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La Penna degli Altri

GUNNAR NORDAHL, DALL’ORO DI LONDRA 1948 ALLA CONQUISTA DELL’ITALIA A SUON DI RETI

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – Siamo quasi certi che, se gli avessero chiesto di scegliere il Paese dove avrebbe voluto che avesse fine la sua vita terrena, Gunnar Nordahl, il “Pompierone”, non avrebbe esitato ad indicare l’Italia, quella sua seconda Patria che lo aveva fatto conoscere all’universo pallonaro degli anni ’50, ed in questo senso il destino lo ha accontentato, spirando il 15 settembre 1995 ad Alghero, vittima di un infarto mentre si trovava in vacanza in Sardegna, una delle sue mete preferite.

Avrebbe compiuto di lì a poco più di un mese compiuto 74 anni Nordahl, essendo nato il 19 ottobre 1921 ad Hornefors, paese di poco più di 2mila anime che si affaccia sul Golfo di Bothnia che separa la Svezia dalla Finlandia, e dove inizia a tirare i primi calci ad un pallone nel 1937 con la squadra locale, militante nella terza divisione svedese.

E’ potente, il 16enne Gunnar grazie alla sua stazza fisica che a completamento della crescita naturale lo porta a misurare 185 centimetri pieni di muscoli e questa sua potenza la scarica sui palloni che, impietosamente recapita in fondo alle reti dei malcapitati portieri, tanto che non ci vuole molto affinché di lui si accorgano le migliori squadre del proprio Paese, venendo ingaggiato dal Degerfors nell’estate 1940.

[…] Trasferitosi nel frattempo al Norrkoping – che trascina letteralmente alla conquista di quattro titoli consecutivi dal 1945 al ’48 con tanto di tre palme di Capocannoniere (27 reti nel 1945, 25 nel ’46 e 18 nel ’48 – Nordahl rappresenta il terminale offensivo di una Nazionale che schiera in attacco un trio che da lì a pochi mesi farà la gioia dei tifosi rossoneri, ma questo, al momento di debuttare nel Torneo olimpico, nessuno di loro ancora lo può immaginare ….

Favorite dalla neutralità durante il quinquennio che ha devastato il Vecchio Continente, proprio Svezia e Danimarca sono protagoniste a Londra, giungendo a scontrarsi in semifinale dopo aver rispettivamente eliminato Austria (3-0 con doppietta di Nordahl nei primi 10’) ed i malcapitati sudcoreani con un 12-0 in cui il centravanti realizza un poker di reti i primi, ed i secondi ad avere la meglio sull’Egitto per 3-1 e quindi eliminare l’Italia con un 5-3 in cui mette la sua pesante firma l’attaccante John Hansen con una quaterna ed il sigillo finale l’ala destra Johannes Ploger, due nomi da tenere a mente per il nostro racconto.

Con Nordahl a secco per l’unica occasione nel Torneo, la Svezia si impone comunque per 4-2 (di Carlsson e Rosen, con una doppietta a testa le relative reti) e si accinge a sfidare, nella Finale del 13 agosto ’48 allo Stadio di Wembley, la Jugoslavia per la medaglia d’oro, gara incerta che vede le due squadre andare al risposo sul punteggio di 1-1 – al vantaggio scandinavo di Gren replica Bobek a 3’ dall’intervallo – prima che, in avvio di ripresa, sia proprio Nordahl a riportare avanti i suoi per poi toccare ancora a Gren, trasformando un calcio di rigore al 67’, a fissare il definitivo 3-1 che incorona la Svezia sul trono di Olimpia.

I Giochi di Londra sono altresì la prima vetrina internazionale a 10 anni di distanza dall’ultimo grande appuntamento, vale a dire i Mondiali di Francia ’38 dove gli Azzurri di Vittorio Pozzo avevano confermato il titolo conquistato quattro anni prima a Roma, e su questi valenti giocatori scandinavi – un’autentica generazione di fenomeni, verrebbe da dire – si gettano a capofitto osservatori da mezza Europa, in particolare da quell’Italia che cerca con il Calcio di ritrovare un’unità popolare che le drammatiche conseguenze della Guerra aveva minato.

In un Campionato di casa nostra dominato dal “Grande Torino”, la prima a muoversi è proprio la Juventus dell’Avvocato Gianni Agnelli che, con la speranza di interrompere l’egemonia granata, si getta sulle orme del già citato attaccante danese John Hansen – Capocannoniere del Torneo olimpico con 7 reti alla pari con Nordahl e peraltro già in procinto di firmare proprio con il Torino del Presidente Ferruccio Novo – riuscendo a strapparlo ai “cugini” grazie ai buoni uffici della FIAT in Danimarca, trattativa che permette al giocatore di avere salva la vita, ma questo ancora non può saperlo ….

Al pari dei bianconeri, anche il Milan si orienta sul mercato scandinavo, puntando dritto sulla ricordata ala Ploger, trattativa che va per le lunghe ma che sembra oramai sul punto di definirsi a dicembre ’48, allorché il giocatore sale sul treno che da Copenaghen è diretto a Milano, accompagnato dal Segretario rossonero Giannino Giannotti, per firmare il relativo contratto.

Quello che accade lungo il tragitto ha qualcosa al limite tra il comico ed il surreale, vale a dire il fatto che, con Giannotti addormentatosi, Ploger viene avvicinato proprio da John Hansen, anch’egli in viaggio per far ritorno in Italia dopo una breve vacanza in concomitanza con le feste natalizie, il quale lo convince a seguirlo alla Juventus e così, salito sul convoglio rossonero, Ploger ne scende bianconero.

Un comportamento che manda su tutte le furie il presidente rossonero Umberto Trabattoni, il quale pretende delle spiegazioni da parte della Dirigenza juventina ed Agnelli ritiene di compensare il torto fatto cedendo al Milan l’opzione che il Club bianconero aveva acquisito sulle prestazioni del centravanti del Norrkoping ….

Contattato dagli emissari rossoneri, a Nordahl – che in Svezia svolge la professione di pompiere in quanto il Calcio è praticato a livello dilettantistico, da cui il soprannome “il Pompierone” con cui viene ben presto ribattezzato nel Bel Paese – non pare vero di confrontarsi con una nuova realtà, sicuramente allettato anche dall’offerta economica (si parla di 120mila lire mensili, oltre ai 12milioni versati alla sua ex squadra), ed ecco che alle ore 7:00 del mattino del 26 gennaio ’49 tocca al non più giovanissimo Gunnar, 27 anni compiuti lo scorso ottobre, salire sul treno per il viaggio che gli cambia la vita.

15 ore dividono Nordahl dal suo primo appuntamento con il Calcio professionistico italiano, e che nella Penisola nel mezzo del Mar Mediterraneo lo stesso sia vissuto in modo ben diverso da come avviene alle proprie latitudini ha modo di rendersene conto appena il convoglio giunge in Stazione a Milano, con un’enorme folla di tifosi che, a dispetto dell’ora tarda (poco oltre le 22:00), sono lì ad attenderlo per dargli il benvenuto.

La fantasia dei tifosi porta normalmente a sognare oltre il lecito, ma per far breccia nei loro cuori Nordahl non ci mette poi molto visto che, a dispetto dell’estenuante viaggio, il tecnico Bigogno lo manda in campo il giorno dopo, giovedì 27 gennaio ’49, nel recupero della 18.ma giornata a San Siro, siglando una delle reti nel sofferto 3-2 rossonero sulla Pro Patria.

Del resto, anche Ploger era andato a segno nella sua prima uscita in maglia bianconera, nel rotondo successo per 4-1 sulla Lazio del 9 gennaio ’49, ma mentre per il danese quella resta l’unica rete della sua breve esperienza con la Juventus (a fine stagione viene ceduto al Novara, per poi vestire anche i colori di Torino ed Udinese), Nordahl conferma la sua caratteristica di avere una media superiore di un goal a partita, concludendo il suo semestre italiano con 16 reti in 15 gare disputate, tra cui una doppietta nel derby di ritorno (ancorché poi concluso sul 4-4), il che ribadisce la bontà dell’acquisto.

Oltre a fornire il proprio contributo in fase offensiva, Nordahl si rivela fondamentale nel convincere il proprio compagno di squadra al Norrkoping Nils Liedholm ad accettare anch’egli l’offerta della Dirigenza rossonera, avanzata dopo essere rimasta impressionata dalla sua eleganza in un’amichevole di fine stagione disputata in Svezia, cui contribuisce anche il fatto che sulla panchina milanista dalla successiva stagione si siede il tecnico ungherese Lajos Czeizler, da sei anni allenatore del Norrkoping.

E, con un incredibile “effetto a catena”, l’inizio del Torneo 1949-’50 vede il Milan schierato con un trio svedese, visto che a Nordahl e Liedholm si aggiunge pure Gunnar Gren (detto il “Professore” per il suo modo di gestire il gioco a centrocampo …), così da ricostituire in maglia rossonera il “Gre-No-Li” che aveva permesso alla Svezia di aggiudicarsi l’oro olimpico.

Ad un Milan “made in Svezia” si contrappone una Juventus che, viceversa, conferma la propria predilezione verso i giocatori danesi, sostituendo Ploger con il ben più valido Karl Aage Praest, e la vicinanza del connazionale si rivela un toccasana per la formazione bianconera, che si aggiudica lo Scudetto del 1950 – il primo, giova ricordarlo, dopo la tragedia della “Sciagura di Superga” che cancella una delle più forti squadre italiane di ogni epoca – in una sfida con i rossoneri a suon di reti, con “quota 100” toccata dai Campioni (28 centri di Hansen, 21 di Boniperti ed 11 di Praest), cui “il magico trio” risponde con 118 centri, 18 a testa per Gren e Liedholm, 22 per Burini e ben 35 per Nordahl, che si laurea per la prima volta Capocannoniere del nostro Campionato.

Stagione che va agli archivi consegnando agli stessi, oltre allo Scudetto bianconero (62 a 57 sul Milan i punti alla fine …), anche la giornata che sancisce definitivamente “l’amore incondizionato” tra Nordahl ed i propri tifosi, evento che si verifica il 5 febbraio ’50 allorché i rossoneri infliggono alla Juventus un pesante passivo di 7-1 al “Comunale” di Torino, con il centravanti svedese protagonista di una prestazione sontuosa che, oltre alla tripletta messa a segno, fa uscire dai gangheri un signore come Carlo Parola che, indispettito per non riuscire a fermarlo, gli appioppa un calcio da frustrazione tanto da essere espulso.

Avere una simile potenzialità in attacco e non sfruttarla suona come un “peccato mortale” al quale Czeizler pone rimedio sin dal Torneo successivo, che porta i supporters rossoneri a poter nuovamente gioire per uno Scudetto a 44 anni di distanza (!!) dal titolo del 1907, grazie ad un miglior equilibrio tra i reparti, circostanza che fa sì che allo strapotere di Nordahl – confermatosi Capocannoniere con 34 centri – si abbini una maggior solidità difensiva (solo 39 reti subite a fronte delle 107 realizzate …) che porta il Milan a dominare la stagione sino a 5 giornate dal termine (57 punti, frutto di 26 vittorie, 5 pareggi e sole 2 sconfitte), per poi accusare un calo nel finale di cui i “cugini” dell’Inter non sanno peraltro approfittare.

Il titolo conquistato è anche la miglior risposta nei confronti degli scettici che – nulla potendo obiettare sulle qualità tecniche del trio svedese – nutrivano perplessità sulla loro tenuta, data l’età anagrafica che, in una curiosa scala visto che tutti e tre sono nati ad ottobre, vede Gren appartenere alla classe 1920, Nordahl del ’21 e Liedholm, il più giovane (o meno anziano, fate voi …), del ’22.

Scudetto che il Milan festeggia alla sua maniera, inaugurando una tradizione che lo porterà nel corso dei decenni ad essere la squadra italiana più vittoriosa in campo internazionale, vale a dire conquistando la terza edizione della “Coppa Latina” – Manifestazione inaugurata nel 1949 e che pone di fronte, a fine stagione, le vincenti dei Campionati italiano, francese, spagnolo e portoghese – le cui gare si svolgono a San Siro, con i rossoneri a piegare 4-1 l’Atletico Madrid il 20 giugno ’49 (tripletta di Renosto, acuto di Nordahl e, per gli iberici, punto della consolazione di Carlsson, un altro dei componenti la squadra Oro a Londra …) ed, in Finale, i francesi del Lille per 5-0 con lo svedese protagonista con una tripletta, cui si aggiungono i centri di Burini ed Annovazzi, così da laurearsi Capocannoniere della competizione.

Il fatto che si debba attendere sino al settembre ’55 per la creazione della “Coppa dei Campioni” lascia il dubbio su quale sarebbe stato l’impatto di Nordahl nel massimo torneo europeo per squadre di Club – dopo che aveva concluso, a fine 1948, il suo cammino in Nazionale con il pregevole record di 43 reti messe a segno in 33 presenze, le ultime delle quali confezionano l’intera cinquina rifilata dalla Svezia alla Norvegia nel 5-3 di Oslo del 19 settembre ’48 – dovendoci semplicemente “accontentare” di registrare le proprie imprese nel nostro Campionato, dove le sue messi di reti non fanno però rima con altrettanti successi rossoneri.

Giunti, difatti, secondi nel ’52 alle spalle ancora della Juventus, con John Hansen a prendersi la doppia rivincita sullo svedese, superato altresì (30 a 26) nel computo delle reti per l’unico titolo di Capocannoniere sfuggito a Nordahl nelle sue prime sei stagioni intere al Milan, i rossoneri vengono preceduti dai “cugini” nerazzurri anche nelle due successive stagioni 1953 e ’54, il cui tecnico Alfredo Foni predica un Calcio totalmente diverso rispetto ai canoni dell’epoca, fondato su di una difesa ermetica (24 e 32 reti rispettivamente subite) e cogliendo il primo dei due titoli consecutivi con appena 46 (!!) centri messi a segno dall’attacco nonostante  lo stesso potesse comunque contare su frombolieri del calibro di Benito Lorenzi ed Istvan Nyers …

[…]

Già liquidato nell’estate precedente l’oramai 33enne Gren, ceduto alla Fiorentina, il mercato ’54 porta in dotazione alla causa rossonera un altro fuoriclasse del centrocampo nella figura dell’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, ingaggiato a conclusione dei Mondiali di Svizzera, ideale per fornire le “munizioni” (leggasi assist …) che Nordahl si incarica di trasformare in moneta sonante, coadiuvato in attacco anche da un altro scandinavo, stavolta danese, Jorgen Sorensen, prelevato dall’Atalanta già l’estate scorsa.

Un trio che funziona a meraviglia, in un Campionato che vede il Milan dominare la scena con un adeguato equilibrio tra i reparti – in cui fa la sua bella figura anche Liedholm, nel frattempo arretrato in mediana – ed i 26 centri di Nordahl, per il suo quinto titolo di Capocannoniere nonché terzo consecutivo (record il primo tuttora ineguagliato, mentre il secondo è stato pareggiato da Platini nel triennio 1982-’85 in bianconero …), uniti ai 15 di Schiaffino ed ai 13 del danese certificano il quinto Scudetto della storia del Club di via Turati.

La carta d’identità inizia a chiedere il conto a Nordahl, il quale, oramai per i 35, disputa la sua ultima stagione in rossonero permettendosi comunque di superare in altre 23 occasioni i portieri avversari, preceduto nella Classifica Cannonieri dal solo bolognesi Pivatelli che chiude a quota 29 – e, pertanto, se si esclude il primo semestre, nei successivi 7 tornei completi lo svedese si laurea 5 volte miglior marcatore ed in altre 2 circostanze si piazza secondo – e, mentre il Milan, al pari delle altre squadre, non può che applaudire la straordinaria cavalcata della Fiorentina del Dottor Bernardini, ecco che, finalmente, anche Nordahl ha l’opportunità di scendere in campo nell’edizione inaugurale della Coppa dei Campioni.

[…]

Oramai anche per Nordahl il triste momento dell’addio sta per giungere, non prima di approdare nell’estate ’56 alla Roma dove, a dispetto dell’età, è ancora in grado di mettere a segno 13 reti prima di svolgere, l’anno successivo l’incarico di allenatore/giocatore e quindi far ritorno in Svezia per i suoi ultimi scampoli sul terreno di gioco con il Karlstads in Seconda Divisione, abbandonando definitivamente l’attività agonistica nel 1960, alla soglia dei 39 anni, mentre due anni prima i suoi compagni Gren e Liedholm, richiamati in Nazionale, avevano sfiorato la grande impresa al Mondiale di Svezia ’58, sconfitti solo in Finale dal Brasile del nuovo astro planetario Pelè.

Ma forse, a quella Svezia – che poteva contare in attacco su Hamrin, Gren e Skoglund, con Liedholm in mediana – per “coronare il sogno” mancava l’ultimo tassello utile a completare un puzzle vincente, un “Pompierone” da oltre 500 reti in Carriera tra Club e Nazionale, tuttora terzo nella “Graduatoria All Time” dei Cannonieri della nostra Serie A e primo nella storia del Milan con 221 centri complessivi, seguito da Shevchenko a quota 175 ….

Che vuoi farci, mica si può avere tutto dalla vita …

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La fulminante carriera di Marco Van Basten, il Cigno di Utrecht

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ESQUIRE.COM – Marco Van Basten, nome italianissimo innestato su un cognome da tulipani arancioni. Uno dei più grandi campioni di sempre, uno dei più grandi rimpianti sul campo per colpa di un talento tanto impressionante quanto minato dalla fragilità fisica, che ne ha interrotto la carriera davvero troppo presto. Una fiammata immensa, Marco Van Basten “il Cigno di Utrecht”, e mai un soprannome avrebbe saputo descrivere più chiaramente l’eleganza potentissima di uno sportivo. Un centravanti spettacolare con caviglie di cristallo fragilissimo. Marco Van Basten ha fatto la storia del Milan grazie a gol memorabili, vincendo tutto con la squadra rossonera ma anche alzando il trofeo di Campione d’Europa con la nazionale olandese nel 1988. Tutto velocissimo: la storia di una carriera finita troppo presto.

Marco Van Basten nasce il 31 ottobre 1964 nella città di Utrecht, in Olanda. Fin da piccolo si appassiona al calcio: a 7 anni giocava in una squadra locale di Utrecht chiamata UVV, che è stata il suo vivaio di crescita e sviluppo. Un rapido passaggio in un altro club della città, l’USV Elinkwijk in cui giocò solo una stagione, e i papaveri dell’Ajax si accorsero di quanto fosse bravo quel ragazzo dalle gambe lunghe in grado di controllare il pallone come pochi altri. All’età di diciassette anni entrò nelle categorie inferiori del club ma il 3 aprile 1982, a 18 anni, Marco Van Basten debuttò in prima squadra contro il NEC Nijmegen, andando a sostituire una leggenda come Johan Cruyff.

Van Basten a Euro 88

Marco Van Basten è stato il capocannoniere della lega olandese per tre anni. I suoi score continui lo hanno portato a guadagnare un posto nella nazionale di calcio dei Paesi Bassi, gli Orange. Nei 10 anni in cui ha vestito la maglia della nazionale, tra il 1983 e il 1993, Marco Van Basten ha segnato 24 gol. Il più importante, e considerato anche uno dei gol più belli della storia (tiro al volo ad incrociare sul secondo palo, da una posizione quasi impossibile), lo segnò contro la allora Unione Sovietica agli Europei 1988. E fu il gol che consegnò alla squadra olandese la vittoria dell’Europeo.

Giocatore dalla classe eccezionale e dotato di senso del gol come pochi altri, Marco Van Basten era il sogno di molti presidenti di club europei. A spuntarla il 5 luglio 1988 fu una squadra italiana, il Milan, guidato dal nuovo presidente Silvio Berlusconi. Si formò così un trio indimenticabile per chiunque abbia seguito il calcio di quegli anni, non solo per i tifosi rossoneri: Marco Van Basten, Ruud Gullit e Frank Rijkaard. Tre giocatori fenomenali (e diversissimi), tutti e tre olandesi. Il palmares di Van Basten nel Milan è stato magistrale: tre campionati italiani (1988, 1992 e 1993), due Coppe dei Campioni (1989 e 1990), due Supercoppe Europeee (1990 e 1991) e due Coppe Intercontinentali (1989 e 1990), per un totale di 147 partite e 90 gol complessivi. Durante la sua carriera in rossonero Marco Van Basten ha vinto anche tre Palloni d’Oro (1988, 1989 e 1992), ed è terzo nella classifica dei più premiati di tutti i tempi dopo Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, al pari con il vecchio collega Johan Cruyff e con Michel Platini.

Marco Van Basten e la caviglia traditrice

La strepitosa carriera del talento incredibile di Marco Van Basten è stata purtroppo ostacolata da problemi fisici. Già nel 1986, dopo un contrasto, fu costretto a operarsi alla caviglia destra in Svizzera. L’anno dopo, da giocatore del Milan di Arrigo Sacchi, si infortunò di nuovo ma alla caviglia sinistra: restò fermo 6 mesi e tornò a giocare direttamente nella partita decisiva contro il Napoli di Maradona, al San Paolo, quando il Milan si laureò campione d’Italia. Nel 1990 fu la volta del menisco, due anni dopo toccò di nuovo alla maledetta caviglia sinistra: Marco Van Basten si operò ancora una volta, ma non fu l’ultima. Lo stop definitivo alla strepitosa carriera del Leonardo da Vinci del calcio, come lo definì Adriano Galliani, arrivò nel 1995, dopo che per due anni Van Basten aveva provato a recuperare dall’ultimo, disperato intervento alla caviglia. A quasi 31 anni, il 17 agosto 1995 Marco Van Basten annunciò il suo ritiro dal calcio.

Marco Van Basten, famiglia

Nella sua infanzia, ha sofferto la separazione dai suoi genitori, oltre a una lunga malattia sofferta da sua madre. Era molto legato al padre Joop van Basten, ex giocatore di DOS e HVC morto nel 2014, considerato vero faro personale da parte del calciatore. La moglie di Marco Van Basten è Liesbeth van Capelleveen, con cui si è sposato il 21 giugno 1993 in un castello alla periferia di Utrecht. Hanno avuto tre figli: Rebecca nata nel 1990, Angela arrivata due anni dopo e l’ultimo, Alexander, nato nel 1997. Attualmente Van Basten vive tra Badhoevedorp, vicino Amsterdam, e Monaco, dove possiede una casa.

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Amarcord: dal fallimento all’Europa, l’impresa del Napoli di Lippi

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L’estate del 1993 a Napoli è un trito di ansia e disperazione: i guai giudiziari del presidente Corrado Ferlaino (inquisito nell’inchiesta di Tangentopoli) costringono la società ad un corposo ridimensionamento economico, oltre ad una ristrutturazione societaria con l’ex allenatore campione d’Italia coi partenopei nel 1987, Ottavio Bianchi, capo dell’area tecnica e l’imprenditore salernitano Ellenio Gallo promosso presidente. Nelle casse napoletane mancano i liquidi, non ce ne sono a sufficienza neanche per garantire l’iscrizione al campionato e già da Brescia dove la squadra lombarda è appena retrocessa in serie B dopo lo spareggio di Bologna contro l’Udinese, si inizia a tener d’occhio la situazione del Napoli per un eventuale ripescaggio. Ad inizio anni novanta, poi, ci sono poche agevolazioni e paracaduti per chi fallisce: non esistono situazioni di comodo e ripartenze da categorie attigue a quella di competenza solo per meriti sportivi o blasone, ad inizio anni novanta chi fa crack lo fa grosso e riparte dai dilettanti. A Napoli la paura è tanta, Gallo è un buon dirigente ma si ritrova di fronte un dramma sportivo in cui precipitare nel burrone è un rischio molto più vicino di quanto non sembri. Sono giorni frenetici nel capoluogo campano: Gallo e Bianchi capiscono che devono salvare il salvabile, devono almeno provarci anche se il tempo è poco; in quattro e quattr’otto viene imbastita una trattativa col Parma che per quasi 30 miliardi di lire porta Gianfranco Zola, Massimo Crippa e Giovanni Galli in Emilia, mentre Massimo Mauro, ormai a fine carriera, viene lasciato libero. Va via pure Antonio Careca che sceglie il Giappone, cessioni dolorose ma necessarie perchè grazie ai soldi incassati il Napoli tira il primo sospiro di sollievo trovando i fondi per l’iscrizione alla serie A.

Evitato il fallimento, c’è ora da capire chi scenderà in campo con la maglia azzurra e sotto quale guida. E’ chiaro che il Napoli deve riporre nel cassetto ogni sogno di gloria e che la stagione dei partenopei si preannuncia tutta in salita e con alte probabilità di costruire un organico di soli giovani che come unico obiettivo si pongano quello di conservare la massima serie. Ottavio Bianchi si assume la responsabilità di scegliere l’allenatore e convince Marcello Lippi a sedersi sulla panchina del Napoli; Lippi è reduce da due ottime stagioni, la prima a Lucca in serie B (ottavo posto finale) e la seconda a Bergamo in A con l’Atalanta che ha sfiorato la qualificazione in Coppa Uefa, persa solamente nelle ultimissime battute del torneo. Napoli è una piazza prestigiosa ed il tecnico toscano non si spaventa di fronte alle difficoltà in cui versa il club campano: “Napoli è Napoli – dice al telefono a Bianchi – se mi garantite una rosa di qualità, anche giovane, posso assicurare che non retrocederemo”. L’accordo è semplice da trovare ed anche la questione economica si risolve velocemente, anche perchè Lippi è ambizioso, sa di essere un allenatore con idee e personalità, è consapevole dei rischi ma anche del fatto che far bene a Napoli e con quel Napoli può aprirgli le porte del grandissimo calcio e farlo sedere su una panchina top. La notizia più importante per il tecnico di Viareggio è la conferma dell’attaccante uruguaiano Daniel Fonseca, il cui passaggio al Milan sfuma quando c’erano da mettere solo le firme sul contratto, mentre il resto dell’ossatura della formazione azzurra si compone per lo più di giovani talentuosi: in porta è promosso Giuseppe Taglialatela, in difesa lo scugnizzo Fabio Cannavaro, a centrocampo l’altro campano doc Fabio Pecchia, in attacco, oltre a Fonseca, ecco gli ex juventini Renato Buso e Paolo Di Canio. Il capitano è l’inossidabile Ciro Ferrara, a guidare una ciurma di ragazzotti inesperti ma volenterosi.

Lippi predica calma e avvisa l’intero ambiente napoletano: “Ci sarà da soffrire, ma con l’aiuto di tutti raggiungeremo gli obiettivi”. L’allenatore del nuovo Napoli è sicuro del fatto suo, è un po’ burbero e scontroso, ma è bravissimo a cementare un gruppo che nello spogliatoio ed in campo è unito e compatto, tutti si battono per sè stessi e per l’altro, consapevoli di essere inferiori a molte squadre ma anche, forse, più cattivi di loro. Le griglie di partenza del campionato, poi, rinforzano la voglia di rivalsa del Napoli perchè i partenopei sui giornali vengono piazzati nelle ultime file, a precedere le sole neopromosse Cremonese, Lecce, Piacenza e Reggiana. Ed in effetti i primi risultati sembrano dar ragione agli scettici: al debutto, il Napoli perde 2-1 al San Paolo contro la Sampdoria di Gullit e Mancini, mentre alla seconda giornata i campani vengono sconfitti malamente a Cremona 2-0 e al terzo turno conquistano il primo punto grazie allo 0-0 casalingo contro il Torino. Un punto in tre giornate, non il massimo, ma del resto che sarebbe stata un’annata di sofferenza lo sapevano un po’ tutti e diversi tifosi sono già contenti perchè il Napoli è ancora in serie A, anche se non vedono particolari prospettive per una squadra con volontà ma che nelle prime tre settimane di stagione è apparsa inesperta ed immatura. Lippi chiede tempo, la trasferta di Roma contro i giallorossi sembra un massacro annunciato per gli azzurri e sarà invece la svolta del loro campionato: il Napoli è perfetto, attacca la Roma sin dall’inizio, va in vantaggio per due volte con le reti di Buso e Di Canio e per due volte viene rimontato dalla compagine romanista, senza però perdersi d’animo e trovando anzi la vittoria grazie ad un eurogol di Ciro Ferrara che firma così il primo successo di un Napoli che pareggia poi in casa del Genoa, batte al San Paolo l’Udinese, blocca in casa l’Inter sullo 0-0 e riesce a battere consecutivamente sia il Cagliari in trasferta che il Lecce in casa, allontanandosi dai bassifondi della classifica.

Le due sconfitte consecutive contro Lazio e Milan non scalfiscono le certezze di Marcello Lippi,  così come l’eliminazione dalla Coppa Italia al primo turno per mano dell’Ancona, formazione di serie B che arriverà fino alla finale della manifestazione. Il Napoli è squadra ed è squadra vera: in campo vanno 11 calciatori che sembrano soldati addestrati, fuori dal rettangolo verde ci sono circa venti uomini che sono amici, che si aiutano l’uno con l’altro e che spesso si ritrovano per una cena o un’uscita in compagnia, come una comitiva di ragazzi qualsiasi. In uno di questi incontri, il terzino Enzo Gambaro (ex Milan e Parma) viene deriso in un locale da alcuni camerieri ed avventori per la dimensione delle sue orecchie; sul momento il calciatore non risponde, ma in macchina è evidente il suo disappunto. Alla guida della vettura c’è Paolo Di Canio che si accorge del malessere del compagno, fa inversione, torna indietro, trascina fuori dalla macchina il difensore che intanto provava a dissuaderlo con vari ed inutili “Ma no Paolo lascia stare, che ci frega”, ed affronta con decisione chi aveva sbeffeggiato Gambaro, ottenendo anche le scuse. Questo è il Napoli, questa è la compattezza di un gruppo che ben presto si accorge che quella stagione può diventare magica, forse non come quelle dei due scudetti partenopei ma forse a loro accostabile, anche perchè nata sull’orlo di una crisi che rischiava di cancellare il capoluogo campano dalle cartine geografiche del calcio. Prima di Natale gli azzurri perdono sì in casa della Juve, ma al San Paolo ottengono risultati roboanti come il 5-0 alla Reggiana o il 4-0 all’Atalanta, oltre a sbancare 3-1 il Tardini di Parma in casa di una delle candidate allo scudetto.

Il Napoli è in piena lotta per l’Europa, altro che zona retrocessione: Lippi ha toccato i tasti giusti e i nuovi arrivi si sono imposti come calciatori già pronti per la serie A. Fonseca segna, Buso e Di Canio rifiniscono, a centrocampo Corini organizza la manovra, Thern e Bordin fanno legna, in difesa la vecchia guardia Ferrara-Francini protegge l’emergente Cannavaro che mostra subito di avere un talento fuori dal comune. I partenopei diventano abilissimi nelle rimonte: vanno spesso sotto ma riescono con caparbietà ad acciuffare pareggi e vittorie dopo lo svantaggio, come nei casi delle gare casalinghe contro Foggia e Roma (due rivali dirette nella corsa Uefa), agguantate sull’1-1 come anche Torino e Genoa, riprese dai rigori di Fonseca e Di Canio. Lo 0-0 di San Siro contro l’Inter sa tanto di esame di maturità superato per gli uomini di Lippi che si concedono anche un paio di passaggi a vuoto come la sconfitta per 3-1 incassata a Udine o quella casalinga contro il Cagliari. Il 27 marzo 1994 al San Paolo arriva il Milan di Fabio Capello che sta dominando il terzo campionato di fila ed è in corsa pure per vincere la Coppa dei Campioni; è la 29.ma giornata, fa già caldo, in palio fra azzurri e rossoneri non c’è più lo scudetto come negli anni ottanta, ma Napoli-Milan ha sempre un fascino particolare. Lo stadio è pieno, il Napoli attacca e sin dalle prime battute della gara si capisce che la squadra di Lippi ha molte più motivazioni rispetto a quella di Capello che attende quasi stancamente che l’aritmetica certifichi l’ennesimo titolo nazionale e che bada soprattutto a non procurarsi infortuni in vista delle semifinali e della finale di Coppa Campioni. A dieci minuti dal termine, Paolo Di Canio riceve palla ai trenta metri, scatta sulla sinistra ed entra in area, poi inizia ad ubriacare di finte Mauro Tassotti e Franco Baresi (non gente qualsiasi, insomma), gioca con loro, torna indietro e scatta in avanti, poi all’improvviso lascia partire un sinistro folgorante che batte Rossi e si insacca all’incrocio dei pali. Lo stadio si infiamma, il Milan è al tappeto, il Napoli è sempre più lanciato verso una clamorosa e mai pronosticabile qualificazione in Coppa Uefa.

Il 10 aprile gli azzurri strappano uno 0-0 importantissimo al San Paolo contro la Juventus, poi buttano un occhio al calendario e si accorgono che all’ultima giornata andrà in scena lo scontro diretto fra Roma e Torino e soprattutto quello dello Zaccheria di Foggia fra i pugliesi e gli uomini di Lippi. Al Napoli servono dunque gli ultimi sforzi per raggiungere un sogno: il pareggio di Bergamo contro una formazione ormai retrocessa delude le aspettative e lascia affiorare un pizzico di ansia nei partenopei, bravi a battere il Parma al San Paolo nel penultimo turno e a sbancare Foggia nel giorno del commiato dal campionato grazie ad un altro gol di Paolo Di Canio che regala al Napoli vittoria, sesto posto in classifica e qualificazione in Coppa Uefa, un traguardo a cui forse nessuno ad inizio stagione osava neanche pensare. Lippi viene portato in trionfo sul prato di Foggia, applaudito anche dai tifosi avversari, perchè tutti in quella calda domenica del 1 maggio 1994 si accorgono del miracolo compiuto da una squadra nata nella disperazione e nell’incertezza societaria e capace invece di costruire un campionato praticamente perfetto, frutto di organizzazione, lavoro, sacrificio ed entusiasmo, alla faccia dei guai presidenziali e di stipendi mai giunti con regolarità. Infortuni, squalifiche, rosa corta: Marcello Lippi non ha mai cercato scuse o alibi, si è fatto seguire dai suoi calciatori, risultando il vero leader del gruppo azzurro in cui emergono su tutti Daniel Fonseca (autore di 15 reti) e Paolo Di Canio, trascinatore e funambolo di una squadra che ha trovato nel tornante romano la scintilla per accendersi.

Lippi raggiunge il suo scopo: far bene a Napoli per essere notato da qualche big e fare il definitivo salto di qualità. Nell’estate del 1994, infatti, a notarlo è la Juventus che gli affida panchina e rinascita, dando inizio ad un connubio che frutterà 5 scudetti, una Coppa dei Campioni (più altre tre finali perse), una Coppa Italia, un’Intercontinentale, una Supercoppa Europea, 4 Supercoppe Italiane e che consacrerà il tecnico toscano come uno dei migliori della sua epoca, finendo anche per diventare campione del mondo alla guida della nazionale italiana nel 2006. Trionfi che Lippi ha costruito partendo dal basso, potendo dire che forse tutto è iniziato in quell’unica e irripetibile stagione a Napoli quando da un possibile fallimento è nata una squadra vincente.

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La Penna degli Altri

Lo scudetto giallorosso del 1983 e Falcao eletto “Ottavo Re di Roma”

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – L’estate 1982 è una stagione di gioia per i tifosi italiani grazie alla Nazionale tornata a trionfare in un Campionato del Mondo a 44 anni di distanza dal successo di Parigi 1938 al termine di una fantastica cavalcata che ha visto gli Azzurri sconfiggere, una dopo l’altra, Argentina, Brasile, Polonia e Germania Ovest, miglior “biglietto da visita” per un prossimo Campionato di Serie A che si presenta avvincente come non mai. (altro…)

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