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La Penna degli Altri

Gigi Riva, l’isola nell’anima

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NUOVA SARDEGNA (Enrico Gaviano) – Gigi Riva ha compiuto ieri 74 anni. Gran parte di questo tempo, 55 anni, lo ha trascorso in Sardegna, diventando un sardo anche lui. Ma quello che più colpisce è che a tantissimi anni dal suo ritiro dal calcio giocato, avvenuto nel 1976, il suo mito resiste, impossibile da scalfire. Riva è un esempio, per tutti. A costruire la leggenda del calciatore hanno contribuito il suo carattere, la sua serietà, il coraggio ma soprattutto la generosità. Quel modo di giocare unico, senza mai tirar dietro la gamba. Per questo sono arrivati i gol, lo scudetto, i tre titoli di capocannoniere in serie A, le 35 reti in nazionale che nessuno è riuscito ancora a superare. Ma a Cagliari e in Sardegna, e anche nel resto d’Italia, è un idolo per un semplice motivo: aver rifiutato cifre iperboliche all’inizio degli anni 70 per trasferirsi in uno degli squadroni del nord, Milan, Inter e soprattutto Juventus. Pensare che era arrivato in Sardegna nel 1963 e nel primo giorno che mise piede nell’isola aveva deciso che se ne sarebbe andato subito. Invece pian piano cambiò idea. Fu l’affetto dello stadio Amsicora sicuramente. Ma non solo. Cominciò ad amare l’isola, superando l’iniziale diffidenza e venendo ricambiato. L’amicizia con persone umili, come Martino il pescatore che lo portava nelle battute in barca, fece crescere la sua voglia di Sardegna. L’isola non gli stava più stretta. E a spezzare le ore di monotonia fra un allenamento e l’altro ci pensavano le sigarette e i dischi di Fabrizio De André. Poi, quando proprio non ce la faceva saliva sulla sua Dino Ferrari fiammante e, nella notte, faceva a tutto gas la Cagliari-Oristano: andata e ritorno a tempo di record. Da solo, di nascosto, perché se i dirigenti avessero saputo, sarebbe stato un casino. Ma lui non si è mai fatto scoprire, raccontando questi episodi solo a fine carnera per spiegare la sua grande passione per i motori. E far capire anche quel carattere ribelle che tanta parte ha avuto nelle sue scelte di vita. Il calcio? Beh, quello andava benone. Subito la promozione dalla B alla A, la maglia azzurra, i gol. Successi conquistati con la forza di volontà che lo ha sempre contraddistinto. Un esempio per tutti. Mai fuori dalle righe. Nel 1966 Edmondo Fabbri lo portò ai mondiali fuori rosa. Per fare esperienza. Lui zitto. Niente. L’anno dopo pagò il primo tributo alla nazionale, rompendosi una gamba contro il Portogallo. Da quella disavventura e dopo aver sacrificato un’altra gamba (in Austria, nel 1970), sempre con la nazionale, ne usci più forte di prima. Per forza i tifosi italiani, di qualsiasi sponda fossero, lo adoravano. Gli applausi fioccavano a San Siro, come all’Olimpico, al San Paolo come al Comunale di Torino. Grandi palcoscenici in cui lui era l’eroe quando vestiva la maglia azzurra, l’avversario temibile quando il rumore sordo del suo sinistro sul pallone faceva tremare i tifosi di casa. A quei campi prestigiosi Riva ha rinunciato per stare in Sardegna, perdendo probabilmente scudetti, coppe e gloria e sicuramente una montagna di quattrini. Boniperti, ad esempio, ogni volta che poteva cercava di convincerlo mettendogli sotto il naso un assegno in bianco. Nulla da fare. Anche quando è diventato dirigente della nazionale, Riva ha continuato a dare l’esempio, a essere un elemento fondamentale nello spogliatoio azzurro. Se qualche giocatore sembrava nervoso, irrequieto, Marcello Lippi lo spediva a parlare con “Gigi”. E lui con il suo sorriso, con parole dolci ma ferme, riconduceva il “ribelle” sulla strada giusta, smussando gli spigoli pericolosissimi nello spogliatoio. A confermare questo ruolo strategico è stato dopo il trionfo del 2006 il capitano azzurro Fabio Cannavaro: «Senza Gigi non avremmo mai vinto il mondiale». L’ultima uscita pubblica a febbraio dello scorso anno per la consegna del Collare d’oro al merito sportivo del Coni. Un altro segnale della grandezza di colui che Brera aveva ribattezzato Rombo di tuono. Al Sant’Elia commozione palpabile e uno striscione indelebile. “Grazie Gigi per aver reso grande questa maglia”.

Articolo pubblicato su “Nuova Sardegna” del 8 novembre 2018

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14 novembre 1934, la battaglia di Highbury

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Si gioca a Londra l’amichevole di calcio Italia-Inghilterra, passata alla storia come la “battaglia di Highbury”.

I Maestri inglesi contro i Campioni del Mondo. Pozzo fiuta l’inganno e vorrebbe declinare un invito stuzzicante perchél’intenzione dell’Inghilterra è quella di sconfiggere gli azzurri per privarli idealmente del titolo di Campioni del Mondo. Ma la sfida solletica molto l’ambiente politico. Mussolini in persona si dichiara favorevole alla sfida: bisogna andare a Londra. Batterli o comunque non perdere, e Pozzo non può dire di no.

Le premesse della sfida anticipano l’acre battaglia che si svilupperà sul campo. Gli inglesi preparano tutto per benino e annunciano a sorpresa che l’incontro verrà disputato non a Wembley, stadio maestoso e imperiale, certamente sede degnissima per accogliere l’Italia Campione del Mondo, ma in quella autentica trappola di fango che è il campo dell’Arsenal. E ovviamente viene scelto il mese di novembre, nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili, per mettere gli azzurri in difficoltà estreme.

L’Italia scende in campo senza troppi tremorisebbene dopo pochi minuti accada l’imponderabile: il maestoso centromediano Luisito Monti, che detta i tempi della difesa, s’infortuna e i padroni di casa vanno in rete tre volte, al 3′ e al 10′ con Brook, al 12′ con Drake.

Tuttavia nella ripresa l’Italia si trasforma: Meazza segna una doppietta sfiorando ripetutamente, con Guaita e Ferrari, il gol del clamoroso pareggio. Gli oltre 61 mila spettatori di Highbury applaudono i 22 eroi in campo, senza distinzioni di maglia. L’Italia del calcio ha guadagnato il rispetto di tutto il pubblico britannico. I leoni di Highbury escono dalla cronaca di una partita infernale e entrano direttamente nella leggenda del calcio mondiale. Gli inglesi vincono la sfida, ma l’Italia si dimostra una squadra vera.

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Antonio Marcolini, bomber nella storia del Savona ma non solo

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SAVONANEWS.IT (Roberto Vassallo) – L’ex attaccante scomparso nella notte verrà ricordato come uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria degli appassionati: la Serie B con il Bari e i successi con gli Striscioni e la Cairese le pagine più belle di una lunga carriera.

Un triste risveglio ha scosso stamane il mondo del calcio savonese. La notizia della scomparsa di Antonio Marcolini si è infatti rapidamente diffusa in tutta la nostra provincia, lasciando esterrefatti appassionati e addetti ai lavori del “pallone” locale. Il perché è facilmente comprensibile: l’ex attaccante del Savona è uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia degli Striscioni, ma non solo.

Nato a Verona il 24 ottobre del 1950, Marcolini ha esordito nel calcio dei grandi con la maglia biancoblu collezionando qualche presenza in prima squadra tra il 1967 e il 1969. Dopo una stagione al Rapallo, l’affermazione all’ombra della Torretta (in Serie C) che gli vale la chiamata del Bari in Serie B: due stagioni nella serie cadetta con i pugliesi, dopodiché ancora tanta terza serie con un lungo peregrinare fra Grosseto, Alessandria, Pro Vasto e Triestina prima del ritorno al “Bacigalupo” nella stagione 1978-’79, la prima della Serie C2.

Un’annata particolare per gli striscioni, iniziata in piena crisi societaria e raddrizzata con l’avvento di Michele Viano alla presidenza e di Valentino Persenda in panchina: punti fermi di quella rifondazione biancoblu furono l’ex milanista Pierino Prati e proprio Marcolini, capaci di condurre la squadra ad una salvezza da brividi ottenuta solamente all’ultima giornata con il 2-0 rifilato in trasferta al Derthona.

Un’altra salvezza (questa volta più comoda) in Serie C2 nella stagione successiva è invece il preludio al passaggio tra i dilettanti, alla Cairese. Tre stagioni in gialloblu ricche di soddisfazioni: la vittoria del campionato di Prima Categoria ’80-’81 (con l’invidiabile score di 29 presenze e 34 reti) e della Promozione ’81-’82, a cui si aggiunge una stagione di alto livello in Serie D.

Infine Albenga, Varazze (in versione allenatore giocatore) e Carcarese seguite dall’esperienza come tecnico alla guida del Quiliano. Poi spazio al figlio Michele, ex calciatore professionista (in serie A con Bari, Atalanta e Chievo Verona) e oggi allenatore (l’ultima esperienza nella passata stagione alla guida dell’Alessandria con cui ha vinto la Coppa Italia di Serie C).

Questa notte il tragico epilogo di una vita vissuta sui campi di calcio, laddove ha saputo lasciare un ricordo che sempre vivrà nella memoria dei tanti che hanno corso al suo fianco o che semplicemente lo hanno visto giocare.

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Correva l’anno 1930: Stabile arrivava al Genoa

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GENOACFC.IT – Lo chiamavano ‘El Filtrador’ per l’abilità a incunearsi tra i difensori. Usava la fantasia come ago per pungere gli avversari. Le cronache raccontano che quando Guillermo Stabile sbarcò a Ponte dei Mille ci fossero migliaia di tifosi genoani in festa ad attendere il centravanti della nazionale argentina. Il primo capo-cannoniere nella storia dei Campionati del Mondo (8 gol in 4 partite in Uruguay). Era il 14 novembre del 1930. Il presidente di allora, Guido Sanguineti, lo aveva raggiunto a Barcellona, durante il viaggio di nozze, per scortarlo sino a Genova via nave. Due giorni dopo al Ferraris si giocava una partita con il Bologna. ‘El Filtrador’ si presentò con una tripletta. Così. Tanto per gradire. Il primo passo verso l’ingresso nella Hall of Fame del club di calcio più antico in Italia.

Finte e proprietà di palleggio, dribbling e numeri d’autore. Una visione di gioco sopraffina che gli permetteva di vedere oltre i confini altrui. Solo i ripetuti infortuni, tra gambe spezzate e lesioni al ginocchio, frenarono parzialmente la parabola di Guillermo con i colori rossoblù. Una storia che esce dagli anni Trenta perpetuandosi sino ai nostri giorni. I capelli impomatati, lo sguardo fiero. Una famiglia di dieci fratelli di origine italiana. Era nato a Buenos Aires. La città della “Boca” e delle casette che ricordavano la Liguria. Al Genoa iniziò la carriera di allenatore come vice durante il mandato di un altro fuori-concorso come Luigin Burlando. Ancora oggi è l’allenatore che ha vinto il maggior numero di volte (6) la Coppa America. Vanta una serie di conquiste. E oltre un centinaio di panchine con la nazionale argentina.

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