una Società ad hoc, la Ponte sportswear che figurando come sponsor tecnico degli umbri e con lo stesso logo dell’azienda alimentare comparì sulle divise da gioco dei grifoni. Era la prima maglia di una squadra di calcio italiana sponsorizzata.

Negli anni seguenti molte altre Società seguirono l’esempio del Perugia (ad esempio Cagliari, Genoa e Torino) fino ad arrivare alla stagione 1981 – 1982 in cui la FIGC consentì finalmente l’esposizione degli sponsor sulle casacche della maggioranza delle squadre di serie A e B. In dado era tratto e da quella stagione – sempre in maniera maggiore- le (una volta) immacolate casacche dei nostri beniamini, diventarono spazi a disposizione di sponsor più o meno benefici.

Tutti i gagliardetti in foto appartengono alla vastissima collezione di Marco Cianfanelli. Se vuoi saperne di più su di lui clicca qui

 

Originario di Ariccia, nel bel mezzo dei Castelli Romani. Impegnato nel mantenere viva la memoria del calcio studiandone “i colori” che lo contraddistinguono. Studioso di Araldica. Tra i più grandi collezionisti al mondo di gagliardetti. Un sito, www.pennantsmuseum.com , per condividere con i calciofili, italiani ed esteri, il fascino intramontabile dei gagliardetti.

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20 luglio 1964 – Nasce Sebastiano Rossi, l'”Ascensore Umano”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Nato il 20 luglio 1964 a Cesena, 55 anni fa in quella Romagna che l’ha cresciuto, amato e lanciato nel grande calcio, Sebastiano Rossi entrò nelle giovanili della squadra bianconera della cittadina di nascita a 15 anni, dopo qualche trascorso in piccole realtà locali. Dotato di un gran fisico coi suoi 197 cm per 90 kg di peso e supportato da concentrazione in campo e grande carisma nello spogliatoio, iniziò la scalata attraverso la trafila del club romagnolo che nella stagione 81-82, guidato da Arrigo Sacchi, lo condusse al primo grande successo, la conquista del campionato primavera nella doppia finale con l’Avellino, vinta 1-0 sia all’andata che al ritorno. Nell’estate del 1982, il Cesena lo mandò a farsi le ossa in serie C1 al Forlì, dove esordì da professionista assommando 11 presenze e 13 gol subìti. Tornò quindi alla base, in serie B, a Cesena, dove chiuse la stagione 83-84 senza disputare nemmeno una partita, mentre i romagnoli si piazzarono in campionato al 13° posto. Stessa sorte nella stagione 84-85. Mandato in prestito a Empoli, sempre in serie B, non riuscì a scalfire la titolarità di Giulio Drago, divenendo terzo nelle gerarchie alle spalle del portiere considerato di riserva, Michele Pintauro. Fu così che nella stagione 85-86, per non rischiare di bruciare quello che veniva considerato un talento, il Cesena propose a Sebastiano di ripartire dalla serie C1 e il ventunenne accettò la corte dell’Associazione Calcio Rondinella Marzocco Firenze, divenendo il portiere titolare, mettendo in mostra grande autorevolezza nel dirigere la retroguardia ed eccellente abilità nelle uscite supportato dalla impressionante mole.

Nel corso della stagione subì 19 reti in 28 partite, mantenendo la porta inviolata in 15 incontri e contribuendo al 10° posto in campionato dei toscani. L’ottima stagione convinse gli osservatori del Cesena. Il club romagnolo, presieduto da Edmeo Lugaresi, richiamò il portiere alla base e sotto la guida dell’allenatore Bruno Bolchi, lanciò titolare in serie B l’allora ventiduenne Rossi nella stagione 86-87 che si concluse con il terzo posto in campionato e la conseguente promozione nella massima serie l’8 luglio 1987, sul campo neutro di San Benedetto del Tronto dopo la vittoria per 2-1 contro il Lecce, successiva alla vittoria di tre giorni prima a Pescara per 1-0 contro la Cremonese. Sebastiano fu determinante con i suoi interventi, subendo 23 gol in 36 incontri e mantenendo la porta inviolata ben 19 volte. Il 13 settembre 1987 esordì in serie A. Quel giorno, a Cesena, l’avversario fu speciale. Il Napoli campione d’Italia guidato dal genio di Maradona, il migliore al mondo e probabilmente della storia. Era il Napoli della MA-GI-CA(Maradona-Giordano-Careca) e che si impose per 1-0 non rendendo meno speciale quel giorno a Sebastiano. Era un bel Cesena quello della stagione 87/88 allenato da Albertino Bigon, destinato a sorprendere e a terminare la stagione in serie A al 9° posto. Rossi restò a Cesena fino al termine della stagione 89-90, conquistando sempre la salvezza e sempre da titolare inamovibile. Ancora sotto la guida di Bigon nell’88-89 con un 13° posto e poi sotto la guida di Marcello Lippi nella sua ultima stagione con un 12° posto. Col Cesena collezionò in totale 146 partite ufficiali subendo 144 gol e mantenendo la porta inviolata in 58 occasioni. Nell’estate del 1990 il suo maestro, Arrigo Sacchi, lo volle al Milan per fare da riserva ad Andrea Pazzagli e sostituire in rosa Giovanni Galli, nel frattempo passato al Napoli, dopo aver vinto col Milan la seconda coppa dei campioni consecutiva nella finale del Prater di Vienna contro il Benfica di Eriksson che annoverava fra le sue fila campioni del calibro di Aldair, Ricardo Gomes, Valdo, Thern e Pacheco. Reduce dalla famosa “alternanza” della stagione 89/90 proprio con Giovanni Galli, nella quale, Andrea Pazzagli, alternò pregevoli prestazioni a grossolani errori, attribuibili secondo molti addetti ai lavori all’eccessiva pressione a cui era sottoposto, nella stagione 90-91 il portiere toscano, finì col pagare a caro prezzo la concorrenza di Sebastiano Rossi, inizialmente titolare solo nelle gare di coppa Italia. Il 6 marzo 1991, 3 giorni dopo un roboante 4-1 inflitto al Napoli a San Siro, a Milano arrivò l’Olimpique Marsiglia allenato da Raymond Goethals. Fu l’inizio della fine dell’era del Milan di Sacchi e l’inizio di una crisi di due settimane, che dopo l’1-1 di San Siro contro i francesi, che annoverano fra le fila Jean Pierre Papin, Chris Waddle, Abedi Pelè Ayew e Basile Boli, nei quarti di finale di coppa dei campioni, finì col travolgere Andrea Pazzagli, non esente da critiche dopo la sconfitta di Genova con la Sampdoria, prossima a vincere lo storico primo titolo di campione d’Italia e soprattutto dopo la sconfitta del 17 marzo contro l’Atalanta a Milano. Fu proprio la partita con l’Atalanta l’ultima da titolare di Pazzagli. Il 20 marzo al Velodrome di Marsiglia, Arrigo Sacchi, nella partita di ritorno dei quarti di finale di coppa dei campioni, lanciò quello che a tutti gli effetti, nella sua mente, era ormai il titolare della porta del Milan. Sebastiano Rossi. Ma la notte verrà ricordata per altro e ben più clamoroso motivo. A circa 10 minuti dalla fine dell’incontro con l’OM in vantaggio 1-0 grazie a Waddle, lo spegnimento di uno dei riflettori scatenò la furia di Adriano Galliani, che si precipitò in campo ordinando alla squadra di uscire e non rientrare. Un comportamento tanto grave nella sua antisportività da provocare la decisione dell’Uefa di attribuire all’OM la vittoria a tavolino per 3-0 e di squalificare il Milan per un anno dalle competizioni europee, decisione che lo stesso presidente Berlusconi ritenne equa, tanto da non presentare ricorso. Il 24 marzo 1991 Sebastiano Rossi fece il suo debutto in campionato da titolare con la maglia del Milan e addirittura nel derby contro i cugini nerazzurri. Il Milan si impose per 1-0 grazie a una rete di Marco Van Basten. La grinta, la freddezza, la stazza, uno splendido intervento in presa aerea su una punizione di Lothar Matthaus e soprattutto le uscite perfette per scelta di tempo e coordinazione, diedero il via alla lunga permanenza tra i pali della porta rossonera di colui che il popolare giornalista, Carlo Pellegatti, ribattezzò col soprannome di “ascensore umano”. Titolare fino al 95-96, ha spesso messo in mostra un carattere fumantino, come quando il 17 ottobre 1993, durante Foggia-Milan, rilanciò sugli spalti un petardo che il pubblico foggiano gli aveva lanciato contro.  Sotto la guida di Fabio Capello, che rilevò Arrigo Sacchi nell’estate 1991, passato alla guida tecnica della nazionale italiana, “l’ascensore umano” vinse 4 scudetti (92-93-94-96), stabilendo il 27 febbraio 1994 il record di imbattibilità di 929 minuti, battuto da Gianluigi Buffon, con la maglia della Juventus, nel 2016.

Vinse anche 3 supercoppe italiane (92-93-94) e soprattutto la coppa dei campioni ad Atene il 18 maggio 1994, nella vittoria per 4-0 del Milan contro il Barcellona allenato da Cruijff che schierava fra le sue fila Romario, Stoichkov, Koeman, Beguiristain, Guardiola, Bakero e che molti davano per favorito. L’8 febbraio 1995 vinse l’unica supercoppa europea nel 2-0 nella finale di ritorno contro l’Arsenal a San Siro. Dopo l’addio di Capello nell’estate del 1996, passato al Real Madrid, iniziarono per lui, come per il Milan, momenti difficili, una lunga crisi che neppure il ritorno dello stesso Fabio Capello, voluto fortissimamente dal presidente Silvio Berlusconi, non riuscì a placare. La stagione 96-97 fu un incubo che coinvolse tutti, persino Arrigo Sacchi, richiamato per sostituire Oscar Washington Tabarez il 2 dicembre 1996, dopo la clamorosa sconfitta del Milan per 3-2 a Piacenza contro la neopromossa squadra locale. Il Milan terminò undicesimo il campionato di serie A, dopo aver perso tutto ciò che poteva perdere, anche l’orgoglio e la faccia dinanzi ai propri tifosi il 6 aprile 1997 nella sconfitta interna per 6-1 contro la Juventus campione d’Europa di Marcello Lippi. Sebastiano Rossi, nel mirino delle critiche, visse una nuova alternanza, col giovane portiere dell’under 21 italiana Angelo Pagotto, anche lui finito nel tritacarne e ceduto a fine stagione. Non va meglio nel 97-98. Fabio Capello, come scritto in precedenza, di ritorno da Madrid, non riuscì a guarire i mali del Milan. La minestra riscaldata fu immangiabile. Lo spogliatoio, orfano di Franco Baresi e Mauro Tassotti, figure iconiche che nella primavera del 1997 avevano lasciato il calcio giocato. Il portiere arrivato da Piacenza, prodotto del vivaio rossonero, Massimo Taibi, fallì dopo mezzo campionato trascorso come titolare. Qualche papera di troppo e Sebastiano Rossi si ritrovò nuovamente titolare per tutto il girone di ritorno del campionato 97-98. Ma Sebastiano fu ben lontano dallo stato di forma e reattività da recordman del campionato italiano. Quel campionato si concluse con un decimo posto e il ritorno nelle competizioni europee sfumò persino con sconfitta nella finale di coppa Italia del 29 aprile 1998, dove il Milan, con Rossi titolare tra i pali, forte dell’1-0 dell’andata e in vantaggio dal minuto 46 grazie ad una punizione di Albertini deviata dalla barriera, subì 3 gol in 10 minuti fra il 55° e il 65° minuto. Una bruciante rimonta che diede il via ad un’altra rivoluzione. Nell’estate del 1998 il Milan affidò la panchina all’integralista del 3-4-3 Alberto Zaccheroni, un romagnolo doc, come Sebastiano che restò come dodicesimo alle spalle del neoacquisto dallo Schalke 04, Jens Lehmann. Portiere di vecchia scuola, il tedesco trovò subito difficoltà ad adattarsi alla tipologia di calcio voluta da Zaccheroni. Impacciato coi piedi, abile tra i pali ma deludente nelle uscite, dopo appena 5 giornate perse il posto a vantaggio dell’esperto “ascensore umano”.  Il 25 ottobre 1998 Sebastiano Rossi tornò titolare contro la Roma allo stadio “Giuseppe Meazza” nella vittoria per 3-2 dei rossoneri. La sua posizione non viene scalfita neppure il 29 novembre 1998 nel giorno della terribile sconfitta subita allo stadio “Ennio Tardini” contro il Parma per 4-0. Il Milan si fidò così tanto del pieno recupero del suo portierone che alla apertura del mercato invernale cedette Jens Lehmann al Borussia Dortmund, promuovendo “dodicesimo” lo sconosciuto prodotto del settore giovanile, di ritorno dal prestito al Monza, Christian Abbiati. Il 17 gennaio 1999 la fiducia riposta dalla società in Sebastiano, fu tradita. In campo a San Siro il Milan e il Perugia per l’ultima giornata del girone di andata. Sul punteggio di 2-0 per i rossoneri, al 90° minuto, fu assegnato un calcio di rigore al Perugia, rigore trasformato dal centrocampista della nazionale giapponese Hidetoshi Nakata. Quello che accadde successivamente fu incredibile. L’attaccante perugino Bucchi si fiondò verso la porta per raccogliere il pallone nella rete e portarlo a centrocampo per affrettare il gioco, operazione che gli fu impedita da un gancio destro all’altezza del collo da parte del portiere romagnolo. Bucchi restò a terra dolorante, mentre intorno a Sebastiano si scatenò un furioso parapiglia. Non contento Rossi si recò da Bucchi sollevandolo di peso da terra mentre l’arbitro Bettin, disorientato e assente ingiustificato durante gli avvenimenti, andava a confrontarsi sull’accaduto col suo collaboratore di linea rivolgendo poi il cartellino rosso al gigante di Cesena. Una svolta importante della stagione del Milan e una triste macchia per la carriera dell’“ascensore umano”. Il giudice sportivo usò la mano pesante attribuendo 5 giornate di squalifica che costrinsero Alberto Zaccheroni a lanciare quella che sarebbe diventata la rivelazione della stagione, uno dei simboli dello scudetto più sorprendente dell’epoca Berlusconiana, Christian Abbiati, da terzo portiere a primo e inamovibile, protagonista di interventi prodigiosi e nuovo beniamino del pubblico rossonero. Le presenze maturate al Milan nel torneo 1998-1999 furono comunque sufficienti a Rossi per fregiarsi, per la quinta e ultima volta in carriera, del titolo di campione d’Italia. Fu ancora la riserva di Abbiati nella stagione successiva, nella quale fu messo anche fuori rosa in seguito ad un violento scontro verbale con l’allenatore Zaccheroni e l’amministratore delegato Adriano Galliani e, dal 2000-2001, divenne il terzo portiere rossonero, dietro anche al brasiliano Dida. La sua ultima partita in maglia rossonera fu disputata il 6 febbraio 2002 a Torino in coppa Italia contro la Juventus nell’incontro terminato 1-1. Alla fine della stagione 2001-02, conclusa senza nemmeno una presenza in campionato, lasciò il Milan per andare a giocare proprio a Perugia, ironia della sorte, in serie A, dove chiuse la carriera all’età di 39 anni con le ultime 12 presenze. Le sue 330 presenze in gare ufficiali lo rendono tutt’ora il portiere con più presenze nella storia del Milan. Le sue presenze totali in serie A con le maglie di Cesena, Milan e Perugia ammontano a 347. Considerato uno dei migliori portieri italiani della sua generazione, è stato inserito dall’IFFHS al 45º posto nella classifica dei più forti del ruolo del periodo 1987-2011. Nonostante tutto, si è scontrato con una concorrenza spietata nella selezione nazionale e non ha mai debuttato, nonostante un paio di convocazioni, con la maglia azzurra. Tanto zitto con i media quando giocava, tanto rumoroso fuori dal campo a fine carriera, Rossi si è reso protagonista di qualche controversia. Accusato nel 2005 da un ragazzo di Cesenatico, di minacce e lesioni, in una querelle sentimentale venne assolto nel 2011. Accusato nel 2006 di sequestro e violenza privata da una dipendente del suo bar, fu assolto nel 2013. Arrestato nella notte fra il 7 e l’8 maggio del 2011 per aver aggredito con un pugno un maresciallo dei carabinieri in borghese in un bar di Cesena, fu rilasciato e patteggiò una pena pecuniaria di 14mila euro commutando così una condanna a 56 giorni di reclusione per lesioni e resistenza. Indagato nel 2014 insieme ad altre 18 persone per possesso di cocaina, nell’ambito di una operazione condotta in Emilia-Romagna, fu prescritto dal tribunale di Ravenna il 15 maggio 2019. Abile tra i pali come nelle uscite, sono certo saprà destreggiarsi anche oggi davanti a 55 candeline da spegnere e un desiderio speciale da esprimere, nella speranza che sia ciò che più di ogni altro gli porti quella felicità e serenità necessaria ad ogni uomo, ancor più all’”ascensore umano”.

 

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18 luglio 1954 – Il Bari è campione italiano della IV Serie

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Il Bari è campione italiano di IV Serie per il 1954. Il capitano biancorosso Grani ha ricevuto, al termine della partita, dalle mani dell’Ing. Barassi la Coppa della Federazione mentre sugli spalti dello stadio rintronavano i colpi dei mortaretti” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 19 luglio 1954).

È un grande traguardo quello raggiunto dal Bari in questa stagione, l’ingresso in C già conquistato propedeutico alla promozione in B dell’anno successivo che porterà poi alla cavalcata verso la A nei tre anni successivi. E ora anche la possibilità di diventare campioni d’Italia della IV serie.

Il campionato, al termine dei gironi e alcuni spareggi, aveva eletto le otto squadre che avrebbero partecipato alla fase finale suddivise in ulteriori due gironi: Cremonese, Bolzano, Aosta e Verbania Sportiva nel girone A, Bari, Prato, BPD Colleferro e Foggia nel girone B.

Il Bari, nella rituale foto pre gara, a Napoli il 27 giugno 1954 per la gara con il Colleferro vinta per 2-1 e con la quale conquista la serie C. Si ringrazia il Museo del Bari per la concessione della foto

La Cremonese viene ammessa alla finale scudetto dopo aver vinto lo spareggio con il Bolzano giunto a parità di punti al termine del girone. Ancora più difficile il cammino del Bari: il girone vede la classifica finale con otto punti cadauna ben tre squadre, Bari appunto, Prato e Colleferro. Ancora un girone all’italiana e ancora parità tra Bari e Prato. La serie C è conquistata ma per le finali che valgono il titolo è necessario lo spareggio con il Prato stesso. Il sorteggio favorisce il Bari con la dea bendata che sceglie la città pugliese per la partita di spareggio dove i padroni di casa infliggono un sonoro e roboante 5-0 ad un ormai logoro Prato.

La finale con la Cremonese si gioca con la doppia sfida. A Cremona, l’11 luglio, termina 2-2, con i biancorossi pronti a far valere ancora il fattore campo nella gara di ritorno.

Le cronache parlano di una partita “fiacca” e giocata sotto un sole e una temperatura “cocente”, di fronte a 20.000 spettatori; in tribuna Il Presidente della FIGC Ing. Barassi e il Sindaco di Bari Avv. Chieco.  Al 41′ il primo gol dei galletti dopo una combinazione Bretti-Mazzoni, con Gamberini che al volo gonfia la rete. La Cremonese ha una piccola reazione che si conclude però con un nulla di fatto. La ripresa ha un diverso tono, ed è ancora il Bari ad avere alcune occasioni come il doppio palo consecutivo colpito al 5′ da Filiput e Gamberini. I padroni di casa continuano a premere, hanno il loro appuntamento con la storia e non lo vogliono mancare. Al 19’ gli sforzi vengono premiati: “… a coronamento di questa pressione, il secondo gol: Maccagni spara da venti metri e la palla batte sulla traversa e torna in campo: il centravanti biancorosso raccoglie e segna” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 19 luglio 1954).

Oltre alla promozione in C… il Bari è campione d’Italia della IV serie. L’Ing. Barassi rivolge ai calciatori il proprio compiacimento mentre il Sindaco Chieco consegna le medaglie d’oro in ricordo di questa giornata.

Ora si può festeggiare… i mortaretti possono esplodere.

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17 luglio 1994, Italia – Brasile… grazie lo stesso

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Che poi io me lo ricordo il caldo torrido davanti alla tv quel 14 luglio 1994. Se lo ricordano tutti credo, soprattutto i giocatori della nostra nazionale che, al Rose Bowl di Pasadena negli Stati Uniti, hanno giocato la partita del secolo condizionata dalla voglia di non subire gol e da un caldo spaventoso.

In quella data l’Italia perde una finale brutta e noiosa, ma con dignità.

La nostra nazionale aveva giocato un mondiale dall’inizio difficile e arrivava in finale trascinata da un grandissimo Baggio. Terzi nel girone dietro Messico e Irlanda e davanti la Norvegia a parità di punti ma con più gol segnati, i nostri vengono ripescati ed eliminano in sequenza Nigeria, Spagna e Bulgaria. Il Brasile invece, si presentava in finale imbattuto e con il pronostico a favore vincendo il proprio girone e superando Stati Uniti, Olanda e Svezia.

La Seleçao gioca decisamente meglio e gli azzurri vanno spesso in difficoltà. Grazie ad un invalicabile Baresi, nei tempi regolamentari riusciamo ad arginare le invenzioni del solito Romario, anche se Pagliuca non può distrarsi neanche un secondo.

I primi 90” finiscono senza reti, saranno i rigori a decidere la partita.

Il primo ad andare sul dischetto è Baresi, che sbaglia sparando alto sulla traversa. Pagliuca para il tiro di Marcio Santos tenendo l’Italia in corsa, poi Albertini, Romario, Evani e Branco segnano. Taffarel para il tiro di Massaro e Dunga segna.

Nei piedi di Baggio c’è perciò il destino di tutto il mondiale, della squadra e di tutta la nazione. Con un tiro alto sopra la traversa di Taffarel vola via anche il sogno della nostra nazionale.

“Ancora oggi non dormo bene per quell’errore. Purtroppo è successo e tali situazioni spiacevoli possono servire da lezione”, ha detto l’ex codino d’oro durante un evento a Belgrado poco più di un mese fa. “Da bambino avevo sempre sognato di giocare in Nazionale una finale mondiale col Brasile, per vendicare quella persa nel 1970. Ma un conto è sognare e un conto è la realtà. E io avevo sognato una finale differente”, ha spiegato il campione, Pallone d’oro nel 1993.

Il sogno americano così si conclude nel modo più crudele e triste e i rigori per la nostra nazionale si rivelano ancora una volta una prova insuperabile. I brasiliani tirano su la loro quarta coppa e le lacrime di sconforto di Franco Baresi restano nella storia di quel mondiale.

Fa un certo effetto vedere Carlos Dunga, pettinato da marine, alzare la quarta Coppa del Mondo per il Brasile, Dunga ritenuto inutile dal Pescara, Dunga che passa la coppa ad altri scartati dal nostro campionato, come Branco e Mazinho, forse anche Aldair e Taffarel. Tutta gente che nell’82 non sarebbe stata nemmeno convocata, nell’82, quando Baresi e Massaro non fecero che panchina.

Il Brasile era l’unica americana contro sette europee e ci ha ricordato che, da quella parte dell’oceano, le europee non vincono mai. L’Italia è sconfitta l’ultimo giorno come il primo contro l’EIRE, ma ne esce a testa alta. In mezzo c’è tanta sofferenza, la caparbietà di prolungare un sogno che sembrava impossibile e che alla fine è arrivato a undici metri dal realizzarsi.

Grazie lo stesso.

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