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La Penna degli Altri

Atalanta-Napoli amarcord: Mondonico, la sedia e i Rolling Stones

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Calcio in soffitta / Uno dei tecnici che ha occupato entrambe le panchine, e che ha segnato la storia del calcio italiano.

Tra tutti, il Mondo

Bianchi, Lippi, Mondonico, Mutti e Reja. Inizierebbe così la filastrocca dei tecnici che si sono scambiati le panchine di Atalanta e Napoli nel corso degli ultimi trenta anni. Noi dal cilindro ne estraiamo uno solo, quello che giace nel mezzo, per il suo carattere, in campo ed in panchina, e per ricordarlo ancora una volta. Dalla ‘normalità’ degli altri tecnici emerge lui, Emiliano Mondonico, che rappresenta ancora oggi, nell’immaginario di chi ha seguito il calcio sanguigno di una volta, l’allenatore antidivo per eccellenza.

È vivido il ricordo di quel baffo furbo davanti ai nostri occhi e quel modo di parlare che sembrava venir fuori da una perenne nebbia padana, da un pasto caldo, un bicchiere di vino e l’odore acre di un camino. E una partita a briscola. Non a caso i suoi genitori gestivano una trattoria proprio sulle rive del fiume Adda tra bruma, umidità e foschia.

Un piccolo Meroni

In quell’ambiente ‘rustico’ non fu difficile per il piccolo Emiliano passare all’oratorio, dove si appassiona sempre più al calcio. Un luogo magico, un punto di arrivo fermo nei futuri calciatori degli anni cinquanta e sessanta dove ai ragazzi veniva finalmente fornito un rettangolo (non sempre verde, anzi…) per dare sfogo ai propri istinti. È qui che lo nota un osservatore della Cremonese e gli fa firmare il primo contratto della carriera a 19 anni. Nella città del torrone, in due stagioni, Emiliano mette a segno 19 reti nonostante non giochi da punta pura. Anzi gli piace svariare, dribblare, andare in fondo e crossare, inventare giocate.

Insomma il suo modello è Gigi Meroni, un funambolo ed un giocoliere, un genio di quegli anni. Quando il Toro perde la ‘farfalla granata’ per il tragico incidente, la società cerca un giocatore che sia in grado di sostituirlo, non nei cuori dei tifosi, per i quali Meroni era un idolo da venerare, ma almeno in campo. Fu così che Mondonico, dal grigio rosso della Cremonese passa al granata del Torino. I dirigenti vogliono far crescere il ‘prospetto’ dietro i titolari delle due fasce, ovvero Carelli, a cui è passata la maglia numero 7 di Meroni, e Facchin.

Sotto la Mole, però, il suo rendimento è piuttosto alterno, non gioca sempre e in due anni colleziona solo 14 presenze con due reti. Il motivo è presto spiegato. Nel suo primo anno lascia intravedere buoni numeri ma l’allenatore Edmondo Fabbri non sembra fidarsi molto di quel capellone. Quando poi arriva Claudio Sala proprio dal Napoli la sorte di Mondonico sembra segnata. Poche presenze all’ombra del ‘poeta del gol’ e poi il passaggio al Monza in Serie B. Qui fa molto bene realizzando 7 reti in 23 presenze e giocando molto più vicino alla porta. Il giocatore c’è, ha la stoffa per tornare nella massima serie, là dove lo aveva lanciato il Torino.

Il passaggio all’Atalanta

È a quel punto che il giovane e rampante mister Corsini, nell’estate del 1971, lo chiede espressamente al presidente dell’Atalanta Bortolotti. Va bene, l’affare va in porto nonostante, nelle gerarchie, davanti a lui ci siano già Doldi e Leonardi. Mondonico, però, ha solo 24 anni, ha bisogno di giocare, di sentire la fiducia dell’allenatore, della società e dei tifosi. Questa pozione magica non verrà, sfortunatamente per lui, fuori dal calderone e allora il ‘Mondo’ resta ai margini della squadra. A fine torneo il suo curriculum dice solo due presenze e nessun gol.

Del resto la Bergamasca arriverà undicesima e conquisterà la salvezza con tre giornate di anticipo mostrando un mix compatto e granitico tra giovani ed esperti. Tra i primi c’è un potenziale ‘crack’, si chiama Giovanni Vavassori e l’anno seguente sarà acquistato dal Napoli. Tra i secondi c’è un mediano che in campo si fa sentire per quantità e qualità, si chiama Ottavio Bianchi e l’anno prima giocava nel Napoli. Nel mezzo giocatori di valore come l’attuale presidente Percassi, un ottimo portiere come Rigamonti, due terzini feroci come Maggioni e Divina, un centrocampo con due specialisti, Savoia e Sacco, ed un attacco che confida nella vena di Magistrelli. Quell’anno, nell’ultima giornata di campionato, il 28 maggio del 1972, l’Atalanta dà tre pappine al Napoli ed Altafini segna il suo ultimo gol in maglia azzurra.

Il ritorno a casa

Allora dove poteva rigenerarsi e trovare finalmente la vena giusta il nostro Emiliano? Ma a casa, naturalmente. A Cremona, tra B e C, esplode e lascia il segno con 180 presenze e 70 gol per un matrimonio che dura sette anni senza accusare nessun cedimento. È una bella storia quella del ‘propheta in patria’, la fedeltà al grigio rosso, ai  paesaggi della sua terra, alle chiese, al borgo medievale, al sapore delle osterie e il silenzio dell’oratorio nel momento della preghiera. Negli ultimi anni alla Cremonese è già un allenatore in campo, ha capito che il suo futuro è quello di trovare una panchina.

A 33 anni lascia il calcio giocato con molti rimpianti ma con la consapevolezza che ha dato quanto poteva. È stato eroe nella sua terra, questo gli era bastato. Fa nulla se non è riuscito ad emulare o avvicinarsi alla carriera del suo idolo Meroni, capisce che quel giocatore era di un altro pianeta. Non è il momento del rimpianto, non è il caso di rimuginare su quello che poteva essere e non è stato.

L’estate seguente al suo addio al calcio è già in campo ad allenare le giovanili della Cremonese. Tre anni coi ragazzini e poi la prima squadra. Prende possesso della ‘cattedra’ a 35 anni, nel 1982 e porta subito i grigio rossi in Serie A dopo più di mezzo secolo di assenza. Da lì in poi il suo nome diventa tra i più gettonati e la gavetta parla di Como, Atalanta e Torino dove gestisce benissimo squadra e spogliatoio. A Bergamo fa doppietta, guidando i nerazzurri in due diverse occasioni. La prima nel 1987, dove rimane fino al 1990, e la seconda dal 1994 al 1998.

Dopo l’ennesimo ritorno al Torino, nel 2000 lo chiama il Napoli a sostituire Zeman dopo sei partite. E il suo ingaggio diventa la barzelletta d’Italia. Sia Corbelli che Ferlaino, infatti, dichiarano che l’allenatore non l’hanno scelto loro; cronisti segugi arrivano alla conclusione che il baffo di Rivolta d’Adda lo ha mandato Moggi tramite i buoni uffici di Gigino Pavarese  – che, pare, l’avesse appellato qualche tempo prima come uno degli allenatori più scarsi al mondo. Il suo mandato al Napoli funziona raramente, il suo 3-5-2 ancora meno.

Ovviamente Mondonico boccia il 4-3-3 zemaniano e si arrocca su posizioni più accorte, affida le chiavi del centrocampo ad un bergamasco doc come Oscar Magoni e cerca di sollevare il morale ai sei nazionali del Napoli (Vidigal, Saber, Sesa, Matuzalem, Jankulowski e Husain), riuscendovi solo raramente. A lui va bene anche il punto fuori casa. Ciò che lo tradirà, purtroppo, sarà ancora un punto. È quello che il Napoli perde in casa col Brescia (pareggio di Baggio al 92′ su punizione) e sarà quello che serviva agli azzurri per salvarsi a fine campionato. La classifica condanna il Napoli al ritorno in B dopo appena un anno e Mondonico torna in Lombardia a trascorrere intere giornate in campagna con i suoi stivaloni ed i pantaloni di velluto.

I Rolling Stones

La sua vita, però, a dispetto di chi lo ha conosciuto da allenatore maturo, da italianista ‘pane e salame’, è stata movimentata, vivace e perfino avventurosa. E se proprio vogliamo metterla sul piano del gioco di parole, Mondonico non poteva non nascere in un posto chiamato ‘Rivolta d’Adda’. Lui, la sua esperienza da calciatore l’ha rivolta-ta come un calzino, l’ha vissuta da giovane ribelle, insofferente a tutti i dettami che potevano arrivargli dall’alto. Nella gerarchia dei ‘cani sciolti’ dei tumultuosi anni sessanta, Mondonico viene subito dopo Meroni, Best, Zigoni, Bob Vieri e Vendrame tanto per citare i casi più clamorosi. Giocatori della generazione dei cavalli selvaggi, tutto genio e sregolatezza, caratteri insofferenti a regole e ordini, fuori dalle norme e dagli schemi, figli del loro tempo.

La storia, che oggi sembra fantascienza calcistica, è nota un po’ a tutti. È l’aprile del 1967, a Milano si esibiscono i Rolling Stones, Mick Jagger e Brian Jones stanno facendo ammattire milioni di giovani come i Beatles con le loro chitarre e i ritmi indiavolati dei primi album. Tra questi giovani c’è anche lui, Emiliano Mondonico, venti anni, giocatore più che promettente della Cremonese. Allora il futuro baffo che fa? La domenica precedente il concerto degli Stones si fa espellere per poter essere libero, per potersi trovare tra le migliaia di giovani che avrebbero affollato il Palalido di Milano la settimana successiva.

Accade che per tutta la gara riempie l’arbitro di parolacce fino a quando, a fine partita, il direttore di gara lo scopre. E lo fa squalificare. E’ quello che lui voleva, è quello che i capelloni come lui, con i poster delle riviste alla moda, avevano in camera. Bandite le sfumature alte, la rivoluzione partì da lì, dai capelli. Era come andare contro i genitori, la società tutta, l’essere bigotti, la noia ed il perbenismo. «Da Sanremo, Tony Dallara, Orietta Berti e Celentano mi trovai di fronte ai Rolling Stones e Jagger. Era uno spettacolo sconvolgente, diverso, che ti prendeva», disse così qualche anno più tardi il ‘Mondo’ quando confessò il motivo della sua squalifica.

Quella sera Brian Jones degli Stones era seduto su una sedia di legno. Una simile Mondonico la prese per alzarla in segno di protesta ad Amsterdam nel 1992 quando il Torino fu sconfitto dall’Ajax in Coppa Uefa Proteste e rivolte, il giovane Mondonico ritornò 25 anni indietro. A quando tormentò un arbitro per andare a vedere i Rolling Stones.

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

[…]

Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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