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Il Calcio Racconta

Entella, Albissola, Giana Erminio e Gozzano: “Cenerentole” nel calcio che conta

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – E’ consueto e comprensibile parlare di calcio riferendosi alle gesta dei grandi campioni oppure alle epiche vittorie delle squadre più note. Ad esse si associa la passione di milioni di appassionati che nei colori della loro squadra o nel ricordo delle giocate del loro campione collegano, magari, anche i ricordi della loro vita. Ma oltre a questo c’è di più! C’è quel microcosmo poco conosciuto del calcio delle squadre alle soglie di “quello che conta” caratterizzato, molto spesso, dall’irrefrenabile passione di qualche magnate locale oppure dalla grandezza di qualche giovane promessa o di vecchie glorie decise a lasciare il segno anche in categorie minori. Parimenti alle grandi squadre, questi sodalizi, in alcune circostanze, hanno catalizzato l’attenzione degli intenditori di calcio che in loro hanno visto lo spirito essenziale dello sport, la sana competizione ed il sacrificio ricompensato anche da vittorie e dal raggiungimento di traguardi impensabili. L’elenco che accorpa tali squadre sarebbe eccessivamente lungo e, pertanto, ho scelto soltanto quattro compagini di serie C che, credo, esemplifichino quanto sopra. I liguri della Virtus Entella appena retrocessi dalla Serie B e dell’Albissola, quest’ultimi proiettati dalla categoria di Eccellenza disputata nel 2016 ai palcoscenici del professionismo dell’imminente stagione sportiva. I piemontesi del Gozzano, squadra che ha disputato gran parte della sua storia nelle categorie regionali e che ora, dopo qualche stagione in D, si ritrova, per la sua prima volta, nel calcio professionistico. Infine, il Giana Erminio Gorgonzola, unica squadra del calcio professionistico la cui denominazione si riferisce ad un Ufficiale dell’Esercito – nativo di Gorgonzola – che combatté la 1^ Guerra Mondiale, cadendo eroicamente, a soli 19 anni, sulle trincee del Monte Zugna.

Riconosciamo a loro, parlando della loro storia e vittorie nonché dei loro colori e gagliardetti, il ruolo di capofila di uno stuolo di altre compagini che, nel corso degli anni, hanno emozionato diversi appassionati di calcio.

Virtus Entella

La compagine ligure fu fondata, nel 1914, da alcuni giovani cittadini di Chiavari e deve il suo nome al torrente Entella che divide le cittadine di Lavagna e Chiavari. La storia della squadra chiavarese è caratterizzata dai colori bianco e celeste che furono assunti per volontà di uno dei fondatori, Enrico Sannazzari, in ricordo dei colori dell’Argentina, paese presso cui il Sannazzari aveva fatto fortuna prima di rientrare in Italia e giocare nell’Entella. Nei decenni successivi alla sua fondazione, la formazione ligure si impose, nei vari tornei disputati fino alla I^ Divisione disputata nella stagione 1933-1934 e, successivamente, nella Serie C e D (giocate dagli anni 50 alla fine degli 80), come un bella realtà calcistica, anche al di fuori dei confini regionali. Dopo questo periodo, accompagnato anche da diversi cambi di denominazione/fusioni (come ad esempio AC Entella Bacezza, AC Entella Chiavari), inizia un lento declino che porta al fallimento del 2001 e alla successiva rinascita, nel 2002, con la denominazione di US Valle Sturla Entella, cambiata poi nel 2003 in AC Chiavari VL (Vallesturla Lames). Il resto è storia attuale con l’avvento alla presidenza del club, a partire dal 2007, dell’imprenditore di Chiavari Antonio Gozzi. Sotto la presidenza Gozzi i biancocelesti, con un crescendo appassionante di vittorie, scalano dall’Eccellenza ligure, disputata nel 2007 – 2008, alla serie B giocata a partire dalla stagione 2014-2015. Proprio nel corso di quella stagione l’Entella festeggia il suo centenario. Un traguardo storico in una data solenne per i liguri. Alcune curiosità della squadra; dal 1920 al 1960 i liguri utilizzarono una casacca completamente nera in sostituzione della classica bianco-celeste. Da qui deriva il soprannome di “diavoli neri” (coniata dall’ex presidente Dario Costa) che accompagna anche l’attuale stemma riportato nei gagliardetti, insieme ad un pallone in cuoio marrone, già presente nello stemma originario. Inoltre, nella stagione 1985-1986, l’attuale tecnico dell’Inter Luciano Spalletti militò nell’Entella (allora Entella Bacezza) che aveva in panchina un altro volto noto del calcio italiano, Gian Piero Ventura.

Albissola 2010

Le origini della compagine savonese risalgono al 1909, anno in cui fu fondata, nella cittadina di Albisola Superiore, l’US Albisola. Tale società, negli anni 2000, con la fusione di due altre compagini locali – l’Albatross e l’Albisole 1909- volle assumere un ruolo di riferimento calcistico dell’entroterra, rappresentativo anche per la contigua cittadina di Albissola Marina. La completa integrazione avvenne nel 2010 anno in cui grazie ad un ulteriore fusione venne data luce all’Albissola 2010. A testimonianza di questa integrazione vi sono, nell’attuale stemma societario, il cavalluccio marino già presente sulle effigi dell’US Albisola nonché i colori bianco, nero e azzurro comuni nei colori delle altri compagini che diedero vita all’Albissola. La brevissima storia dei liguri ha inizio con la stagione 2011-2012 disputata nella Prima categoria ligure e caratterizzata dalla promozione alla categoria successiva in cui i “ceramisti” rimasero fino alla stagione 2015-2016. Proprio in quella stagione l’Albissola venne acquisita dalla Società metallurgica italo-francese MBF Aluminium che ne divenne, oltre che proprietaria, anche lo sponsor principale. Grazie alla disponibilità di cospicue risorse finanziarie ai liguri riesce l’impresa di vincere tre campionati consecutivamente approdando dall’Eccellenza regionale, disputata nel 2016-2017, alla Serie C che li vedrà imminenti protagonisti. Lo stemma societario in uso e, parimenti i relativi gagliardetti, furono realizzati nel 2014 e si caratterizza da una losanga bianca con bordi bianco azzurri che riporta all’interno un cavalluccio marino stilizzato che sorregge un pallone e sovrasta l’anno di fondazione della squadra. L’Albissola disputerà le gare interne del prossimo campionato a Chiavari presso lo Stadio Comunale in co-uso con la Virtus Entella. I liguri debbono il soprannome di “ceramisti” dalle numerose manifatture di ceramica locali, attive già dal 1400.

Giana Erminio Gorgonzola

E’ opinione diffusa considerare la Giana Erminio, con sede presso la città di Gorgonzola, come la terza forza calcistica milanese. Infatti essa è, nell’ambito dell’area metropolitana di Milano, l’unica squadra, oltre al Milan e all’Inter, a militare in una categoria professionistica. Il club della Martesana (naviglio che attraversa il centro di Gorgonzola) fu costituito nel 1909 con la denominazione di US Argentia, derivante dal toponimo Curte Argentia, originario insediamento urbano dell’attuale Gorgonzola. Soltanto nel 1928, l’Argentia, con l’affiliazione alla FIGC, iniziò la propria attività disputando campionati a livello regionale. Nel 1932 venne assunta la denominazione di Giana Erminio in onore dell’omonimo Sottotenente medaglia d’argento al valor militare e cittadino di Gorgonzola, morto eroicamente nel corso della 1^ Guerra Mondiale. Tale iniziativa colpì estremamente i familiari dell’Ufficiale che, per sostenere materialmente la squadra, decisero di concedere la proprietà del terreno su cui venne edificato il terreno di gioco. La Società, per rendere ulteriore omaggio, decise di adottare una casacca da gioco nera (in segno di lutto). Ad essa vennero aggiunti, nel corso degli anni, il bianco e l’azzurro, tonalità riportate anche nei gagliardetti della squadra, con chiaro riferimento ai colori del gonfalone cittadino. La scalata della squadra al calcio che conta iniziò nella stagione 2011-2012 e seguita da un trittico di vittorie che gli assicurò la promozione al terzo livello calcistico nazionale, in Lega Pro, nel 2014. Il salto di qualità del Giana Erminio avvenne, grazie anche all’innesto di calciatori con pregresse e solide esperienze nel calcio professionistico, nelle ultime due stagioni, sempre culminate con la disputa dei play-off per accedere alla Serie B.

Lo stemma riportato nel gagliardetto ed adottato nel 2014 riporta un ovale in fondo nero con bordi bianco e azzurri con all’interno un pallone che sovrasta due V sovrapposte (di colore bianco e nero) nonché l’anno di fondazione.

Gozzano AC

Il Gozzano, compagine della provincia di Novara, disputerà, dopo 90 anni trascorsi nella quasi totalità tra le varie categorie regionali piemontesi, la prima stagione tra i professionisti. Affiliato alla FIGC nel 1924, il Gozzano (che assunse la prima denominazione di Juventus) è indubbiamente, insieme all’Omegna, la società calcistica di riferimento nell’area del Cusio, appartenete alla provincia piemontese del Verbano-Cusio-Ossola. Nell’immediato dopoguerra, sotto la presidenza del marchese D’Albertas, il Gozzano inizia ad affermarsi a livello regionale lanciando anche giocatori sui palcoscenici della serie maggiori (come ad esempio Ermanno Tarabbia che giocò in A alla fine degli anni 50 con il Legnano, il Talmone Torino ed il Mantova). Nei decenni successivi, anche in considerazione del disinteresse delle autorità locali, il D’Albertas decise di abbandonare la piazza e, conseguentemente, il Gozzano sprofondò nelle minori categorie fino alla rinascita che avvenne con la prima promozione in serie D conseguita nel 1979. A seguire, nel 2015, grazie all’impegno di un’azienda gozzanese attiva nel settore idro-sanitario, i rossoblù diedero inizio ad un’avvincente escalation che li ha portati, quest’anno, a raggiungere i professionisti.

I colori storici riportati nel gagliardetto sono il rosso ed il blu anche se, a partire dal 1985, vennero utilizzati anche il rosso ed il bianco in riferimento allo stemma araldico comunale. Lo stemma societario, invece, oltre a riportare il disegno di un pallone di calcio in campo rossoblù riporta, attualmente lo stemma comunale già adottato negli anni ottanta.

Tutti i gagliardetti presenti nell’articolo appartengono alla collezione di Marco Cianfanelli. Se ne vuoi sapere di più su di lui clicca qui.

Originario di Ariccia, nel bel mezzo dei Castelli Romani. Impegnato nel mantenere viva la memoria del calcio studiandone “i colori” che lo contraddistinguono. Studioso di Araldica. Tra i più grandi collezionisti al mondo di gagliardetti. Un sito, www.pennantsmuseum.com , per condividere con i calciofili, italiani ed esteri, il fascino intramontabile dei gagliardetti.

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2 Comments

2 Comments

  1. Manlio Scorsetti

    22 Settembre 2018 at 8:44

    In tutta franchezza sul Gozzano (che è AC, non ASD), nel tentativo di semplificare la storia avete riportato un po’ di inesattezze

  2. Federico Baranello

    23 Settembre 2018 at 10:01

    Buongiorno, grazie per aver lasciato il suo commento. In effetti da quest’anno la denominazione corretta è AC, provvediamo subito alla rettifica, ancora grazie. Per il resto non esiti a segnalarci eventuali ulteriori inesattezze al fine di verificarle, correggerle; ciò consentirà di accrescere le nostre conoscenze.
    Può utilizzare a tal fine la seguente mail info@glieroidelcalcio.com o il format di contatto.
    Ancora grazie

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L’Italia del ’66

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Lorenzo Tassi) – FOOTBALL COMES HOME. Nel 1966 il calcio torna a casa, in Inghilterra, dove Ebenezer Cobb Morley ha dato vita, nel 1863, al football per come lo intendiamo noi oggi. Gli inglesi organizzano il Campionato del mondo di calcio coscienti di essere ben attrezzati per vincerlo. La presunzione di chi non ha partecipato volontariamente ai primi tre mondiali della storia (quelli del ’30, del ’34 e del ’38) ha ceduto negli anni ad un ammorbidimento da parte della Football Association che intende organizzare il tutto nel miglior modo possibile. Gli stadi inglesi sono pronti ad ospitare e a sorprendere le nazionali partecipanti. D’altronde la liturgica atmosfera degli impianti oltre manica affascina ancora oggi; gli spalti attaccati al campo, così da limare la distanza sia fisica sia psicologia tra tifoseria e calciatore. Tutti coinvolti in una sorta di cerimoniale, nessuno escluso. Il primo ad accorgersi di questa atmosfera straordinaria ed altresì ossequiosa è il capitano argentino Rattìn “el Rata”, il quale dopo essere stato espulso nel quarto di finale tra Inghilterra e Argentina, intraprende un lento ed interminabile giro di campo, nel quale i tifosi lanciano lattine e barrette di cioccolato, ma non si azzardano a mettere un piede nel rettangolo di gioco. “In Sudamerica, non sarei uscito vivo dal campo” dirà tempo dopo el Rata. Ma quell’episodio non è solamente legato alla ligia attitudine degli inglesi nei loro stadi, ma ad un fatto epocale che ha cambiato la regolamentazione dello sport più popolare al mondo. Rattìn si agita dal primo minuto di gioco, vuole parlare con l’arbitro, il quale gli indicherà la via d’uscita poco dopo. Il direttore di gara, il tedesco Kreitlein (appositamente scelto per arbitrare l’Inghilterra, ed il suo collega inglese per dirigere Germania-Uruguay…ma lasciamo perdere queste strane coincidenze), non capisce una sola parola pronunciata dal capitano dell’Albiceleste. Il giocatore viene invitato ad uscire e non lo farà per ben otto minuti. Ken Aston, responsabile degli arbitri Fifa, è in tribuna ad assistere sconcertato. Una scintilla, un barlume. Aston decide di inventare un linguaggio globale utilizzabile nel rettangolo verde di gioco, lì dove le lingue parlate non sono arrivate: il cartellino giallo ed il cartellino rosso. Ma solo nei mondiali 1970 in Messico assisteremo alla realizzazione di questa idea.

È il primo mondiale dove il ct non detiene il solo onere di gestire i calciatori, bensì, di sceglierli. Alf Ramsey, allenatore dell’Inghilterra fu colui che diede il via a questa piccola seppur importante rivoluzione. Lo stesso Ramsey del “Vinceremo il Mondiale” o del “quando si tratta di festeggiare, nessuno si permetta di issarmi sulle sue spalle, non guardatemi neppure”. Un uomo scontroso che ha vissuto gli orrori delle bombe lanciate dalla Lutwaffe sul suolo britannico, un uomo tenace affiancato da giocatori altrettanto testardi e talvolta presuntuosi. Banks, Moore, Bobby Charlton, Nobby Stiles (il più arrogante e sboccato)… calciatori forti e, nella loro superbia, molto intelligenti. Questa gente qui vincerà il mondiale in patria, in una partita assurda con la Germania di un giovane Kaiser Franz Beckenbauer. Ah, Kaiser non solo per la caratura da leader, bensì, per la netta somiglianza a Ludwig II di Baviera.

Secondo i tedeschi, la doppietta di Hurst nei tempi supplementari, che ha garantito la vittoria agli inglesi per 4 a 2, non deve essere convalidata: il primo gol è contraddistinto da un errore di valutazione dell’arbitro (che stavolta non è né inglese né tedesco) e del guardalinee che vedono la palla dentro ma in realtà batte sulla linea alzando bianca polvere. Il secondo è da annullare per la presenza di tre tifosi in campo, non inclini agli standard inglesi. Forse, per una volta, non hanno tutti i torti. I giornali tedeschi, l’indomani mattina, titoleranno: “Abbiamo perso la finale 2-2”. È il mondiale di Pickles, il cane che ritrovò la Coppa Rimet rubata pochi giorni prima nonostante la security. È il mondiale dell’Inghilterra che vince e convince…convince il mondo di avere una grande squadra, ma non i tedeschi, e tantomeno gli uruguagi e gli argentini che si sono legati al dito la scelta oculata dei due arbitri nei quarti di finale, definendo il fatto “el robo del siglo”, il furto del secolo. In effetti, i due direttori di gara si sono contraddistinti per errori grossolani ed in qualche modo “indirizzati” verso un finale diverso.

C’è il Portogallo di Eusebio, il Brasile di Garrincha e Pelè (l’ultimo mondiale che giocheranno insieme). C’è la Russia, o meglio l’Urss, priva del suo più grande talento calcistico mai espresso completamente. Tale Streltsov, condannato dal KGB ai lavori forzati nei Gulag per otto anni. Motivazione? Accuse di sproloquio nei confronti di una giovane donna russa. Ma per alcuni, i motivi sono rappresentati dal rifiuto del giocatore alle proposte del Cska (squadra del partito) e a quelle della Dinamo (vicina al KGB). Tornerà logorato e indebolito nel 1965 e giocherà nella Torpedo vincendo il campionato, ma per lui niente mondiale. Infine, parte del mondiale è anche nostro. Ma sarà segnato da una sconfitta storica, che ancora oggi si dimostra inspiegabile e favolistica.

1966, ITALIA. Nel 1966 l’Occidente sonnecchia in vista del grande focolare che si spargerà piano piano nell’arco di due anni. Ma c’è chi guarderà il ’68 come un qualcosa di ripetitivo. L’Olanda ha trascorso gran parte del 1965 dietro i moti rivoluzionari. I giovani di ogni città, paese e contrada si riuniscono spesso in Piazza Spui ad Amsterdam per manifestare il proprio dissenso contro le vecchie generazioni. La polizia interviene con manganelli, lacrimogeni ed arresti. Ma più aumentano le percosse, più giovani giungono a protestare. Così il governo olandese prende una decisione epocale: è meglio sedare i manifestanti con il dialogo, che con la forza. Se oggi Amsterdam è la città più libera del mondo, lo si deve anche a quella disposizione.

Gli olandesi, inoltre, sono estremamente pratici: hanno sconfitto il mare che mangiava le loro terre. La stessa praticità che ritroveremo nel calcio oranje all’inizio dei ’70, un modo di giocare che rivoluzionerà il calcio e lo renderà moderno grazie anche a due personaggi, un catalizzatore ed il suo allenatore. Ma questa è un’altra storia.

Praticità…termine che gli italiani hanno sempre ritenuto poco utile. Se gli olandesi hanno debellato le acque, noi non ci siamo fatti sommergere. Il 4 novembre ’66 l’Arno esonda, portando via un pezzo di Firenze insieme alle sue biblioteche e musei. I primi “capelloni” si adoperano per salvare il salvabile meritando il dovuto rispetto da parte dei “grandi”.

Franca Viola viene liberata e non accetta il matrimonio riparatore con il suo aggressore. Diviene simbolo di crescita civile, nonché paladina dell’emancipazione femminile, stessa emancipazione messa in evidenza dal giornalino scolastico “La Zanzara” che oltre a parlare di sesso, si concentra sul ruolo della donna nella società dell’epoca. Il giornalino viene fatto chiudere. Il messaggio di pace di Paolo VI non ha alcun riscontro da parte di chi si crogiola nel lanciare napalm in Vietnam, o da parte di chi mette in piedi una dittatura in Cina.

E la nazionale? Gli azzurri partono con entusiasmo verso le coste della Perfida Albione. E forse troppa euforia non è mai un buon segnale. Giocatori forti ce ne sono: Facchetti, Albertosi, Bulgarelli, Burgnich, Sandro Mazzola, Pascutti, Rivera, il povero Gigi Meroni…tutti guidati da Edmondo “Mondino” Fabbri. Il girone con Cile, Urss e Corea del Nord sembra agevole, o quantomeno il più facile. D’altronde se riesci ad evitare Brasile, Uruguay, Germania Ovest ed Inghilterra, puoi benissimo ritenerlo tale.

Tempo prima del mondiale, nel giorno in cui esce l’elenco dei convocati, tutti notano due assenze rumorose. Picchi e Corso non faranno parte del gruppo. L’Italia intera s’interroga. Solo due personaggi hanno la risposta: il nostro Mondino Fabbri e il grande presidente dell’Inter Angelo Moratti. Quest’ultimo stanco di Helenio Herrera sulla panchina della Beneamata, aveva optato per Fabbri, convinto che lo spagnolo procedesse in direzione iberica dopo aver guidato la sua nazionale nel 1962. Le cose non andarono come previsto. Herrera restò all’Inter e nel ’66 Fabbri, prima sedotto e poi abbandonato da Moratti, per ripicca non convoca in nazionale parecchi giocatori nerazzurri. Prediligerà il blocco Bologna.

Italia-Cile 2 a 0. Non cominciamo male. Il primo gol, firmato Grande Inter, lo segna Sandrino Mazzola su assist di Facchetti. Sorriso a denti stretti per Fabbri. Il secondo è un’azione personale di Barison a due minuti dal novantesimo. Nel 1962 perdemmo contro La Roja (perché la nazionale cilena è la sola e unica Roja) in una partita in cui Mario David viene steso da un pugno dell’ex pugile Leonel Sanchez, nella famosa “Battaglia di Santiago”. L’arbitro non vide nulla. Ah, l’arbitro era Ken Aston. Ricordate? Cartellino giallo e cartellino rosso.                Nel secondo match perdiamo contro l’Unione Sovietica, 1 a 0 gol di Cislenko. Giochiamo male, senza equilibrio. Nell’altra partita, quella tra Cile e Corea del Nord, al ridosso del novantesimo gli asiatici pareggiano. Finisce 1 a 1. Risultato buono per noi. Contro la Corea basta un pareggio per qualificarsi ai quarti.

I coreani rischiano sino all’ultimo di non partecipare all’ottava Coppa del Mondo. Gli inglesi non riconoscono quello Stato. Ma attraverso escamotage e parecchie telefonate, vengono infine accettati. Viene loro assegnato il peggior campo d’allenamento d’Inghilterra, non potranno giocare a Londra e non potranno sventolare la loro bandiera in giro per il paese. Altro? ah si, vengono mandati nei posti più lontani possibili dalla capitale, Middlesborough e Sunderland, non certo al passo coi tempi come Londra. Eppure dopo lo scetticismo iniziale, i coreani vengono ben accolti dagli inglesi perché rispettosi, educati e bendisposti all’impegno. D’altronde la discrezione e l’osservanza delle regole sono due punti cardine del mondo asiatico.

Il loro allenamento quotidiano rassomiglia più ad un lavoro forzato: mattina ginnastica e sollevamento pesi, pomeriggio individuale, sprint, massaggi e cena. Dopo cena palestra e partitella senza ruoli fissi per novanta minuti di seguito senza pause. Se c’è tempo, prima di coricarsi, sei scatti sui cento metri. Inutile dire che arrivano fisicamente meglio di tutti gli altri. Inizia la partita con l’Italia che sottovaluta di gran lunga la Corea. A metà primo tempo, Bulgarelli esce per un fastidio al ginocchio. L’Italia resta in dieci. Sì, perché l’unico sostituto non è che il secondo portiere, secondo le regole dell’epoca.                                                                                                                                      L’Italia ha tante palle gol, almeno quattro. Ma ad un certo punto, una palla arriva in area di rigore italiana, Guarneri cerca un anticipo ma non è efficace. Arriva Pak Doo-Ik che incrocia e segna. Pak Doo-Ik, un professore di ginnastica con ruolo nell’esercito, e non dentista come nelle leggende. 1 a 0 Corea del Nord. Si distingue un altro giocatore, un difensore, lo stesso che ha firmato il gol del pareggio contro il Cile: tale Shin. È alto 1.73 ma le prende tutte di testa. Secondo i giocatori azzurri, Shin esegue la “cavallina” ovvero fa leva sulle spalle del compagno per issarsi e colpire la palla di testa come nel più classico dei film o cartoni animati asiatici. L’arbitro dovrebbe fischiare, non è un comportamento leale, ma il signor Schwinte, francese, non se ne accorge. La partita con il passare del tempo diviene sempre più un incubo, l’Italia, inebetita, non riesce a reagire. È finita. L’Italia è fuori. Basta il gol di Pak Doo-Ik.

La Corea del Nord si aggiudica i quarti contro il Portogallo. Va in vantaggio e ne fa altri due. Ma quando la “Pantera Nera” si risveglia dal lungo torpore, ne fa quattro. Finirà 5 a 3. “I coreani arrivavano in quattro o in cinque sul pallone” dirà Gigi Riva che assistette alla partita appena ventiduenne “eravamo impotenti, succubi del loro ritmo. Gli inglesi gridavano di gioia. Entrai negli spogliatoi e si stavano già facendo i piani per rientrare di nascosto in Italia”. Edmondo Fabbri voleva tornare di nascosto da solo, ma non gli venne concesso. Mondino aveva cominciato bene la sua carriera azzurra ma nell’imminenza del mondiale fra pressioni giornalistiche e fissazioni personali (l’astio verso Herrera ed i giocatori dell’Inter), perse lucidità e come tutti gli italiani sottovalutò il pericolo Corea. Per molto tempo, il nome di Pak Doo-Ik rimandò alla più grande sconfitta della nazionale e solo un’altra Corea, stavolta del Sud, trentasei anni dopo, riuscì ad eguagliare tale amarezza. Ma in quel caso, non fu colpa nostra.

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Seconda parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – A sei giorni dalla conquista del loro ottavo titolo nazionale, con vittoria nella finalissima a Roma contro la Lazio, la partenza da Genova dei giocatori rossoblù, nella notte del 28 luglio del ’23, a bordo del “Principessa Mafalda”, fu salutata da una marea di tifosi genoani, raccoltasi dapprima, nel pomeriggio, alla Stazione Marittima, e poi, in serata, nella Rotonda di Carignano, quartiere centrale sul mare che si affaccia proprio sopra lo sbocco del porto. Come ricorda, infatti, Pierpaolo Viaggi, nel suo libro, “1923-1925. Il Genoa alla Scoperta del Calcio Sudamericano”, le grida di saluto e incoraggiamento dei tifosi genoani all’indirizzo della squadra in partenza con la nave, furono sentite con una certa emozione da un giocatore del Genoa, che udì quei cori quando già, in piena notte, si trovava all’interno della propria cabina e ne prese nota sul proprio diario. Va forse precisato che il “Principessa Mafalda”, battente regolarmente la rotta Genova-Buenos Aires (con scalo a Rio de Janeiro) e, a periodi alternati, impiegato anche nelle traversate Genova-New York, rappresentava l’eccellenza della marineria italiana e, prima di arrivare alla fine dei suoi giorni con un tragico epilogo nell’ottobre del ’27, poté annoverare tra i suoi passeggeri Arturo Toscanini, Luigi Pirandello e Carlos Gardel.
Di quella spedizione, agli ordini di Mister Garbutt, fecero parte: De Prà, Moruzzi, Bellini, Barbieri, Burlando, Leali, Neri, Sardi, Catto, Santamaria e Bergamino. A loro, si erano aggiunti altri giocatori provenienti da diverse squadre. Atleti coinvolti solo nel progetto di quella specifica impresa sportiva, e quindi in organico solo per la durata della tournée: Giovanni Moscardini, attaccante della Lucchese che sarebbe poi passato al Pisa; Giuseppe Girani, difensore del Padova che quell’anno si rivelò squadra rivelazione, nonché uno dei club finalisti del campionato; Enrico Romano, capitano del Vado che l’anno prima aveva vinto la prima edizione della Coppa Italia ai danni dell’Udinese; ed infine Adolfo Baloncieri, grande giocatore dell’Alessandria (in seguito passato al Torino) che come gli altri tre fu appunto aggregato al Genoa proprio e solo in funzione della tournée sudamericana.

Baloncieri, Romano e Sardi appartenevano a famiglie italiane emigrate in Argentina e, dopo un’esperienza di vita in quella parte dell’America Latina, erano rientrati nel nostro paese. Baloncieri era un piemontese nato ad Alessandria ma era cresciuto a Rosario, nelle pampas della provincia di Santa Fe; Romano era di origine torinese ma era nato a Buenos Aires e si era iniziato al calcio nel Bella Vista Football Club della capitale argentina; e Sardi era nato a Genova ma aveva passato parte della sua infanzia e della sua adolescenza a Buenos Aires, e quindi, per certi aspetti, poteva essere considerato uno “Xeneise”. Dopo vari scali a Barcellona, a San Vicente nelle isole di Capo Verde, a Rio de Janeiro, a Santos, e a Montevideo, il 15 agosto la squadra genovese arrivò in territorio argentino.
Per il resoconto delle partite, possiamo affidarci a Paul Edgerton, e al suo splendido libro dedicato a William Garbutt, da lui definito “il padre del calcio italiano” (onorificenza, a mio parere, da attribuire ad ex-aequo anche al Dottor Spensley). Il 19 agosto, a Buenos Aires, il Genoa perse, per due reti a uno, una prima partita contro la formazione ‘All Stars’, del “Combinado Norte”, composta appunto da giocatori della parte settentrionale della città; poi ne vinse una seconda, il 2 settembre, per uno a zero contro la squadra del “Combinado Sud”; ed in seguito ottenne un pareggio per uno a uno, nel match finale contro la nazionale argentina, giocato davanti ai 30.000 spettatori dello Stadio Barracas, il 9 settembre del ‘23 (secondo altre fonti gli spettatori erano  40.000).

Il pubblico dello Stadio Barracas, in occasione della partita tra la nazionale Argentina e il Genoa, giocata il 9 settembre 1923 a Buenos Aires, e terminata sul punteggio di 1-1

Tra i primi due incontri e l’ultimo, di quelli giocati a Buenos Aires, il viaggio dei rossoblù proseguì, come previsto, con una deviazione a Montevideo, il 5 settembre, dove si registrò esattamente lo stesso entusiasmo tra la comunità genovese di questa città sul Rio della Plata. D’altra parte, perché stupirsi? Ancora oggi in quella metropoli americana, come del resto a Buenos Aires, ci sono negozi di commestibili che vendono la focaccia e la farinata, anche se gli abitanti del posto preferiscono quasi sempre utilizzare i termini di “Fugazza” e “Fainà” che rimandano all’idioma ligure.

Buenos Aires 9 settembre 1923 – Il Presidente Argentino Marcelo de Alvear da il calcio d’inizio di Argentina-Genoa che porterà al vantaggio dei sudamericani. Si tratta di un episodio controverso perchè autorità e fotografi erano ancora in campo. I genoani avevano pensato ad un gesto simbolico, ma i giocatori argentini, ricevuto il passaggio “presidenziale” puntarono la porta ed andarono in gol. Pareggerà poi Aristodemo Santamaria.

Comunque, per tornare agli aspetti calcistici, la sfida con “La Celeste” fu ancora più impegnativa di quelle con gli argentini, e finì con la vittoria uruguagia per due reti a uno. E, a detta di un campione come De Vecchi, al triplice fischio finale i giocatori del Genoa poterono tirare il fiato, estremamente contenti di essere riusciti a contenere le offensive dei loro temuti rivali. Finita la serie di match programmati e, come già anticipato, sfumate le possibilità di disputare una partita contro il Brasile, ai nostri non restò che andare a Rio de Janeiro; non per giocare a pallone ma solo per fare rotta in direzione di Genova. E il rientro nella capitale della Liguria, a bordo di una nave francese, “l’Alsina,” sempre secondo la ricostruzione di Arcuri e Pesce, sarà salutato dai getti d’acqua dei rimorchiatori del porto di Genova e dalle sirene delle navi all’ormeggio ma, soprattutto, da una miriade di bandiere e di fazzoletti, sventolati da una marea di persone raccoltasi su moli, sulle calate e sulle banchine adiacenti alla nave. Il Genoa rientrava a casa, con tutti gli onori del caso, accolto dall’usuale calore del popolo rossoblù. Due anni dopo, come già detto, a ideale chiusura di quel ciclo sudamericano, il Nacional di Montevideo giocò una partita a Marassi, davanti a 22.000 persone che resero omaggio a quella mitica squadra uruguagia. Una squadra avversaria che non solo aveva saputo imporsi con il risultato finale di tre reti a zero, ma che aveva segnato i suoi due primi gol in meno di due minuti. L’evento, all’epoca, fu immortalato in una pellicola, prodotta dalla Pittaluga Film, e quel reportage ancora oggi fa il giro del mondo. Quel filmato è stato, per esempio, trasmesso dalla televisione uruguayana in una puntata celebrativa dei fasti del Nacional e si puó trovare anche nella videocassetta pubblicata nel 1999, in occasione del centenario della squadra di Montevideo.

Quando una squadra diventa un misto di storia e leggenda, il suo mito comincia a vivere di vita propria. E così, della narrazione di quella leggenda, diventa quasi impossibile seguirne gli interi sviluppi e la sua diffusione: dico questo perché è possibile che foto, articoli e filmati di quel periodo siano stati commentati in altre trasmissioni e documentari di cui io non sono a conoscenza.

Il discorso relativo ad una squadra che si pone tra mito e leggenda vale per il Nacional di Montevideo. Ma, allo stesso modo, vale anche per il Genoa. Non a caso, le immagini di repertorio di quegli eventi, in cui le vicende di questi due storici club si sono incrociate, viaggiano ancora oggi via etere, via digitale o tramite il web, dal Golfo di Genova al Rio della Plata.

È anche in ragione di questi antichi legami storici che il Genoa ha avuto, e ha ancora, un rapporto di predilezione con l’Argentina e con l’Uruguay. La tournée del Genoa del ‘23, la partita del Nacional a Marassi del ‘25, i reportage della stampa dell’epoca, i filmati di repertorio di allora, l’accoglienza delle comunità di emigrati di quel periodo, gli attuali servizi televisivi dei media latini, i club argentini di hinchas del Genoa tuttora esistenti, i siti internet del latino-america, i libri di storia del calcio, come quello di Eduardo Galeano: tutto questo è lì a dimostrarlo.

Genova, Aprile 1925, Stadio del Genoa. Davanti a 22.000 spettatori, i giocatori del Nacional di Montevideo fanno il loro ingresso in campo , portando la bandiera tricolore in segno di fratellanza. I giocatori del Genoa contraccambieranno entrando con la bandiera dell’Uruguay.

Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa – Prima parte

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Il Calcio Racconta

21 agosto 1979 – Il silenzioso addio a Giuseppe Meazza

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Giuseppe Meazza… tanto basta per riempirsi la bocca di leggenda. Tanto basta per riportare la mente ad un calcio fatto di miti, quelli dei mondiali del 1934 e del 1938. Uno dei calciatori più importanti, più forti nella storia del calcio nostrano. Una figura sospesa tra mitologia e fascino pionieristico.

“Il centravanti della Nazionale italiana degli Anni Trenta, è morto a Rapallo, sulla Riviera di Levante, dove si era trasferito da alcuni anni. Meazza era affetto da una grave ed incurabile malattia. I funerali si sono svolti in forma privata. Meazza infatti aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che l’annuncio della sua morte venisse dato soltanto a funerali avvenuti. La notizia è stata fatta trapelare la notte scorsa da alcuni amici di Rapallo dell’ex giocatore…” (Cit. La Stampa, 23 agosto 1979).

Se ne va così, come aveva voluto, Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn, e più tardi detto Balilla.

Un calciatore che ha dettato la moda, lanciando l’abito blu gessato, imitato nella pettinatura, tra i primi calciatori a concedere autografi. Una “Star”, un “Vip”, forse addirittura “Influencer” … si sarebbe detto anni dopo.

Entra nei ragazzi dell’Ambrosiana a quattordici anni e, due anni più tardi, viene aggregato in prima squadra e disputa la Coppa Volta. In questa occasione l’allenatore Weisz legge nello spogliatoio la formazione annunciando la presenza in campo del giovane Meazza nell’undici iniziale. Uno dei calciatori più anziani, Leopoldo Conti, esclama: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!». L’Opera Nazionale Balilla raccoglie tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni e al “vecchio” Conti viene spontaneo apostrofare in quel modo il giovane Meazza. Lui risponde sul campo: due gol.

Rapidità intellettuale, intuito, fiuto del gol, rappresenta “l’orgogliosa risposta autarchica agli estrosi oriundi importati dal Sud America… Il calcio come invenzione e astuzia, non più come esclusiva possanza atletica e brutalità fisica. Il calcio come arte… Era onnipresente nell’azione esclusivamente per l’innato senso della geometria calcistica” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 23 agosto 1979).

I numeri? 457 partite in campionato e 372 gol, potrebbero bastare questi per esprimere e raccontare la sua grandezza. Due volte campione italiano, nel 1929-30 e nel 1937-38, una Coppa Italia nel 1938-39 con l’Inter. Tre volte capocannoniere, nel 1929-30 (31 gol), nel 1935-36 (25) e nel 1937-’38 (20).

Con la maglia azzurra conta 53 presenze, di cui 17 da Capitano, con 33 reti. L’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, l’ultima l’11 giugno 1939 davanti alla Romania. Con la Nazionale di Pozzo scrive pagine forse irripetibili: due volte Campione del Mondo, 1934 e 1938, due volte vincitore della Coppa Internazionale.

Nel 1939 è costretto a fermarsi per oltre un anno in seguito a quello che veniva definita “sindrome del piede gelato”, una vasocostrizione di natura traumatica di un’arteria.

Non vuole smettere con il calcio giocato e passa allora al Milan, uno scandalo. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus e anche stavolta crea grande scalpore. Poi Varese, Atalanta e di nuovo Inter. A Bergamo e Milano, in queste due ultime esperienze, copre il ruolo di giocatore-allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo prova la strada da all’allenatore, anche all’estero con i turchi del Besiktas, esperienza che dura solo pochi mesi. Poi Pro Patria e ancora Inter. In seguito diviene responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Ora in silenzio… così come hai voluto.

 

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