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La Penna degli Altri

Nils Liedholm: c’era una volta il “Barone”…

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IOGIOCOPULITO.IT (Tommaso Nelli) – Se ci fosse ancora, oggi spegnerebbe novantasei candeline. Ma con sobrietà. Come nel suo stile. “Papà non amava molto festeggiare il suo compleanno, non gli dava un gran peso” dice Carlo Liedholm, figlio di Nils, monumento del calcio mondiale da giocatore e da allenatore, nato l’8 ottobre 1922 a Valdemarsvik, cittadina sul Baltico del sud di quella Svezia che, da leader del centrocampo, condusse all’oro olimpico di Londra (1948) e che lasciò l’anno dopo per il Milan. “Disse a mio nonno che sarebbe rimasto due anni e poi sarebbe ritornato. E invece…”.

E invece l’Italia lo stregò per tutta la vita. Trascorsa all’insegna del calcio. E di una squadra, in particolare: il Milan. “Ne è sempre stato tifoso, anche quando allenava altri club, perché ci giocò tutta la carriera e ne fu capitano e bandiera. La prima della storia”. 359 partite, 81 gol, quattro scudetti, una Coppa Campioni lasciata al Grande Real, che lo aveva cercato però senza successo, ma soprattutto mai un’ammonizione. Non perché evitasse i contrasti, quanto perché era corretto. Come lo sarà in panchina. “Mai una polemica contro un arbitro, prese con filosofia anche ‘il gol di Turone’, sapeva che con la Juve potevano capitare certe cose” racconta il figlio, nato dal matrimonio tra Nils e una nobildonna piemontese, che ne favorì il soprannome di “Barone”.

Significava classe ed eleganza. In una parola, carisma. Quello che emanava la sua figura, quello che esercitava sui propri giocatori. “Non era un sergente di ferro, non è mai stato punitivo, parlava a bassa voce, ma sapeva farsi ascoltare ed ebbe un ottimo rapporto con tutti i suoi giocatori” ricorda ancora Carlo. Una mentalità forse rivoluzionaria per i tempi (anni Settanta e Ottanta) accompagnata da una visione del calcio altrettanto avanguardista. “Papà era uno svedese anomalo, metteva la tecnica davanti a tutto, stravedeva per i calciatori sudamericani e diceva che senza buoni calciatori un allenatore non va da nessuna parte”. Anche la metodologia d’allenamento era all’insegna del progresso. “Il pallone non mancava mai, se un calciatore doveva migliorare, lui si fermava a fare ripetizioni tecniche a fine seduta. E a Roma le porte del Tre Fontane erano sempre aperte, nessun segreto da nascondere, c’erano solo 3-4000 tifosi da far felici”.

Teorico del possesso palla – “Finché ce l’abbiamo noi, sono gli altri a doversi preoccupare”sarà una delle sue frasi celebri – Liedholm sviluppò la sua filosofia a Verona (dalla C alla A in due stagioni ’66-68), a Varese (’70, promozione in A), a Firenze (’71-‘73) e, soprattutto, al Milane alla Roma. In rossonero realizzò il primo capolavoro con lo scudetto della Stella (1979). “Ottenne il massimo da un organico non da scudetto. Aveva una buona difesa – Albertosi, Maldera III, Collovati, Baresi, promosso titolare giovanissimo al posto di Turone che non la prese tanto bene ma che poi lo seguì subito a Roma – seppe tirar fuori il massimo da Buriani e De Vecchi, e s’inventò Bigon centravanti, forse il primo falso ‘nueve’ della storia del calcio”.

Della sua trilogia in giallorosso, il secondo capitolo è il più esaltante. “Dopo lo scudetto Viola, col quale ebbe sempre uno straordinario rapporto perché erano simili come carattere (formali e rispettosi dei ruoli), gli disse che avrebbe comprato la Roma a condizione che ritornasse. Lui non se lo fece dire due volte. Roma gli era rimasta nel cuore, ne fu innamorato perso per tutta la vita e, anche se conduceva una vita riservata, amava vivere al centro”. Due coppe Italia (’80 e ’81) e un secondo posto prima della proclamazione a “Imperatore”. Genova, 8 maggio 1983. “Una squadra bellissima, rimasta nel cuore dei tifosi per i suoi giocatori fortissimi: Tancredi, Maldera III, Falcao, Bruno Conti, Di Bartolomei, Pruzzo. Lo scudetto fu un impatto emotivo straordinario, quello del ’42 non era mai stato troppo considerato dalla città, doveva venire, la squadra giocava troppo bene e l’entusiasmo era sempre più crescente. Le immagini di Genova sono indimenticabili, la gente ai bordi del campo, l’invasione alla fine, papà portato in trionfo dai tifosi, la festa a Roma…”. L’anno dopo, in Coppa Campioni, solo il Liverpool impedì la divinizzazione del “Barone”. “Partita equilibrata, Liverpool più esperto, ma serata fatale: Pruzzo dovette uscire per un mal di stomaco, si fece male anche Cerezo, erano due rigoristi, Falcao invece non ne aveva praticamente mai battuto uno…“.

Vinse la terza coppa Italia (’84), suggerì Eriksson a Viola, poi ritornò al Milan. Per ragioni di cuore.  “Voleva essere più vicino al Piemonte, a casa”. Anni difficili. Il presidente Farina fuggì in Africa indebitato fino al collo, la società rischiava il fallimento, ma Liedholm si tolse comunque la soddisfazione di lanciare un’altra promessa: Paolo Maldini (16 anni).

Se i giovani erano un’altra sua passione – “Ogni anno ne aggregava almeno due-tre alla prima squadra” – la Juve fu l’avversario più sentito – “Anche del derby, che considerava una partita da due punti” – mentre Berlusconi il presidente meno amato. “Soffriva il carisma e la competenza di mio padre, erano due personalità forti e il rapporto non fu il massimo”.

E allora fu ancora Roma. Terzo posto (’88) dietro il Milan di Sacchi e il Napoli di Maradona – “Un gran risultato, buona squadra con Giannini, Voeller, Tancredi, Nela…” – poi l’anno dopo pagò il malore di Manfredonia e le stravaganze di Renato: “Fortissimo, ma senza la testa per il calcio europeo”. Dopo la sconfitta nello spareggio Uefa contro la Fiorentina (1-0, gol di Pruzzo, ironia della sorte), il ritiro. “Decisione automatica, anche se poi tornò nel ’97 con Sella per salvare la Roma e ammirare un giovanissimo Totti”. Dopodiché rientrò definitivamente nelle sue vigne del Monferrato – “Erano di mia mamma, a lui piacevano perché gli ricordavano la campagna di quando era ragazzo” – per godersi la terra e i nipoti fino alla fine del viaggio (5 novembre 2007).

Oggi quel suo calcio basato sul possesso palla è replicato dalle squadre di Guardiola, ma a velocità più elevata. “Sono cambiati i metodi di allenamento” sottolinea Carlo, che lo scorso anno, nella tenuta di famiglia, ha premiato Claudio Ranieri al termine della sesta edizione del “Premio Liedholm”, assegnato ogni anno a quei personaggi del mondo del calcio che si distinguono non solo per i successi, ma per la serietà, la correttezza, l’etica e l’affabilità. “Purtroppo è sempre più difficile trovare qualcuno che incarni questi valori”.

Se la Svezia, alla quale rimase sempre legato, gli ha dedicato un francobollo, un busto nel centro di Vladesmarvik e l’ha eletto miglior giocatore di sempre, in Italia e in Europa di Liedholm, e del suo modo di vedere il calcio, come dice il figlio, forse non c’è davvero quasi più traccia. Però c’è la sua storia. Da valorizzare e tramandare ai posteri. Perché la classe è un po’ come il pallone: meglio sempre averla con noi. Ovunque tu sia, tanti auguri Nils. Och tack för allt. (E grazie di tutto).

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Quel 18 giugno nel quale la Ternana scrisse la storia del calcio umbro

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CALCIOFERE.IT – Un articolo di Emanuele Lombardini per calciofere.it ci ricorda come il 18 giugno 1972 la Ternana, battendo il Novara per 3-1, conquistava per la prima volta nella sua storia la serie A.

La squadra di Corrado Viciani e del presidente Giorgio Taddei era “senza stelle, ma con giocatori capaci di vincere con la forza del gruppo”.

La Ternana è la prima squadra umbra a raggiungere la serie A, il Perugia dovrà attendere la stagione 1974/75. L’autore poi cita un articolo dell’epoca tratto da Tuttosport …“Ha vinto la Ternana, ha vinto Viciani il meraviglioso pubblico ternano. Quel pubblico che è stato vicinissimo alla squadra sin dall’inizio ed ha invaso gli stadi di tutta Italia per sostenere il proprio undici. Corrado Viciani, il tecnico che ha sempre tenuto i piedi in terra e che  è riuscito a caricare gli atleti al punto giusto, è stato di una compostezza esemplare. Al suo posto, qualcuno avrebbe potuto perdere la testa”.

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Il 17 giugno 1970 la partita del secolo, Italia-Germania 4-3

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ILVALOREITALIANO.IT (Carlo Saccomando) – Una partita universalmente nota come “la partita del secolo”… parliamo ovviamente di Italia – Germania 4-3 giocata esattamente 49 anni fa allo stadio Atzeca di Città del Messico. Un incontro valevole come semifinale mondiale del 1970, in Messico, davanti ad un pubblico di ben 102.444 spettatori e oltre 30 milioni di telespettatori. Insomma il primo mondiale davvero “live”. Perché è considerata la “partita del secolo“?  … si chiede Carlo Saccomando nell’articolo, splendido, pubblicato oggi da ilvaloreitaliano.it…

“Le componenti che hanno reso questo evento epico sono diverse e nello stesso tempo complicate da spiegare tutte. Sicuramente il risultato finale di 4-3, per la maniera nel quale è maturato, ha contributo in gran parte alla straordinarietà dell’accaduto. In più si consideri la rivalità calcistica, che aumenterà sempre di più negli anni a venire, oltre che a quella politica, figlia di rapporti diplomatici instaurati tra i due stati dalla loro nascita, nella seconda metà dell’Ottocento, sino all’alleanza durante la seconda guerra mondiale. Una collaborazione arenata prima della fine del conflitto mondiale e terminata amaramente, come i fatti di storia insegnano. È molto calzante una frase apparsa sul quotidiano Repubblica nel 2016, che dice così: ” “Loro, si dice, ci amano ma non ci stimano. Noi, si dice, li stimiamo ma non possiamo amarli.”

Nell’articolo si ripercorre il cammino delle due squadre sino alla storica sfida, avvenuta alla nostra mezzanotte “con 25 gradi di temperatura, un’umidità da tenerti incollata la maglietta al corpo come una seconda pelle e si giocava ad un’altitudine di circa 2.200 mt , tale da fiaccarti il respiro e renderti poco lucido se non sei abituato. Altri particolari che arricchiscono il significato di questo incontro”. 

Poi l’autore si concentra sulla descrizione della gara e racconta la fantastica girandola di emozione e di reti: prima Boninsegna, poi il pareggio di Schnellinger, lasciato incredibilmente da solo in pieno recupero al 93′. Quindi i supplementari, dove la Germania si porta in vantaggio, con gol di Gerd Müller. Dopo solo quattro minuti arriva il pareggio Burgnich e, un minuto prima del termine del primo supplementare, una straordinaria azione di Gigi Riva in contropiede regala ancora all’Italia il vantaggio. Al”inizio del secondo tempo supplementare la Germania Ovest trova con Seeler. Dopo neanche un minuto sigla il definitivo 4-3…. “Fu un’azione corale, la più bella della competizione per gli azzurri, a far scaturire il gol vittoria: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione di Gianni Rivera, che da centro area di piatto destro spiazzò Maier. La partita nonostante non venga ricordata negli annali tra le più spettacolari a livello di gioco, viene considerata ancora oggi tra le più emozionanti ed influenti nella storia del calcio professionistico. Non a caso i tifosi messicani per onorare l’avvenimento decisero di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per ricordare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia”.

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La triste storia del portiere Giuliani

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SPORTVITERBO.IT – Giuliano Giuliani era il solitario della compagnia, non solo per il ruolo che aveva in campo. Sulla Coppa Uefa del Napoli (17 maggio 1989) e sullo scudetto del 1990 ci sono anche i suoi guantoni. Ma pochi anni dopo oggi sono 20 da quel 14 novembre 1996 – “Giulio” è morto al reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. A 38 anni se l’è portato via una complicazione polmonare, dopo che aveva accompagnato a scuola la figlia Gessica. Giuliani aveva l’Aids- contagio forse verificatosi in Argentina – e il suo fisico era già minato dal 1994, quando si era ritirato sui colli bolognesi. Il calcio italiano lo ha rimosso ancora prima della sua morte, come sua unica vittima per il virus killer. Era un buonissimo portiere secondo l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che lo aveva allenato al Verona per tre anni. Sia a Verona che a Napoli, Giuliani aveva rimpiazzato Garella, in una sorta di rincorsa che nella seconda metà degli anni 80 lo aveva consacrato come uno dei migliori, subito dopo la coppia Zenga-Tacconi. Aveva fatto la riserva dello juventino all’Olimpiade di Seul 1988, prima di finire alla corte di Maradona. Le sue idee sempre avanti: voleva creare un raggio laser per misurare la distanza della barriera, aveva un negozio di abbigliamento, disegnava le maglie con cui giocava e le commercializzava. Sul campo era tra i 4-5 migliori: non era uno showman che si atteggiava, ma era un portiere essenziale. Ha lasciato un bel ricordo tra i suoi compagni. I calcio lo ha dimenticato perché in quegli anni si scappava da quella malattia.

Giuliani era stato cresciuto dagli zii ad Arezzo e aveva iniziato per emulare Albertosi. Diplomato geometra, era esploso nel Como, frequentava la Milano da bere ed era sposato con Raffaella, modella e conduttrice tv.

Tutti si sono dimenticati di quel portiere morto da solo – nel novembre del 1996- nel reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Emarginato non solo da tutto il mondo del calcio, che aveva lasciato, ma anche dai suoi ex compagni e amici come ha denunciato la moglie. Un destino triste, come quello probabilmente di tante altre persone meno famose che negli anni 90 pagarono sulla loro pelle il dilagarsi di quella malattia sconosciuta. Giuliani a Napoli non fu una comparsa: vinse l’Uefa nell’89 e lo scudetto del 90. Si fece apprezzare per essere l’esatto opposto del suo predecessore Garella. Amato dai compagni anche per la sua sobrietà. Avrebbe pagato una sola notte di follia, l’unica in cui, disse, tradi la moglie. Insieme a tutta la squadra azzurra partecipò al matrimonio di Maradona. La moglie lo lasciò quando lui confessò di aver contratto la malattia, salvo riavvicinarsi a lui quando il male divenne sempre più invasivo.

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