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Amarcord: Gioacchino Prisciandaro, il bomber da 300 gol senza pagina Wikipedia

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Storie di goleador, di attaccanti che hanno fatto innamorare piazze affamate di calcio diventandone simboli assoluti: questa è spesso la vita e la carriera dei cosiddetti bomber di provincia, centravanti che girano in lungo e in largo l’Italia, acquistati e pagati per fare gol senza però salire di categoria. La storia di Gioacchino Prisciandaro è ancora più completa e particolare, fatta di gol, campi polverosi ed un’unica breve apparizione in serie B, il tutto senza avere neanche una pagina Wikipedia dedicata.

Gioacchino Prisciandaro nasce a Bari l’8 settembre 1970, tifosissimo del Bari già da bambino quando inizia a giocare in un piccolo club cittadino, la Tangari Bari, dove inizialmente fa il portiere. Un giovedì in allenamento l’allenatore gli dice: “Mettiti in attacco per la partitella”, senza sapere che cambierà la vita del ragazzo. Prisciandaro quel giorno segna 10 reti e capisce che forse la sua strada è quella di spingerla dentro la porta la palla piuttosto che evitare che vi finisca. Così si mette presto in mostra ed entra a far parte del settore giovanile del Monopoli, scoperto dal direttore sportivo Domenico Pellegrini che lo porta a Noci (BA) dove vince subito il campionato, fino all’esordio fra i professionisti nel 1990 a Fasano in C2, poche presenze (anche a causa del servizio militare), nessuna rete ma la capacità di imparare dai più grandi, di mettere in cascina tanto fieno da chi in quel momento ha gol ed esperienza da vendere. A Pistoia ed Aosta le prime reti in serie C, un breve passaggio ad Avellino dove è chiuso dagli attaccanti titolari, poi un lungo girovagare nei dilettanti dove sembra trovare la sua dimensione: gol a grappoli a Maglie, a Cava de’ Tirreni, a Terzigno, sfiora la promozione in C2 con la maglia del Potenza nel 1998, poi a Rutigliano nel 1999 diventa famoso in tutta la Puglia per la quaterna rifilata al Taranto in un clamoroso 6-0 per la formazione barese con la quale alla fine del girone d’andata segna addirittura già 22 reti (31 totali a fine anno), quindi la svolta quando non ci credeva più, a quasi 30 anni, nel 2000 quando sempre in Puglia, è ingaggiato dal Martina che è in serie D e punta al ritorno nel professionismo dopo 10 anni; Martina Franca è una città piccola, la locale squadra di calcio è seguita da tifosi amareggiati da una storia fatta di promesse raramente mantenute e di una serie C inseguita come una chimera.

Prisciandaro è uomo da gol, lo capiscono subito tutti: alto e possente, chiama palla spalle alla porta, lavora per i compagni e quando ha l’occasione giusta non sbaglia quasi mai. Il Martina torna in C2 grazie alle reti del bomber barese che ne segna 22 in 24 partite, una media spaventosa per un calciatore che ha ormai 30 anni. Il meglio l’ha dato, sostiene qualcuno a Martina Franca dove Prisciandaro si concede qualche libertà gastronomica di troppo ma scopre la cultura del lavoro. L’attaccante ha infatti raggiunto una maturità fisica e mentale fino ad allora sconosciuta, perchè fino ad allora si era sempre allenato in modo approssimativo, non curando i dettagli, pensando che il calcio fosse solo divertimento, concendendosi cibo ed avventure galanti oltre il consentito. Ora suda e sbuffa in allenamento, il suo rendimento cresce, così come la sua resistenza fisica, perchè ora Prisciandaro corre dal primo all’ultimo minuto e non si blocca dopo un’ora con le mani sulle ginocchia, ora fa il calciatore vero, quello che gioca a pallone per mestiere e non soltanto per diletto. Il Martina vince anche il campionato di C2 e Prisciandaro mette a segno altri 22 gol che trascinano i biancoazzurri in C1 dove nella stagione 2002-2003 partono per salvarsi e si ritroveranno invece ad un passo dal Paradiso. Grazie alla coppia di attaccanti formata da Prisciandaro e Mitri, infatti, il Martina si installa fin da subito nelle posizioni alte della classifica, infastidendo compagini blasonate come Pescara, Avellino e Taranto; il Martina gioca bene, guidato dal tecnico Vincenzo Patania, e vince tanto, al punto dal contendere per buona parte della stagione il primato all’Avellino (che vincerà poi il campionato) e al Pescara, secondo al termine del torneo proprio davanti ai pugliesi. Martina ai playoff per la serie B, chi lo avrebbe mai detto? In semifinale, la squadra di Prisciandaro elimina il Teramo e si qualifica clamorosamente per la finale contro il Pescara, a confronto con una realtà che per anni ha calcato i campi della serie A. L’8 giugno 2003 il piccolo stadio Tursi di Martina Franca è pieno all’inverosimile, la gara finisce 0-0, Prisciandaro fallisce anche un calcio di rigore a pochi minuti dalla fine e il sogno si interrompe una settimana dopo allo stadio Adriatico di Pescara quando gli abruzzesi vincono 2-0 e tornano in serie B spezzando le speranze del piccolo Martina.

Prisciandaro capisce che il declino dei pugliesi è vicino ed accetta l’offerta della Cremonese per riportarla dalla C2 alla C1. Altra città, altra concezione di calcio, all’attaccante non sono perdonati gli eccessi di Martina Franca quando poteva sgarrare liberamente la dieta passando le serate a mangiare panini con la mortadella e a bere birra, perchè a Cremona si respira aria di grande calcio e c’è voglia di tornare in categorie prestigiose. Ma Prisciandaro si impone immediatamente diventando l’idolo della tifoseria: con 28 reti in 35 presenze trascina i grigiorossi in C1 e l’anno dopo ne fa 18, sufficienti per un’altra promozione; la Cremonese si ritrova in poco più di un anno dalla C2 alla serie B grazie ad un centravanti di 35 anni che ad un’età in cui molti si ritirano si appresta ad esordire nel campionato cadetto, i tifosi lo chiamano Jack lo squartaporte. Una gavetta lunghissima per un calciatore che ha perso anni importanti anche a causa di un carattere indolente, ma che ora vuole recuperare il tempo perduto a suon di gol e vuole misurarsi con il calcio vero, quello che va in televisione, quello che è ai piedi della serie A, in una piazza blasonata come Cremona che riabbraccia la serie B dopo 7 anni. La fatica si fa sentire, gli allenamenti sono durissimi per Prisciandaro che si accorge subito che giocare in serie B è diverso dai campionati minori, anche i contrasti durante le partite sono più duri, basta mollare un secondo e si può compromettere una gara. E’ dura anche fare gol, inoltre la Cremonese condurrà un campionato pessimo che si concluderà col penultimo posto in classifica e la retrocessione.

Prisciandaro segna due reti, il 4 settembre 2005 nel 2-0 al Catanzaro, ed il 9 ottobre nella sconfitta dei lombardi per 2-1 ad Avellino. Il 5 novembre la Cremonese gioca a Bari, proprio nella città di Gioacchino Prisciandaro che quando mette piede nello stadio San Nicola ha i brividi come mai ne aveva avuti prima. La squadra grigiorossa perde 1-0, rete di Vincenzo Santoruvo, altro barese doc, e Prisciandaro prende una decisione che aveva già iniziato a covare da qualche settimana: lascia Cremona e la serie B per compiere un triplo balzo all’indietro trasferendosi al Palazzolo in serie D. Non regge fisicamente un campionato logorante come quello cadetto, inoltre l’esonero del tecnico Giorgio Roselli col quale aveva legato tantissimo, spinge Prisciandaro a tornare nella dimensione del dilettantismo, preferendo ingaggi minori ma la possibilità di giocare sempre, di saltare qualche allenamento e di fare tanti gol. A 36 anni ha dimostrato di saperli fare anche in B, continua a farne fra i dilettanti: dopo Palazzolo, infatti, Prisciandaro gioca anche a Barletta, a Brindisi, fino alla chiusura della carriera in Promozione dove a 40 anni suonati trascina il Casamassima a suon di reti. Proprio lì, terminato finalmente di giocare e segnare, apre una scuola calcio dividendosi nelle sue giornate fra la gestione di un bar in una stazione di servizio (sveglia alle 4 del mattino e lavoro fino all’ora di pranzo) e l’allenamento coi ragazzi al pomeriggio.

Nel 2018 esce l’autobiografia di Gioacchino Prisciandaro (“Il bomber dei Poveri”), scritta assieme al giornalista Mimmo Giotta, nella quale l’ex centravanti spiega candidamente: “Voglio che i ragazzi leggano la storia di uno che ha fatto tanta gavetta. E che dai miei errori capiscano quello che non va fatto per non precludersi palcoscenici importanti”. Vizi e virtù di un calciatore speciale, forse eccentrico, ma efficace, dannatamente efficace sottoporta: 8 campionati vinti in carriera, oltre 300 reti messe a segno e nessuna pagina Wikipedia in suo onore. Ma forse sarebbe proprio lui stesso a non volerla, lui che ama quel calcio dal sapore di terra battuta e del panino con la mortadella dopo la doccia, un calcio povero ma sano, senza pagine patinate ma con tanta genuinità troppo spesso perduta.

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Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

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TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

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Il calcio è un pezzo da Museo

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IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

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Mazzola, 100 anni del primo Valentino

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

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