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La Penna degli Altri

GUNNAR NORDAHL, DALL’ORO DI LONDRA 1948 ALLA CONQUISTA DELL’ITALIA A SUON DI RETI

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – Siamo quasi certi che, se gli avessero chiesto di scegliere il Paese dove avrebbe voluto che avesse fine la sua vita terrena, Gunnar Nordahl, il “Pompierone”, non avrebbe esitato ad indicare l’Italia, quella sua seconda Patria che lo aveva fatto conoscere all’universo pallonaro degli anni ’50, ed in questo senso il destino lo ha accontentato, spirando il 15 settembre 1995 ad Alghero, vittima di un infarto mentre si trovava in vacanza in Sardegna, una delle sue mete preferite.

Avrebbe compiuto di lì a poco più di un mese compiuto 74 anni Nordahl, essendo nato il 19 ottobre 1921 ad Hornefors, paese di poco più di 2mila anime che si affaccia sul Golfo di Bothnia che separa la Svezia dalla Finlandia, e dove inizia a tirare i primi calci ad un pallone nel 1937 con la squadra locale, militante nella terza divisione svedese.

E’ potente, il 16enne Gunnar grazie alla sua stazza fisica che a completamento della crescita naturale lo porta a misurare 185 centimetri pieni di muscoli e questa sua potenza la scarica sui palloni che, impietosamente recapita in fondo alle reti dei malcapitati portieri, tanto che non ci vuole molto affinché di lui si accorgano le migliori squadre del proprio Paese, venendo ingaggiato dal Degerfors nell’estate 1940.

[…] Trasferitosi nel frattempo al Norrkoping – che trascina letteralmente alla conquista di quattro titoli consecutivi dal 1945 al ’48 con tanto di tre palme di Capocannoniere (27 reti nel 1945, 25 nel ’46 e 18 nel ’48 – Nordahl rappresenta il terminale offensivo di una Nazionale che schiera in attacco un trio che da lì a pochi mesi farà la gioia dei tifosi rossoneri, ma questo, al momento di debuttare nel Torneo olimpico, nessuno di loro ancora lo può immaginare ….

Favorite dalla neutralità durante il quinquennio che ha devastato il Vecchio Continente, proprio Svezia e Danimarca sono protagoniste a Londra, giungendo a scontrarsi in semifinale dopo aver rispettivamente eliminato Austria (3-0 con doppietta di Nordahl nei primi 10’) ed i malcapitati sudcoreani con un 12-0 in cui il centravanti realizza un poker di reti i primi, ed i secondi ad avere la meglio sull’Egitto per 3-1 e quindi eliminare l’Italia con un 5-3 in cui mette la sua pesante firma l’attaccante John Hansen con una quaterna ed il sigillo finale l’ala destra Johannes Ploger, due nomi da tenere a mente per il nostro racconto.

Con Nordahl a secco per l’unica occasione nel Torneo, la Svezia si impone comunque per 4-2 (di Carlsson e Rosen, con una doppietta a testa le relative reti) e si accinge a sfidare, nella Finale del 13 agosto ’48 allo Stadio di Wembley, la Jugoslavia per la medaglia d’oro, gara incerta che vede le due squadre andare al risposo sul punteggio di 1-1 – al vantaggio scandinavo di Gren replica Bobek a 3’ dall’intervallo – prima che, in avvio di ripresa, sia proprio Nordahl a riportare avanti i suoi per poi toccare ancora a Gren, trasformando un calcio di rigore al 67’, a fissare il definitivo 3-1 che incorona la Svezia sul trono di Olimpia.

I Giochi di Londra sono altresì la prima vetrina internazionale a 10 anni di distanza dall’ultimo grande appuntamento, vale a dire i Mondiali di Francia ’38 dove gli Azzurri di Vittorio Pozzo avevano confermato il titolo conquistato quattro anni prima a Roma, e su questi valenti giocatori scandinavi – un’autentica generazione di fenomeni, verrebbe da dire – si gettano a capofitto osservatori da mezza Europa, in particolare da quell’Italia che cerca con il Calcio di ritrovare un’unità popolare che le drammatiche conseguenze della Guerra aveva minato.

In un Campionato di casa nostra dominato dal “Grande Torino”, la prima a muoversi è proprio la Juventus dell’Avvocato Gianni Agnelli che, con la speranza di interrompere l’egemonia granata, si getta sulle orme del già citato attaccante danese John Hansen – Capocannoniere del Torneo olimpico con 7 reti alla pari con Nordahl e peraltro già in procinto di firmare proprio con il Torino del Presidente Ferruccio Novo – riuscendo a strapparlo ai “cugini” grazie ai buoni uffici della FIAT in Danimarca, trattativa che permette al giocatore di avere salva la vita, ma questo ancora non può saperlo ….

Al pari dei bianconeri, anche il Milan si orienta sul mercato scandinavo, puntando dritto sulla ricordata ala Ploger, trattativa che va per le lunghe ma che sembra oramai sul punto di definirsi a dicembre ’48, allorché il giocatore sale sul treno che da Copenaghen è diretto a Milano, accompagnato dal Segretario rossonero Giannino Giannotti, per firmare il relativo contratto.

Quello che accade lungo il tragitto ha qualcosa al limite tra il comico ed il surreale, vale a dire il fatto che, con Giannotti addormentatosi, Ploger viene avvicinato proprio da John Hansen, anch’egli in viaggio per far ritorno in Italia dopo una breve vacanza in concomitanza con le feste natalizie, il quale lo convince a seguirlo alla Juventus e così, salito sul convoglio rossonero, Ploger ne scende bianconero.

Un comportamento che manda su tutte le furie il presidente rossonero Umberto Trabattoni, il quale pretende delle spiegazioni da parte della Dirigenza juventina ed Agnelli ritiene di compensare il torto fatto cedendo al Milan l’opzione che il Club bianconero aveva acquisito sulle prestazioni del centravanti del Norrkoping ….

Contattato dagli emissari rossoneri, a Nordahl – che in Svezia svolge la professione di pompiere in quanto il Calcio è praticato a livello dilettantistico, da cui il soprannome “il Pompierone” con cui viene ben presto ribattezzato nel Bel Paese – non pare vero di confrontarsi con una nuova realtà, sicuramente allettato anche dall’offerta economica (si parla di 120mila lire mensili, oltre ai 12milioni versati alla sua ex squadra), ed ecco che alle ore 7:00 del mattino del 26 gennaio ’49 tocca al non più giovanissimo Gunnar, 27 anni compiuti lo scorso ottobre, salire sul treno per il viaggio che gli cambia la vita.

15 ore dividono Nordahl dal suo primo appuntamento con il Calcio professionistico italiano, e che nella Penisola nel mezzo del Mar Mediterraneo lo stesso sia vissuto in modo ben diverso da come avviene alle proprie latitudini ha modo di rendersene conto appena il convoglio giunge in Stazione a Milano, con un’enorme folla di tifosi che, a dispetto dell’ora tarda (poco oltre le 22:00), sono lì ad attenderlo per dargli il benvenuto.

La fantasia dei tifosi porta normalmente a sognare oltre il lecito, ma per far breccia nei loro cuori Nordahl non ci mette poi molto visto che, a dispetto dell’estenuante viaggio, il tecnico Bigogno lo manda in campo il giorno dopo, giovedì 27 gennaio ’49, nel recupero della 18.ma giornata a San Siro, siglando una delle reti nel sofferto 3-2 rossonero sulla Pro Patria.

Del resto, anche Ploger era andato a segno nella sua prima uscita in maglia bianconera, nel rotondo successo per 4-1 sulla Lazio del 9 gennaio ’49, ma mentre per il danese quella resta l’unica rete della sua breve esperienza con la Juventus (a fine stagione viene ceduto al Novara, per poi vestire anche i colori di Torino ed Udinese), Nordahl conferma la sua caratteristica di avere una media superiore di un goal a partita, concludendo il suo semestre italiano con 16 reti in 15 gare disputate, tra cui una doppietta nel derby di ritorno (ancorché poi concluso sul 4-4), il che ribadisce la bontà dell’acquisto.

Oltre a fornire il proprio contributo in fase offensiva, Nordahl si rivela fondamentale nel convincere il proprio compagno di squadra al Norrkoping Nils Liedholm ad accettare anch’egli l’offerta della Dirigenza rossonera, avanzata dopo essere rimasta impressionata dalla sua eleganza in un’amichevole di fine stagione disputata in Svezia, cui contribuisce anche il fatto che sulla panchina milanista dalla successiva stagione si siede il tecnico ungherese Lajos Czeizler, da sei anni allenatore del Norrkoping.

E, con un incredibile “effetto a catena”, l’inizio del Torneo 1949-’50 vede il Milan schierato con un trio svedese, visto che a Nordahl e Liedholm si aggiunge pure Gunnar Gren (detto il “Professore” per il suo modo di gestire il gioco a centrocampo …), così da ricostituire in maglia rossonera il “Gre-No-Li” che aveva permesso alla Svezia di aggiudicarsi l’oro olimpico.

Ad un Milan “made in Svezia” si contrappone una Juventus che, viceversa, conferma la propria predilezione verso i giocatori danesi, sostituendo Ploger con il ben più valido Karl Aage Praest, e la vicinanza del connazionale si rivela un toccasana per la formazione bianconera, che si aggiudica lo Scudetto del 1950 – il primo, giova ricordarlo, dopo la tragedia della “Sciagura di Superga” che cancella una delle più forti squadre italiane di ogni epoca – in una sfida con i rossoneri a suon di reti, con “quota 100” toccata dai Campioni (28 centri di Hansen, 21 di Boniperti ed 11 di Praest), cui “il magico trio” risponde con 118 centri, 18 a testa per Gren e Liedholm, 22 per Burini e ben 35 per Nordahl, che si laurea per la prima volta Capocannoniere del nostro Campionato.

Stagione che va agli archivi consegnando agli stessi, oltre allo Scudetto bianconero (62 a 57 sul Milan i punti alla fine …), anche la giornata che sancisce definitivamente “l’amore incondizionato” tra Nordahl ed i propri tifosi, evento che si verifica il 5 febbraio ’50 allorché i rossoneri infliggono alla Juventus un pesante passivo di 7-1 al “Comunale” di Torino, con il centravanti svedese protagonista di una prestazione sontuosa che, oltre alla tripletta messa a segno, fa uscire dai gangheri un signore come Carlo Parola che, indispettito per non riuscire a fermarlo, gli appioppa un calcio da frustrazione tanto da essere espulso.

Avere una simile potenzialità in attacco e non sfruttarla suona come un “peccato mortale” al quale Czeizler pone rimedio sin dal Torneo successivo, che porta i supporters rossoneri a poter nuovamente gioire per uno Scudetto a 44 anni di distanza (!!) dal titolo del 1907, grazie ad un miglior equilibrio tra i reparti, circostanza che fa sì che allo strapotere di Nordahl – confermatosi Capocannoniere con 34 centri – si abbini una maggior solidità difensiva (solo 39 reti subite a fronte delle 107 realizzate …) che porta il Milan a dominare la stagione sino a 5 giornate dal termine (57 punti, frutto di 26 vittorie, 5 pareggi e sole 2 sconfitte), per poi accusare un calo nel finale di cui i “cugini” dell’Inter non sanno peraltro approfittare.

Il titolo conquistato è anche la miglior risposta nei confronti degli scettici che – nulla potendo obiettare sulle qualità tecniche del trio svedese – nutrivano perplessità sulla loro tenuta, data l’età anagrafica che, in una curiosa scala visto che tutti e tre sono nati ad ottobre, vede Gren appartenere alla classe 1920, Nordahl del ’21 e Liedholm, il più giovane (o meno anziano, fate voi …), del ’22.

Scudetto che il Milan festeggia alla sua maniera, inaugurando una tradizione che lo porterà nel corso dei decenni ad essere la squadra italiana più vittoriosa in campo internazionale, vale a dire conquistando la terza edizione della “Coppa Latina” – Manifestazione inaugurata nel 1949 e che pone di fronte, a fine stagione, le vincenti dei Campionati italiano, francese, spagnolo e portoghese – le cui gare si svolgono a San Siro, con i rossoneri a piegare 4-1 l’Atletico Madrid il 20 giugno ’49 (tripletta di Renosto, acuto di Nordahl e, per gli iberici, punto della consolazione di Carlsson, un altro dei componenti la squadra Oro a Londra …) ed, in Finale, i francesi del Lille per 5-0 con lo svedese protagonista con una tripletta, cui si aggiungono i centri di Burini ed Annovazzi, così da laurearsi Capocannoniere della competizione.

Il fatto che si debba attendere sino al settembre ’55 per la creazione della “Coppa dei Campioni” lascia il dubbio su quale sarebbe stato l’impatto di Nordahl nel massimo torneo europeo per squadre di Club – dopo che aveva concluso, a fine 1948, il suo cammino in Nazionale con il pregevole record di 43 reti messe a segno in 33 presenze, le ultime delle quali confezionano l’intera cinquina rifilata dalla Svezia alla Norvegia nel 5-3 di Oslo del 19 settembre ’48 – dovendoci semplicemente “accontentare” di registrare le proprie imprese nel nostro Campionato, dove le sue messi di reti non fanno però rima con altrettanti successi rossoneri.

Giunti, difatti, secondi nel ’52 alle spalle ancora della Juventus, con John Hansen a prendersi la doppia rivincita sullo svedese, superato altresì (30 a 26) nel computo delle reti per l’unico titolo di Capocannoniere sfuggito a Nordahl nelle sue prime sei stagioni intere al Milan, i rossoneri vengono preceduti dai “cugini” nerazzurri anche nelle due successive stagioni 1953 e ’54, il cui tecnico Alfredo Foni predica un Calcio totalmente diverso rispetto ai canoni dell’epoca, fondato su di una difesa ermetica (24 e 32 reti rispettivamente subite) e cogliendo il primo dei due titoli consecutivi con appena 46 (!!) centri messi a segno dall’attacco nonostante  lo stesso potesse comunque contare su frombolieri del calibro di Benito Lorenzi ed Istvan Nyers …

[…]

Già liquidato nell’estate precedente l’oramai 33enne Gren, ceduto alla Fiorentina, il mercato ’54 porta in dotazione alla causa rossonera un altro fuoriclasse del centrocampo nella figura dell’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, ingaggiato a conclusione dei Mondiali di Svizzera, ideale per fornire le “munizioni” (leggasi assist …) che Nordahl si incarica di trasformare in moneta sonante, coadiuvato in attacco anche da un altro scandinavo, stavolta danese, Jorgen Sorensen, prelevato dall’Atalanta già l’estate scorsa.

Un trio che funziona a meraviglia, in un Campionato che vede il Milan dominare la scena con un adeguato equilibrio tra i reparti – in cui fa la sua bella figura anche Liedholm, nel frattempo arretrato in mediana – ed i 26 centri di Nordahl, per il suo quinto titolo di Capocannoniere nonché terzo consecutivo (record il primo tuttora ineguagliato, mentre il secondo è stato pareggiato da Platini nel triennio 1982-’85 in bianconero …), uniti ai 15 di Schiaffino ed ai 13 del danese certificano il quinto Scudetto della storia del Club di via Turati.

La carta d’identità inizia a chiedere il conto a Nordahl, il quale, oramai per i 35, disputa la sua ultima stagione in rossonero permettendosi comunque di superare in altre 23 occasioni i portieri avversari, preceduto nella Classifica Cannonieri dal solo bolognesi Pivatelli che chiude a quota 29 – e, pertanto, se si esclude il primo semestre, nei successivi 7 tornei completi lo svedese si laurea 5 volte miglior marcatore ed in altre 2 circostanze si piazza secondo – e, mentre il Milan, al pari delle altre squadre, non può che applaudire la straordinaria cavalcata della Fiorentina del Dottor Bernardini, ecco che, finalmente, anche Nordahl ha l’opportunità di scendere in campo nell’edizione inaugurale della Coppa dei Campioni.

[…]

Oramai anche per Nordahl il triste momento dell’addio sta per giungere, non prima di approdare nell’estate ’56 alla Roma dove, a dispetto dell’età, è ancora in grado di mettere a segno 13 reti prima di svolgere, l’anno successivo l’incarico di allenatore/giocatore e quindi far ritorno in Svezia per i suoi ultimi scampoli sul terreno di gioco con il Karlstads in Seconda Divisione, abbandonando definitivamente l’attività agonistica nel 1960, alla soglia dei 39 anni, mentre due anni prima i suoi compagni Gren e Liedholm, richiamati in Nazionale, avevano sfiorato la grande impresa al Mondiale di Svezia ’58, sconfitti solo in Finale dal Brasile del nuovo astro planetario Pelè.

Ma forse, a quella Svezia – che poteva contare in attacco su Hamrin, Gren e Skoglund, con Liedholm in mediana – per “coronare il sogno” mancava l’ultimo tassello utile a completare un puzzle vincente, un “Pompierone” da oltre 500 reti in Carriera tra Club e Nazionale, tuttora terzo nella “Graduatoria All Time” dei Cannonieri della nostra Serie A e primo nella storia del Milan con 221 centri complessivi, seguito da Shevchenko a quota 175 ….

Che vuoi farci, mica si può avere tutto dalla vita …

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Sampdoria-Malines trent’anni dopo

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GENOASAMP.COM (Marco Ferrera) – Era caduta tanta pioggia nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1989 ed aveva reso il prato del Ferraris più simile ad un galoppatoio che ad un campo di calcio. Era il Ferraris a metà, per i lavori di Italia 90, ed i ventimila stipati e fasciati di blucerchiato erano pronti come sempre a sospingere la squadra di Boskov a conquistare un sogno , la prima finale europea della storia, quella di Coppe delle Coppe in programma a Berna nel mese di maggio. Gli avversari erano quelli del Malines, i belgi di Aad De Mos, tecnico olandese, imbattuti da sedici incontri, con in porta uno dei più forti interpreti del ruolo a livello mondiale, Michel Preud’Homme, all’andata solo un gol di Vialli nel finale aveva reso possibile la rimonta, dopo l’uno due dei padroni di casa.
Quel pomeriggio di fango , di fatica e di sudore Gianluca era squalificato ed il “labbro di Novi Sad” si affidò in attacco a Loris Pradella, centravanti “razza Piave”, forte fisicamente ma tanto grezzo e dal gol difficile con a fianco Roberto Mancini, in una di quelle giornate in cui il numero dieci “sentiva” troppo la partita , non riuscendo ad esprimere le sue straordinarie qualità, tanto più su un terreno simile ad un pantano.

Per un’ora i fiamminghi furono padroni del match, Vierchowod si immolò per salvare su un avversario lanciato verso Pagliuca, venne ammonito, un giallo pesante, che gli avrebbe fatto saltare l’eventuale finale. Finale? Ben pochi ci speravano, tanto più quando mancavano poco più di venti minuti alla fine, lo zero a zero non si schiodava e cosa ti inventa Vuja ? Fuori proprio Pradella e dentro Bonomi, un centrocampista, ordinato e nemmeno fantasioso, con Dossena sganciato a creare in appoggio al Mancini poco ispirato di quel giorno, che quando mancavano venti minuti alla fine inventò il corridoio vincente per l’inserimento di Cerezo, abbiamo ancora negli occhi le lunghe e scoordinate leve di Toninho che amministrano la sfera, con il numero otto che si presenta davanti all’imbattibile portiere belga e lo supera con un destro preciso, che bacia il palo e si infila nella rete intrisa d’acqua e di fango, con un boato che fa scuotere Marassi, come se invece di ventimila ci fossero centomila voci a gridare la propria gioia.

E da quel momento assistiamo a venti minuti di gioco, di calcio, di passione, di unione , di spirito di squadra come raramente, forse mai, ci è capitato di vedere, Fausto Pari e Victor Munoz sono maschere di fango, corrono e tamponano, i belgi capiscono che devono far gol per non uscire dalla Coppa, cingono con manovre avvolgenti la difesa davanti a Pagliuca, che difende il golletto insieme a tutta la mezza gradinata e quando il cronometro recita l’85’ , con i giallorossi del Mechelen tutti in avanti, cosa succede? Bonomi respinge una palla al limite della propria area, alleggerisce su Dossena che da centravanti (che non è) gliela ritorna e si lancia nella metà campo sguarnita, vai Dossena, vai Beppe, è una fuga verso Preud’Homme, cuore , fatica e fango , non ce la può fare, la vista ti si annebbia, esce il portierone al limite dell’area, sembra in vantaggio ma Beppe cosa fa? Pelé ai mondiali di Messico 70 sfiorò il gol del secolo contro l’Uruguay, contro Mazurkiewicz, palla da una parte e aggiramento dell’avversario per poi concludere verso la porta sguarnita… quel giorno sull’altopiano messicano la battuta di “O rey” terminò fuori, quel pomeriggio del 19 Aprile 1989 Dossena si fece re, anzi imperatore, andò a riprendere la sfera dopo quella giocata e la scaraventò nella porta incustodita, per un due a zero che resterà nei cuori di tutti i tifosi blucerchiati, chi c’era e chi non c’era, a trepidare davanti alla TV con la voce di Ennio Vitanza. E come in un crescendo rossiniano la Samp d’oro di quel pomeriggio fece anche il terzo e a segnarlo fu il più piccolo di tutti, ma in quel momento in cui scoccò il dardo del terzo gol Faustino Salsano diventò un gigante, rendendo indimenticabile quel pomeriggio di fango, di fatica, di sudore e di lacrime, che copiose scendevano in campo e sugli spalti per aver raggiunto in quel modo una finale europea. Poi arrivò Berna, ma quella è un’altra storia, il pomeriggio del 19 aprile ne era stata scritta una davvero indelebile da quei ragazzi in maglia blucerchiata e dal loro condottiero, l’inarrivabile Vujadin Boskov.

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Cartoline ingiallite di un calcio romantico …

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Ci sono foto che solo a vederle ti fanno venire i brividi, perché sono come dei passepartout in grado di aprire quei forzieri in cui sono custoditi i ricordi più preziosi, le sensazioni e le emozioni legate a quel pallone che rotola sul campo e che fin da bambino ti ha regalato gioie e dolori, che ti ha fatto sognare, gioire o piangere. Rovistando in un cassetto in cui sono raccolti vecchi biglietti e abbonamenti, esce fuori una foto ingiallita dal tempo, quasi ridicola rivista a quasi 50 anni di distanza. Insieme a quella, c’è un ritaglio di una pagina di giornale con la cronaca della partita e a una foto del parterre del vecchio Olimpico con un tifoso che corre sventolando la bandiera e sullo sfondo uno striscione con un messaggio (che non sarà raccolto) al ct azzurro Ferruccio Valcareggi: “Chinaglia in Mexico”. Risale tutto al 19 aprile del 1970, il giorno di Lazio-Bari 4-1. E anche se è passato quasi mezzo secolo, vedendo ritagli e foto la mente vola a quei giorni felici e spensierati.

C’è tanta storia in questo collage, ci sono emozioni e sensazioni che riaffiorano e che fanno quasi male pensando non a quanto tempo è passato, ma soprattutto a quante cose sono cambiate e a quanto a volte è ingiusta e cattiva la vita. Quindi, prima di parlare di quel Lazio-Bari del 19 aprile del 1970, parto da quel bambino che sta insieme a me in posa in quella foto, scattata sul piazzale della palla dello Stadio Olimpico tra la Curva Sud e la Tribuna Tevere: è mio cugino Roberto, il figlio del fratello grande di mio padre. O meglio, era… Io e Roberto siamo cresciuti insieme, facevamo tutto insieme perché ci separava un solo anno d’età che era nulla. Mio cugino aveva un dono: aveva i piedi fatati. Avete presente quei talenti che messi in un campo di calcio sono in grado di mandare il pallone dove vogliono? Ecco, lui era uno di quelli. Ma non ha sfondato nel calcio a causa di una delusione da tifoso. Finita la terza media, mio cugino va a giocare un torneo nazionale e gioca da Dio, al punto che dopo pochi giorni mio zio riceve una telefonata da parte della Juventus. A Roma si presenta un signore distinto che chiede a mio zio di firmare il primo cartellino di Roberto con la Juventus, in cambio di vitto e alloggio pagati e della garanzia dell’iscrizione di mio cugino in un collegio in cui la Juventus manda a studiare tutti i ragazzi del settore giovanile che non sono di Torino. Insomma, un posto nella Academy della Juventus (già, era il 1974 e la Juventus aveva già una Academy…) e la possibilità di entrare nel grande calcio dalla porta principale. Il problema, è che mio cugino e mio zio (come tutti i Greco dalla fondazione della Lazio a oggi) sono laziali e la Juventus in quel momento è la grande rivale della Lazio. Certo, c’è anche la distanza tra Roma e Torino a mettere più di un dubbio, aggiunta al fatto che Roberto è figlio unico: e tutto questo non aiuta. Ma quando c’è da decidere, Roberto chiede a zio: “Ma se mi vuole la Juventus, perché non posso giocare nella Lazio?”…

Quella domanda resta come appesa, senza una risposta. Mio zio, in cerca di una risposta e di una soluzione fa qualche telefonata, chiama vecchi amici di mio nonno Tullio che negli anni Venti era stato dirigente della Lazio e sindaco del Consiglio Direttivo che nel 1927 sventò la fusione, nonché amico e consigliere del Generale Vaccaro, in modo da far fare un provino a mio cugino con la Lazio. Il provino si fa ma la Lazio dice di NO, quindi resta solo l’ipotesi Juventus. Ma l’amore per Roma e la Lazio è troppo forte e mio cugino dice NO GRAZIE e da quel momento in poi decide che per lui il calcio è solo un passatempo e una passione da vivere non in campo, ma sugli spalti. Si laurea, entra in RAI (dove diventa vice direttore dell’ufficio del personale) e resta tifoso, nonostante quella grande delusione provata quando si è sentito dire di NO. Ha tutto dalla vita, vede come me la Lazio vincere due scudetti e trionfare in Europa, ma sul più bello la vita gli toglie tutto, all’improvviso, perché nel 2002 a poco più di 41 anni viene sconfitto dallo stesso male infame che si è portato via ancora giovane anche nonno. E che ha attaccato anche il sottoscritto proprio l’anno successivo. Ma io, al contrario di Roberto, oggi ho la fortuna di poterlo raccontare…

Per questo quella foto mi apre il cuore ma al tempo stesso me lo spezza, perché con mio cugino ho condiviso tutto da ragazzo. I pranzi prima di andare allo stadio a casa di nonna a via Aterno, in quel palazzetto nel quartiere Coppedé; le lunghe attese in quella Tribuna Tevere Numerata quasi deserta in cui con le panche numerate vuote io e lui ci sistemavamo sui gradoni di marmo perché l’abbonamento da aquilotto ci dava il diritto all’ingresso in tribuna ma non al posto, quindi dovevamo arrangiarci in qualche modo; le risate sotto il sole; oppure quando l’acqua ci entrava da tutte le parti in quelle ore d’attesa nelle domeniche di pioggia; gli abbracci ai gol di Giorgio Chinaglia; quell’adesivo con lo scudetto strappato dal petto per scaramanzia alla fine del primo tempo di Lazio-Foggia; l’abbraccio il giorno del secondo scudetto in quel “buen retiro” di amanti del calcio che è la Tribuna Tevere Numerata pensando a zio Giorgio che non c’era più; la lite furibonda fatta quando lui, da responsabile dell’ufficio del personale bocciò (per non dare l’idea di favoritismi) il mio contratto d’assunzione in RAI firmato nel 1994 dall’allora direttore dello sport di RAI3… Insomma, di tutto e di più.

Quel Lazio-Bari, lo ricordo in modo particolare perché la Lazio stava vivendo una sorta di sogno. Appena tornata in Serie A e partita per salvarsi, la squadra costruita da Lorenzo battendo il Bari poteva addirittura agguantare per la prima volta nella storia la qualificazione per partecipare ad una Coppa Europea, trascinata dai gol di quel gigante, grezzo,  sgraziato ma incontenibile che rispondeva al nome di Giorgio Chinaglia. Ed ecco che la foto a colori si lega a quella in bianco e nero, a quell’immagine del tifoso che corre nel vecchio parterre dello stadio Olimpico sventolando una bandiera. Un’immagine impossibile oggi, perché quel parterre usato allora nelle lunghe ore di attesa prima della partita addirittura come campo da calcio improvvisato in cui in 100 si contendevano un pallone non esiste più. Ma anche perché con tutti i divieti che ci sono oggi quel tifoso rischierebbe la multa o il daspo immediato per aver abbandonato il suo posto e per aver scorrazzato da un settore all’altro. E poi quello striscione, quell’invito a Valcareggi a portare Chinaglia in Messico per partecipare a quella che è stata una delle avventure più belle nella storia della Nazionale italiana di calcio. Chinaglia quel posto sull’aereo se lo era meritato a suon di gol, perché con 12 reti in classifica dei cannonieri stava insieme a Chiarugi e a Prati e Boninsegna che poi in Messico ci sono andati. Ma la Lazio in quel momento non è una grande del calcio italiano, quindi Chinaglia quel mondiale lo vede alla tv come tutti noi, pur avendo raccolto in quella stagione scalpi importanti segnando a Milan, Fiorentina (che giocava con lo scudetto sul petto), Inter e Juventus, tutte cadute all’Olimpico sotto i colpi di Long John. Chinaglia segna anche in quell’ultima partita all’Olimpico. Un gol inutile allo scadere, quello del 4-1, ma che viene festeggiato come se fosse il gol della vittoria, con i tifosi già in campo per abbracciare e ringraziare la squadra per quell’annata incredibile, da sogno. Pensate cosa scatenerebbe oggi un’invasione di campo, seppur festosa.

Quel giorno, seduto sugli spalti, ho invidiato quei tifosi che scorrazzavano sul prato verde, ma ancora di più quelli entrati in campo con in testa dei cappelli diversi da quelli imposti a noi per ripararci dal sole a picco: erano dei gran sombreri, portati in campo per metterli sulla testa di Giorgio Chinaglia come augurio per la convocazione a Messico 1970. Invece, come ho scritto prima, nonostante le 6 reti segnate nelle ultime sei giornate di campionato e l’inserimento nella lista dei 40 giocatori selezionati da cui tirare fuori i 24 convocati, Giorgio non c’è mai salito su quell’aereo per Città del Messico.

Cartoline di un calcio e di un mondo d’altri tempi, di ricordi indelebili, di anni spensierati che non torneranno più ma che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che rende piacevole il ricordo di quel tempo che fu. È ridicola quella foto vista oggi, con quei cappelli e quell’abbigliamento (soprattutto il mio) da americani in vacanza. Ma che gioia aver potuto vivere quegli anni e quel calcio…

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Bettanini e D’Angelo sul Museo Rossoblù: «Naturale portarlo al Ferraris»

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ILSECOLOXIX.IT – La Fondazione Genoa ha da poco compiuto 13 anni e per rilanciarsi torna all’origine. A quel professor Andrea D’Angelo che, insieme al collega Sergio Maria Carbone e al presidente Enrico Preziosi, ebbe l’idea di costituirla, in uno dei momenti più difficile della storia recente del Grifone. «Era una reazione a quel momento così complesso, uno strumento di salvaguardia e di garanzia, uno strumento per raccogliere risorse della genoanità. Nel tempo lo slancio si è un po’ affievolito, per tante difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, tra cui le difficoltà di sinergia con la società. La nascita del Museo è un grande obiettivo che abbiamo raggiunto, ora è il momento di rilanciare l’attività della Fondazione», sottolinea D’Angelo, che al suo fianco ha il professor Antonio Bettanini. «La Fondazione è un’idea di grande lungimiranza, un valore aggiunto in prospettiva anche per il club, che ringrazio per avermi dato la possibilità di lavorare a questo progetto».

Il Museo è il fiore all’occhiello dell’attività della Fondazione, lo scrigno che contiene cimeli e trofei dell’ultracentenaria storia rossoblù. Nei programmi c’è il suo trasferimento allo stadio Ferraris, una volta che saranno terminati i lavori del secondo lotto, quindi non prima del 2020. D’Angelo conferma: «Il Ferraris è la sua collocazione naturale, nel progetto di ristrutturazione dello stadio che la Fondazione aveva preparato anni fa era prevista la presenza del museo. Naturalmente ci sarà da gestire la coabitazione però sotto questo aspetto saranno i due club e il Comune a darci indicazioni. C’è da affrontare però una fase di transizione e quindi vorremmo avere garanzie riguardo a questo periodo, perché non sia compromessa la sua funzionalità anche solo temporaneamente».

Lo Store si sposterà in centro nei prossimi mesi, il Museo dovrebbe restare al Porto Antico ancora per qualche tempo, anche se il contratto scadrà a fine 2019. Così Bettanini: «Credo che l’intenzione sia quella di non muoversi da lì, fino a quando non saranno pronti gli spazi allo stadio. Presto ci incontreremo con l’ad Zarbano, come già avvenuto in passato, per fare il punto della situazione».

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