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La Penna degli Altri

GUNNAR NORDAHL, DALL’ORO DI LONDRA 1948 ALLA CONQUISTA DELL’ITALIA A SUON DI RETI

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – Siamo quasi certi che, se gli avessero chiesto di scegliere il Paese dove avrebbe voluto che avesse fine la sua vita terrena, Gunnar Nordahl, il “Pompierone”, non avrebbe esitato ad indicare l’Italia, quella sua seconda Patria che lo aveva fatto conoscere all’universo pallonaro degli anni ’50, ed in questo senso il destino lo ha accontentato, spirando il 15 settembre 1995 ad Alghero, vittima di un infarto mentre si trovava in vacanza in Sardegna, una delle sue mete preferite.

Avrebbe compiuto di lì a poco più di un mese compiuto 74 anni Nordahl, essendo nato il 19 ottobre 1921 ad Hornefors, paese di poco più di 2mila anime che si affaccia sul Golfo di Bothnia che separa la Svezia dalla Finlandia, e dove inizia a tirare i primi calci ad un pallone nel 1937 con la squadra locale, militante nella terza divisione svedese.

E’ potente, il 16enne Gunnar grazie alla sua stazza fisica che a completamento della crescita naturale lo porta a misurare 185 centimetri pieni di muscoli e questa sua potenza la scarica sui palloni che, impietosamente recapita in fondo alle reti dei malcapitati portieri, tanto che non ci vuole molto affinché di lui si accorgano le migliori squadre del proprio Paese, venendo ingaggiato dal Degerfors nell’estate 1940.

[…] Trasferitosi nel frattempo al Norrkoping – che trascina letteralmente alla conquista di quattro titoli consecutivi dal 1945 al ’48 con tanto di tre palme di Capocannoniere (27 reti nel 1945, 25 nel ’46 e 18 nel ’48 – Nordahl rappresenta il terminale offensivo di una Nazionale che schiera in attacco un trio che da lì a pochi mesi farà la gioia dei tifosi rossoneri, ma questo, al momento di debuttare nel Torneo olimpico, nessuno di loro ancora lo può immaginare ….

Favorite dalla neutralità durante il quinquennio che ha devastato il Vecchio Continente, proprio Svezia e Danimarca sono protagoniste a Londra, giungendo a scontrarsi in semifinale dopo aver rispettivamente eliminato Austria (3-0 con doppietta di Nordahl nei primi 10’) ed i malcapitati sudcoreani con un 12-0 in cui il centravanti realizza un poker di reti i primi, ed i secondi ad avere la meglio sull’Egitto per 3-1 e quindi eliminare l’Italia con un 5-3 in cui mette la sua pesante firma l’attaccante John Hansen con una quaterna ed il sigillo finale l’ala destra Johannes Ploger, due nomi da tenere a mente per il nostro racconto.

Con Nordahl a secco per l’unica occasione nel Torneo, la Svezia si impone comunque per 4-2 (di Carlsson e Rosen, con una doppietta a testa le relative reti) e si accinge a sfidare, nella Finale del 13 agosto ’48 allo Stadio di Wembley, la Jugoslavia per la medaglia d’oro, gara incerta che vede le due squadre andare al risposo sul punteggio di 1-1 – al vantaggio scandinavo di Gren replica Bobek a 3’ dall’intervallo – prima che, in avvio di ripresa, sia proprio Nordahl a riportare avanti i suoi per poi toccare ancora a Gren, trasformando un calcio di rigore al 67’, a fissare il definitivo 3-1 che incorona la Svezia sul trono di Olimpia.

I Giochi di Londra sono altresì la prima vetrina internazionale a 10 anni di distanza dall’ultimo grande appuntamento, vale a dire i Mondiali di Francia ’38 dove gli Azzurri di Vittorio Pozzo avevano confermato il titolo conquistato quattro anni prima a Roma, e su questi valenti giocatori scandinavi – un’autentica generazione di fenomeni, verrebbe da dire – si gettano a capofitto osservatori da mezza Europa, in particolare da quell’Italia che cerca con il Calcio di ritrovare un’unità popolare che le drammatiche conseguenze della Guerra aveva minato.

In un Campionato di casa nostra dominato dal “Grande Torino”, la prima a muoversi è proprio la Juventus dell’Avvocato Gianni Agnelli che, con la speranza di interrompere l’egemonia granata, si getta sulle orme del già citato attaccante danese John Hansen – Capocannoniere del Torneo olimpico con 7 reti alla pari con Nordahl e peraltro già in procinto di firmare proprio con il Torino del Presidente Ferruccio Novo – riuscendo a strapparlo ai “cugini” grazie ai buoni uffici della FIAT in Danimarca, trattativa che permette al giocatore di avere salva la vita, ma questo ancora non può saperlo ….

Al pari dei bianconeri, anche il Milan si orienta sul mercato scandinavo, puntando dritto sulla ricordata ala Ploger, trattativa che va per le lunghe ma che sembra oramai sul punto di definirsi a dicembre ’48, allorché il giocatore sale sul treno che da Copenaghen è diretto a Milano, accompagnato dal Segretario rossonero Giannino Giannotti, per firmare il relativo contratto.

Quello che accade lungo il tragitto ha qualcosa al limite tra il comico ed il surreale, vale a dire il fatto che, con Giannotti addormentatosi, Ploger viene avvicinato proprio da John Hansen, anch’egli in viaggio per far ritorno in Italia dopo una breve vacanza in concomitanza con le feste natalizie, il quale lo convince a seguirlo alla Juventus e così, salito sul convoglio rossonero, Ploger ne scende bianconero.

Un comportamento che manda su tutte le furie il presidente rossonero Umberto Trabattoni, il quale pretende delle spiegazioni da parte della Dirigenza juventina ed Agnelli ritiene di compensare il torto fatto cedendo al Milan l’opzione che il Club bianconero aveva acquisito sulle prestazioni del centravanti del Norrkoping ….

Contattato dagli emissari rossoneri, a Nordahl – che in Svezia svolge la professione di pompiere in quanto il Calcio è praticato a livello dilettantistico, da cui il soprannome “il Pompierone” con cui viene ben presto ribattezzato nel Bel Paese – non pare vero di confrontarsi con una nuova realtà, sicuramente allettato anche dall’offerta economica (si parla di 120mila lire mensili, oltre ai 12milioni versati alla sua ex squadra), ed ecco che alle ore 7:00 del mattino del 26 gennaio ’49 tocca al non più giovanissimo Gunnar, 27 anni compiuti lo scorso ottobre, salire sul treno per il viaggio che gli cambia la vita.

15 ore dividono Nordahl dal suo primo appuntamento con il Calcio professionistico italiano, e che nella Penisola nel mezzo del Mar Mediterraneo lo stesso sia vissuto in modo ben diverso da come avviene alle proprie latitudini ha modo di rendersene conto appena il convoglio giunge in Stazione a Milano, con un’enorme folla di tifosi che, a dispetto dell’ora tarda (poco oltre le 22:00), sono lì ad attenderlo per dargli il benvenuto.

La fantasia dei tifosi porta normalmente a sognare oltre il lecito, ma per far breccia nei loro cuori Nordahl non ci mette poi molto visto che, a dispetto dell’estenuante viaggio, il tecnico Bigogno lo manda in campo il giorno dopo, giovedì 27 gennaio ’49, nel recupero della 18.ma giornata a San Siro, siglando una delle reti nel sofferto 3-2 rossonero sulla Pro Patria.

Del resto, anche Ploger era andato a segno nella sua prima uscita in maglia bianconera, nel rotondo successo per 4-1 sulla Lazio del 9 gennaio ’49, ma mentre per il danese quella resta l’unica rete della sua breve esperienza con la Juventus (a fine stagione viene ceduto al Novara, per poi vestire anche i colori di Torino ed Udinese), Nordahl conferma la sua caratteristica di avere una media superiore di un goal a partita, concludendo il suo semestre italiano con 16 reti in 15 gare disputate, tra cui una doppietta nel derby di ritorno (ancorché poi concluso sul 4-4), il che ribadisce la bontà dell’acquisto.

Oltre a fornire il proprio contributo in fase offensiva, Nordahl si rivela fondamentale nel convincere il proprio compagno di squadra al Norrkoping Nils Liedholm ad accettare anch’egli l’offerta della Dirigenza rossonera, avanzata dopo essere rimasta impressionata dalla sua eleganza in un’amichevole di fine stagione disputata in Svezia, cui contribuisce anche il fatto che sulla panchina milanista dalla successiva stagione si siede il tecnico ungherese Lajos Czeizler, da sei anni allenatore del Norrkoping.

E, con un incredibile “effetto a catena”, l’inizio del Torneo 1949-’50 vede il Milan schierato con un trio svedese, visto che a Nordahl e Liedholm si aggiunge pure Gunnar Gren (detto il “Professore” per il suo modo di gestire il gioco a centrocampo …), così da ricostituire in maglia rossonera il “Gre-No-Li” che aveva permesso alla Svezia di aggiudicarsi l’oro olimpico.

Ad un Milan “made in Svezia” si contrappone una Juventus che, viceversa, conferma la propria predilezione verso i giocatori danesi, sostituendo Ploger con il ben più valido Karl Aage Praest, e la vicinanza del connazionale si rivela un toccasana per la formazione bianconera, che si aggiudica lo Scudetto del 1950 – il primo, giova ricordarlo, dopo la tragedia della “Sciagura di Superga” che cancella una delle più forti squadre italiane di ogni epoca – in una sfida con i rossoneri a suon di reti, con “quota 100” toccata dai Campioni (28 centri di Hansen, 21 di Boniperti ed 11 di Praest), cui “il magico trio” risponde con 118 centri, 18 a testa per Gren e Liedholm, 22 per Burini e ben 35 per Nordahl, che si laurea per la prima volta Capocannoniere del nostro Campionato.

Stagione che va agli archivi consegnando agli stessi, oltre allo Scudetto bianconero (62 a 57 sul Milan i punti alla fine …), anche la giornata che sancisce definitivamente “l’amore incondizionato” tra Nordahl ed i propri tifosi, evento che si verifica il 5 febbraio ’50 allorché i rossoneri infliggono alla Juventus un pesante passivo di 7-1 al “Comunale” di Torino, con il centravanti svedese protagonista di una prestazione sontuosa che, oltre alla tripletta messa a segno, fa uscire dai gangheri un signore come Carlo Parola che, indispettito per non riuscire a fermarlo, gli appioppa un calcio da frustrazione tanto da essere espulso.

Avere una simile potenzialità in attacco e non sfruttarla suona come un “peccato mortale” al quale Czeizler pone rimedio sin dal Torneo successivo, che porta i supporters rossoneri a poter nuovamente gioire per uno Scudetto a 44 anni di distanza (!!) dal titolo del 1907, grazie ad un miglior equilibrio tra i reparti, circostanza che fa sì che allo strapotere di Nordahl – confermatosi Capocannoniere con 34 centri – si abbini una maggior solidità difensiva (solo 39 reti subite a fronte delle 107 realizzate …) che porta il Milan a dominare la stagione sino a 5 giornate dal termine (57 punti, frutto di 26 vittorie, 5 pareggi e sole 2 sconfitte), per poi accusare un calo nel finale di cui i “cugini” dell’Inter non sanno peraltro approfittare.

Il titolo conquistato è anche la miglior risposta nei confronti degli scettici che – nulla potendo obiettare sulle qualità tecniche del trio svedese – nutrivano perplessità sulla loro tenuta, data l’età anagrafica che, in una curiosa scala visto che tutti e tre sono nati ad ottobre, vede Gren appartenere alla classe 1920, Nordahl del ’21 e Liedholm, il più giovane (o meno anziano, fate voi …), del ’22.

Scudetto che il Milan festeggia alla sua maniera, inaugurando una tradizione che lo porterà nel corso dei decenni ad essere la squadra italiana più vittoriosa in campo internazionale, vale a dire conquistando la terza edizione della “Coppa Latina” – Manifestazione inaugurata nel 1949 e che pone di fronte, a fine stagione, le vincenti dei Campionati italiano, francese, spagnolo e portoghese – le cui gare si svolgono a San Siro, con i rossoneri a piegare 4-1 l’Atletico Madrid il 20 giugno ’49 (tripletta di Renosto, acuto di Nordahl e, per gli iberici, punto della consolazione di Carlsson, un altro dei componenti la squadra Oro a Londra …) ed, in Finale, i francesi del Lille per 5-0 con lo svedese protagonista con una tripletta, cui si aggiungono i centri di Burini ed Annovazzi, così da laurearsi Capocannoniere della competizione.

Il fatto che si debba attendere sino al settembre ’55 per la creazione della “Coppa dei Campioni” lascia il dubbio su quale sarebbe stato l’impatto di Nordahl nel massimo torneo europeo per squadre di Club – dopo che aveva concluso, a fine 1948, il suo cammino in Nazionale con il pregevole record di 43 reti messe a segno in 33 presenze, le ultime delle quali confezionano l’intera cinquina rifilata dalla Svezia alla Norvegia nel 5-3 di Oslo del 19 settembre ’48 – dovendoci semplicemente “accontentare” di registrare le proprie imprese nel nostro Campionato, dove le sue messi di reti non fanno però rima con altrettanti successi rossoneri.

Giunti, difatti, secondi nel ’52 alle spalle ancora della Juventus, con John Hansen a prendersi la doppia rivincita sullo svedese, superato altresì (30 a 26) nel computo delle reti per l’unico titolo di Capocannoniere sfuggito a Nordahl nelle sue prime sei stagioni intere al Milan, i rossoneri vengono preceduti dai “cugini” nerazzurri anche nelle due successive stagioni 1953 e ’54, il cui tecnico Alfredo Foni predica un Calcio totalmente diverso rispetto ai canoni dell’epoca, fondato su di una difesa ermetica (24 e 32 reti rispettivamente subite) e cogliendo il primo dei due titoli consecutivi con appena 46 (!!) centri messi a segno dall’attacco nonostante  lo stesso potesse comunque contare su frombolieri del calibro di Benito Lorenzi ed Istvan Nyers …

[…]

Già liquidato nell’estate precedente l’oramai 33enne Gren, ceduto alla Fiorentina, il mercato ’54 porta in dotazione alla causa rossonera un altro fuoriclasse del centrocampo nella figura dell’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, ingaggiato a conclusione dei Mondiali di Svizzera, ideale per fornire le “munizioni” (leggasi assist …) che Nordahl si incarica di trasformare in moneta sonante, coadiuvato in attacco anche da un altro scandinavo, stavolta danese, Jorgen Sorensen, prelevato dall’Atalanta già l’estate scorsa.

Un trio che funziona a meraviglia, in un Campionato che vede il Milan dominare la scena con un adeguato equilibrio tra i reparti – in cui fa la sua bella figura anche Liedholm, nel frattempo arretrato in mediana – ed i 26 centri di Nordahl, per il suo quinto titolo di Capocannoniere nonché terzo consecutivo (record il primo tuttora ineguagliato, mentre il secondo è stato pareggiato da Platini nel triennio 1982-’85 in bianconero …), uniti ai 15 di Schiaffino ed ai 13 del danese certificano il quinto Scudetto della storia del Club di via Turati.

La carta d’identità inizia a chiedere il conto a Nordahl, il quale, oramai per i 35, disputa la sua ultima stagione in rossonero permettendosi comunque di superare in altre 23 occasioni i portieri avversari, preceduto nella Classifica Cannonieri dal solo bolognesi Pivatelli che chiude a quota 29 – e, pertanto, se si esclude il primo semestre, nei successivi 7 tornei completi lo svedese si laurea 5 volte miglior marcatore ed in altre 2 circostanze si piazza secondo – e, mentre il Milan, al pari delle altre squadre, non può che applaudire la straordinaria cavalcata della Fiorentina del Dottor Bernardini, ecco che, finalmente, anche Nordahl ha l’opportunità di scendere in campo nell’edizione inaugurale della Coppa dei Campioni.

[…]

Oramai anche per Nordahl il triste momento dell’addio sta per giungere, non prima di approdare nell’estate ’56 alla Roma dove, a dispetto dell’età, è ancora in grado di mettere a segno 13 reti prima di svolgere, l’anno successivo l’incarico di allenatore/giocatore e quindi far ritorno in Svezia per i suoi ultimi scampoli sul terreno di gioco con il Karlstads in Seconda Divisione, abbandonando definitivamente l’attività agonistica nel 1960, alla soglia dei 39 anni, mentre due anni prima i suoi compagni Gren e Liedholm, richiamati in Nazionale, avevano sfiorato la grande impresa al Mondiale di Svezia ’58, sconfitti solo in Finale dal Brasile del nuovo astro planetario Pelè.

Ma forse, a quella Svezia – che poteva contare in attacco su Hamrin, Gren e Skoglund, con Liedholm in mediana – per “coronare il sogno” mancava l’ultimo tassello utile a completare un puzzle vincente, un “Pompierone” da oltre 500 reti in Carriera tra Club e Nazionale, tuttora terzo nella “Graduatoria All Time” dei Cannonieri della nostra Serie A e primo nella storia del Milan con 221 centri complessivi, seguito da Shevchenko a quota 175 ….

Che vuoi farci, mica si può avere tutto dalla vita …

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Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

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TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

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Il calcio è un pezzo da Museo

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IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

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Mazzola, 100 anni del primo Valentino

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

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