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La Penna degli Altri

Ritratti: Sandro Ciotti

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) -Quel giorno a Città del Messico piove a dirotto. L’amazzonia delle piogge torrenziali è qualche migliaio di chilometri più sotto, ma la capitale messicana quel giorno sembra una vera foresta pluviale. Si stanno svolgendo i giochi olimpici, siamo nel 1968, e come sempre la rassegna olimpica non è solo una festa di sport, ma anche un check up approfondito sullo stato culturale dell’umanità. È l’anno delle Black Panthers sul podio olimpico, dell’assassinio di Martin Luther King e di Bob Kennedy, della guerra del Vietnam e delle rivolte studentesche. In mezzo a questo mare di storia, l’acqua che scende dal cielo quel giorno a Città del Messico non è che una goccia, ma sta copiosamente riversandosi sullo stadio olimpico da oltre 14 ore.

In quello stadio Sandro Ciotti sta affrontando una delle dirette radiofoniche tra le più massacranti della sua carriera, ma da autentico professionista qual’è non lesina impegno e porta a termine la sua giornata di lavoro con immutato trasporto per quello che sta raccontando. La mattina dopo, quando si sveglia, la sua gola è in fiamme e la sua voce, già resa ruvida da migliaia di sigarette, è completamente rauca. Ciotti all’epoca ha 40 anni, è un radiocronista Rai già abbastanza affermato ed apprezzato, e torna a Roma dalla trasferta messicana consapevole che il suo ferro del mestiere, la voce, è irrimediabilmente compromessa. Ama il suo lavoro e l’idea di doverlo lasciare per questo malanno cronico lo angoscia, ma viene rassicurato dai suoi capi della redazione sportiva, Sergio Zavoli e Paolo Rosi, che in maniera lungimirante scommettono sul fatto che quel particolare timbro vocale possa diventare nel tempo un marchio di fabbrica.

Il tempo darà ragione ai due mostri sacri del giornalismo sportivo italiano, contribuendo a crearne a loro volta un altro: possiamo affermare che la carriera di Sandro Ciotti nasce proprio lì, da quell’edema alle corde vocali che lo consacrerà all’immortalità giornalistica italiana. Sarebbe però ingiusto ridurre l’apporto che Ciotti ha dato al mondo del giornalismo ad una semplice particolarità vocale. Sandro Ciotti è infatti un raffinato uomo di cultura, di interessi multiformi ed originali.

Nasce a Roma nel 1928, figlio del giornalista Gino Ciotti, ed il suo padrino di battesimo è nientemeno che Trilussa, il celebre poeta dialettale romano. Cresce negli ambienti intellettuali romani, appassionandosi in particolare allo sport e alla musica. Prende per anni lezioni di violino dal maestro Corrado Archibugi (nonno della regista Francesca) che fu collaboratore di Arturo Toscanini ed insegnante tra le altre di Claretta Petacci prima che questa diventasse l’amante ufficiale di Mussolini. Pratica molti sport, ma quello che più lo appassiona è il calcio, nel quale dimostra anche una certa dimestichezza. Entra nelle giovanili della Lazio, gioca in Serie C con Forlì e Ancona, poi Frosinone e Torino con il quale non scenderà mai in campo. Terminata la carriera sportiva, intervallata da qualche esibizione musicale con alcune orchestre da ballo, decide di seguire le orme del padre ed inizia a collaborare come giornalista per “la voce repubblicana” nel 1954.

Nel giornalismo dimostra la sua natura culturale multiforme, interessandosi oltre che di calcio anche di musica e cinema. Entra in Rai con queste credenziali nel 1958, e diventa prima inviato e poi ideatore di fortunate rubriche come “l’uomo della domenica” e “Ciak”, la prima rubrica radiofonica sul cinema in collaborazione col grande Lello Bersani. La sua avventura principale inizia però nel 1960 quando è chiamato come radiocronista in “tutto il calcio minuto per minuto”. Nella radiocronaca infatti le qualità di Sandro Ciotti si esaltano. La sua arguzia era provvidenziale e lo aiutava a capire il momento come nessun altro nella sua epoca: viene a lui attribuita la frase più celebre delle radiocronache sportive, quel “Clamoroso al Cibali che ha sfondato il suo recinto di appartenenza, per entrare nella lingua italiana come vero e proprio modo di dire.

Il suo stile è davvero inconfondibile, e ruota attorno alla sua sottile e raffinata ironia con cui colora ogni radiocronaca. Durante il racconto di oltre 2400 partite nella sua carriera regala perle senza tempo, che lo caratterizzano e lo fanno entrare nell’immaginario collettivo: locuzioni ricercate come “ventilazione inapprezzabile” oppure “Siamo giunti al minuto che intercorre tra il 16° e il 18°” sono suoi marchi di fabbrica. Durante la radiocronaca della partita che sancirà il Cagliari campione d’Italia 1970, riesce a fotografare la spasmodica attesa dell’isola intera, raccontando un episodio di cronaca occorso pochi minuti prima del fischio d’inizio, quando due latitanti sardi vengono arrestati dalle forze dell’ordine perché sorpresi a chiedere autografi ai propri beniamini, ironizzando sul fatto che per l’autografo più ambito, quello di rombo di tuono Gigi Riva, i due malcapitati avrebbero dovuto attendere di scontare la loro pena detentiva.

Questo era Sandro Ciotti, un professionista che riusciva attraverso la tagliente ironia a raccontare tutto quello che c’era da sapere sull’evento che stava descrivendo. Questo suo stile così peculiare era il perfetto contraltare dell’altro radiocronista principe della sua epoca, Enrico Ameri, di cui Ciotti fu sempre secondo e rivale nelle lunghe domeniche pomeriggio alla radio. Non potevano essere più diversi, in effetti, i due radiocronisti, e il loro dualismo è stato uno degli ingredienti principali delle fortune della trasmissione. Ameri era probabilmente tecnicamente più bravo di Ciotti, con la sua voce chiara ed impostata e il suo eloquio cosi fitto e puntuale. Ciotti lasciava invece più spazio a qualche volo pindarico e qualche divagazione, sempre però funzionale alla descrizione dell’evento.

Volendola riportare in ambito calcistico potremmo dire che se Ameri era il vero regista e metronomo della trasmissione, Ciotti era il numero 10, il fantasista che non disponeva della regolarità del suo rivale ma poteva districarsi in ogni situazione grazie a dei colpi di genio non alla portata del suo avversario. La loro rivalità, sempre sottintesa e mal celata da entrambi, ebbe un picco quando Ameri insultò Ciotti, reo di averlo interrotto con il suo classico “Scusa Ameri”, per raccontare un inutile gol dal secondo campo in collegamento: credendo di aver abbassato il potenziometro e di non essere quindi in onda, Ameri diede apertamente dell’imbecille (eufemismo) al collega. Dopo questo episodio, ascoltato da milioni di orecchie in tutta Italia, il rapporto tra i due si incrinò definitivamente, rimanendo nell’ambito di una civile, ma pur sempre aspra rivalità.

“Siamo stati costretti a respingere l’attacco di un tifoso laziale che voleva entrare in cabina”.

Accanto alla sua attività di radiocronista Ciotti segue per la Rai numerose edizioni del festival di Sanremo, confermando il suo amore per la musica, e riuscendo anche in questo campo a dare il proprio apprezzabile apporto. Era infatti, grazie agli studi giovanili, molto competente in materia, e rimangono celebri addirittura alcune sue incursioni da autore musicale, come l’indimenticabile “Veronica” scritta per Jannacci o “il volo” scritta per Peppino di Capri. Grande amico di Luigi Tenco toccherà proprio a lui l’ingrato compito di raccontarne il suicidio avvenuto durante l’edizione del 1967 della kermesse sanremese, ed in seguito gli dedicherà un appassionato documentario. Durante gli anni 80’ Ciotti divenne poi anche volto televisivo conducendo dal 1986 e per otto edizioni la domenica sportiva, riportando anche sul piccolo schermo tutte le sue peculiarità, dando spesso un tono ironico e raffinato alla storica trasmissione. Durante gli otto anni alla guida del programma, affiancato prima da Maria Teresa Ruta e poi da Simona Ventura, gli tocca però il triste compito di comunicare a milioni d’italiani la scomparsa di Gaetano Scirea, la sera del 3 settembre 1989, dando dimostrazione di grande compostezza e professionalità ancora una volta.

Durante gli anni di conduzione della DS continua comunque il suo lavoro da telecronista, e stavolta da prima voce dopo il pensionamento di Ameri a partire dal 1991. Con il passare del tempo la sua caratteristica voce s’increspa ancora di più se possibile, piegata dalle milioni di parole lasciate alle radiocronache e da altre migliaia di sigarette senza filtro, e nei sui ultimi racconti delle partite della domenica, oramai quasi si fatica a capirne le parole dette al microfono. Si congeda dal suo amato mezzo radiofonico il 12 maggio 1996, al termine di un Cagliari-Parma valevole per l’ultima di campionato. Il suo è un addio quasi commosso, e nelle sue parole traspare la fatica degli ultimi tempi e il grande amore verso i radioascoltatori.

“Soltanto dieci secondi per dire che quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca per la Rai, un grazie affettuoso a tutti gli ascoltatori, mi mancheranno!”.

Queste sono le sue esatte parole di quel pomeriggio, per un commiato sottolineato anche dai colleghi in studio, desiderosi di rendere omaggio a quello che era divenuto oramai un vero mostro sacro della professione. Ciotti regalerà ancora al pubblico, grazie a comparsate ed inviti vari, le sue argute e pungenti digressioni calcistiche. Nei suoi ultimi anni si concentrerà però principalmente sul versante musicale, divenendo ancora ospite fisso delle edizioni del festival di Sanremo, che lui stesso considerava un suo grande divertimento prima che un lavoro. Del resto Sandro Ciotti era la perfetta immagine dell’uomo libero e difficilmente si sarebbe imbarcato in cose per lui non interessanti.

La sua personalità in questo senso era spiccata e molto conosciuta, a partire dalla sua decisione di rimanere sempre scapolo, perché troppo amante delle donne e delle serate interminabili al tavolo a giocare a scopone scientifico di cui si professava gran giocatore. Muore a Roma, nel luglio del 2003, omaggiato dall’intero mondo dello sport e della cultura italiana, a dimostrazione di come sia stato non solo un gigante del giornalismo nostrano, ma anche una delle personalità culturali più peculiari della sua epoca, pieno di scintillanti sfaccettature dalle forme più originali e disparate.

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Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

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TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

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Il calcio è un pezzo da Museo

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IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

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Mazzola, 100 anni del primo Valentino

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

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