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La Penna degli Altri

Ritratti: Sandro Ciotti

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) -Quel giorno a Città del Messico piove a dirotto. L’amazzonia delle piogge torrenziali è qualche migliaio di chilometri più sotto, ma la capitale messicana quel giorno sembra una vera foresta pluviale. Si stanno svolgendo i giochi olimpici, siamo nel 1968, e come sempre la rassegna olimpica non è solo una festa di sport, ma anche un check up approfondito sullo stato culturale dell’umanità. È l’anno delle Black Panthers sul podio olimpico, dell’assassinio di Martin Luther King e di Bob Kennedy, della guerra del Vietnam e delle rivolte studentesche. In mezzo a questo mare di storia, l’acqua che scende dal cielo quel giorno a Città del Messico non è che una goccia, ma sta copiosamente riversandosi sullo stadio olimpico da oltre 14 ore.

In quello stadio Sandro Ciotti sta affrontando una delle dirette radiofoniche tra le più massacranti della sua carriera, ma da autentico professionista qual’è non lesina impegno e porta a termine la sua giornata di lavoro con immutato trasporto per quello che sta raccontando. La mattina dopo, quando si sveglia, la sua gola è in fiamme e la sua voce, già resa ruvida da migliaia di sigarette, è completamente rauca. Ciotti all’epoca ha 40 anni, è un radiocronista Rai già abbastanza affermato ed apprezzato, e torna a Roma dalla trasferta messicana consapevole che il suo ferro del mestiere, la voce, è irrimediabilmente compromessa. Ama il suo lavoro e l’idea di doverlo lasciare per questo malanno cronico lo angoscia, ma viene rassicurato dai suoi capi della redazione sportiva, Sergio Zavoli e Paolo Rosi, che in maniera lungimirante scommettono sul fatto che quel particolare timbro vocale possa diventare nel tempo un marchio di fabbrica.

Il tempo darà ragione ai due mostri sacri del giornalismo sportivo italiano, contribuendo a crearne a loro volta un altro: possiamo affermare che la carriera di Sandro Ciotti nasce proprio lì, da quell’edema alle corde vocali che lo consacrerà all’immortalità giornalistica italiana. Sarebbe però ingiusto ridurre l’apporto che Ciotti ha dato al mondo del giornalismo ad una semplice particolarità vocale. Sandro Ciotti è infatti un raffinato uomo di cultura, di interessi multiformi ed originali.

Nasce a Roma nel 1928, figlio del giornalista Gino Ciotti, ed il suo padrino di battesimo è nientemeno che Trilussa, il celebre poeta dialettale romano. Cresce negli ambienti intellettuali romani, appassionandosi in particolare allo sport e alla musica. Prende per anni lezioni di violino dal maestro Corrado Archibugi (nonno della regista Francesca) che fu collaboratore di Arturo Toscanini ed insegnante tra le altre di Claretta Petacci prima che questa diventasse l’amante ufficiale di Mussolini. Pratica molti sport, ma quello che più lo appassiona è il calcio, nel quale dimostra anche una certa dimestichezza. Entra nelle giovanili della Lazio, gioca in Serie C con Forlì e Ancona, poi Frosinone e Torino con il quale non scenderà mai in campo. Terminata la carriera sportiva, intervallata da qualche esibizione musicale con alcune orchestre da ballo, decide di seguire le orme del padre ed inizia a collaborare come giornalista per “la voce repubblicana” nel 1954.

Nel giornalismo dimostra la sua natura culturale multiforme, interessandosi oltre che di calcio anche di musica e cinema. Entra in Rai con queste credenziali nel 1958, e diventa prima inviato e poi ideatore di fortunate rubriche come “l’uomo della domenica” e “Ciak”, la prima rubrica radiofonica sul cinema in collaborazione col grande Lello Bersani. La sua avventura principale inizia però nel 1960 quando è chiamato come radiocronista in “tutto il calcio minuto per minuto”. Nella radiocronaca infatti le qualità di Sandro Ciotti si esaltano. La sua arguzia era provvidenziale e lo aiutava a capire il momento come nessun altro nella sua epoca: viene a lui attribuita la frase più celebre delle radiocronache sportive, quel “Clamoroso al Cibali che ha sfondato il suo recinto di appartenenza, per entrare nella lingua italiana come vero e proprio modo di dire.

Il suo stile è davvero inconfondibile, e ruota attorno alla sua sottile e raffinata ironia con cui colora ogni radiocronaca. Durante il racconto di oltre 2400 partite nella sua carriera regala perle senza tempo, che lo caratterizzano e lo fanno entrare nell’immaginario collettivo: locuzioni ricercate come “ventilazione inapprezzabile” oppure “Siamo giunti al minuto che intercorre tra il 16° e il 18°” sono suoi marchi di fabbrica. Durante la radiocronaca della partita che sancirà il Cagliari campione d’Italia 1970, riesce a fotografare la spasmodica attesa dell’isola intera, raccontando un episodio di cronaca occorso pochi minuti prima del fischio d’inizio, quando due latitanti sardi vengono arrestati dalle forze dell’ordine perché sorpresi a chiedere autografi ai propri beniamini, ironizzando sul fatto che per l’autografo più ambito, quello di rombo di tuono Gigi Riva, i due malcapitati avrebbero dovuto attendere di scontare la loro pena detentiva.

Questo era Sandro Ciotti, un professionista che riusciva attraverso la tagliente ironia a raccontare tutto quello che c’era da sapere sull’evento che stava descrivendo. Questo suo stile così peculiare era il perfetto contraltare dell’altro radiocronista principe della sua epoca, Enrico Ameri, di cui Ciotti fu sempre secondo e rivale nelle lunghe domeniche pomeriggio alla radio. Non potevano essere più diversi, in effetti, i due radiocronisti, e il loro dualismo è stato uno degli ingredienti principali delle fortune della trasmissione. Ameri era probabilmente tecnicamente più bravo di Ciotti, con la sua voce chiara ed impostata e il suo eloquio cosi fitto e puntuale. Ciotti lasciava invece più spazio a qualche volo pindarico e qualche divagazione, sempre però funzionale alla descrizione dell’evento.

Volendola riportare in ambito calcistico potremmo dire che se Ameri era il vero regista e metronomo della trasmissione, Ciotti era il numero 10, il fantasista che non disponeva della regolarità del suo rivale ma poteva districarsi in ogni situazione grazie a dei colpi di genio non alla portata del suo avversario. La loro rivalità, sempre sottintesa e mal celata da entrambi, ebbe un picco quando Ameri insultò Ciotti, reo di averlo interrotto con il suo classico “Scusa Ameri”, per raccontare un inutile gol dal secondo campo in collegamento: credendo di aver abbassato il potenziometro e di non essere quindi in onda, Ameri diede apertamente dell’imbecille (eufemismo) al collega. Dopo questo episodio, ascoltato da milioni di orecchie in tutta Italia, il rapporto tra i due si incrinò definitivamente, rimanendo nell’ambito di una civile, ma pur sempre aspra rivalità.

“Siamo stati costretti a respingere l’attacco di un tifoso laziale che voleva entrare in cabina”.

Accanto alla sua attività di radiocronista Ciotti segue per la Rai numerose edizioni del festival di Sanremo, confermando il suo amore per la musica, e riuscendo anche in questo campo a dare il proprio apprezzabile apporto. Era infatti, grazie agli studi giovanili, molto competente in materia, e rimangono celebri addirittura alcune sue incursioni da autore musicale, come l’indimenticabile “Veronica” scritta per Jannacci o “il volo” scritta per Peppino di Capri. Grande amico di Luigi Tenco toccherà proprio a lui l’ingrato compito di raccontarne il suicidio avvenuto durante l’edizione del 1967 della kermesse sanremese, ed in seguito gli dedicherà un appassionato documentario. Durante gli anni 80’ Ciotti divenne poi anche volto televisivo conducendo dal 1986 e per otto edizioni la domenica sportiva, riportando anche sul piccolo schermo tutte le sue peculiarità, dando spesso un tono ironico e raffinato alla storica trasmissione. Durante gli otto anni alla guida del programma, affiancato prima da Maria Teresa Ruta e poi da Simona Ventura, gli tocca però il triste compito di comunicare a milioni d’italiani la scomparsa di Gaetano Scirea, la sera del 3 settembre 1989, dando dimostrazione di grande compostezza e professionalità ancora una volta.

Durante gli anni di conduzione della DS continua comunque il suo lavoro da telecronista, e stavolta da prima voce dopo il pensionamento di Ameri a partire dal 1991. Con il passare del tempo la sua caratteristica voce s’increspa ancora di più se possibile, piegata dalle milioni di parole lasciate alle radiocronache e da altre migliaia di sigarette senza filtro, e nei sui ultimi racconti delle partite della domenica, oramai quasi si fatica a capirne le parole dette al microfono. Si congeda dal suo amato mezzo radiofonico il 12 maggio 1996, al termine di un Cagliari-Parma valevole per l’ultima di campionato. Il suo è un addio quasi commosso, e nelle sue parole traspare la fatica degli ultimi tempi e il grande amore verso i radioascoltatori.

“Soltanto dieci secondi per dire che quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca per la Rai, un grazie affettuoso a tutti gli ascoltatori, mi mancheranno!”.

Queste sono le sue esatte parole di quel pomeriggio, per un commiato sottolineato anche dai colleghi in studio, desiderosi di rendere omaggio a quello che era divenuto oramai un vero mostro sacro della professione. Ciotti regalerà ancora al pubblico, grazie a comparsate ed inviti vari, le sue argute e pungenti digressioni calcistiche. Nei suoi ultimi anni si concentrerà però principalmente sul versante musicale, divenendo ancora ospite fisso delle edizioni del festival di Sanremo, che lui stesso considerava un suo grande divertimento prima che un lavoro. Del resto Sandro Ciotti era la perfetta immagine dell’uomo libero e difficilmente si sarebbe imbarcato in cose per lui non interessanti.

La sua personalità in questo senso era spiccata e molto conosciuta, a partire dalla sua decisione di rimanere sempre scapolo, perché troppo amante delle donne e delle serate interminabili al tavolo a giocare a scopone scientifico di cui si professava gran giocatore. Muore a Roma, nel luglio del 2003, omaggiato dall’intero mondo dello sport e della cultura italiana, a dimostrazione di come sia stato non solo un gigante del giornalismo nostrano, ma anche una delle personalità culturali più peculiari della sua epoca, pieno di scintillanti sfaccettature dalle forme più originali e disparate.

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14 novembre 1934, la battaglia di Highbury

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Si gioca a Londra l’amichevole di calcio Italia-Inghilterra, passata alla storia come la “battaglia di Highbury”.

I Maestri inglesi contro i Campioni del Mondo. Pozzo fiuta l’inganno e vorrebbe declinare un invito stuzzicante perchél’intenzione dell’Inghilterra è quella di sconfiggere gli azzurri per privarli idealmente del titolo di Campioni del Mondo. Ma la sfida solletica molto l’ambiente politico. Mussolini in persona si dichiara favorevole alla sfida: bisogna andare a Londra. Batterli o comunque non perdere, e Pozzo non può dire di no.

Le premesse della sfida anticipano l’acre battaglia che si svilupperà sul campo. Gli inglesi preparano tutto per benino e annunciano a sorpresa che l’incontro verrà disputato non a Wembley, stadio maestoso e imperiale, certamente sede degnissima per accogliere l’Italia Campione del Mondo, ma in quella autentica trappola di fango che è il campo dell’Arsenal. E ovviamente viene scelto il mese di novembre, nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili, per mettere gli azzurri in difficoltà estreme.

L’Italia scende in campo senza troppi tremorisebbene dopo pochi minuti accada l’imponderabile: il maestoso centromediano Luisito Monti, che detta i tempi della difesa, s’infortuna e i padroni di casa vanno in rete tre volte, al 3′ e al 10′ con Brook, al 12′ con Drake.

Tuttavia nella ripresa l’Italia si trasforma: Meazza segna una doppietta sfiorando ripetutamente, con Guaita e Ferrari, il gol del clamoroso pareggio. Gli oltre 61 mila spettatori di Highbury applaudono i 22 eroi in campo, senza distinzioni di maglia. L’Italia del calcio ha guadagnato il rispetto di tutto il pubblico britannico. I leoni di Highbury escono dalla cronaca di una partita infernale e entrano direttamente nella leggenda del calcio mondiale. Gli inglesi vincono la sfida, ma l’Italia si dimostra una squadra vera.

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Antonio Marcolini, bomber nella storia del Savona ma non solo

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SAVONANEWS.IT (Roberto Vassallo) – L’ex attaccante scomparso nella notte verrà ricordato come uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria degli appassionati: la Serie B con il Bari e i successi con gli Striscioni e la Cairese le pagine più belle di una lunga carriera.

Un triste risveglio ha scosso stamane il mondo del calcio savonese. La notizia della scomparsa di Antonio Marcolini si è infatti rapidamente diffusa in tutta la nostra provincia, lasciando esterrefatti appassionati e addetti ai lavori del “pallone” locale. Il perché è facilmente comprensibile: l’ex attaccante del Savona è uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia degli Striscioni, ma non solo.

Nato a Verona il 24 ottobre del 1950, Marcolini ha esordito nel calcio dei grandi con la maglia biancoblu collezionando qualche presenza in prima squadra tra il 1967 e il 1969. Dopo una stagione al Rapallo, l’affermazione all’ombra della Torretta (in Serie C) che gli vale la chiamata del Bari in Serie B: due stagioni nella serie cadetta con i pugliesi, dopodiché ancora tanta terza serie con un lungo peregrinare fra Grosseto, Alessandria, Pro Vasto e Triestina prima del ritorno al “Bacigalupo” nella stagione 1978-’79, la prima della Serie C2.

Un’annata particolare per gli striscioni, iniziata in piena crisi societaria e raddrizzata con l’avvento di Michele Viano alla presidenza e di Valentino Persenda in panchina: punti fermi di quella rifondazione biancoblu furono l’ex milanista Pierino Prati e proprio Marcolini, capaci di condurre la squadra ad una salvezza da brividi ottenuta solamente all’ultima giornata con il 2-0 rifilato in trasferta al Derthona.

Un’altra salvezza (questa volta più comoda) in Serie C2 nella stagione successiva è invece il preludio al passaggio tra i dilettanti, alla Cairese. Tre stagioni in gialloblu ricche di soddisfazioni: la vittoria del campionato di Prima Categoria ’80-’81 (con l’invidiabile score di 29 presenze e 34 reti) e della Promozione ’81-’82, a cui si aggiunge una stagione di alto livello in Serie D.

Infine Albenga, Varazze (in versione allenatore giocatore) e Carcarese seguite dall’esperienza come tecnico alla guida del Quiliano. Poi spazio al figlio Michele, ex calciatore professionista (in serie A con Bari, Atalanta e Chievo Verona) e oggi allenatore (l’ultima esperienza nella passata stagione alla guida dell’Alessandria con cui ha vinto la Coppa Italia di Serie C).

Questa notte il tragico epilogo di una vita vissuta sui campi di calcio, laddove ha saputo lasciare un ricordo che sempre vivrà nella memoria dei tanti che hanno corso al suo fianco o che semplicemente lo hanno visto giocare.

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Correva l’anno 1930: Stabile arrivava al Genoa

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GENOACFC.IT – Lo chiamavano ‘El Filtrador’ per l’abilità a incunearsi tra i difensori. Usava la fantasia come ago per pungere gli avversari. Le cronache raccontano che quando Guillermo Stabile sbarcò a Ponte dei Mille ci fossero migliaia di tifosi genoani in festa ad attendere il centravanti della nazionale argentina. Il primo capo-cannoniere nella storia dei Campionati del Mondo (8 gol in 4 partite in Uruguay). Era il 14 novembre del 1930. Il presidente di allora, Guido Sanguineti, lo aveva raggiunto a Barcellona, durante il viaggio di nozze, per scortarlo sino a Genova via nave. Due giorni dopo al Ferraris si giocava una partita con il Bologna. ‘El Filtrador’ si presentò con una tripletta. Così. Tanto per gradire. Il primo passo verso l’ingresso nella Hall of Fame del club di calcio più antico in Italia.

Finte e proprietà di palleggio, dribbling e numeri d’autore. Una visione di gioco sopraffina che gli permetteva di vedere oltre i confini altrui. Solo i ripetuti infortuni, tra gambe spezzate e lesioni al ginocchio, frenarono parzialmente la parabola di Guillermo con i colori rossoblù. Una storia che esce dagli anni Trenta perpetuandosi sino ai nostri giorni. I capelli impomatati, lo sguardo fiero. Una famiglia di dieci fratelli di origine italiana. Era nato a Buenos Aires. La città della “Boca” e delle casette che ricordavano la Liguria. Al Genoa iniziò la carriera di allenatore come vice durante il mandato di un altro fuori-concorso come Luigin Burlando. Ancora oggi è l’allenatore che ha vinto il maggior numero di volte (6) la Coppa America. Vanta una serie di conquiste. E oltre un centinaio di panchine con la nazionale argentina.

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