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Il Calcio Racconta

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Proponiamo qui un capitolo di storia sportiva assai singolare e interessante, un’autentica scommessa: “Evoluzione della tecnica calcistica”. Il titolo ci conduce immediatamente alla domanda: l’evoluzione del pallone da calcio è andata di pari passo con l’evoluzione della tecnica calcistica?  Risposta: .

Forse non precisamente di pari passo; ma è ormai certo che evoluzione del pallone ed evoluzione della tecnica calcistica sono due soggetti divenuti adulti insieme, come due compagni di scuola. La differenza? Il pallone si può anche toccare –possibilmente con i piedi–, la tecnica calcistica si può solo vedere: è la caratteristica che distingue e misura la classe del footballer, cioè colui che gioca al football. Da subito, si diceva che chi dominava la tecnica con gran facilità, era un “fuoriclasse”.

Una ricerca sulla storia della tecnica calcistica è estremamente complessa e difficile da mettere insieme. Innanzitutto perché testimonianze dirette risalenti agli albori del calcio non ve ne sono, per cui chiunque potrebbe azzardare teorie, perfino inventarle; e la ricerca ci obbliga a fidarci di scritti antecedenti. Si tratta poi di un argomento vastissimo, che si presta a molte e diverse chiavi interpretative. Ecco perché questo “lavoro” diventa una sorta di scommessa, ed ecco perché abbiamo fruito della consulenza dello storico del calcio Marco Livrini.

I calcio-filosofi latinoamericani amano ricordare che il football ha avuto una madre (l’Inghilterra) e un padre (il Sudamerica); vediamo allora come è cresciuto il figlio! La narrazione comincia: viaggio nella storia della tecnica calcistica.

L’abbigliamento “tecnico e non” dei footballers

Dire “tecnica calcistica alle origini del calcio”, significa parlare dei pionieri e del loro modo di giocare la palla. Ripassando i pochi testi e rivedendo alcuni documentari, ci arriva qualche informazione. Ad esempio, è accertato che le due scuole che inventarono il football, Inghilterra e Scozia, alle origini giocavano in modo diverso fra loro: gli inglesi puntavano l’avversario per sorpassarlo, gli scozzesi allontanavano il pallone verso il compagno vicino per poi “chiudere il triangolo”.

Qualche giornalista sostiene che nel primissimo calcio in Italia, per un breve periodo, non erano ammesse le finte con la palla: l’arbitro di solito interrompeva il gioco e accordava il free kick, o calcio di punizione, contro il giocatore che si fosse permesso di “fintare”.

In uno scenario del genere, ci chiediamo: come veniva giocata la palla? Come erano effettuati i dribbling? …e mandavano in delirio i tifosi come succede oggi? Esisteva lo stop di petto? E quanto era efficace? Il palleggio, la “veronica”, il “sombrero”… tutte queste tecniche alle quali oggi siamo abituati, erano praticati dai footballers? Sono domande che affascinano. Vediamo se troviamo delle risposte.

I boots con le strisce e i primi tacchetti

Per tentare di dare una risposta a queste domande semplici ma fondamentali, non basta basarsi sull’evoluzione del pallone. Si deve obbligatoriamente osservare l’evoluzione dei boots, cioè le scarpe da calcio –qui non le chiameremo “scarpini” come usano fare certi cronisti: scarpe sono, per uso sportivo, e scarpe rimangono.

Dall’inglese boot = stivale, si evince che al principio erano più stivaletti che scarpe. E ciò la dice lunga sulla finezza del tocco della palla con il piede, e quindi sul livello della tecnica. Ma bisogna tener conto anche di un altro fattore importante: le condizioni dei campi da calcio dell’epoca pionieristica; anche se l’Inghilterra Vittoriana era praticamente coperta di bellissimi prati d’erba, il maltempo e la pioggia –frequenti anche nelle belle stagioni– rendevano sempre lento il terreno; e anche allora come oggi, bastavano poche ore di gioco del football per trasformare un prato verde “all’inglese” in una palude di pantano. Ecco dunque una ragione in più per calzare dei robusti boots, quasi degli anfibi militari che aiutavano più a stare in piedi che a correre; erano dotati di accessori antiscivolo, cioè strisce di cuoio e tacchetti, ricostruiti nei disegni della fig. A.3: si trattava di protuberanze sotto la suola, composte da strati di cuoio duro tenuti insieme da chiodi e colla. In altre figure, scarpe con sole strisce (fig. A.4) e con tacchetti e strisce (figg. A.2 e A.5).

 

Fig. A.1: (prop. Roberto Falvo) – Scarpe da calcio “a stivale” dei primi anni Venti, in uso nel campionato italiano di Football.

Quanto alla fattura delle scarpe dei pionieri, è illuminante la fig. A.1; si tratta di “stivaletti” in uso nel campionato italiano di Football dei primi anni del Novecento: era già un equipaggiamento moderno per l’epoca. Si noti, oltre a forma e dimensioni, la punta piuttosto arrotondata: ciò perché, sotto il cuoio, era rinforzata con un guscio di ferro (v. ricostruzione nella fig. A.3).

Fig. A.2: Interessante paio di scarpe usate in Uruguay nel 1925. Le scarpe hanno la punta rinforzata con guscio di ferro, e come antiscivolo hanno due strisce di cuoio sulla parte anteriore e 3 tacchetti sotto il tacco (foto e proprietà di Rony L. Almenida).

 

Fig. A.3: (grafica T. Lanza) – Sezione della punta di una scarpa con rinforzo di ferro, e i primi accessori antiscivolo.

Guscio di ferro nelle scarpe? Sissignori, ferro a protezione della punta. E anzi, all’epoca erano molto praticati i tiri di punta: delle autentiche sassate piuttosto temute dai “guardiani” cioè i portieri. Oggi sorprenderebbe, e non poco; al contrario, un secolo fa la tecnica del calcio di punta era considerata una raffinatezza, e durò a lungo, tanto che anche in Italia furono famosi dei giocatori colpitori di punta, dei quali Gianni Brera scriveva che “colpivano il pallone nel centro con precisione, come un giocatore di bigliardo colpisce la biglia con la stecca”.

Il gioco era piuttosto rozzo e la fattura delle scarpe lo dimostrava; fin tanto che la calzatura era concepita per proteggere il piede, la forma richiamava lo stivale. Ma non tutte le scarpe avevano la punta di ferro.

Negli anni a venire, così come i palloni, anche le scarpe da calcio ebbero giustamente la loro evoluzione. Le figg. A.4 e A.5 mostrano interessanti calzature degli anni Trenta; sono modelli molto più leggeri e sicuramente alquanto raffinati, che rispecchiano il livello della tecnica calcistica raggiunta.

Fig. A.4: scarpe da calcio degli anni Trenta. La suola ha solo tre strisce per antiscivolo (foto e proprietà Marco Livrini). 

  

Fig. A.5: Scarpe primi anni Trenta, appartenute all’attaccante uruguagio Severino Varela. Anche queste con tacchetti e strisce ma non hanno la punta rinforzata (foto e prop. Marco Livrini).

Ai tempi dei pionieri si faceva uso di grosse ginocchiere, che indossavano soprattutto i portieri e non di rado anche i giocatori di altri ruoli. Qualche giocatore, più raramente, indossava ingombranti cavigliere; e per non parlare di berretti, baschi e altri fantasiosi copricapo, ritenuti “sportivi e alla moda”…

Accessori molto importanti per capire la tecnica calcistica dell’epoca, erano i shin guards cioè i parastinchi. I parastinchi delle origini del football erano diversi dagli attuali (v. fig. A.6); perciò il breve e conciso paragrafo che ne spiega storia e costituzione, ci è stato gentilmente scritto dal dott. Marco Livrini, storico e collezionista del calcio, cui appartengono molti dei cimeli originali qui illustrati.

The shin guards: i parastichi – di Marco Livrini

Fin dagli albori del calcio ricevere colpi alla tibia o ai malleoli era una diretta conseguenza dei tentativi di contendere il pallone all’avversario. A rendere particolarmente dolorosi questi impatti contribuiva non poco la struttura delle scarpe, pesanti e dure, non di rado con la punta rinforzata.

I footballers non tardarono dunque ad escogitare soluzioni protettive. Fu un calciatore del Nottingham Forest, Sam Widdowson, ad indossare per primo i parastinchi nel 1874. Si trattava di pannelli in cuoio flessibile di forma vagamente trapezoidale, rinforzati con stecche di legno parallele cucite al loro interno. Ripiegati come fossero una tegola, avvolgevano la superficie anteriore della gamba dalla caviglia fino al bordo inferiore dei pantaloni alla zuava, ovvero subito sotto alla rotula. Venivano inizialmente indossati al di sopra dei calzettoni fermati con cinghiette dietro ai polpacci.

Il modello originario si modificò negli anni seguenti con la comparsa delle protezioni per i malleoli, due propaggini rotonde, sempre di cuoio, agli angoli del bordo appoggiato al collo del piede. Un’ulteriore evoluzione fu la scomparsa delle cinghie, allorché verso la fine del secolo si cominciò a mettere i parastinchi sotto i calzettoni riducendone anche l’altezza.

Nel corso del ‘900 la struttura dei parastinchi non subì modifiche di rilievo, se non per la sostituzione del cuoio con la pelle, e poi con la tela imbottita di spugna, in modo da renderli più leggeri.

 

Fig. A.6: Coppia di parastinchi d’inizio Novecento, con cinghie e protezioni dei malleoli; sotto la superficie di cuoio si notano le sottili stecche di legno (foto e proprietà Marco Livrini).

Solo con l’uso della plastica, negli anni ’60, fu possibile eliminare le stecche di legno. Da allora ai materiali di sintesi, variamente modellati, è stata affidata fino ai giorni nostri la tutela delle tibie, dai campionati amatoriali fino al professionismo.

Solo in tempi recenti l’uso dei parastinchi è diventato obbligatorio sui campi di calcio. Sono ancora nella memoria dei calciofili le immagini di estrosi attaccanti che pur esposti alle rudezze dei tackles, scendevano in campo a calzettoni abbassati. Sivori, Amarildo, Corso, Meroni, sfidavano i difensori con dribbling beffardi, resi ancor più insolenti e sfrontati dalle tibie scoperte, come campioni invulnerabili.

La divisa dei footballers

La fig. A.7 mostra un pioniere del calcio italiano di fine 1800; come il soggetto della fig. A.7a, l’abbigliamento comprendeva anche pesanti camicie e un berretto con gli stessi colori della squadra. Nel complesso, era un abbigliamento pesante, con dei bragoni che poco concedevano all’eleganza e all’agilità richiesta per i movimenti acrobatici.

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Sesta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Settima e ultima parte

 

57 anni, tre figli, un cuore che batte per l’Hellas Verona. Tecnologo alimentare specialista in prodotti da forno industriali. Ex arbitro con la passione del calcio in bianco e nero. Collezionista di palloni, in particolare di quelli utilizzati durante i mondiali.

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8 dicembre 1985 – La prima Intercontinentale della Juventus e la protesta di “Le Roi”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – La Juventus di Mister Trapattoni sale sul gradino più alto del mondo e conquista a Tokio la sua prima Coppa Intercontinentale. È l’8 dicembre 1985 e ai calci di rigore batte l’Argentinos Junior squadra di Buenos Aires.  I bianconeri arrivano alla sfida dopo la vittoria nella Coppa dei Campioni nella tragica e dolorosa serata dell’Heysel, e affronta gli argentini vincitori della Libertadores. È questa una partita equilibrata e divertente e il primo tempo finisce sul risultato di 0-0. Gli argentini si portano in vantaggio con Ereos ma vengono raggiunti da “Le Roi” Platini su calcio di rigore. Poi al secondo vantaggio dell’Argentinos, gol di Castro, i bianconeri rispondono con Laudrup dopo un’azione splendida e assist del solito Michel Platini.

Quando il risultato è ancora di 1-1, Michel Platini segna una delle sue reti più belle ma gli viene annullata per fuorigioco di Brio: un capolavoro con “sombrero” in piena area di rigore e tiro al volo di sinistro. Il suo modo di dimostrare la contrarietà al direttore di gara rimane un’immagine scolpita nei ricordi di tutti gli appassionati di calcio: disteso sul campo in silenzio. Una posa delicata e polemica, una posa da “Re”. Ai tempi supplementari il risultato rimane ancorato sul 2-2 e si rende necessaria la lotteria dei calci di rigore. La Juventus segna con Brio, Cabrini, Serena e sbaglia proprio con Laudrup, l’autore del gol del pareggio. Dopo il secondo rigore parato da Tacconi, Platini deve tirare il rigore decisivo e non lo sbaglia. La Juventus è Campione del Mondo per Club.

Curiosità: la gara fu trasmessa in diretta da Canale 5 alle 04:00 di domenica mattina esclusivamente per gli abitanti della Lombardia, interrompendo in qualche modo il monopolio della Rai, perché in quei tempi vigeva il divieto per le emittenti private di trasmettere a livello nazionale.

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I pionieri del calcio a Vicenza: la famiglia Tonini

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Anna Belloni) – Con la pubblicazione del mio libro “Le due divise” mi sono preoccupata di colmare le lacune del periodo intercorso dalla fondazione dell’Associazione Calcio Vicenza nel 1902 fino allo scoppio della Grande Guerra, un periodo che era stato esplorato solamente dal volume “La Nobile Provinciale”, il bel lavoro di Antonio Berto.

Di tutte le vicende e i personaggi dell’epoca che ho incontrato nelle mie ricerche mi è rimasta particolarmente impressa una famiglia, che credo rappresenti una parte fondamentale della storia dei pionieri del calcio a Vicenza.

L’Ing. Virginio Tonini

L’ing. Virginio Tonini era nativo di Modena ed ebbe una lunga carriera come Ingegnere capo del Genio Civile, incarico che lo portò a spostarsi in varie città d’Italia. Si sposò ed ebbe cinque figli: Carolina, Alessandro che fu un famoso ingegnere e pioniere dell’Aereonautica Italiana, Angelo, e i due gemelli Giuseppe e Adolfo. Ad Arezzo l’ing. Tonini si fermò per seguire i lavori di bonifica della Val di Chiana, poi si trasferì a Udine e quindi nel 1905 a Vicenza. Alessandro il figlio maggiore, dopo aver completato gli studi a Liegi, si trasferì a Milano mentre i tre fratelli minori frequentarono le scuole a Vicenza. Certamente quello fu il luogo in cui avvenne il contatto con il calcio del prof. Antonio Libero Scarpa, insegnante di ginnastica principalmente all’Istituto Tecnico Fusinieri, ma in seguito anche al Liceo Classico Pigafetta. Angelo e i gemelli Adolfo e Giuseppe, iniziarono a giocare nell’Olimpia di Vicenza, piccola società poi confluita nel 1908 nell’Associazione Calcio Vicenza. L’Ingegner Virginio non poté fare a meno di essere coinvolto dall’entusiasmo dei suoi tre ragazzi e ricoprì, infatti, la carica di Presidente dell’Associazione Calcio dal 1911 al 1915. Negli anni della presidenza dell’ing. Tonini l’Associazione raggiunse traguardi importantissimi, prima fra tutti la partecipazione alla finale contro la Pro Vercelli, quando le uniche due squadre imbattute dei rispettivi gironi disputarono la finale per l’assegnazione del Campionato Italiano. Il Vicenza perse sia l’incontro di andata che il ritorno, ma per lunghi anni venne considerata come la maestra indiscussa del Girone Orientale e in particolare del Calcio Veneto.

Vediamo di entrare più nello specifico di questi tre grandi giocatori biancorossi

Angelo (Arezzo 26.11.1889 – Milano 18.02.1974) Molti sono gli aneddoti legati a questo giocatore dal carattere esuberante e un po’ bizzarro. Si dice che fosse famoso a Vicenza nei primi anni del secolo scorso per le sue acrobatiche quanto spericolate esibizioni in bicicletta lungo il muretto dei portici di Monte Berico, che terminavano con una frenata su una ruota sola e il manubrio puntato in alto. Alla fine della discesa si radunava ogni volta un capannello di spettatori che lo applaudivano e festeggiavano le sue acrobazie. Angelo frequentò l’Istituto Tecnico Ambrogio Fusinieri, conseguendo il diploma di ragioniere. In campo calcistico fu il più dotato tecnicamente dei tre. Sgusciante ala destra, giocò nell’Associazione Olimpia di Vicenza dal 1906 al 1908, poi dal 1908 al 1911 nell’Associazione Calcio Vicenza e infine, trasferitosi a Milano per motivi di lavoro, anche nell’Unione Sportiva Milanese dal 1911 al 1913. In quel periodo raggiunse infatti il fratello Alessandro, ingegnere aereonautico che lavorava nella progettazione di nuovi velivoli, mentre Angelo si occupava del collaudo e delle prove di volo. Angelo eccelse anche nel campo dell’atletica leggera e partecipò alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 nella specialità del salto in lungo. Purtroppo, a causa di un malessere, il giorno della gara non fu in grado di esprimersi al meglio. Si racconta infatti che avesse trascorso la notte precedente con un atleta giavellottista suo amico alla stazione di Stoccolma alla ricerca dei giavellotti che erano andati persi durante il viaggio nel vagone merci. Il freddo o probabilmente un’intossicazione alimentare gli preclusero la gioia della medaglia, che fu assegnata a un atleta che ottenne misure molto più basse degli standard abituali di Angelo. Ricordiamo che egli fu il primo atleta italiano a superare i sette metri nel salto in lungo e che le sue prestazioni nel salto in alto e nella corsa furono di assoluta eccellenza europea.

Partecipò alla Prima Guerra Mondiale in una Compagnia Automobilisti fino al 1918, quando fu inviato con il Contingente Italiano in Francia. Si stabilì definitivamente a Milano lavorando in una ditta come contabile.

Adolfo, (Arezzo 01.09.1893 – Montecchio Maggiore 30.11.1916) era il classico bravo ragazzo e studente modello. Si diplomò con votazioni altissime presso il Liceo Classico Pigafetta.  Brillante attaccante biancorosso e due volte capocannoniere della squadra, dall’altezza davvero ragguardevole per l’epoca (m. 1,85), era una spina nel fianco delle difese avversarie che non riuscivano a contrastare la sua prestanza fisica, i suoi colpi di testa e la potenza del suo tiro. Chiamato alle armi nel 1915, partecipò come Sottotenente di Complemento Artiglieria da Montagna alla Campagna Italiana in Albania, dove le nostre truppe furono inviate in soccorso dell’esercito serbo, accerchiato dalle truppe austriache. E fu proprio nel clima malsano della Linea di Valona che contrasse la malaria, che lo portò alla morte nel 1916 a soli 23 anni, in un Ospedale alle porte di Vicenza.

Giuseppe – detto Giugio – (Arezzo  01.09.1893 – Vicenza 1980) Gemello di Adolfo. Riconoscibile dal fratello solo per il colore dei capelli, neri per Giuseppe, biondi quelli di Adolfo. Studiò e si diplomò senza brillare all’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Rossi come perito elettromeccanico. Il suo unico pensiero non era studiare, ma giocare a calcio. Fu un ottimo calciatore di centrocampo, che anticipò il ruolo del libero moderno davanti alla difesa, figurando sempre tra i migliori in campo. Giocò ininterrottamente nel Vicenza – salvo la pausa per gli eventi bellici – fino al 1921. Partecipò alla Grande Guerra nell’Artiglieria da Montagna e nei reparti automobilisti, combattendo sull’Altopiano di Asiago, in Cadore, sul Grappa, sul Piave. Tornato a casa sano e salvo, si trasferì per un certo periodo a Milano dove frequentò la facoltà di Ingegneria presso il Politecnico, dal momento che erano stati istituti dei corsi abbreviati per permettere a quanti avevano dovuto interrompere gli studi a causa della guerra di terminare il percorso universitario. In quel periodo fu contattato dall’Internazionale, che cercava di ricostruire la squadra dopo la 1° Guerra Mondiale e la perdita di ben 26 tesserati tra i quali l’indimenticabile Capitano Virgilio Fossati, ma Giuseppe rifiutò desideroso di tornare a casa e di sposare finalmente la sua Ausonia. Tornato a Vicenza lavorò come importatore di legname per l’edilizia e dedicò il resto della sua vita affinché non venissero dimenticati gli Eroi biancorossi caduti nella Grande Guerra. Alla sua tenacia, a quella del fratello Angelo e di suo figlio Virginio dobbiamo la stele commemorativa posta nel 1973 all’entrata principale del Romeo Menti, realizzata su un bozzetto di Giovanni Saccarello, nipote di Giuseppe all’epoca appena ventiduenne. Davanti a questa stele che riporta i nomi dei caduti biancorossi della Grande Guerra si è tenuta domenica 25 novembre una piccola cerimonia commemorativa alla presenza del Patron Renzo Rosso, della dirigenza, di una rappresentanza di giocatori dell’attuale rosa e di alcuni familiari dei caduti biancorossi.

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Le foto sono state gentilmente concesse dalla Famiglia Tonini che ringraziamo.

Il libro “Le due divise” può essere acquistato contattando direttamente l’autrice “Anna Belloni” al seguente indirizzo mail: irideleda@libero.it

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29 novembre 1998 – “Il Derby Infinito”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – Zdenek Zeman, il tecnico boemo alla guida della Roma nella stagione 1998/1999, era solito rispondere alla domanda “Mister, ma lei cosa pensa del Derby?” con la seguente risposta: “Il Derby? partita come tutte le altre”. Sarebbe stato molto interessante ascoltare la sua risposta se qualcuno gli avesse posto la stessa domanda all’indomani di una gara che tifosi laziali e romanisti, all’unisono, difficilmente dimenticheranno: parliamo del Derby della Capitale che si disputa il 29 novembre 1998, ricordato anche come il derby “infinito”.

Quella sera va in scena allo stadio Olimpico di Roma una delle stracittadine più emozionanti, incerte e pazzesche che si possa ricordare, quella sera probabilmente viene riscritta una storia che sembrava già avere decretato vinti e vincitori.

I tifosi bianco-celesti, in quel periodo, possono contare su una squadra di primo livello, molto più competitiva rispetto ai dirimpettai giallorossi, basti ricordare alcuni degli elementi di maggiore spicco che compongono la rosa a disposizione di Mister Sven Goran Eriksson: “el matador” Marcelo Salas, il fuoriclasse Roberto Mancini, il fortissimo centrocampista serbo Stankovic, “el tractor” Almeyda ed altri. Inoltre la squadra guidata dal tecnico boemo viene da precedenti disastrosi negli ultimi scontri diretti con la Lazio, tanto che nella stagione precedente subisce quattro (4!) sconfitte consecutive tra campionato e Coppa Italia.

Lo scenario, per i romanisti, si prospetta quindi dei peggiori, non c’è nessun appello, bisogna infrangere un vero e proprio tabù, non si può permettere ai cugini di laziali di calare un pokerissimo che sarebbe passato direttamente agli annali del calcio.

Quella sera lo stadio Olimpico è vestito a festa e le coreografie delle due curve impreziosiscono una cornice di pubblico già bellissima. Proprio una delle due scenografie, quella messa in piedi dalla Curva Nord laziale, richiama ad uno scenario nefasto e allo stesso tempo beffardo per i cugini giallorossi: un enorme Mr. Enrich (questo il nome del tifoso-mascotte-icona del tifo bianco-azzurro, nato da un fumetto inglese e simbolo del gruppo ultras “Irriducibili”) mostra, sullo sfondo di un tavolo verde da gioco, quattro assi di diverso colore, ed uno striscione a corredo recita: “fate il vostro gioco … noi poker servito”. Il riferimento al “gioco” bello, ma poco pratico e infruttuoso, insegnato dal tecnico boemo e il rimando ai quattro derby stravinti nell’annata precedente da parte della Lazio, rappresentano dei messaggi chiari e per nulla subliminali che hanno come unico destinatario la Curva Sud romanista.

Queste premesse non possono non motivare ancora di più la Roma che parte vogliosa di riscatto (del resto come non può essere altrimenti?) nella prima metà del tempo e, al minuto ’25, Marco Delvecchio, punta giallo-rossa (destinato a diventare più tardi il miglior marcatore nella storia romanista dei derby), approfittando di un errore del portiere laziale Marchegiani, pone la sua personalissima firma sulla partita con un goal molto bello, realizzato e festeggiato sotto la curva avversaria. Si sta prospettando forse il riscatto romanista? Non è esattamente così, la gioia dei romanisti dura, infatti, appena lo spazio di tre minuti, il tempo necessario al fuoriclasse bianco-azzurro Roberto Mancini di bucare la porta romanista con uno splendido tiro al volo che mostra (semmai ce ne fosse stato bisogno) la grande classe del numero dieci laziale: è 1 a 1 ed il primo tempo si chiude con questo risultato di parità.

Anche se le avvisaglie del risveglio laziale, nel primo tempo, si sono percepite nitide, la situazione si mette ancor peggio per la truppa di Zeman quando, nella ripresa, ancora una volta, Roberto-goal bissa la sua prodezza al 56mo minuto: da uno spiovente, con un tocco magico, spinge di nuovo la sfera alle spalle del malcapitato portiere romanista Chimenti. I giallo-rossi, incapaci di una pronta e lucida reazione, si rendono presto conto che davvero, a volte, non c’è mai fine al peggio. Per rendere perfetta la festa laziale manca all’appello il bomber Salas che però non si fa attendere molto e che quindi, al minuto ’69, trasforma un rigore, concesso per un fallo (tanto plateale quanto netto) commesso, ai danni dello stesso cileno, dal carneade camerunense Pierre “Chicchino” Wome, pittoresco e grezzo difensore camerunense in forze alla Roma di quel tempo. Cala quindi notte fonda per la squadra del presidente romanista Sensi: il nervosismo sale, così come il desiderio di recuperare il risultato (che a dire la verità sembra ormai scritto) e, forse, proprio la troppa foga agonistica è fatale a Fabio Petruzzi, difensore romano e romanista, non esattamente raffinato tecnicamente, che si fa espellere (col doppio giallo) per un fallo evidente ed evitabile. Sotto di 3 a 1 e con un uomo in meno, neanche il più ottimista dei tifosi della Roma pensa ad un epilogo diverso da una disfatta epocale.

Quella sera però il Dio del calcio (che non è sempre del Boca) decide di indossare una sciarpa dai colori giallo ocra e rosso pompeiano, e quindi di scendere in campo. Pochi minuti più tardi, infatti, il forte centrocampista laziale Dejan Stankovic, pur realizzando un goal del tutto regolare, si vede annullare la segnatura dall’incerto arbitro Farina. Proprio in occasione di questo episodio, tutto cambia e le sliding doors giallorosse si aprono, inaspettatamente, ad uno scenario nuovo e migliore.

Ogni Dio che si rispetti ha però sempre un Messia e il Dio del calcio, quella sera, sceglie per diffondere il suo verbo in terra, un ragazzo ventiduenne nato e cresciuto a Roma e nella Roma, maglietta numero 10 sulle spalle, astro nascente del calcio italiano, e che risponde al nome di Francesco Totti (da Porta Metronia, angolo del quartiere San Giovanni a Roma). È proprio lui ad invertire le sorti in una notte che sembra oramai stregata, a rompere un incantesimo ormai troppo duraturo. Al minuto ’78 serve, all’interno dell’area avversaria, un assist al bacio ad Eusebio Di Francesco (un altro predestinato nella storia romanista) che, con la punta del piede, riesce a mettere dentro il goal del 2-3 che restituisce una flebile speranza di recuperare ai ragazzi di Zeman.

In pochi, oltre ai più accesi supporters giallo-rossi credono, comunque, nella rimonta, perché tanto è lo squilibrio delle forze tecniche in campo, e ormai sono soltanto una decina i minuti che separavano le squadre dalla fine delle ostilità. Ci crede, invece, eccome, il messia in pectore Totti che decide di mettere sulla partita il suo personale sigillo, spingendo, con un tiro carambolato, sporco e magico allo stesso tempo, il pallone per la terza volta oltre le spalle del numero uno biancoceleste. Nei nostri ricordi di innamorati del calcio è nitido il fotogramma di quella palla che rotola piano piano verso la rete, quasi come fosse imprigionata al rallentatore, e che regala ai ragazzi della Sud il tempo di pregustare una rimonta epica e, a quelli della Nord, di preconizzare una beffa purtroppo da ricordare nel tempo. Questa rete è anche la prima (di quella che poi sarà una lunga serie) messa a segno nel derby dal ragazzo di Porta Metronia che entra in questa maniera di diritto nel gotha dei beniamini giallorossi.

Non accade spesso, ma questa volta la squadra meno dotata tecnicamente, ormai alle corde, con un uomo in meno, per di più in un derby, recupera ben due reti agli odiati rivali, più bravi, più pagati, più tutto.

Sarebbe già sufficiente così, ma non è di questo avviso “Super” Marco Delvecchio attaccante romanista, ansioso di diventare capocannoniere assoluto nella storia della stracittadina romana. È proprio lui che, quasi allo scadere, insacca di testa il clamoroso 3-4 ribaltando il risultato a favore della compagine giallo-rossa. L’Olimpico, quello romanista, impazzisce per una manciata di secondi prima che arrivi un fischio dell’arbitro. Forse per pareggiare una precedente decisione sbagliata che aveva penalizzato la Lazio, oppure per mantenere l’ordine pubblico in città chissà, l’arbitro Farina decide che quel gol (seppur regolare) non va convalidato, mettendo in questa maniera salomonicamente fine ad un confronto che già si era infuocato al di sopra dei livelli di guardia.

Forse Mr. Erich che, all’inizio della storia, sfoggiava fiero i suoi quattro assi avrebbe scommesso su un epilogo ben diverso a favore della corazzata laziale ma, quella sera, è entrato in scena il Dio del pallone che ha nominato suo messaggero un giovane ragazzo che da li a venti anni avrebbe scritto in maniera indelebile la storia del calcio in Italia e non solo.

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