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La Penna degli Altri

Atalanta-Napoli amarcord: Mondonico, la sedia e i Rolling Stones

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Calcio in soffitta / Uno dei tecnici che ha occupato entrambe le panchine, e che ha segnato la storia del calcio italiano.

Tra tutti, il Mondo

Bianchi, Lippi, Mondonico, Mutti e Reja. Inizierebbe così la filastrocca dei tecnici che si sono scambiati le panchine di Atalanta e Napoli nel corso degli ultimi trenta anni. Noi dal cilindro ne estraiamo uno solo, quello che giace nel mezzo, per il suo carattere, in campo ed in panchina, e per ricordarlo ancora una volta. Dalla ‘normalità’ degli altri tecnici emerge lui, Emiliano Mondonico, che rappresenta ancora oggi, nell’immaginario di chi ha seguito il calcio sanguigno di una volta, l’allenatore antidivo per eccellenza.

È vivido il ricordo di quel baffo furbo davanti ai nostri occhi e quel modo di parlare che sembrava venir fuori da una perenne nebbia padana, da un pasto caldo, un bicchiere di vino e l’odore acre di un camino. E una partita a briscola. Non a caso i suoi genitori gestivano una trattoria proprio sulle rive del fiume Adda tra bruma, umidità e foschia.

Un piccolo Meroni

In quell’ambiente ‘rustico’ non fu difficile per il piccolo Emiliano passare all’oratorio, dove si appassiona sempre più al calcio. Un luogo magico, un punto di arrivo fermo nei futuri calciatori degli anni cinquanta e sessanta dove ai ragazzi veniva finalmente fornito un rettangolo (non sempre verde, anzi…) per dare sfogo ai propri istinti. È qui che lo nota un osservatore della Cremonese e gli fa firmare il primo contratto della carriera a 19 anni. Nella città del torrone, in due stagioni, Emiliano mette a segno 19 reti nonostante non giochi da punta pura. Anzi gli piace svariare, dribblare, andare in fondo e crossare, inventare giocate.

Insomma il suo modello è Gigi Meroni, un funambolo ed un giocoliere, un genio di quegli anni. Quando il Toro perde la ‘farfalla granata’ per il tragico incidente, la società cerca un giocatore che sia in grado di sostituirlo, non nei cuori dei tifosi, per i quali Meroni era un idolo da venerare, ma almeno in campo. Fu così che Mondonico, dal grigio rosso della Cremonese passa al granata del Torino. I dirigenti vogliono far crescere il ‘prospetto’ dietro i titolari delle due fasce, ovvero Carelli, a cui è passata la maglia numero 7 di Meroni, e Facchin.

Sotto la Mole, però, il suo rendimento è piuttosto alterno, non gioca sempre e in due anni colleziona solo 14 presenze con due reti. Il motivo è presto spiegato. Nel suo primo anno lascia intravedere buoni numeri ma l’allenatore Edmondo Fabbri non sembra fidarsi molto di quel capellone. Quando poi arriva Claudio Sala proprio dal Napoli la sorte di Mondonico sembra segnata. Poche presenze all’ombra del ‘poeta del gol’ e poi il passaggio al Monza in Serie B. Qui fa molto bene realizzando 7 reti in 23 presenze e giocando molto più vicino alla porta. Il giocatore c’è, ha la stoffa per tornare nella massima serie, là dove lo aveva lanciato il Torino.

Il passaggio all’Atalanta

È a quel punto che il giovane e rampante mister Corsini, nell’estate del 1971, lo chiede espressamente al presidente dell’Atalanta Bortolotti. Va bene, l’affare va in porto nonostante, nelle gerarchie, davanti a lui ci siano già Doldi e Leonardi. Mondonico, però, ha solo 24 anni, ha bisogno di giocare, di sentire la fiducia dell’allenatore, della società e dei tifosi. Questa pozione magica non verrà, sfortunatamente per lui, fuori dal calderone e allora il ‘Mondo’ resta ai margini della squadra. A fine torneo il suo curriculum dice solo due presenze e nessun gol.

Del resto la Bergamasca arriverà undicesima e conquisterà la salvezza con tre giornate di anticipo mostrando un mix compatto e granitico tra giovani ed esperti. Tra i primi c’è un potenziale ‘crack’, si chiama Giovanni Vavassori e l’anno seguente sarà acquistato dal Napoli. Tra i secondi c’è un mediano che in campo si fa sentire per quantità e qualità, si chiama Ottavio Bianchi e l’anno prima giocava nel Napoli. Nel mezzo giocatori di valore come l’attuale presidente Percassi, un ottimo portiere come Rigamonti, due terzini feroci come Maggioni e Divina, un centrocampo con due specialisti, Savoia e Sacco, ed un attacco che confida nella vena di Magistrelli. Quell’anno, nell’ultima giornata di campionato, il 28 maggio del 1972, l’Atalanta dà tre pappine al Napoli ed Altafini segna il suo ultimo gol in maglia azzurra.

Il ritorno a casa

Allora dove poteva rigenerarsi e trovare finalmente la vena giusta il nostro Emiliano? Ma a casa, naturalmente. A Cremona, tra B e C, esplode e lascia il segno con 180 presenze e 70 gol per un matrimonio che dura sette anni senza accusare nessun cedimento. È una bella storia quella del ‘propheta in patria’, la fedeltà al grigio rosso, ai  paesaggi della sua terra, alle chiese, al borgo medievale, al sapore delle osterie e il silenzio dell’oratorio nel momento della preghiera. Negli ultimi anni alla Cremonese è già un allenatore in campo, ha capito che il suo futuro è quello di trovare una panchina.

A 33 anni lascia il calcio giocato con molti rimpianti ma con la consapevolezza che ha dato quanto poteva. È stato eroe nella sua terra, questo gli era bastato. Fa nulla se non è riuscito ad emulare o avvicinarsi alla carriera del suo idolo Meroni, capisce che quel giocatore era di un altro pianeta. Non è il momento del rimpianto, non è il caso di rimuginare su quello che poteva essere e non è stato.

L’estate seguente al suo addio al calcio è già in campo ad allenare le giovanili della Cremonese. Tre anni coi ragazzini e poi la prima squadra. Prende possesso della ‘cattedra’ a 35 anni, nel 1982 e porta subito i grigio rossi in Serie A dopo più di mezzo secolo di assenza. Da lì in poi il suo nome diventa tra i più gettonati e la gavetta parla di Como, Atalanta e Torino dove gestisce benissimo squadra e spogliatoio. A Bergamo fa doppietta, guidando i nerazzurri in due diverse occasioni. La prima nel 1987, dove rimane fino al 1990, e la seconda dal 1994 al 1998.

Dopo l’ennesimo ritorno al Torino, nel 2000 lo chiama il Napoli a sostituire Zeman dopo sei partite. E il suo ingaggio diventa la barzelletta d’Italia. Sia Corbelli che Ferlaino, infatti, dichiarano che l’allenatore non l’hanno scelto loro; cronisti segugi arrivano alla conclusione che il baffo di Rivolta d’Adda lo ha mandato Moggi tramite i buoni uffici di Gigino Pavarese  – che, pare, l’avesse appellato qualche tempo prima come uno degli allenatori più scarsi al mondo. Il suo mandato al Napoli funziona raramente, il suo 3-5-2 ancora meno.

Ovviamente Mondonico boccia il 4-3-3 zemaniano e si arrocca su posizioni più accorte, affida le chiavi del centrocampo ad un bergamasco doc come Oscar Magoni e cerca di sollevare il morale ai sei nazionali del Napoli (Vidigal, Saber, Sesa, Matuzalem, Jankulowski e Husain), riuscendovi solo raramente. A lui va bene anche il punto fuori casa. Ciò che lo tradirà, purtroppo, sarà ancora un punto. È quello che il Napoli perde in casa col Brescia (pareggio di Baggio al 92′ su punizione) e sarà quello che serviva agli azzurri per salvarsi a fine campionato. La classifica condanna il Napoli al ritorno in B dopo appena un anno e Mondonico torna in Lombardia a trascorrere intere giornate in campagna con i suoi stivaloni ed i pantaloni di velluto.

I Rolling Stones

La sua vita, però, a dispetto di chi lo ha conosciuto da allenatore maturo, da italianista ‘pane e salame’, è stata movimentata, vivace e perfino avventurosa. E se proprio vogliamo metterla sul piano del gioco di parole, Mondonico non poteva non nascere in un posto chiamato ‘Rivolta d’Adda’. Lui, la sua esperienza da calciatore l’ha rivolta-ta come un calzino, l’ha vissuta da giovane ribelle, insofferente a tutti i dettami che potevano arrivargli dall’alto. Nella gerarchia dei ‘cani sciolti’ dei tumultuosi anni sessanta, Mondonico viene subito dopo Meroni, Best, Zigoni, Bob Vieri e Vendrame tanto per citare i casi più clamorosi. Giocatori della generazione dei cavalli selvaggi, tutto genio e sregolatezza, caratteri insofferenti a regole e ordini, fuori dalle norme e dagli schemi, figli del loro tempo.

La storia, che oggi sembra fantascienza calcistica, è nota un po’ a tutti. È l’aprile del 1967, a Milano si esibiscono i Rolling Stones, Mick Jagger e Brian Jones stanno facendo ammattire milioni di giovani come i Beatles con le loro chitarre e i ritmi indiavolati dei primi album. Tra questi giovani c’è anche lui, Emiliano Mondonico, venti anni, giocatore più che promettente della Cremonese. Allora il futuro baffo che fa? La domenica precedente il concerto degli Stones si fa espellere per poter essere libero, per potersi trovare tra le migliaia di giovani che avrebbero affollato il Palalido di Milano la settimana successiva.

Accade che per tutta la gara riempie l’arbitro di parolacce fino a quando, a fine partita, il direttore di gara lo scopre. E lo fa squalificare. E’ quello che lui voleva, è quello che i capelloni come lui, con i poster delle riviste alla moda, avevano in camera. Bandite le sfumature alte, la rivoluzione partì da lì, dai capelli. Era come andare contro i genitori, la società tutta, l’essere bigotti, la noia ed il perbenismo. «Da Sanremo, Tony Dallara, Orietta Berti e Celentano mi trovai di fronte ai Rolling Stones e Jagger. Era uno spettacolo sconvolgente, diverso, che ti prendeva», disse così qualche anno più tardi il ‘Mondo’ quando confessò il motivo della sua squalifica.

Quella sera Brian Jones degli Stones era seduto su una sedia di legno. Una simile Mondonico la prese per alzarla in segno di protesta ad Amsterdam nel 1992 quando il Torino fu sconfitto dall’Ajax in Coppa Uefa Proteste e rivolte, il giovane Mondonico ritornò 25 anni indietro. A quando tormentò un arbitro per andare a vedere i Rolling Stones.

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Morto Felice Pulici, storico portiere del primo scudetto della Lazio

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ILMESSAGGERO.IT (Emiliano Bernardini) – Se ne è andato in silenzio. In punta di piedi. Così come ha sempre vissuto. La Lazio piange Felice Pulici, indimenticato portiere del primo scudetto biancoceleste. È morto all’età di 73 anni dopo una lunga malattia. Alla Lazio in cinque campionati ha messo insieme 150 presenze consecutive. «Pu… Pu… Pulici», era un grido che saliva alto, quasi rabbioso. Più che un coro era un’invocazione, una preghiera di aiuto o un grazie urlato in coro da migliaia di laziali. Gli stessi che oggi lo piangono. Un’altra stella che si aggiunge al firmamento biancocelste.

Nel 1972 Pulici passa dal Novara alla Lazio di Tommaso Maestrelli, da poco promossa in Serie A. Per cinque anni non salta neppure una partita e, come detto, vince il campionato nel 1973-74. Si trasferisce quindi al Monza e all’Ascoli. Nel 1982, invece, torna alla Lazio per una sola stagione. Infine si ritira.

Resta comunque nella Lazio come allenatore della Primavera nel 1983. Poi, con l’arrivo di Giorgio Chinaglia alla presidenza biancoceleste, entra nella dirigenza biancoceleste come direttore generale.

Per due volte è il responsabile del settore giovanile laziale: dal 1994 al 1998 e poi dal 2003 al 2004.

Nel 2006 Claudio Lotito lo sceglie come membro della segreteria generale e, nel 2006, è uno degli avvocati che rappresentano il club durante il processo sportivo di Calciopoli. Nell’agosto del 2006 Lotito gli affida la rappresentanza della società.

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16 dicembre 1952, nasce Ciccio Graziani

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Nasce a Subiaco, in provincia di Roma, Francesco Graziani, uno dei primi attaccanti moderni del nostro calcio, in grado di segnare valanghe di gol ma anche di partecipare alla manovra fin dal limite del centrocampo.

Ciccio Graziani non ha i piedi di fata, non è nemmeno velocissimo e acrobatico come il suo gemello granata Pulici, ma è generoso e lotta fino al novantesimo offrendo alla propria squadra sempre il 110 per cento senza mai risparmiarsi.

Tuttavia è stato un ottimo goleador che ha fatto grande il Torino degli anni Settanta (uno scudetto conquistato nel 1976 e uno perso nel 1977 nonostante gli storici 50 punti totalizzati dal Toro); in granata ha giocato 8 Campionati segnando con Pulici quasi 200 reti: è capocannoniere nel 1977 con 21 centri.

Con la maglia della Nazionale ha vissuto momenti contrastanti; 23 gol in 64 partite diluiti in 8 anni non sono pochi anche se sul più bello, ai Mondiali d’Argentina, fu messo da parte da Enzo Bearzot per lanciare Pablito Rossi. Nel 1982 invece è stato titolare fisso in tutte le partite, ma nei primi minuti della finale con la Germania Ovest ha dovuto abbandonare per una lesione alla spalla lasciando il campo a Spillo Altobelli. Resta determinante, ai fini del passaggio del turno, la rete segnata al Camerun durante la terza e ultima gara della prima fase.

Dopo la lunga esperienza granata gioca a ottimi livelli anche nella Fiorentina di Antognoni e nella Roma di Falcao. Quando decide di abbandonare, a 35 anni suonati, gioca in B con i bianconeri dell’Udinese. Superata una breve esperienza dirigenziale con l’Arezzo, intraprende la carriera di allenatore che lo porta alla Fiorentina e al Catania. Come sul campoanche fuori, Ciccio è un personaggio verace che dice sempre quello che gli passa per la testa.

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Pierino Prati, il mestiere di far goal

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IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Latini) – Nonostante Cristiano Ronaldo e Lionel Messi abbiano monopolizzato gli ultimi dieci anni di Champions League, c’è un primato che neanche due mostri sacri come loro hanno mai ancora centrato. Né è detto vi riescano in futuro calibri come Neymar o Mbappé. Finora, chi ha messo le mani sulla coppa non ha mai segnato più di due gol. Comunque tanti, ma non abbastanza per eguagliare Pierino Prati, 72 anni pochi giorni fa e ancora quel record mai raggiunto: essere l’unico fare tripletta nell’atto finale sul più importante palcoscenico continentale. Se gli altri si sono riportati a casa il trofeo, in quella notte inglese del 1969, Prati in valigia ci infilò pure il pallone con cui per tre volte aveva fatto male al malcapitato Gerrit Bals.

Le origini di Pierino Prati

Soddisfazioni inscalfibili dal tempo, magari da raccontare ai bambini, gli stessi che ora Pierino allena, con la tuta del Milan, tentando di insegnarli quell’arte del gol che a lui riusciva così bene. Lo soprannominarono la peste e non poteva essere altrimenti. Un po’ perché sul campo gli si ammattivano dietro, un po’ per quel nome di battesimo, Pierino, che rimandava le menti al personaggio disegnato da Antonio Rubino sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Anche se della peste, il ragazzino destinato a prendersi l’Europa, ne aveva poco o nulla. Solo l’amore per il pallone, semmai, calciato nella sua Cinisello Balsamo, in quella provincia milanese fatta di industrie e fumi densi di ciminiera. Prati è un bambino come tanti, figlio di un’Italia in piena ricostruzione, con ancora qualche ferita della guerra da suturare e l’inguaribile ottimismo che dilaga sulle onde del boom economico. Si sogna ancora in bianco e nero, ma si sogna tanto. Spesso di diventare calciatore, come Pierino inizia a pensare di poter essere quando neanche adolescente viene prelevato dal Milan: suo cartellino vale centomila preziosissime lire.

Il Giro d’Italia di Pierino Prati

In rossonero, Prati fa parte della leva del ’46, con lui crescono altri due dal futuro roseo come Luigi Maldera e Nello Santin. Tutti e tre sotto gli occhi di Nils Liedholm, che gli scarpini li ha appesi al chiodo e ora fa apprendistato nelle giovanili milaniste, in attesa di diventare il Barone della panchina. I pupilli crescono bene, ma Pierino ha qualcosa in più. Gioca ala sinistra, vede la porta e anche bene, perché di gol ne segna tanti. Quando nel 1965 arriva a quota diciotto anni, la società decide di spedirlo a Salerno, in C. Insieme al biglietto del treno, un “vai e fatti le ossa della società” e un “che poi ti riprendiamo” come stella polare da seguire. E in Cilento, infatti, il ragazzo cresce, nonostante un infortunio. Ad aspettarlo trova Domenico Rosati, che come lui da Milano ci è passato, ma dalla sponda nerazzurra. Anche se ci è rimasto poco nel grande calcio Rosati, poi tanta C, prima di dedicarsi alla panchina. All’alba della stagione ’65/’66, il tecnico granata ha una squadra per tentare il salto di categoria. In rosa ci sono esperti come suo fratello Franco e Lorenzo Piccoli, ma anche giovani come Giuseppe Corbellini e proprio Prati, entrambi prelevati dal Milan. Ma tra i due sarà Pierino a farsi notare, già alla prima giornata, il 19 settembre, con una doppietta a Lecce che fa iniziare bene un’avventura destinata a progredire in meglio. I gol di Prati arrivano anche contro Siracusa, Chieti, Crotone. Alla fine saranno dieci, con un’altra doppietta, quella dell’ultima giornata alla Sambenedettese, decisiva per blindare il punto di vantaggio sul Cosenza e guadagnarsi la cadetteria. Un bagaglio sufficiente per aggiudicarsi il ritorno a casa, anche se sarà una breve sosta, perché nonostante l’esperienza salernitana, al Milan i frutti non sono ancora maturi. A ottobre altro prestito, stavolta non al Sud. Prati finisce al Savona, dove Ercole Rabitti sta faticando a far ingranare i liguri e ha bisogno di una mano. Pierino sbarca per dar manforte a un altro ragazzo del futuro segnato, Eugenio Fascetti. Neanche a dirlo, il primo gol lo segnerà contro la sua ex Salernitana, poi da lì alla fine altri quattordici. Tanti quanti il compagno di squadra Giampaolo Cominato e un altro col vizio del bomber, Gianni Bui. Meglio aveva fatto solamente il doriano Francesconi. Al Savona tutto quel ben di Dio in zona gol serve a poco, a Prati molto di più. Se i liguri ridiscendono in C, Pierino in estate torna nuovamente a Milano e la terza volta è quella che non scorderà più. Anche perché in rossonero le cose sono cambiate. La presidenza ora tocca a Franco Carraro, che in panchina ha voluto nuovamente Nereo Rocco,reduce dalla parentesi nella mai troppo amata Torino granata. E al Paron quel ragazzo piace, anche se quando glielo presentano non risparmia battute su quei capelli in pieno stile beat generation. “Signor Rocco, questo è Pierino Prati”, “Ti avevo chiesto Pierino Prati il calciatore, non Pierino Prati il cantante. Portalo via ché non lo voglio vedere”. Ma è tutta apparenza.

Pierino Prati al Milan e l’Europeo 1968

La sostanza parla di un Milan che vanta già l’esperienza di gente come Giovanni Trapattoni e Karl-Heinz Schnellinger, oltre al talento italiano più cristallino, Gianni Rivera. A centrocampo c’è Lodetti pronto a correre per tutti, dietro la classe di Roberto Rosato. In più, Rocco ha prelevato dal Lecco la classe argentina di Valentín Angelillo, mentre a Firenze ha spedito Amarildo per farsi dare in cambio l’UccellinoKurt Hamrin. Una squadra fatta per vincere e che finirà col fare quella per cui è stata progettata. Pierino Prati si sblocca a novembre, contro il Cagliari di Gigi Riva, poi da lì in poi non si fermerà più. Con tre doppietta mette in fila Vicenza, Brescia, Bologna e Roma, continuando a mietere vittime illustri come Juventus e soprattutto Napoli. Anche perché la squadra da attere sono proprio i partenopei, che alla fine chiuderanno a nove punti dal Milan. Poco aveva potuto anche l’ex, José Altafini. Il brasiliano ne avrebbe sì segnati 13, ma non quanti Prati: 15, con laurea di capocannoniere. Gioia su gioia, insieme al tricolore. Non bastasse, Pierino aveva saggiato anche l’Europa, in Coppa delle Coppe. Lì aveva giustiziato i modesti magiari del Győri, lo Standard Liegi e soprattutto il Bayern Monaco in semifinale. All’ultimo atto, poi, sarebbe bastato Hamrin portare la coppa nel capoluogo lombardo. Forse potrebbe bastare, ma in più c’è la Nazionale. Perché vero che Gigi Riva è un cono d’ombra su tutti gli attaccanti italiani, ma lì dietro Prati si è riuscito a ritagliare il suo bel posto al sole. E se n’è accorto anche il Ct, Ferruccio Valcareggi, che il ragazzo di Cinisello Balsamo l’ha spedito in campo nelle qualificazione all’Europeo del ’68, quello da giocare in casa. Pierino ovviamente ha ripagato cotante fiducia, segnando al debutto in azzurro, contro la Bulgaria a Sofia e ripetendosi anche nel ritorno di Napoli, in tuffo oltre le gambe dei difensori. È in campo anche quel 5 giugno, Pierino, sempre schierato insieme al compagno Rivera. Semifinale degli Europei. Stavolta non segna e come lui nessun altro. Finisce 0-0, niente neanche ai supplementari. L’Italia si aggrappa a una monetina che la premia e vola in finale, tre giorni dopo, stavolta a Roma. Altro pareggio, ma 1-1. Stavolta si rigioca, ma a quel punto Valcareggi gioca d’astuzia e ne cambia cinque di uomini, compreso Prati, rimpiazzato da Riva. E sarà proprio Rombo di Tuono a incendiare l’Olimpico.

La tripletta di Prati in Coppa dei Campioni

Pierino torna a Milano da campione continentale, definitivamente affermato. Segna anche la sua prima tripletta, al Verona, e il primo sigillo in un derby, quello di ritorno, pareggiando l’iniziale vantaggio di Mario Corso. 14 gol non bastano per impedire che lo scudetto finisce a Firenze, ma di gloria ce n’è in Europa. Stavolta Coppa dei Campioni, quella che Rocco vuole rivincere, dopo essere stato il primo tecnico italiano a farlo. Una bella mano, in quel ’69, gliela sta dando proprio Prati. Con una doppietta, Pierino ha piegato il Malmö, poi ai quarti ha letteralmente fatto impazzire il Celtic Park, tana dell’anima cattolica di Glasgow. Una cavalcata da metà campo fino all’area di rigore scozzese, far volare il Milan a una semifinale dove sarebbero bastati Hamrin e Sormani e regolare il Manchester di due signori a caso: Bobby Charlton e George Best. Sono gol che valgono un biglietto per Madrid, sede della finalissima. Tocca all’Ajax, banda di ragazzi promettenti, destinati a rivoluzionare il un continente calcistico. C’è già Rinus Michels, c’è già Johan Cruyff. Saranno l’avvenire, ma quella notte di fine maggio il presente è il Milan. E soprattutto Prati. Pierino segna già all’8’, spedendo dentro di testa un cross di Sormani, poi alla mezzora riceve il tacco di Rivera e col destro spara da fuori: Bals neanche la vede entrare. L’ultimo sigillo è ancora di testa, nuovamente su assist dell’Abatino. 4-1, prima avevano segnato anche Vasović e Sormani, ma la gloria sarà tutta per Prati. Nessuno aveva mai fatto tanto, nessuno è ancora riuscito a fare anche solo altrettanto.

Una carriera costellata di trofei

I gol continueranno ad arrivare, così come i trofei. Nel ’69 c’è anche l’Intercontinentale, vinta nell’inferno di Buenos Aires, perché all’epoca il regolamento prevede andata e ritorno. Così il Milan regola a San Siro l’Estudiantes di Carlos Bilard e papà Veron, ma al ritorno è un inferno. La squadra di La Plata ha ottenuto di giocare nello stadio del Boca, dove dentro i rossoneri trovano di tutto, compreso il lancio di caffè bollente. L’arbitro invece, il cileno Domingo Massaro, ignora ogni contrasto, compreso quello che costringe Prati ad abbandonare anzitempo il campo e la gomitata che spacca il naso a Nestor Combin, al quale toccherà anche un post partita turbolento: agli argentini non era andato giù che un conterraneo aveva scelto la bandiera francese e decisero di trattenerlo in commissariato per una presunta renitenza alla leva. Solo l’intervento di Franco Carraro avrebbe risolto tutto. Sul campo, invece, la rimonta argentina non sarebbe arrivata e al ritorno a Milano sarebbe stato proprio Prati a scendere dall’aereo con la coppa ben stretta tra le mani.

In campionato, invece, Pierino avrebbe segnato altri 14 gol. Ancora meglio nella stagione successiva, la sua migliore, con 19 centri. Solo Boninsegna aveva fatto meglio, ma con 8 rigori: Prati, invece, dal dischetto si era presentato solamente tre volte.

L’addio al Milan e l’arrivo a Roma

È nel ’71 che qualcosa si inclina e del suo ce lo mette anche la pubalgia. Prati gioca, segna meno. Ne realizza 6, gli stessi dell’anno successivo, dove calano anche le presenze e quantomeno mette lo zampino in un derby. Ma intento la presidenza è cambiata. Al comando si è issato Albino Buticchi, avvocato ligure e di fede juventina. Il nuovo presidente ha portato in rossonero Chiarugi e Prati lo bolla come finito, seppure nel ’70 se ne era volato anche in Messico con la Nazionale. È matrimonio che dura faticosamente una stagione, giusto in tempo per mettere in bacheca un’altra Coppa delle Coppe, poi a fine stagione si consuma il divorzio. Lo vuole il Cagliari, ma la spunta la Roma di Gaetano Anzalone. Il presidente gentiluomo ha idea di rilanciare la squadra, intanto affidata alle mani dell’autore del miracolo Cagliari, Manlio Scopigno. E al tecnico decide di regalare proprio Prati, che in giallorosso ritrova Domenghini,ma soprattutto una seconda casa. Nella Capitale, Prati viene accolto come il grande campione tanto invocato e lui da quell’amore ne viene irretito e travolto. Anche perché a Roma sono anni duri: dall’altra parte del Tevere la Lazio è in rampa di lancio, mentre De Sisti e compagni faticano. Pierino è una speranza romanista, che esplode già estate, quando ai suoi vecchi compagni del Milan rifila due gol in amichevole. I tifosi giallorossi non ci pensano due volte a inventare il coro “Buticchi bambino, grazie pe’ Pierino”, strillato anche più forte alla prima di campionato, quando proprio l’ex rossonero apre la gara col Bologna e alla fine dichiarerà ai giornali: “ogni mio gol è una rivincita su chi mi credeva finito”. Ne segnerà altri otto in quella stagione, ma il meglio lo darà in quella successiva, sotto l’egida del vecchio maestro Liedholm. Saranno 14, di cui uno mai dimenticato. 23 marzo 1975, derby, la Roma culla l’idea del sorpasso. Piove, l’Olimpico è un misto di cerate di fortuna, impermeabili e ombrelli. Al 76’ Peccenini trova spazio per crossare e la mette al centro, Prati piomba sul pallone e batte Felice Pulici, prima di correre a braccia alzate sotto la Sud. Nella Capitale sarà per sempre ricordato come il derby del sorpasso.

La storia in giallorosso proseguirà fino al ’77, poi Fiorentina, un’esperienza statunitense e la scelta di chiudere a Savona, nel 1981, prima di tentare l’avventura in panchina, per la verità poco fortunata. Ora insegna il mestiere di far gol, Pierino Prati, quello che a lui riusciva meglio.

Talmente meglio che come lui, in Coppa dei Campioni, una tripletta ancora nessuno mai.  

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