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La Penna degli Altri

GUNNAR NORDAHL, DALL’ORO DI LONDRA 1948 ALLA CONQUISTA DELL’ITALIA A SUON DI RETI

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – Siamo quasi certi che, se gli avessero chiesto di scegliere il Paese dove avrebbe voluto che avesse fine la sua vita terrena, Gunnar Nordahl, il “Pompierone”, non avrebbe esitato ad indicare l’Italia, quella sua seconda Patria che lo aveva fatto conoscere all’universo pallonaro degli anni ’50, ed in questo senso il destino lo ha accontentato, spirando il 15 settembre 1995 ad Alghero, vittima di un infarto mentre si trovava in vacanza in Sardegna, una delle sue mete preferite.

Avrebbe compiuto di lì a poco più di un mese compiuto 74 anni Nordahl, essendo nato il 19 ottobre 1921 ad Hornefors, paese di poco più di 2mila anime che si affaccia sul Golfo di Bothnia che separa la Svezia dalla Finlandia, e dove inizia a tirare i primi calci ad un pallone nel 1937 con la squadra locale, militante nella terza divisione svedese.

E’ potente, il 16enne Gunnar grazie alla sua stazza fisica che a completamento della crescita naturale lo porta a misurare 185 centimetri pieni di muscoli e questa sua potenza la scarica sui palloni che, impietosamente recapita in fondo alle reti dei malcapitati portieri, tanto che non ci vuole molto affinché di lui si accorgano le migliori squadre del proprio Paese, venendo ingaggiato dal Degerfors nell’estate 1940.

[…] Trasferitosi nel frattempo al Norrkoping – che trascina letteralmente alla conquista di quattro titoli consecutivi dal 1945 al ’48 con tanto di tre palme di Capocannoniere (27 reti nel 1945, 25 nel ’46 e 18 nel ’48 – Nordahl rappresenta il terminale offensivo di una Nazionale che schiera in attacco un trio che da lì a pochi mesi farà la gioia dei tifosi rossoneri, ma questo, al momento di debuttare nel Torneo olimpico, nessuno di loro ancora lo può immaginare ….

Favorite dalla neutralità durante il quinquennio che ha devastato il Vecchio Continente, proprio Svezia e Danimarca sono protagoniste a Londra, giungendo a scontrarsi in semifinale dopo aver rispettivamente eliminato Austria (3-0 con doppietta di Nordahl nei primi 10’) ed i malcapitati sudcoreani con un 12-0 in cui il centravanti realizza un poker di reti i primi, ed i secondi ad avere la meglio sull’Egitto per 3-1 e quindi eliminare l’Italia con un 5-3 in cui mette la sua pesante firma l’attaccante John Hansen con una quaterna ed il sigillo finale l’ala destra Johannes Ploger, due nomi da tenere a mente per il nostro racconto.

Con Nordahl a secco per l’unica occasione nel Torneo, la Svezia si impone comunque per 4-2 (di Carlsson e Rosen, con una doppietta a testa le relative reti) e si accinge a sfidare, nella Finale del 13 agosto ’48 allo Stadio di Wembley, la Jugoslavia per la medaglia d’oro, gara incerta che vede le due squadre andare al risposo sul punteggio di 1-1 – al vantaggio scandinavo di Gren replica Bobek a 3’ dall’intervallo – prima che, in avvio di ripresa, sia proprio Nordahl a riportare avanti i suoi per poi toccare ancora a Gren, trasformando un calcio di rigore al 67’, a fissare il definitivo 3-1 che incorona la Svezia sul trono di Olimpia.

I Giochi di Londra sono altresì la prima vetrina internazionale a 10 anni di distanza dall’ultimo grande appuntamento, vale a dire i Mondiali di Francia ’38 dove gli Azzurri di Vittorio Pozzo avevano confermato il titolo conquistato quattro anni prima a Roma, e su questi valenti giocatori scandinavi – un’autentica generazione di fenomeni, verrebbe da dire – si gettano a capofitto osservatori da mezza Europa, in particolare da quell’Italia che cerca con il Calcio di ritrovare un’unità popolare che le drammatiche conseguenze della Guerra aveva minato.

In un Campionato di casa nostra dominato dal “Grande Torino”, la prima a muoversi è proprio la Juventus dell’Avvocato Gianni Agnelli che, con la speranza di interrompere l’egemonia granata, si getta sulle orme del già citato attaccante danese John Hansen – Capocannoniere del Torneo olimpico con 7 reti alla pari con Nordahl e peraltro già in procinto di firmare proprio con il Torino del Presidente Ferruccio Novo – riuscendo a strapparlo ai “cugini” grazie ai buoni uffici della FIAT in Danimarca, trattativa che permette al giocatore di avere salva la vita, ma questo ancora non può saperlo ….

Al pari dei bianconeri, anche il Milan si orienta sul mercato scandinavo, puntando dritto sulla ricordata ala Ploger, trattativa che va per le lunghe ma che sembra oramai sul punto di definirsi a dicembre ’48, allorché il giocatore sale sul treno che da Copenaghen è diretto a Milano, accompagnato dal Segretario rossonero Giannino Giannotti, per firmare il relativo contratto.

Quello che accade lungo il tragitto ha qualcosa al limite tra il comico ed il surreale, vale a dire il fatto che, con Giannotti addormentatosi, Ploger viene avvicinato proprio da John Hansen, anch’egli in viaggio per far ritorno in Italia dopo una breve vacanza in concomitanza con le feste natalizie, il quale lo convince a seguirlo alla Juventus e così, salito sul convoglio rossonero, Ploger ne scende bianconero.

Un comportamento che manda su tutte le furie il presidente rossonero Umberto Trabattoni, il quale pretende delle spiegazioni da parte della Dirigenza juventina ed Agnelli ritiene di compensare il torto fatto cedendo al Milan l’opzione che il Club bianconero aveva acquisito sulle prestazioni del centravanti del Norrkoping ….

Contattato dagli emissari rossoneri, a Nordahl – che in Svezia svolge la professione di pompiere in quanto il Calcio è praticato a livello dilettantistico, da cui il soprannome “il Pompierone” con cui viene ben presto ribattezzato nel Bel Paese – non pare vero di confrontarsi con una nuova realtà, sicuramente allettato anche dall’offerta economica (si parla di 120mila lire mensili, oltre ai 12milioni versati alla sua ex squadra), ed ecco che alle ore 7:00 del mattino del 26 gennaio ’49 tocca al non più giovanissimo Gunnar, 27 anni compiuti lo scorso ottobre, salire sul treno per il viaggio che gli cambia la vita.

15 ore dividono Nordahl dal suo primo appuntamento con il Calcio professionistico italiano, e che nella Penisola nel mezzo del Mar Mediterraneo lo stesso sia vissuto in modo ben diverso da come avviene alle proprie latitudini ha modo di rendersene conto appena il convoglio giunge in Stazione a Milano, con un’enorme folla di tifosi che, a dispetto dell’ora tarda (poco oltre le 22:00), sono lì ad attenderlo per dargli il benvenuto.

La fantasia dei tifosi porta normalmente a sognare oltre il lecito, ma per far breccia nei loro cuori Nordahl non ci mette poi molto visto che, a dispetto dell’estenuante viaggio, il tecnico Bigogno lo manda in campo il giorno dopo, giovedì 27 gennaio ’49, nel recupero della 18.ma giornata a San Siro, siglando una delle reti nel sofferto 3-2 rossonero sulla Pro Patria.

Del resto, anche Ploger era andato a segno nella sua prima uscita in maglia bianconera, nel rotondo successo per 4-1 sulla Lazio del 9 gennaio ’49, ma mentre per il danese quella resta l’unica rete della sua breve esperienza con la Juventus (a fine stagione viene ceduto al Novara, per poi vestire anche i colori di Torino ed Udinese), Nordahl conferma la sua caratteristica di avere una media superiore di un goal a partita, concludendo il suo semestre italiano con 16 reti in 15 gare disputate, tra cui una doppietta nel derby di ritorno (ancorché poi concluso sul 4-4), il che ribadisce la bontà dell’acquisto.

Oltre a fornire il proprio contributo in fase offensiva, Nordahl si rivela fondamentale nel convincere il proprio compagno di squadra al Norrkoping Nils Liedholm ad accettare anch’egli l’offerta della Dirigenza rossonera, avanzata dopo essere rimasta impressionata dalla sua eleganza in un’amichevole di fine stagione disputata in Svezia, cui contribuisce anche il fatto che sulla panchina milanista dalla successiva stagione si siede il tecnico ungherese Lajos Czeizler, da sei anni allenatore del Norrkoping.

E, con un incredibile “effetto a catena”, l’inizio del Torneo 1949-’50 vede il Milan schierato con un trio svedese, visto che a Nordahl e Liedholm si aggiunge pure Gunnar Gren (detto il “Professore” per il suo modo di gestire il gioco a centrocampo …), così da ricostituire in maglia rossonera il “Gre-No-Li” che aveva permesso alla Svezia di aggiudicarsi l’oro olimpico.

Ad un Milan “made in Svezia” si contrappone una Juventus che, viceversa, conferma la propria predilezione verso i giocatori danesi, sostituendo Ploger con il ben più valido Karl Aage Praest, e la vicinanza del connazionale si rivela un toccasana per la formazione bianconera, che si aggiudica lo Scudetto del 1950 – il primo, giova ricordarlo, dopo la tragedia della “Sciagura di Superga” che cancella una delle più forti squadre italiane di ogni epoca – in una sfida con i rossoneri a suon di reti, con “quota 100” toccata dai Campioni (28 centri di Hansen, 21 di Boniperti ed 11 di Praest), cui “il magico trio” risponde con 118 centri, 18 a testa per Gren e Liedholm, 22 per Burini e ben 35 per Nordahl, che si laurea per la prima volta Capocannoniere del nostro Campionato.

Stagione che va agli archivi consegnando agli stessi, oltre allo Scudetto bianconero (62 a 57 sul Milan i punti alla fine …), anche la giornata che sancisce definitivamente “l’amore incondizionato” tra Nordahl ed i propri tifosi, evento che si verifica il 5 febbraio ’50 allorché i rossoneri infliggono alla Juventus un pesante passivo di 7-1 al “Comunale” di Torino, con il centravanti svedese protagonista di una prestazione sontuosa che, oltre alla tripletta messa a segno, fa uscire dai gangheri un signore come Carlo Parola che, indispettito per non riuscire a fermarlo, gli appioppa un calcio da frustrazione tanto da essere espulso.

Avere una simile potenzialità in attacco e non sfruttarla suona come un “peccato mortale” al quale Czeizler pone rimedio sin dal Torneo successivo, che porta i supporters rossoneri a poter nuovamente gioire per uno Scudetto a 44 anni di distanza (!!) dal titolo del 1907, grazie ad un miglior equilibrio tra i reparti, circostanza che fa sì che allo strapotere di Nordahl – confermatosi Capocannoniere con 34 centri – si abbini una maggior solidità difensiva (solo 39 reti subite a fronte delle 107 realizzate …) che porta il Milan a dominare la stagione sino a 5 giornate dal termine (57 punti, frutto di 26 vittorie, 5 pareggi e sole 2 sconfitte), per poi accusare un calo nel finale di cui i “cugini” dell’Inter non sanno peraltro approfittare.

Il titolo conquistato è anche la miglior risposta nei confronti degli scettici che – nulla potendo obiettare sulle qualità tecniche del trio svedese – nutrivano perplessità sulla loro tenuta, data l’età anagrafica che, in una curiosa scala visto che tutti e tre sono nati ad ottobre, vede Gren appartenere alla classe 1920, Nordahl del ’21 e Liedholm, il più giovane (o meno anziano, fate voi …), del ’22.

Scudetto che il Milan festeggia alla sua maniera, inaugurando una tradizione che lo porterà nel corso dei decenni ad essere la squadra italiana più vittoriosa in campo internazionale, vale a dire conquistando la terza edizione della “Coppa Latina” – Manifestazione inaugurata nel 1949 e che pone di fronte, a fine stagione, le vincenti dei Campionati italiano, francese, spagnolo e portoghese – le cui gare si svolgono a San Siro, con i rossoneri a piegare 4-1 l’Atletico Madrid il 20 giugno ’49 (tripletta di Renosto, acuto di Nordahl e, per gli iberici, punto della consolazione di Carlsson, un altro dei componenti la squadra Oro a Londra …) ed, in Finale, i francesi del Lille per 5-0 con lo svedese protagonista con una tripletta, cui si aggiungono i centri di Burini ed Annovazzi, così da laurearsi Capocannoniere della competizione.

Il fatto che si debba attendere sino al settembre ’55 per la creazione della “Coppa dei Campioni” lascia il dubbio su quale sarebbe stato l’impatto di Nordahl nel massimo torneo europeo per squadre di Club – dopo che aveva concluso, a fine 1948, il suo cammino in Nazionale con il pregevole record di 43 reti messe a segno in 33 presenze, le ultime delle quali confezionano l’intera cinquina rifilata dalla Svezia alla Norvegia nel 5-3 di Oslo del 19 settembre ’48 – dovendoci semplicemente “accontentare” di registrare le proprie imprese nel nostro Campionato, dove le sue messi di reti non fanno però rima con altrettanti successi rossoneri.

Giunti, difatti, secondi nel ’52 alle spalle ancora della Juventus, con John Hansen a prendersi la doppia rivincita sullo svedese, superato altresì (30 a 26) nel computo delle reti per l’unico titolo di Capocannoniere sfuggito a Nordahl nelle sue prime sei stagioni intere al Milan, i rossoneri vengono preceduti dai “cugini” nerazzurri anche nelle due successive stagioni 1953 e ’54, il cui tecnico Alfredo Foni predica un Calcio totalmente diverso rispetto ai canoni dell’epoca, fondato su di una difesa ermetica (24 e 32 reti rispettivamente subite) e cogliendo il primo dei due titoli consecutivi con appena 46 (!!) centri messi a segno dall’attacco nonostante  lo stesso potesse comunque contare su frombolieri del calibro di Benito Lorenzi ed Istvan Nyers …

[…]

Già liquidato nell’estate precedente l’oramai 33enne Gren, ceduto alla Fiorentina, il mercato ’54 porta in dotazione alla causa rossonera un altro fuoriclasse del centrocampo nella figura dell’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, ingaggiato a conclusione dei Mondiali di Svizzera, ideale per fornire le “munizioni” (leggasi assist …) che Nordahl si incarica di trasformare in moneta sonante, coadiuvato in attacco anche da un altro scandinavo, stavolta danese, Jorgen Sorensen, prelevato dall’Atalanta già l’estate scorsa.

Un trio che funziona a meraviglia, in un Campionato che vede il Milan dominare la scena con un adeguato equilibrio tra i reparti – in cui fa la sua bella figura anche Liedholm, nel frattempo arretrato in mediana – ed i 26 centri di Nordahl, per il suo quinto titolo di Capocannoniere nonché terzo consecutivo (record il primo tuttora ineguagliato, mentre il secondo è stato pareggiato da Platini nel triennio 1982-’85 in bianconero …), uniti ai 15 di Schiaffino ed ai 13 del danese certificano il quinto Scudetto della storia del Club di via Turati.

La carta d’identità inizia a chiedere il conto a Nordahl, il quale, oramai per i 35, disputa la sua ultima stagione in rossonero permettendosi comunque di superare in altre 23 occasioni i portieri avversari, preceduto nella Classifica Cannonieri dal solo bolognesi Pivatelli che chiude a quota 29 – e, pertanto, se si esclude il primo semestre, nei successivi 7 tornei completi lo svedese si laurea 5 volte miglior marcatore ed in altre 2 circostanze si piazza secondo – e, mentre il Milan, al pari delle altre squadre, non può che applaudire la straordinaria cavalcata della Fiorentina del Dottor Bernardini, ecco che, finalmente, anche Nordahl ha l’opportunità di scendere in campo nell’edizione inaugurale della Coppa dei Campioni.

[…]

Oramai anche per Nordahl il triste momento dell’addio sta per giungere, non prima di approdare nell’estate ’56 alla Roma dove, a dispetto dell’età, è ancora in grado di mettere a segno 13 reti prima di svolgere, l’anno successivo l’incarico di allenatore/giocatore e quindi far ritorno in Svezia per i suoi ultimi scampoli sul terreno di gioco con il Karlstads in Seconda Divisione, abbandonando definitivamente l’attività agonistica nel 1960, alla soglia dei 39 anni, mentre due anni prima i suoi compagni Gren e Liedholm, richiamati in Nazionale, avevano sfiorato la grande impresa al Mondiale di Svezia ’58, sconfitti solo in Finale dal Brasile del nuovo astro planetario Pelè.

Ma forse, a quella Svezia – che poteva contare in attacco su Hamrin, Gren e Skoglund, con Liedholm in mediana – per “coronare il sogno” mancava l’ultimo tassello utile a completare un puzzle vincente, un “Pompierone” da oltre 500 reti in Carriera tra Club e Nazionale, tuttora terzo nella “Graduatoria All Time” dei Cannonieri della nostra Serie A e primo nella storia del Milan con 221 centri complessivi, seguito da Shevchenko a quota 175 ….

Che vuoi farci, mica si può avere tutto dalla vita …

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L’epoca d’oro del calcio italiano

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancini) – Come nelle belle fiabe per bambini, anche questa storia inizia con “c’era una volta”. Ed in effetti di favole si tratta, con tutti gli elementi che caratterizzano il genere narrativo. Ci sono i cattivi, i posti incantevoli, gli eroi indimenticabili, manca, quasi sempre però, il lieto fine. Comunque, c’era una volta un calcio italiano che stava crescendo, e le cui squadre dominavano in giro per l’Europa. Ma la cosa più bella ed affascinante è che a far da protagoniste non c’erano solamente le grandi squadre, ma anche e soprattutto le più piccole. Nell’anno 1988 la prima provinciale prova a bussare alle porte del paradiso.

L’Atalanta, nella stagione precedente, è incappata in un’annata strana: in campionato la squadra non si esprime secondo le potenzialità, anche se qualche individualità spicca comunque, come Magrin che andrà a sostituire poi un certo Platini con il 10 sulle spalle in maglia juventina. Arriva una dolorosa retrocessione, bilanciata in parte dalla cavalcata in Coppa Italia, che vede gli orobici arrivare in finale, al cospetto del Napoli di Maradona fresco campione d’Italia. Sconfitta nella doppia finale, la squadra si qualifica comunque per la coppa delle coppe e nella stagione 87/88 disputerà una competizione europea e la Serie B, caso assai raro che resterà anche l’ultimo.

Venduto Magrin alla Juve, la formazione orobica sembra leggermente più povera di talento, ma in panchina arriva un allenatore tosto e ed emergente come Emiliano Mondonico, che forgia la squadra a sua immagine e somiglianza. Quella Atalanta è quadrata e frizzante allo stesso tempo, in Serie B rimane sempre nelle posizioni di testa e secondo pronostico riconquista la promozione in Serie A. In Europa sembra una cenerentola, ed anche le avversarie sembrano sottovalutarla: inizia la propria cavalcata con gli sconosciuti gallesi del Merthyr Tydfil, e viene sconfitta nella trasferta d’andata, in uno “stadio” che sembra uno dei campi comunali di tanti paesi italiani. Al ritorno i nerazzurri ribaltano il risultato e lo stesso iter seguono con i greci dell’Ofi creta, regalandosi la sfida dei quarti con il blasonato Sporting Lisbona, una delle favorite per la vittoria finale.

Qui l’avventura prende i contorni della favola, i portoghesi vengono aggrediti letteralmente allo stadio “Atleti Azzurri d’Italia”, e sconfitti per 2-0 non riusciranno a ribaltare la situazione nel ritorno, anzi verranno puniti da un gol in contropiede di Cantarutti, che proietterà gli orobici in semifinale contro il Malines. Sembra un accoppiamento buono, le altre due semifinaliste sono il Marsiglia e l’Ajax campione in carica. All’andata in Belgio un gol dello svedese Stromberg alimenta le speranze di finale nonostante la sconfitta. A Bergamo basta l’1-0, che arriva già nel primo tempo con un rigore di Garlini. Nell’intervallo chiedono a Mondonico se si sente già a Strasburgo per la finale, il mister atalantino fa gli scongiuri e sembra quasi prevedere quello che accade di lì a poco: i nerazzurri giocano una ripresa di gran livello, mettono nuovamente alle strette i belgi, colpiscono anche un palo, ma a metà secondo un tremendo uno-due firmato da Rutjers ed Emmers (che giocherà poi in Italia nel Perugia di Gaucci) spezza i sogni atalantini e manda i belgi a giocare (e vincere) la finale di Strasburgo contro l’Ajax.

Rimane questo, però, il miglior piazzamento di una squadra italiana di Serie B in una delle coppe europee.
La storia di quel periodo di coppe, è anche, come detto, la storia del trionfo del calcio italiano, quello del campionato più bello del mondo. Può così capitare che Torino e Genoa, due squadre che appena un paio di stagioni prima militavano in Serie B, possano spingersi fino alle semifinali e combattere ad armi pari con team blasonati come Ajax e Real Madrid. Accade nella coppa Uefa 91/92, ed in questa storia rientra ancora Mondonico, che allena i granata, ed Osvaldo Bagnoli, il mago della bovisa, avvezzo alle imprese da underdog avendo allenato il Verona dello scudetto, ora condottiero del Genoa.

I rossoblu si erano qualificati alla Coppa UEFA grazie al loro miglior campionato dal dopoguerra, con uno scintillante quarto posto nel 90/91 oscurato però dallo scudetto dei concittadini sampdoriani. L’avventura in Coppa UEFA viene vista come un simpatico diversivo, anche Bagnoli l’affronta in modo disincantato, ma assume contorni indimenticabili quando ai quarti di finale i genoani estromettono il Liverpool, diventando la prima squadra italiana ad espugnare “Anfield Road”. L’avventura s’interromperà in semifinale, per mano del giovane Ajax di Bergkamp. In finale i lancieri incontreranno i granata allenati da Mondonico, che nella doppia semifinale aveva estromesso nientemeno che il Real Madrid di Butragueño grazie al gol di Casagrande al Bernabeu e alla magica notte del “Delle Alpi” al ritorno, culminata in un 2-0 indimenticabile per il popolo granata.

La doppia finale vede il Torino pareggiare in casa 2-2 e poi andare ad Amsterdam per un ritorno in cui il classico cuore toro è pari solo alla sfortuna, con pali e traverse (l’ultimo legno colpito da Sordo a tempo scaduto) ed un’immagine che rimane scolpita nella memoria di tutti gli appassionati, con Mondonico che alza al cielo di Amsterdam una sedia in segno di protesta contro il destino avverso. Le amare parole di capitan Cravero a fine gara riassumono perfettamente quanto visto in campo: “solo il Torino può perdere una finale in questo modo”. Dopo queste grandi cavalcate, ma senza la gioia del lieto fine, è tempo finalmente per una provinciale di varcare i confini della provincia stessa, per mostrarsi all’Europa intera. Nel 92/93 il Parma di Nevio Scala è proprio il prototipo della provinciale di lusso, una squadra frizzante, che gioca bene, piena di talenti pronti ad esplodere. Nell’anno precedente ha vinto la Coppa Italia battendo la Juve, ribaltando al “Tardini” la sconfitta dell’andata.

Si affaccia per la seconda volta nella storia delle coppe europee dopo l’avventura UEFA terminata al primo turno nell’anno precedente con un gol subito al 90’ dai bulgari del CSKA Sofia. Nella Coppa delle Coppe del 92/93, i ducali costruiscono la le loro fortune in trasferta, vincendo tre delle quattro gare esterne della competizione, compresa quella di semifinale contro i favoriti dell’Altetico Madrid. Nella finale di Wembley un’altra cenerentola, l’Anversa, attende i gialloblu. È la favola italiana a prevalere grazie alle reti di Melli, Minotti e Grun. Da qui in avanti il Parma lascerà lo status di provinciale per diventare una delle principali realtà degli anni 90’.

La Coppa delle Coppe di quegli anni è terreno fertile per le sorprese, venendo alimentata dalle coppe nazionali, oramai relegate a competizione di secondo livello in quasi tutte le leghe europee. Capita così che il Vicenza vinca inaspettatamente la Coppa Italia 97 regalandosi un’avventura europea tutta da raccontare. L’undici di Guidolin è la squadra sorpresa delle stagioni precedenti, si è fatta anche un paio di settimane in testa alla classifica, ed ha innestato su un tessuto di squadra competitivo un bomber di lusso come Pasquale Luiso, il toro di Sora, che aveva fatto piangere il Milan l’anno precedente con una rovesciata spettacolare, portando all’esonero di Tabarez. Il calcio semplice ma efficace tanto caro a Guidolin gira l’Europa, trovando per la verità ostacoli non insormontabili come Legia Varsavia, Shakhtar, (non ancora quello dei brasiliani) e Roda.

Giunge fino alle semifinali con il Chelsea. Sembra quasi una partita di Serie A. Celebre, nei Blues, le presenze di Zola e Di Matteo, allenati da Luca Vialli, per l’occasione anche giocatore in un primo esperimento da “player manager” che troverà il suo unico acuto proprio in questa stagione. Dopo aver battuto gli inglesi al Menti grazie al gol del “piccolo ZidaneZauli, i biancorossi entrano a Stamford Bridge senza timori reverenziali, ed un’incornata di Luiso porta i vicentini in vantaggio all’intervallo (a soli 45’ dalla finale di Stoccolma). Ma proprio come per l’Atalanta dieci anni prima, nella ripresa il sogno si frantuma, complice un gol annullato a Luiso per fuorigioco inesistente e le tre reti messe a segno dagli inglesi, che alzeranno al cielo la coppa grazie ad un gol di “magic Box” Zola nella finale contro lo Stoccarda. Stessa delusione toccherà al Bologna l’anno seguente, e sarà anche l’ultimo acuto di una piccola nelle coppe europee, prima della modernizzazione che porterà la UEFA a prediligere le squadre blasonate nelle coppe per massimizzare gli introiti. Quello è davvero un bel Bologna allenato da una vecchia volpe come Carletto Mazzone, e nonostante sia nella stagione post-Baggio, il talento non manca: è arrivato Beppe Signori, ci sono giovani di prospettiva come Binotto e gente d’esperienza come Fontolan, Marocchi e Paganin.

I rossoblu iniziano la loro avventura partendo da lontanissimo, dalla bizzarra Coppa Intertoto sperimentale che fornisce tre pass per la coppa UEFA. Dopo aver ottenuto il posto UEFA, estromettendo anche la Samp in un derby fratricida, la banda di Mazzone inizia a girare l’Europa, eliminando formazioni blasonate come Betis, Sporting Lisbona e Lione giungendo alle semifinali al cospetto del Marsiglia. Dopo uno 0-0 sul campo del “Velodrome” i rossoblu attendono i francesi al “Dall’Ara”. Dopo appena 17 minuti è un gol di Paramatti a far esplodere lo stadio, e sembra un segno del destino che proprio quel ragazzo, dal cognome così particolare e che veste la maglia del Bologna dai tempi della Serie C, possa portare i suoi nella finale di Mosca dove li attende il Parma per quello che sarebbe uno storico derby regionale.La storia però prende una strada inattesa: mancano solo tre minuti alla finale e Antonioli stende Maurice in area. Rigore, che viene calciato da Blanc per due volte prima di mandare i francesi al mattatoio contro il miglior Parma della storia nella finale di Mosca. Signori avrebbe sul piede la palla che porterebbe il Bologna in Russia, la spara però fuori e l’epilogo è reso più triste dalla mega rissa finale, frutto di tensione e frustrazione per un traguardo scivolato dalle mani quando lo si poteva ormai stringere.

Questo sarà l’ultimo squillo di una piccola in Europa. Da lì in poi le cavalcate europee saranno molto meno frequenti e comunque ad appannaggio delle grandi squadre. Rimane la bellezza di quelle notti, in cui ci si scopriva tifosi appassionati dell’Atalanta, del Vicenza o del Bologna di turno, ed era bello, perché era quasi come tifare la nazionale. Ed era bello, perché le favole piacciono a tutti, anche quando si cresce.

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Calcio da ascoltare: Riccardo Cucchi

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RIVISTAUNDICI.COM (Alessandro Cappelli) – «Fin quando ho fatto radio mi capitava di essere riconosciuto per la mia voce, magari entravo in un bar per un caffè o salivo sul taxi e mi dicevano “Ehi, lei è quello che fa la partita”. Oppure, “Ti ho ascoltato ieri”». La voce di Riccardo Cucchi è inconfondibile: l’insindacabile pulizia nella dizione, il ritmo vivace, forse anche l’abitudine a sentirla durante le partite. Una voce protagonista in oltre trent’anni di radiocronache a Tutto il calcio minuto per minuto. «Poi l’anno scorso ho fatto tv alla Domenica Sportiva e la gente ha iniziato a dirmi “Ti ho visto ieri”, io rispondevo, “ma mi hai anche ascoltato?”, e spesso non ricevevo nessuna risposta. La differenza è questa: alla radio ti ascoltano, alla tv ti guardano, ma a volte nessuno ascolta».

[…]

La radio, come strumento, potrebbe avere più punti di contatto con i libri che con la tv. Se non altro per l’assenza di immagini.

Fondamentalmente radio e libri hanno una cosa in comune: la parola. Tutto ruota intorno alla parola che viene pronunciata, o scritta. Se alla radio dico “cavallo”, ti immagini un cavallo, ma lo immagini come vuoi tu. Così si crea un filo diretto tra colui che parla e coloro che ascoltano. E così anche nel libro. Questo permette di far partire quel meccanismo magnifico che è la fantasia.

In Radiogol ricorda moltissime interviste a grandi personaggi del mondo del calcio, tra questi Mazzone, Ancelotti, Pascutti, Maradona. Uno che l’ha colpita di più di altri?

Non saprei dirlo, non me la sento di fare una graduatoria. Penso che ci sia da imparare da ogni persona che si incontra. Penso sia molto importante sapersi relazionare, ascoltare, apprendere qualsiasi cosa che possa essere utile a crescere. Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che a quei tempi affascinava tutti come Maradona. Ma è stato altrettanto interessante incontrare Ancelotti: l’ho incontrato quando giocava, poi quando era vice di Sacchi, infine da allenatore. Lui trasmette quella sana umanità di stampo emiliano che lo caratterizza. È ironico, saggio, tranquillo. Ti dirò: so che a Napoli c’è nostalgia di Sarri, ma credo che i napoletani si innamoreranno di Ancelotti, riuscirà a fare qualcosa di importante, entrerà nella storia del Napoli, per la sua capacità di allenare la squadra, ma in un certo senso anche di allenare il pubblico ad un certo modo di concepire il calcio. La saggezza, la calma, la quiete che trasmette Carlo a volte è così forte che può condizionare la squadra e l’ambiente.

C’è anche una lista lunghissima di luoghi da lei visti e vissuti durante tutti questi anni. Penso a Berlino Est, a Genova, Atlanta, Kiev, Seul. Anche questo è il bello del giornalismo.

Ho avuto la fortuna di poter viaggiare tanto, entrare in relazione con culture diverse, imparare a entrare in contatto con le diversità. Questo ti permette di aumentare le capacità di lettura della realtà, oltre a rispettare le persone e le culture. Ed è anche una grande esperienza storica: ho avuto la fortuna di attraversare quel muro, parlo del Muro di Berlino. Prima dell’89 rappresentava qualcosa di difficile da capire, per il mondo Occidentale, cosa accadesse al di là Muro. E poi lasciami dire un’altra cosa. Il giornalista è un testimone, cioè uno che le cose le racconta quando le vede. Bisogna muoversi, viaggiare. Il giornalismo da computer vede una realtà già filtrata, e la legge in questo modo.

[…]

In Radiogol ritornano più volte due concetti fondamentali per chi fa radio: il primo è quello della sintesi, la capacità di raccontare usando poche parole. È una qualità che si sta perdendo?

Il concetto fondamentale è proprio l’uso della parola. Ho l’impressione che ci si stia disabituando all’uso della parola, in tutti i campi. Si parla troppo, o non si parla affatto. Lavorando in radio ho imparato che le parole da usare devono essere quelle giuste, nel numero ma anche nello spazio e nel tempo. Bisogna avere un’unità di misura corretta. Diciamoci la verità, proprio come nella vita, a volte servono molte parole, altre volte ne bastano pochissime. Le parole sono importanti. Non sciupiamole.

Il secondo: raccontare senza essere protagonisti, restando imparziali, ma allo stesso tempo bisogna anche emozionarsi per emozionare.

Questo insegnamento dell’emozione per emozionare lo devo ad Enrico Ameri. Lui e Sandro Ciotti non erano insegnanti, erano dei narratori, quindi molte cose ho dovuto “rubarle”. Ma Ameri mi disse: «Quando entrerai in uno stadio e non sentirai l’emozione lungo la schiena comincia a pensare che forse è il momento di smettere». Io non ho mai smesso di emozionarmi, è andata avanti fino all’ultima partita a San Siro (Inter-Empoli, 12 febbraio 2017, ndr). Ho vissuto una grande emozione. Perché ci si avvicina al calcio per amore di una squadra, ma poi ci si innamora del calcio stesso. Io sono un innamorato del calcio, mi piace vederlo. Poi però bisogna anche rispettare le passioni di tutti. Ho lavorato in una radio che trasmetteva da Trento a Caltanissetta: chiunque ascolti partecipa emotivamente e tifa, quindi ho cercato di esaltare chi vinceva ma ho cercato di non essere mai severo con chi perdeva. Bisogna capire tutti.

In questi anni sono cambiate molte cose. Una su tutte: il gioco.

È cambiato più di una volta. Da appassionato/tifoso ho visto il calcio degli anni ‘60, l’Inter di Herrera che vinceva con “difesa e contropiede” in Italia e in Europa. Era un calcio molto diverso da quello di ora. Molto più diretto. Poi penso ai giorni nostri e all’arrivo del Barcellona di Guardiola, per esempio, che era difficilissimo da raccontare. Era una squadra che toccava la palla quaranta volte prima di tirare, spostava la palla in 20/30 metri per poi attaccare con tocchi fulminei. E con questi cambiamenti si trasforma anche il mestiere del radiocronista, che deve raccontare tutto questo, la rete fitta di passaggi, mantenere un ritmo alto per non annoiare l’ascoltatore, nominare tutti i giocatori che la toccano. È tutto un altro modo di giocare ma anche di raccontarlo.

Nel frattempo è cambiato anche tutto quel che c’è attorno al calcio. L’organizzazione, gli eventi, il marketing, il “calcio-spezzatino”. Quanto è distante la Serie A di trent’anni fa da quella di oggi?

Una volta la partita era un evento. Prima non c’erano nemmeno le dirette, si seguiva tutto alla radio. C’era meno calcio in generale. Quindi c’era più attesa. E l’attesa è già di per sé un’emozione. Oggi sei tramortito dalle tante partite trasmesse. C’è tanto calcio, questo significa che ovviamente c’è una maggiore offerta, questo è buono. Diventa negativo se questo focus sul business non tiene conto della passione dei tifosi. Se il tifoso viene trasformato da appassionato in cliente pagante, in bancomat cui attingere soldi in cambio della sua passione, questi rischia di stancarsi, si sentirà sfruttato. Se si tira molto la corda si rischia di spezzare. Lo stiamo vedendo anche in questi giorni con la nuova ripartizione dei diritti tv: le persone si lamentano perché non riescono a vedere le partite con il servizio che vorrebbero. Siamo sicuri che la domanda sarà sempre così elevata, disposta a spendere certe cifre, per di più in periodi di difficoltà economica? Su questo credo che ci si debba interrogare.

Il rapporto tra lei e il calcio in tv forse non è mai stato dei migliori. Cito dal libro: «Il campo era verde brillante, come lo avevo immaginato alla radio. La tv mi aveva quasi convinto che fosse grigio».

Io sono cresciuto in un calcio in cui c’era solo la radio, in cui era impossibile vedere la partita se non allo stadio. Solo alla fine degli anni cinquanta è arrivata la tv in bianco e nero. E poco dopo ho scoperto il campo dal vivo. Sono un grande fruitore di calcio, lo ammetto, ma ritengo che il calcio più  bello sia quello che si vede allo stadio perché scegli tu cosa vuoi vedere, perché l’inquadratura della tv ti limita, per forza. Non vedi tante cose. Poi credo che l’emozione possa arrivare soltanto da una voce, una voce che emerge in un boato dello stadio. E grida “Rete!”. In quel momento qualunque cuore comincia a battere forte. Credo che quell’emozione unica sia l’essenza stessa del calcio.

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La Penna degli Altri

Perché il calcio totale poteva nascere solo in Olanda

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RIVISTAUNDICI.COM (David Winner) – Chi ha creato il calcio totale? Be’, in un certo senso tutti, e in particolar modo Cruijff. Fu un traguardo collaborativo. Quando l’ho chiesto a Velibor Vasovic, nel 1999, ha risposto senza indugi. «Ora che siamo un po’ più anziani dobbiamo raccontare la verità» insisteva. «L’architetto di quel calcio era Michels. E io sono quello che l’ha aiutato di più.»

La storia di quanto è successo a questa squadra negli anni Settanta è troppo conosciuta per ripercorrerla nel dettaglio. L’Ajax diventò la più grande squadra di club che il mondo avesse mai visto giocare. Vinse la Coppa dei campioni per tre anni consecutivi, e avrebbe continuato a vincere se nel 1973 Cruijff, offeso perché i suoi compagni avevano eletto l’ala Piet Keizer come loro capitano, non se ne fosse andato al Barcellona. Anni più tardi, riflettendoci a mente fredda, ho percepito una sorta di connessione tra l’arte e l’architettura dei Paesi Bassi e gli straordinari schemi di gioco messi in campo dalle grandi squadre olandesi. Mentre lavoravo al libro, ho parlato con artisti, architetti, accademici, e alla fine ho trovato una risposta. L’utilizzo intelligente e singolare che gli olandesi facevano dello spazio sul campo da gioco rispecchiava secoli di gestione e sfruttamento dello spazio limitato di cui il loro Paese disponeva.

Lo storico dell’arte Rudi Fuchs, allora direttore del museo di arte moderna Stedelijk, mi spiegò il perché di questa sensibilità. Tutti i Paesi e tutte le culture godono di una propria personale prospettiva, – disse. «Gli psicologi negano l’esistenza di simili differenze, ma nell’arte e nella cultura olandese è una cosa evidente. Chiedi a un qualunque cittadino dei Paesi Bassi di disegnarti l’orizzonte e quello traccerà una linea dritta. Se lo chiedi a qualcuno dello Yorkshire o della Toscana o di qualunque altro posto, ti ritroverai con protuberanze e colline. Un blu scandinavo sarà freddo e metallico, del tutto diverso da un blu italiano. I dipinti italiani sono pieni di colori rossi e caldi, ma quando il rosso appare nelle opere di un artista nordico come Munch, ha il colore del sangue nella neve».

L’influenza di queste particolarità climatiche e geografiche è tale da riflettersi anche nel calcio. «Il catenaccio è come un dipinto di Tiziano – morbido, seducente e languido. Gli italiani ti accolgono, ti blandiscono e ti cullano in un morbido abbraccio, per poi segnare un gol che sembra una pugnalata. Gli olandesi costruiscono schemi geometrici. In un quadro di Vermeer, la perla luccica. Si può dire, in effetti, che il luccichio della perla sia la vera ragione di un Vermeer. L’intero dipinto porta a questo dettaglio, allo stesso modo in cui nel calcio ogni tocco porta alla rovesciata di Van Basten». (Si riferisce a uno dei più leggendari gol segnati dal protetto di Cruijff, Marco van Basten, nel 1986 contro il Den Bosch, la squadra che rappresenta la città dell’artista medievale Hieronymus Bosch: una rovesciata acrobatica perfetta che spedì il pallone all’incrocio dei pali). Per dare un senso alla vasta piattezza della propria terra, dice Fuchs, gli olandesi perfezionarono un sistema per calibrare le distanze a partire dall’orizzonte, calcolando lo spazio risultante e riservando un’attenzione meticolosa a ogni oggetto presente all’interno di esso. Come le persone che avevano drenato la terra e creato i polder, Cruijff e gli altri maestri olandesi dello spazio calcistico come Dennis Bergkamp, Ronald Koeman, i fratelli Mühren e Robin van Persie si affacciavano sul campo da gioco con una sensibilità autenticamente olandese, rispecchiando l’approccio di generazioni di artisti olandesi, da Saenredam, pittore di austeri interni di chiese, a Piet Mondrian, creatore di astrazioni geometriche. In seguito, Michels e Cruijff si trasferirono al Barcellona, e si portarono dietro le loro conoscenze. Quando negli anni Ottanta Cruijff ci tornò in veste di allenatore, educò una nuova generazione di giocatori, tra cui il più importante fu Pep Guardiola, che a sua volta trasmise quella saggezza alle generazioni che lo seguirono: Xavi, Iniesta e Sergio Busquets in Spagna; per poi fare lo stesso al Bayern Monaco e al Manchester City.

Grazie ad altri apostoli e discepoli di Cruijff (e talvolta di Michels – basti pensare a Louis van Gaal, ex giocatore ed ex allenatore dell’Ajax), il modo olandese di pensare, insegnare e giocare il calcio si è diffuso in tutto il mondo. Come la cristianità era penetrata più o meno ovunque, adattandosi alle culture locali, così interi paesi hanno adottato i metodi olandesi, aggiungendoci alcuni tocchi propri.

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