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Il Calcio Racconta

Entella, Albissola, Giana Erminio e Gozzano: “Cenerentole” nel calcio che conta

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – E’ consueto e comprensibile parlare di calcio riferendosi alle gesta dei grandi campioni oppure alle epiche vittorie delle squadre più note. Ad esse si associa la passione di milioni di appassionati che nei colori della loro squadra o nel ricordo delle giocate del loro campione collegano, magari, anche i ricordi della loro vita. Ma oltre a questo c’è di più! C’è quel microcosmo poco conosciuto del calcio delle squadre alle soglie di “quello che conta” caratterizzato, molto spesso, dall’irrefrenabile passione di qualche magnate locale oppure dalla grandezza di qualche giovane promessa o di vecchie glorie decise a lasciare il segno anche in categorie minori. Parimenti alle grandi squadre, questi sodalizi, in alcune circostanze, hanno catalizzato l’attenzione degli intenditori di calcio che in loro hanno visto lo spirito essenziale dello sport, la sana competizione ed il sacrificio ricompensato anche da vittorie e dal raggiungimento di traguardi impensabili. L’elenco che accorpa tali squadre sarebbe eccessivamente lungo e, pertanto, ho scelto soltanto quattro compagini di serie C che, credo, esemplifichino quanto sopra. I liguri della Virtus Entella appena retrocessi dalla Serie B e dell’Albissola, quest’ultimi proiettati dalla categoria di Eccellenza disputata nel 2016 ai palcoscenici del professionismo dell’imminente stagione sportiva. I piemontesi del Gozzano, squadra che ha disputato gran parte della sua storia nelle categorie regionali e che ora, dopo qualche stagione in D, si ritrova, per la sua prima volta, nel calcio professionistico. Infine, il Giana Erminio Gorgonzola, unica squadra del calcio professionistico la cui denominazione si riferisce ad un Ufficiale dell’Esercito – nativo di Gorgonzola – che combatté la 1^ Guerra Mondiale, cadendo eroicamente, a soli 19 anni, sulle trincee del Monte Zugna.

Riconosciamo a loro, parlando della loro storia e vittorie nonché dei loro colori e gagliardetti, il ruolo di capofila di uno stuolo di altre compagini che, nel corso degli anni, hanno emozionato diversi appassionati di calcio.

Virtus Entella

La compagine ligure fu fondata, nel 1914, da alcuni giovani cittadini di Chiavari e deve il suo nome al torrente Entella che divide le cittadine di Lavagna e Chiavari. La storia della squadra chiavarese è caratterizzata dai colori bianco e celeste che furono assunti per volontà di uno dei fondatori, Enrico Sannazzari, in ricordo dei colori dell’Argentina, paese presso cui il Sannazzari aveva fatto fortuna prima di rientrare in Italia e giocare nell’Entella. Nei decenni successivi alla sua fondazione, la formazione ligure si impose, nei vari tornei disputati fino alla I^ Divisione disputata nella stagione 1933-1934 e, successivamente, nella Serie C e D (giocate dagli anni 50 alla fine degli 80), come un bella realtà calcistica, anche al di fuori dei confini regionali. Dopo questo periodo, accompagnato anche da diversi cambi di denominazione/fusioni (come ad esempio AC Entella Bacezza, AC Entella Chiavari), inizia un lento declino che porta al fallimento del 2001 e alla successiva rinascita, nel 2002, con la denominazione di US Valle Sturla Entella, cambiata poi nel 2003 in AC Chiavari VL (Vallesturla Lames). Il resto è storia attuale con l’avvento alla presidenza del club, a partire dal 2007, dell’imprenditore di Chiavari Antonio Gozzi. Sotto la presidenza Gozzi i biancocelesti, con un crescendo appassionante di vittorie, scalano dall’Eccellenza ligure, disputata nel 2007 – 2008, alla serie B giocata a partire dalla stagione 2014-2015. Proprio nel corso di quella stagione l’Entella festeggia il suo centenario. Un traguardo storico in una data solenne per i liguri. Alcune curiosità della squadra; dal 1920 al 1960 i liguri utilizzarono una casacca completamente nera in sostituzione della classica bianco-celeste. Da qui deriva il soprannome di “diavoli neri” (coniata dall’ex presidente Dario Costa) che accompagna anche l’attuale stemma riportato nei gagliardetti, insieme ad un pallone in cuoio marrone, già presente nello stemma originario. Inoltre, nella stagione 1985-1986, l’attuale tecnico dell’Inter Luciano Spalletti militò nell’Entella (allora Entella Bacezza) che aveva in panchina un altro volto noto del calcio italiano, Gian Piero Ventura.

Albissola 2010

Le origini della compagine savonese risalgono al 1909, anno in cui fu fondata, nella cittadina di Albisola Superiore, l’US Albisola. Tale società, negli anni 2000, con la fusione di due altre compagini locali – l’Albatross e l’Albisole 1909- volle assumere un ruolo di riferimento calcistico dell’entroterra, rappresentativo anche per la contigua cittadina di Albissola Marina. La completa integrazione avvenne nel 2010 anno in cui grazie ad un ulteriore fusione venne data luce all’Albissola 2010. A testimonianza di questa integrazione vi sono, nell’attuale stemma societario, il cavalluccio marino già presente sulle effigi dell’US Albisola nonché i colori bianco, nero e azzurro comuni nei colori delle altri compagini che diedero vita all’Albissola. La brevissima storia dei liguri ha inizio con la stagione 2011-2012 disputata nella Prima categoria ligure e caratterizzata dalla promozione alla categoria successiva in cui i “ceramisti” rimasero fino alla stagione 2015-2016. Proprio in quella stagione l’Albissola venne acquisita dalla Società metallurgica italo-francese MBF Aluminium che ne divenne, oltre che proprietaria, anche lo sponsor principale. Grazie alla disponibilità di cospicue risorse finanziarie ai liguri riesce l’impresa di vincere tre campionati consecutivamente approdando dall’Eccellenza regionale, disputata nel 2016-2017, alla Serie C che li vedrà imminenti protagonisti. Lo stemma societario in uso e, parimenti i relativi gagliardetti, furono realizzati nel 2014 e si caratterizza da una losanga bianca con bordi bianco azzurri che riporta all’interno un cavalluccio marino stilizzato che sorregge un pallone e sovrasta l’anno di fondazione della squadra. L’Albissola disputerà le gare interne del prossimo campionato a Chiavari presso lo Stadio Comunale in co-uso con la Virtus Entella. I liguri debbono il soprannome di “ceramisti” dalle numerose manifatture di ceramica locali, attive già dal 1400.

Giana Erminio Gorgonzola

E’ opinione diffusa considerare la Giana Erminio, con sede presso la città di Gorgonzola, come la terza forza calcistica milanese. Infatti essa è, nell’ambito dell’area metropolitana di Milano, l’unica squadra, oltre al Milan e all’Inter, a militare in una categoria professionistica. Il club della Martesana (naviglio che attraversa il centro di Gorgonzola) fu costituito nel 1909 con la denominazione di US Argentia, derivante dal toponimo Curte Argentia, originario insediamento urbano dell’attuale Gorgonzola. Soltanto nel 1928, l’Argentia, con l’affiliazione alla FIGC, iniziò la propria attività disputando campionati a livello regionale. Nel 1932 venne assunta la denominazione di Giana Erminio in onore dell’omonimo Sottotenente medaglia d’argento al valor militare e cittadino di Gorgonzola, morto eroicamente nel corso della 1^ Guerra Mondiale. Tale iniziativa colpì estremamente i familiari dell’Ufficiale che, per sostenere materialmente la squadra, decisero di concedere la proprietà del terreno su cui venne edificato il terreno di gioco. La Società, per rendere ulteriore omaggio, decise di adottare una casacca da gioco nera (in segno di lutto). Ad essa vennero aggiunti, nel corso degli anni, il bianco e l’azzurro, tonalità riportate anche nei gagliardetti della squadra, con chiaro riferimento ai colori del gonfalone cittadino. La scalata della squadra al calcio che conta iniziò nella stagione 2011-2012 e seguita da un trittico di vittorie che gli assicurò la promozione al terzo livello calcistico nazionale, in Lega Pro, nel 2014. Il salto di qualità del Giana Erminio avvenne, grazie anche all’innesto di calciatori con pregresse e solide esperienze nel calcio professionistico, nelle ultime due stagioni, sempre culminate con la disputa dei play-off per accedere alla Serie B.

Lo stemma riportato nel gagliardetto ed adottato nel 2014 riporta un ovale in fondo nero con bordi bianco e azzurri con all’interno un pallone che sovrasta due V sovrapposte (di colore bianco e nero) nonché l’anno di fondazione.

Gozzano AC

Il Gozzano, compagine della provincia di Novara, disputerà, dopo 90 anni trascorsi nella quasi totalità tra le varie categorie regionali piemontesi, la prima stagione tra i professionisti. Affiliato alla FIGC nel 1924, il Gozzano (che assunse la prima denominazione di Juventus) è indubbiamente, insieme all’Omegna, la società calcistica di riferimento nell’area del Cusio, appartenete alla provincia piemontese del Verbano-Cusio-Ossola. Nell’immediato dopoguerra, sotto la presidenza del marchese D’Albertas, il Gozzano inizia ad affermarsi a livello regionale lanciando anche giocatori sui palcoscenici della serie maggiori (come ad esempio Ermanno Tarabbia che giocò in A alla fine degli anni 50 con il Legnano, il Talmone Torino ed il Mantova). Nei decenni successivi, anche in considerazione del disinteresse delle autorità locali, il D’Albertas decise di abbandonare la piazza e, conseguentemente, il Gozzano sprofondò nelle minori categorie fino alla rinascita che avvenne con la prima promozione in serie D conseguita nel 1979. A seguire, nel 2015, grazie all’impegno di un’azienda gozzanese attiva nel settore idro-sanitario, i rossoblù diedero inizio ad un’avvincente escalation che li ha portati, quest’anno, a raggiungere i professionisti.

I colori storici riportati nel gagliardetto sono il rosso ed il blu anche se, a partire dal 1985, vennero utilizzati anche il rosso ed il bianco in riferimento allo stemma araldico comunale. Lo stemma societario, invece, oltre a riportare il disegno di un pallone di calcio in campo rossoblù riporta, attualmente lo stemma comunale già adottato negli anni ottanta.

Tutti i gagliardetti presenti nell’articolo appartengono alla collezione di Marco Cianfanelli. Se ne vuoi sapere di più su di lui clicca qui.

Originario di Ariccia, nel bel mezzo dei Castelli Romani. Impegnato nel mantenere viva la memoria del calcio studiandone “i colori” che lo contraddistinguono. Studioso di Araldica. Tra i più grandi collezionisti al mondo di gagliardetti. Un sito, www.pennantsmuseum.com , per condividere con i calciofili, italiani ed esteri, il fascino intramontabile dei gagliardetti.

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2 Comments

2 Comments

  1. Manlio Scorsetti

    22 Settembre 2018 at 8:44

    In tutta franchezza sul Gozzano (che è AC, non ASD), nel tentativo di semplificare la storia avete riportato un po’ di inesattezze

  2. Federico Baranello

    23 Settembre 2018 at 10:01

    Buongiorno, grazie per aver lasciato il suo commento. In effetti da quest’anno la denominazione corretta è AC, provvediamo subito alla rettifica, ancora grazie. Per il resto non esiti a segnalarci eventuali ulteriori inesattezze al fine di verificarle, correggerle; ciò consentirà di accrescere le nostre conoscenze.
    Può utilizzare a tal fine la seguente mail info@glieroidelcalcio.com o il format di contatto.
    Ancora grazie

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20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

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19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

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GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

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1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

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