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La Penna degli Altri

Pier Paolo Pasolini e il linguaggio del calcio

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ILCATENACCIO.IT (Lamberto Rinaldi) – Il 2 novembre 1975 il corpo di Pier Paolo Pasolini veniva trovato, privo di vita, sulla spiaggia di Ostia. Tra i più grandi intellettuali della storia d’Italia, poeta e scrittore, regista e giornalista, fu anche un grandissimo appassionato di calcio. Tifoso del Bologna, fantasiosa ala destra, per lui questo sport era “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”.

In questo suo saggio, pubblicato su Il Giorno, il 3 gennaio 1971, Pasolini assimila il calcio a un vero e proprio linguaggio. Ecco il testo:

Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori 

Nel dibattito in corso sui problemi linguistici che artificialmente dividono letterati da giornalisti e giornalisti da calciatori sono stato interrogato da una gentile giornalista per l’Europeo: ma le mie risposte sul rotocalco sono risultate un po’ menomate e fioche (per via delle esigenze giornalistiche!). Siccome l’argomento mi piace, vorrei ritornarci sopra con un po’ di calma e con la piena responsabilità di ciò che dico. Che cos’è una lingua? “Un sistema di segni”, risponde nel modo oggi più esatto, un semiologo.
Ma questo “sistema di segni” non è solo necessariamente una lingua scritto-parlata (questa qui che usiamo adesso, io scrivendo, e tu, lettore, leggendo).

I “sistemi di segni” possono essere molti. Prendiamo un caso: io e tu, lettore, ci troviamo in una stanza dove sono presenti anche Ghirelli e Brera, e tu vuoi dirmi di Ghirelli qualcosa che Brera non deve sentire. Allora non puoi parlarmi per mezzo del sistema di segni verbali: devi per forza adottare un altro sistema di segni: per esempio, quello della mimica: allora cominci a torcere gli occhi, a fare delle boccacce, ad agitare le mani, ad accennare dei gesti coi piedi ecc. ecc. Sei il “cifratore” di un discorso “mimico” che io decifro: ciò significa che possediamo in comune un codice “italiano” di un sistema di segni mimico.

Ci sono ventidue “podemi”. Un altro sistema di segni non verbale è quello della pittura; o quello del cinema; o quello della moda (oggetto di studi di un gran maestro in questo campo, Roland Barthes) ecc. ecc. Il gioco del football è un “sistema di segni”; è, cioè, una lingua, sia pure non verbale. Perché faccio questo discorso (che voglio poi schematicamente proseguire)? Perché la querelle che pone uno contro l’altro il linguaggio dei letterati e quello dei giornalisti è falsa. E il problema è un altro.

Vediamo. Ogni lingua (sistema di segni scritti-parlati) possiede un codice generale. Prendiamo l’italiano: io e tu, lettore, usando questo sistema di segni, ci comprendiamo, perché l’italiano è un nostro patrimonio comune, “una moneta di scambio”. Ogni lingua, però, è articolata in varie sottolingue, di cui ognuno possiede un codice: e allora gli italiani medici si comprendono fra loro – quando parlano il loro gergo specializzato – perché ognuno di essi conosce il sottocodice della lingua medica; gli italiani teologi si comprendono fra loro perché possiedono il sottocodice del gergo teologico, ecc. ecc. Anche la lingua letteraria è una lingua gergale che possiede un sottocodice (in poesia, per es., invece di dire “speranza” si può dire “speme”, ma ognuno di noi non si meraviglia di questa cosa buffa, perché è a conoscenza che il sottocodice della lingua letteraria italiana richiede e ammette che in poesia si usino latinismi, arcaismi, parole tronche ecc. ecc.).

Il giornalismo non è un ramo minore della lingua letteraria: per comprenderlo noi ci valiamo di una specie di sottocodice. In parole povere, i giornalisti altro non sono che degli scrittori, che, per volgarizzare e semplificare concetti e rappresentazioni, si valgono di un codice letterario diciamo – per restare in campo sportivo – di serie B. Anche il linguaggio di Brera è di serie B rispetto al linguaggio di Carlo Emilio Gadda e di Gianfranco Contini.

E quello di Brera è forse il caso più dignitosamente qualificato del giornalismo sportivo italiano.

Non esiste dunque conflitto “reale” tra scrittura letteraria e scrittura giornalistica; è questa seconda, che, ancillare com’è sempre stata, esaltata ora dal suo impiego nella cultura di massa (che non è popolare!!), accampa pretese un po’ superbe, da parvenue. Ma veniamo al football.

Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto.

I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone” è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”; e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.

I “podemi” sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi); le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico.

I migliori dribblatori del mondo. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice.

Chi non conosce il codice del calcio non capisce il “significato” delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi).

Non sono né Roalnd Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla “lingua del calcio”. Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente “strumentale” rigidamente e astrattamente regolato dal codice e il suo momento “espressivo”.

Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sotto lingue, in possesso ciascuna di un sottocodice.

Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere; anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo.

Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.

Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”.

Corso gioca un calcio in poesia: ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante.

Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”.

Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.

Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore: la mia è una distinzione puramente tecnica.

Tuttavia intendiamoci; la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli “elzeviri”: essi sono eleganti e al limite estetizzanti; il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po’ provinciale… insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c’è un terreno comune: che è la “cultura di quel Paese: la sua attualità storica.

Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest’ultimo è il caso dell’Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia.

Ci sono nel calcio dei momenti esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”. Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice:ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. In questo momento lo è Savoldi,. Il calcio che esprime più goal è il calcio più poetico.

Anche il “dribbling” è di per sé poetico (anche se non “sempre” come l’azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginate nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. È un sogno (che ho visto realizzato solo nei “Maghi del pallone” da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico).

Chi sono i migliori “dribblatori” del mondo e i migliori facitori di goal? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal.

Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa:esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull’esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l’annesso “goal” (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato).

Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente:

catenaccio –> triangolazioni –> conclusioni

Il “goal”in questo schema, è affidato alla “conclusione”, possibilmente di un “poeta realistico” come Riva, ma deve derivare da una organizzazione dei gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi “geometrici” eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po’ estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi).

Il calcio in poesia è quello del calcio latinoamericano: il suo schema è il seguente:

discese concentriche –> conclusioni

Schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della “prosa collettiva”): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.

* Da Il giorno, 3 gennaio 1971
cit. in Il portiere caduto alla difesa. Il calcio e il ciclismo nella letteratura italiana del Novecento, a cura di Folco Portinari, Manni, Lecce, 2005,

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La kappa nella storia

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NAPOLIPIU.COM (Luca Pollasto) – Che Kappa abbia fatto la storia del calcio non lo scopriamo oggi, dopo che per più di 40 anni ha vestito le squadre di mezzo mondo e accostando il suo logo ai più grandi calciatori della storia. L’ azienda di Torino oggi sembra ritornata quella meravigliosa macchina innovativa degli anni d’oro, quei meravigliosi anni ’80 e ’90, dove il calcio era pura poesia e non era tutto bianco e nero, ma di mille colori.
Il marchio piemontese, fino agli inizi degli anni ’90, è stato protagonista insieme alla tedesca Adidas e la francese Le Cop Sportif a vestire quasi tutti i club di mezza Europa, basti pensare che Nike è arrivata nel nostro continente solo nel 1983 vestendo le maglie del Sunderland dove aveva aperto il primo stabilimento europeo.

La kappa dalla nazionale al Napoli

Arriviamo all’ ultimo anno del secolo scorso, è il 1999 e Kappa decide di entrare nel nuovo millennio da protagonista. Conquistando per la prima volta la Nazionale.
E’ l’ anno prima degli Europei di Olanda e Belgio del 2000, stiamo ancora piangendo insieme a Bruno Pizzul per il rigore sbagliato da Gigi Di Biagio a Francia ‘98, gli azzurri sono pronti per una nuova avventura, senza sapere che la Francia ci farà nuovamente del male… ma questa è un’altra storia, tanto poi ci vendicheremo con gli interessi a Berlino nel 2006…

Insomma, c’è aria di cambiamento a Coverciano, la FIGC ha appena dato l’ ok per la prima volta nella storia ad uno sponsor di comparire per la prima volta sulla maglia Azzurra. Non era mai accaduto prima.
In passato l’ Italia ha avuto diversi sponsor, ma per una regola della Federazione non potevano “sporcare” la maglia azzurra nelle partite ufficiali. Solo su maglie repliche e in amichevoli.

PRIMO SPONSOR DELLA NAZIONALE

Il primo sponsor della nazionale fu Adidas dal 1974 al 1978, ne il logo a fiore ne le tre strisce sulle spalle furono presenti nei quattro anni azzurri, solo il font dei numeri erano riconducibili allo sponsor, successivamente gli azzurri si affidarono a Le Cop Sportif fino a al 1985, con i francesi gli azzurri di Paolo Rossi portarono a casa la Coppa del Mondo. Gli anni ’90 si passò da una breve parentesi Ennerre e Diadora fino al 1995 dove approdò l’ americana Nike, ma niente da fare, oltre fasce dorate non riuscì a mettere il suo “baffo” sulla maglia italiana, ormai rimasta una delle ultime al mondo a non cedere agli sponsor. Ci riuscì in un importante operazione la Kappa, dove nel 1999 mise per la prima volta il logo sulla maglia della nazionale in una partita ufficiale.

KAPPA NELLA STORIA

Il primo modello fu simile a quello degli anni 70 con il ritorno dello scudetto tricolore e le tre stelle.
Un grandissimo successo, tanto che l’ azienda torinese decise di investire in una maglia molto innovativa per quei tempi, fu presentata in vista degli Europei del 2000 la prima versione della Kombat, una maglia rivoluzionaria sia per il materiale per la vestibilità molto aderente, il primo modello di Kombat riportava il logo sulle maniche e il tricolore sul petto. Quello fu grande europeo, quello del cucchiaio di Totti a Van Der Sar e delle mille parate di Toldo ai rigori, ma anche quello del golden goal di Treseguet. Peccato.

Kappa nella storia, ancora una volta, la maglia dei mondiali di Korea del Sud nel 2002, quella dell’ arbitro Moreno e dell’ ultima partita in Azzurro di Capitan Maldini. Kappa e la Nazionale si dicono addio nel 2003 quando decise di passare a Puma.

[…]

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Giovanni Galeone

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) – E’ il 24° di Pescara-Milan, seconda di campionato stagione 92/93. Frederic Massara ha appena infilato Antonioli e sta esultando dotto la curva di uno stadio Adriatico ebbro di gioia ed incredulità. Il Pescara, il piccolo e modesto Pescara, ha segnato 4 gol al Milan in appena 24 minuti di gioco. La squadra rossonera è allenata da Fabio Capello, e viene da ben 36 risultati utili consecutivi. Eppure questo piccolo Pescara sta mettendo in crisi totale la difesa più forte del mondo. Capello è una furia, e il suo omologo sulla panchina avversaria vede sbigottito quello che accade in campo. Quell’omologo è Giovanni Galeone, napoletano classe ’41, alla seconda esperienza alla guida del Pescara.

Ha l’aria di chi passa di lì per caso, un aspetto vagamente trasandato che durante i 90 minuti si degrada ulteriormente. È uno di quei momenti dove in molti hanno pensato che Galeone fosse un genio della panchina, e non era la prima volta che un’amante del calcio si poneva in contemplazione davanti alla bellezza di una squadra allenata dal mister campano. Quella partita rappresenta probabilmente l’essenza del calcio galeoniano. A Galeone come allenatore, e di riflesso a tutte le sue squadre, manca sempre il famoso soldo per fare una lira. Quella gara, di quel pazzo campionato che rimarrà nella storia come uno dei più prolifici di gol, finisce 5 a 4 per il Milan che continuerà la sua striscia d’imbattibilità fino alla gara numero 58, quando verrà trafitto da una punizione chirurgica di Tino Asprilla sul proprio terreno.

Già alla fine del primo tempo il delfino pescarese aveva dilapidato il proprio vantaggio, permettendo al Milan d’impattare sul 4-4. Nella ripresa annegherà sotto i colpi di uno scatenato Van Basten. Ma le squadre di Galeone sono così. Prendere o lasciare. Sono formazioni che non conoscono l’arte di adattarsi all’avversario oppure ai momenti delle partite. La storia da mister di Galeone del resto è piena di momenti in cui le sue squadre sembrano sul punto di spiccare il volo per poi precipitare amaramente. Dopo gli inizi alla Spal, Galeone trova la sua dimensione in quel di Pescara, ereditando una formazione che si era salvata solo tramite ripescaggio nella stagione precedente. Il suo credo tattico è netto e definito: 4-3-3 schematico, perché a suo parere quello è il modulo che copre meglio il campo ed esalta le qualità dei singoli. In quella prima stagione di B alla guida del delfino, Galeone lancia la sua squadra in ardite scorribande in tutti campi di B, che in quelle stagioni era in pratica il laboratorio tattico del calcio italiano. Non erano pochi i mister abbagliati dalle gioie del bel giuoco a zona, da Sacchi con il suo Parma, a Zeman che avrebbe poi sostituito proprio il mago di Fusignano sulla panchina ducale.

Con una cavalcata esaltante si conquista una promozione in serie A che ha il sapore del miracolo ed il successivo campionato rimarrà l’unico squillo di una carriera che ha regalato soprattutto amarezze in massima serie. Quella stagione, la 87/88, si aprirà con la vittoria inattesa sull’Inter di Trapattoni direttamente a San Siro, e catapulta il Pescara e il suo mister come sorprese del campionato. Con l’arrivo dell’autunno non sfioriscono solo gli alberi ma anche le formazioni di Galeone. Ne prende 6 sul terreno del San Paolo da uno scatenato Napoli, e lo stesso iter sarà seguito nella stagione susseguente con un inizio di campionato sfolgorante interrotto dalla trasferta partenopea dove questa volta ne porta a casa 8, di gol. Segnandone però 2.

In questa seconda stagione di A la squadra di Galeone è addirittura a metà classifica al termine del girone d’andata, e il popolo abruzzese fantastica anche di possibile qualificazione UEFA. Finirà con un Galeone sconvolto all’ultima giornata, che nelle interviste dichiara conclusa la sua prima avventura alla guida del delfino, dopo una clamorosa retrocessione. Tornerà però a Pescara dopo una non felice parentesi al Como, per riportare la squadra in serie A, nella stagione 92/93, quella della partita col Milan citata in precedenza. Qui viene esonerato dopo 24 giornate, con una formazione che come al solito aveva iniziato la stagione con il turbo inserito, andando a vincere all’Olimpico contro la Roma alla prima giornata, prima di crollare miseramente ai primi accenni di autunno. Viene da pensare che Galeone dia fin troppa importanza alla tattica di gioco, un po’ meno alla preparazione fisica vedendo la parabola comune delle sue squadre. Comunque In quella formazione del Pescara ci sono due giocatori, che sono gli interpreti principali, le braccia, o per meglio dire gambe, armate di Giovanni Galeone.

Uno Blaz Sliskovic, che il mister campano si porterà dietro in entrambe le avventure pescaresi. Il giocatore non potrebbe essere più adatto alla figura di Galeone. Si tratta di uno slavo talentuoso ma dannatamente indolente, capace di colpire una lattina a 50 metri di distanza grazie ai piedi che gli ha fornito madre natura, ma assolutamente carente dal punto di vista fisico. Gli piace bere, fumare e tirare le punizioni. Galeone stravede per lui, lo tratta come fosse Maradona, perdonandogli una certa pigrizia negli allenamenti. Gli affida le chiavi della squadra, ma Blaz le perde alla prima sbornia e la squadra naufraga miseramente.

L’altro è nientemeno che Massimiliano Allegri, che dice di aver imparato molto, quasi tutto del mestiere di allenatore da Galeone. Viene difficile da crederlo, vedendo il pragmatismo con cui Allegri ha impostato tutte le sue formazioni, fino alla ferrea Juve degli ultimi anni. Infatti il maestro Galeone non ha perso occasione per elogiare il suo pupillo, sottolineando però ad ogni occasione che la Juve a suo dire gioca male. Questo è probabilmente il limite di Galeone, quello che gli ha impedito di sedere su qualche panchina prestigiosa in carriera. La ricerca ossessiva del bel gioco, del rischio, spronando i propri giocatori a cercare la giocata difficile, il colpo spettacolare da regalare alla platea. Meglio perdere 5-4 che vincere 1-0. Per gli spettatori sicuramente un bel vedere. Ma per i tifosi della squadra in questione una continua sofferenza.

Galeone si porterà con sé Allegri anche nella disastrosa avventura del Napoli targato 97/98. Stimolato dalla possibilità di essere profeta in patria, accetta una sfida che va ben oltre il concetto di disperato, con una squadra ultima e staccata già di svariati punti dalla zona salvezza. Galeone affermerà di essere stato presuntuoso, credendo di poter arrivare dove Mazzone aveva fallito. Un commento amaro, che sta a metà tra l’attestato di stima ad un collega, e la critica a chi gli ha sempre imputato una eccessiva attenzione al bel gioco piuttosto che al risultato.

Tornerà in seria A altre due volte, la prima nel devastato Ancona del 2004. Un’altra scelta di carriera discutibile, stavolta in terra nemica vista la rivalità dei marchigiani con i vicini pescaresi. Qui proverà a portare i dettami della zona del bel calcio in una squadra che schiera in attacco l’asso brasiliano Jardel, sbarcato nelle Marche in condizioni fisiche ben lontane dall’accettabile. Le poche soddisfazioni, delle poche giornate alla guida dell’Ancona, gli saranno date da un giovane Pandev che muove i primi timidi passi in serie A. La seconda volta sarà un’incolore parentesi nell’Udinese condotta ad una salvezza quasi per inerzia. In Friuli Galeone si era tolto anche una bella soddisfazione tempo addietro, portando i bianconeri in serie A nel 94/95. L’anno seguente farà lo stesso col Perugia del vulcanico Gaucci, salvo poi essere esonerato in massima serie. Ma almeno qui le responsabilità si possono trovare soprattutto nella consueta fame di allenatori del presidentissimo perugino, che appena promosso aveva subito messo pressione al tecnico parlando apertamente di qualificazione in Europa.

Galeone non siede oramai su una panchina di calcio professionistico dal 2007. Molti lo chiamano maestro, e ne decantano i pregi di visionario della panchina. Un destino comune a questi personaggi figli di quel calcio che non c’è più, dove anche una singola vittoria contro una formazione blasonata valeva il titolo di scienziato del pallone. Galeone ha probabilmente pagato un suo modo di essere, che si traduceva nelle decisioni prese dalla panchina. Anche nei fallimenti ha sempre interpretato la situazione secondo la lettura che meglio si adattava alle sue teorie. Quando retrocede con il Pescara nella stagione 88/89, in quella che probabilmente è la sua delusione più cocente, imputa alla squadra un’eccessiva prudenza, una ricerca ossessiva del pareggio ai fini della salvezza. Senza questo suo integralismo da trincea non sarebbe stato il Galeone che tutti conosciamo, in grado di divertire ma anche – dannato pragmatismo! – di far divertire gli avversari. Forse è per questo che allenatori così si insinuano nelle pieghe della storia del calcio italiano.

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La prima radiocronaca di una partita di calcio in Italia – 25 marzo 1928

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CALCIONEWS24.COM – Il 25 marzo 1928 rappresenta una svolta per il popolo italiano amante dello sport e del calcio. Quasi un secolo fa, infatti, veniva trasmessa per la prima volta nel nostro Paese la radiocronaca di una partita di calcio.

Il match non fu tra i più importanti della nostra storia, ma si trattava di un’amichevole tra le nazionali di Italia e Ungheria. Le due compagini si confrontarono in un’amichevole volta ad inaugurare lo stadio del Partito Fascista di Roma, nome che aveva a quell’epoca lo stadio Flaminio della Capitale. Il regime, che aveva ben capito l’importanza della radio e del calcio come strumenti di propaganda, aveva avuto la pensata di coniugare le due cose. Un esperimento ideale in vista delle Olimpiadi che di lì a poco si sarebbero tenute ad Amsterdam.

Per la prima volta nella storia, il calcio entrò così nelle case degli italiani, con il cronista della Gazzetta dello Sport Giuseppe Sabelli Fioretti a raccontare le gesta dei giocatori impegnati nella sfida. Fu dunque la prima radiocronaca in diretta di una partita di calcio, frutto di un’idea forse visionaria, ma sicuramente affascinante e che ebbe un seguito incredibile. Sabelli Fioretti, che si occupava principalmente di ciclismo e pugilato, si ritrovò a scrivere forse inconsapevolmente una pagina indelebile della storia italiana, rivoluzionando in maniera definitiva il modo di rapportarsi al calcio per un intero popolo.

Il biglietto della partita del Marzo 1928 tra Italia e Ungheria (Collezione Matteo Melodia)

Il giovane giornalista fu aiutato anche dalla partita, che si rivelò spettacolare e ricca di gol, terminando in un pirotecnico 4-3 per i padroni di casa allenati da Augusto Rangone, sotto di due reti al termine della prima frazione. Fu quella la prima di una storia infinita, di un rapporto, quello tra la radio e il calcio, che dura ancora oggi a distanza di quasi un secolo e che sembra destinato ad aver ancora vita lunga.

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