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Il Calcio Racconta

Orlando Sain: “Belin o Tenaggia”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Ai tempi delle elementari, a Sampierdarena, avevo una compagna di scuola che, nonostante la giovane età, era già piuttosto snob. Un giorno, verso la fine dell’anno scolastico, mi chiese: “Tu dove vai in vacanza?”

“Alla Foce”, risposi io. La Foce è il quartiere di Genova all’altezza dell’entrata del porto e dello sbocco del torrente Bisagno, ed essendoci l’acqua inquinata, nelle sue spiagge c’è il divieto di balneazione.

E allora lei, tra lo sdegnato e lo stupito, mi fece: “Alla Foce?!? Io invece vado in Versilia, a Lido di Camaiore”.

Ricordo di avere pensato: ” E tu vattene in Versilia, che io me ne vado alla Foce”.

In quel quartiere viveva un mio zio, funzionario in pensione dell’Italsider e pescatore dilettante. Abitava alla Foce, ma aveva due gozzi nel quartiere più a levante, alla Marinetta di Albaro, di cui uno a vela latina, anche se poi usava sempre un motore americano fuoribordo, il Johnson.

Orlando Sain

Io passavo l’estate con lui e mia zia a pescare al bolentino. Erano due genovesi molto attaccati a le loro radici e siccome io sono di origine meridionale da parte di madre, si sentivano investiti della missione di trasmettermi la cultura della nostra città. In realtà non ce n’era bisogno perché a questo ci stavano già pensando mio padre e mia nonna che erano genovesi tanto quanto loro. Ma tant’è, non c’era verso.

E così un giorno mi portarono con la barca  in un’insenatura del porto, tra il Palasport della Fiera del Mare ed i cantieri navali, con la scusa di recuperare un po’ di esche, vale a dire ciò che la maggior parte degli italiani del sud chiama “cozze” e che invece i genovesi preferiscono chiamare “muscoli”.

Quello spicchio di costa era “la Cava”, il luogo citato nella celebre canzone di Mario Cappello, “Ma Se Ghe Penso” (” vedo la Lanterna, la Cava e laggiù il Molo”), autore tra l’altro anche di uno dei primi inni del Grifo : “Semmo do Zena”. Ed i miei zii mi avevano portato lì perché, ovviamente, dovevo imparare la famosa canzone, ma ero anche tenuto a sapere il significato recondito di ogni dettaglio: era una specie di corso accelerato di filologia genovese.

Comunque, le giornate passate in barca sono un ricordo piacevolissimo. E quella di essere in mare aperto è stata una delle sensazioni di libertà più forti che io abbia mai provato. A volte andavamo  ben oltre la diga, in direzione del mezzogiorno verso la Corsica, a fare pesca d’altura. A mano a mano che ci allontanavamo, a causa della distanza e della foschia estiva, la costa gradualmente spariva. Ed era bello al rientro vedere le case e le cose riprendere forma: lentamente, davanti ai miei occhi, la città si ricomponeva. Quando ripenso a quell’incantesimo, mi vengono in mente i versi di una bella canzone di Ivano Fossati: “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”.

Altre volte ci spingevamo a levante, e costeggiavamo il litorale tra il Capo di Santa Chiara e Punta Chiappa (ma capitava di andare  anche oltre, verso il Tigullio). E dalla barca vedevo le aspre scogliere di Nervi, la sua strettissima passeggiata che si snoda tra le agavi, gli spuntoni di roccia e la ferrovia. E poi i parchi, i roseti, le ville e l’antica torre d’avvistamento, cioè Torre Gropallo; subito dopo la bellezza di un borgo di mare come Bogliasco, con i paesini che si inerpicano per i monti e le vallate  e, ancora, la costa frastagliata di Pontetto e di Pieve; più a est incontravamo Camogli con la sua chiesa e la sua rocca all’altezza del porticciolo, in cui era ormeggiata la flotta di pescherecci; e se ci spingevano ancora più a oriente, potevamo vedere l’abbazia benedettina di San Fruttuoso, con il suo porticato che dà direttamente sulla piccola baia del Cristo degli Abissi.

Quello era, ed è, il tratto di mare più bello del mondo. I latini dicevano: “Nomina sunt consequentia rerum”, i nomi sono conseguenza delle cose. Se quel tratto di costa è stato chiamato Golfo Paradiso, un motivo ci sarà pure stato  (altro che Versilia e Lido di Camaiore!).

Una volta riuscimmo a riempire due o tre secchi di pesci di un tipo che in genovese è chiamato “smaridda” e che in italiano non so nemmeno come si chiami, ed io mi sentivo il ragazzino più felice del mondo. Ma c’è un altro ricordo di pesca che è rimasto impresso nella mia memoria: un giorno, navigando sottocosta, mi capitò di pescare due pesciolini colorati, con sfumature bianche, bluastre, nere e rossastre. Di questi pesci, invece, ricordo bene il nome italiano: erano delle “donzelle”. “Puoi anche cacciarle via, non sanno di niente: sono ziguele”,  mi disse mio zio. E poi aggiunse: “Sono come i doriani: tanto colore, poco valore”.

Andavamo spesso a pescare in qualche momento della giornata. Ma in tutti i casi, al mattino o alla sera, facevamo sempre un salto nella spaggia più a ponente di Punta Vagno. Uscivamo di casa, in via Casaregis, passavamo accanto alla Trattoria Mentana, sempre frequentata dai cantautori genovesi e dai giocatori del Genoa, attraversavamo Corso Marconi, e ci trovavamo nella baracca dei pescatori professionisti della Foce, dove mio zio passava sempre un paio d’ore a chiacchierare con loro.

Formazione del Genoa del 1941-42, dove compare Orlando Sain. Una nota di colore: il primo giocatore in alto a sinistra è Federico Allasio, padre della bellissima e celeberrima attrice degli anni Cinquanta, Marisa Allasio.

La baracca era essenzialmente frequentata dai pescatori professionisti in pensione che abitavano nelle case proprio all’altezza dell’imbocco della strada sopraelevata, dove ancora oggi c’è un’osteria che ha un menù a base di pesce. Tutti i giorni, quei vecchi lupi di mare, uscivano di casa, attraversavano Piazzale Kennedy per sedersi lì all’ombra, ed unirsi al gruppo per chiacchierare. E lì passavano ore ed ore a parlare del più e del meno. I ritmi della conversazione erano lenti, mediterranei. Si scrutava l’orizzonte marino e si dava voce ai pensieri. Era gente che, a quei tempi (primi anni Settanta), aveva ottanta e anche novant’anni. Insomma erano tutti  genovesi dell’Ottocento, anche volendo non sarebbero stati in grado di pensare nella lingua italiana: si poteva stare delle ore ad aspettare invano una parola che non fosse pronunciata in dialetto. La maggior parte di loro, per non dire la totalità,  eccetto che per il servizio di leva, non si era mai allontanata dal proprio quartiere.

Avevano un marcato senso del territorio. Io ero chiamato da loro qualche volta con il mio vero nome (Massimo) che storpiato alla genovese diveniva “Màscimo”; qualche volta si riferivano a me  come al ” o nevo do Bona” (“il nipote di Bona”, che era il cognome di mio zio); ma  più  spesso, sapendo che ero di Sampierdarena, mi chiamavano “o sampêdaennin”: il piccolo sampierdarenese. La gente di quella baracca (in particolare due fratelli: Giôan e Luigin), e la baracca stessa  mi sono rimaste  per sempre nel cuore.

Le vicende della vita mi hanno portato altrove per molto tempo, ma circa vent’anni dopo, sono tornato in quel luogo. Le persone naturalmente non c’erano più, ma la baracca era ancora lì. Così da quella volta, saltuariamente, quando volevo restare un po’ solo con i miei pensieri, ho iniziato a prendere l’abitudine di far partire da lì le mie passeggiate che, immancabilmente, terminavano in un altro antico borgo di mare, quello di Boccadasse. È un percorso pieno di scorci suggestivi quello che dalla Foce porta ad Albaro. Basta non farsi prendere dalla fretta, dal frastuono della metropoli, e godersi la storia ed il paesaggio: il faro di Punta Vagno in una piccolissima selva di macchia mediterranea, sulla cui spiaggia, molti secoli prima, sbarcarono i santi Nazario e Celso e dove fu celebrata la prima messa in Liguria. Poi il castelletto in stile Liberty e l’imponenza del Palazzo del Tritone dalla facciata grigio e rosso porpora. A fianco, i resti di un antico forte recentemente ristrutturato, il Forte di San Giuliano e, subito dopo,  la Villa Gaslini progettata da Gino Coppedè, immersa in un bellissimo parco di palme, di pini marittimi e di oleandri.

Di fronte a questa villa da sogno, c’è l’antica abbazia benedettina di San Giuliano, a cui il poeta Guido Gozzano dedicò una poesia (credo che anche lui, come me, avesse frequentato il circolo della Marinetta d’Albaro).  E, continuando il cammino, subito dopo si trova il Lido d’Albaro, graffito di “Belle Époque”. Ma, ormai, siamo quasi alla fine della passeggiata: stiamo arrivando a Boccadasse, il vecchio borgo di pescatori con le case di tutti i colori, che hanno per fondamenta gli scogli. E dalla terazza di fronte alla chiesa di Sant’Antonio,  ancora un ultimo sguardo al profilo del Promontorio di Portofino, in cui si possono distinguere in lontananza le case che dalla costa si arrampicano fino alla vetta.

In piena estate la passeggiata è un susseguirsi di comitive di bagnanti chiassosi, radioline “a manetta”, pallonate sul bagnasciuga, acquagym nelle piscine scoperte al ritmo di “bassi” che spaccano i timpani. Ma, “il mare d’inverno” è molto più affascinante; le spiagge sono semideserte ed in acqua non si vede anima viva, ad eccezione di un cormorano. Ed è affascinante stare a vedere le battute di pesca di quell’essere acquatico. Affascinante ma non semplicissimo, perché si immerge per lunghi intervalli di tempo per poi riemergere a distanza di decine di metri, per cui c’è il rischio di non riuscire a seguirne le tracce.

Un’istantanea della partita tra Genoa e Napoli, finita 3 a 0 a favore dei rossoblù e giocata allo Stadio Luigi Ferraris il 14 giugno del 1942. La foto immortala l’uscita di pugni di Orlando Sain, il portiere chiamato “Tenaggia”, mentre i genoani Primo Andrighetto e Mario Perazzolo seguono gli sviluppi della fase di gioco.

Cosa c’entra tutto questo col Genoa? Il fatto è che quando mi accorsi che Gorin ed Onofri avevano l’abitudine di fare una partita a cinque ai Bagni Italia, incominciai a fare quella passeggiata con un frequenza ancora maggiore. E così, nel tardo pomeriggio o in prima serata, al ritorno da Boccadasse, mi accostavo alla balaustra vicino ai bagni e passavo un quarto d’ora a vedere giocare “le mie vecchie glorie”. Ed era piacevole constatare che, nonostante il passare degli anni, le caratteristiche essenziali del giocatore erano rimaste immutate. Anche in una partitella tra amici,  Fabrizio Gorin lottava caparbiamente su ogni pallone e Claudio Onofri, con il suo tocco elegante, disegnava  le sue geometrie.

Per me è sempre stato così: vedere, osservare, incontrare, parlare con qualche ex del Genoa è sempre stata una cosa che mi ha dato enorme piacere. E a pensarci bene, “ex” non è neanche un termine molto appropriato, perché chi ha mostrato attaccamento alla maglia fa parte della storia perenne del Grifo, poco importa la serie, i risultati o il palmares.

Ricordo che proprio per questo fui contento di fare la conoscenza di un  giocatore ed ex allenatore del Genoa. Anche se, da allenatore, a livello di risultati non aveva certo entusiasmato: aveva allenato il Genoa nell’anno della prima retrocessione in serie C. Ma parlando con lui mi resi conto che il Genoa gli era rimasto nel cuore.

Nei primi anni Novanta, del gruppo con cui andavo alla Nord faceva parte Enrico, un amico che abitava nel quartiere di Quezzi (in realtà era originario di un quartiere più all’interno della Valbisagno, era di Molassana, ma abitava ormai da tempo vicino a Largo Merlo). Un giorno Enrico capitò dalle parti di casa mia e venne a trovarmi. Era una giornata primaverile, uscimmo e andammo a fare due passi. Dopo un po’ ci trovammo per caso dalle parti di Via Sampierdarena. Ad un certo punto,  passando vicino ad un bar, vide  un suo parente seduto ad un tavolino che prendeva un caffè. Mi guardò e con un sorriso mi disse: “Vieni. Ti presento mio zio. Ha un negozio di articoli sportivi qui nella via. Sono sicuro che ti farà piacere conoscerlo”.

Ci sedemmo al tavolo di quel signore ed anche noi ordinammo i caffè. Dopo alcuni minuti capii che lo zio del mio amico era Franco Viviani, l’allenatore del Genoa della sfortunata stagione 1969-70. Una persona molto simpatica, semplice, amabile. Era passato alla storia perché prima dei match, nello spogliatoio, chiedeva alla squadra: “Com’è il cielo?”  E i giocatori dovevano rispondere in coro: ” Rossoblù!!”.

E forse varrebbe la pena di fare notare a quelli dell’altra sponda calcistica che, ai giorni nostri, scimmiottano il buon Rino Gaetano facendo un parallelo tra i loro colori e quelli del cielo come, anche in questo caso,  sono arrivati con un po’ di ritardo. E poi, ad ogni modo, il simpaticissimo Rino Gaetano diceva che “Il cielo è sempre più blu”, mica che è blucerchiato.

L’umanità è già afflitta da gravi problemi: surriscaldamento del pianeta, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari e quant’altro. Ma, grazie al cielo, fino ad oggi di colori inquietanti nei nostri cieli non se ne sono ancora visti. Quando c’è un bel tramonto, da che mondo è mondo, il cielo è rosso ed è blu, almeno sul mare di Genova.

Comunque, per tornare agli ex-rossoblù, l’incontro più suggestivo, e inaspettato al tempo stesso, con un giocatore della vecchia guardia risale all’inverno del ’76. Io ero in terza media,  le vacanze di natale si avvicinavano e volevo approfittare della pausa scolastica per trovare un lavoretto.

Lessi un annuncio: un autolavaggio a pochi centinaia di metri da casa mia cercava un ragazzo per lavare le macchine. Telefonai. Il proprietario mi fissò un appuntamento per il pomeriggio. Arrivai puntuale alle due spaccate, ed entrai nell’ufficio del titolare. Seduto dietro ad una scrivania, c’era un uomo che sarà stato sulla sessantina: fisico atletico, occhi chiari, capelli brizzolati, leggermente stempiato.

Dopo i saluti, una breve presentazione e qualche domanda di rito, soprattutto riguardante la mia disponibilità a livello di orari, quella persona prendendomi un po’ alla sprovvista, mi chiese: “Stai col Genoa?”. Ancora oggi, pensando a quel giorno, sono stupito. Perché mi aveva fatto quella domanda? Forse avevo un ciondolo, un braccialetto, un portachiavi, qualcosa che lasciava trasparire la mia fede rossoblù,  ma ormai sono passati davvero un mucchio di anni e non sono più in grado di ricostruirlo. Comunque risposi: “Sì. Sto col Genoa”.

Non avevo ancora finito di dare la prima risposta, che il mio futuro datore di lavoro mi fece subito una seconda domanda: “E sei di Sampierdarena?” Continuavo a non capire la ragione di quella specie di interrogatorio che mi faceva  questo signore. Che c’entravano tutte queste domande con il lavoro che avrei dovuto fare? Comunque, per l’ennesima volta, cercai di soddisfare la sua curiosità: “Sì. Abito a poche centinaia di metri da qui” Ma, nel volgere di un momento, i ruoli si erano completamente invertiti: adesso la persona stupita sembravai lui perché più o meno, cambiando semplicemente l’ordine delle parole, mi riformulò la stesso interrogativo: “Sei di Sampierdarena e stai col Genoa?”

A quel punto, quasi a sgomberare il campo da ogni equivoco, decisi di rispondere in maniera circostanziata, dettagliata e precisa: “Sì, sono di Sampierdarena e sono genoano. Da tre generazioni, per la precisione, almeno per ciò che riguarda il mio ramo paterno, che al ramo materno della mia famiglia di calcio non gliene frega e non gliene è mai fregato  niente a nessuno”.

La mia risposta provocò un sorriso di compiacimento nel mio interlocutore: avevo infatti di fronte a me l’espressione divertita del titolare dell’autolavaggio, che, con una malcelata soddisfazione, mi disse: “Io ho giocato nel Genoa. Mi chiamo Sain. Hai mai sentito parlare di me?”

Purtroppo non avevo mai sentito parlare di questo Sain. E devo dire c’era in me quasi un senso di colpa, dovuto al fatto di non essere a conoscenza dei trascorsi di quel giocatore. Così, piuttosto in difficoltà, fui costretto ad ammettere: “No. Mi dispiace, non ho mai sentito parlare di lei”. E lui, bonoriamente, come se non avesse voluto farmene una colpa, concluse quella conversazione dicendo: “È normale. Sei troppo giovane. Chiedi a tuo padre, lui saprà sicuramente darti notizie a mio riguardo.  Ah, comunque sei assunto immediatamente. Oggi sono in difficoltà. C’è un sacco di lavoro da fare: nel periodo di festa tutti vogliono avere l’auto pulita ed il ragazzo che lavorava per me ha appena cambiato lavoro.  Allora, incominci subito. Se per te va bene”. 

Lavorai tutto il pomeriggio, terminando verso le sette e mezza. Sulla strada di casa, a differenza del solito, non mi fermai nel circolo all’angolo per salutare gli amici. Quel giorno andavo di fretta. C’era una vicenda storica riguardante il Grifone da sviscerare e c’era una sola persona con cui ne volevo parlare.

Rientrai a casa per l’ora di cena. Mio padre, mia madre e mia sorella erano già a tavola. Mio padre mi vide arrivare e mi chiese: “Allora, com’è andato il tuo primo giorno di lavoro?”. Io non vedevo l’ora di fargli la mia domanda: “Il proprietario dell’autolavaggio si chiama Sain. Dice che ha giocato nel Genoa. Tu te lo ricordi?”

Nei giorni successivi,  mio padre avrebbe avuto modo di raccontarmi vita morte e miracoli del mio principale, spiegandomi che quello era il portiere che aveva giocato nell’Inter, vincendo una Coppa Italia insieme a Giuseppe Meazza, alla fine degli anni Trenta, per passare in seguito al Genoa, dal ’41 al ’43, e poi ancora nel primo campionato del dopoguerra. Ma sul momento, la sua reazione immediata fu semplice. Sorrise e mi disse solo tre parole in dialetto: “Belin !! O  Tenaggia!!!”. 

Sulle origini del soprannome esistono versioni contrastanti. Secondo alcuni si trattava di qualcosa d’ironico perchè quel portiere era spesso responsabile di qualche « gollonzo ». Secondo altri era invece un attestato di stima perchè si trattava comunque di un buon portiere. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Non completamente esente da errori e incertezze, Sain aveva comunque un modo particolare e temerario di uscire dai pali e afferrare il pallone. Fu così che i supporter genoani, con la fantasia tipica della nostra tifoseria, avevano deciso di chiamarlo Sain A Tenaggia”, cioè  SainLa Tenaglia”.

N.B: l’articolo è un capitolo del libro “I RACCONTI DEL GRIFO – Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova” di Massimo Prati. Ringraziamo l’autore che ci ha dato la possibilità di pubblicare alcuni capitoli del libro e questo è il primo appuntamento. Per acquistare il libro, potete rivolgervi all’Associazione Un Cuore Grande Cosi – Onlus (www.uncuoregrandecosi.it – mail: info@uncuoregrandecosi.it)

 

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli, e “I racconti del Grifo”, pubblicato nel 2017 da Nuova Editrice Genovese, oltre ad articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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13 luglio 1979 – Il Presidente D’Attoma porta Paolo Rossi al Perugia cambiando per sempre le regole del gioco

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello)- “II giocatore Paolo Rossi com’era desiderio della Federazione, degli sportivi, delle società e suo personale, giocherà in serie A il prossimo campionato. Il Vicenza e il Perugia hanno raggiunto oggi a Milano un accordo, con la formula del prestito, in base al quale la società umbra si è assicurata per una stagione sportiva le prestazioni del centravanti della nazionale. L’annuncio viene dato in maniera congiunta attraverso questo comunicato dal Vicenza, dal Perugia, e dal giocatore stesso il quale è stato informato di tutte le clausole del contratto che approva. Il Vicenza ringrazia così il Perugia ma non dimentica lo spirito di franca e leale sportività che ha animato tutte le società intervenute in questa fase, in particolare Napoli, Lazio, Roma e Bologna con le quali è stato possibile instaurare un dialogo franco, costruttivo e serio. Alla fine il Vicenza ha ritenuto più idonea la soluzione prospettata dal Perugia: squadra competitiva che lo scorso anno si è classificata al secondo posto; possibilità di tornei europei per il giocatore: città, come Vicenza, non stressante per un uomo che sta pagando in mancata tranquillità un pesante prezzo alla gloria sportiva; prestito per una stagione e quindi apertura massima per il futuro di Paolo Rossi; offerta al Vicenza buona per il presente e interessante per le prospettive in funzione degli obiettivi del Vicenza stesso, che continuano a non prescindere da un rapporto di cordiale collaborazione con Rossi. Queste le clausole del contratto: al Perugia in prestito annuale rinnovabile da parte del Perugia. Al Vicenza 500 milioni, più le prestazioni di Redeghieri e Cacciatori, uno dei quali in comproprietà (entrambi se il Perugia rinnoverà il prestito di Rossi a fine stagione, per l’identica somma di 500 milioni)”.

Un comunicato che mette fine ad una vicenda tormentata del calcio mercato 1979. Una vicenda che cambia per sempre le regole del gioco, del calcio mercato e dei diritti televisivi e di sponsorizzazioni su cui si basa ancora oggi il sistema calcio.

Analizziamo la situazione: Paolo Rossi è un giocatore importante degli Azzurri di Bearzot, che nel mondiale argentino del ’78 ha convinto grazie alle sue prestazioni. Il Vicenza di Giussy Farina lo ha riscattato, l’anno precedente, superando la Juventus alle “buste” e valutando il giovane calciatore oltre 5 miliardi del vecchio conio. Nell’ultima giornata di campionato il Vicenza soccombe per 2-0 contro l’Atalanta. Il verdetto è spietato: è serie B. Può un calciatore di queste “dimensioni” giocare tra i cadetti? Inoltre il Vicenza ha il problema di dover saldare ancora una buona parte dell’acquisto del calciatore stesso alla Juventus. La società biancorossa si trova quindi nella necessità di rimpinguare le casse mentre tutte le società sono alla finestra sperando di poter avere la meglio sfruttando le necessità dl “venditore”.

A sorpresa la spunta il Perugia. Come ha fatto? Ce lo dice il Presidente D’Attoma…”Non ci voleva credere nessuno a questo affare…comprare Rossi con i soldi degli altri. Noi abbiamo trovato un paio di ditte che ci sponsorizzeranno per intero l’affare, non ci rimetteremo una lira, anzi ne guadagneremo sopra considerando i prevedibili aumenti sia degli incassi e sia degli abbonamenti” (Cit. La Stampa, 14 luglio 1979). Banale? Forse oggi si, ma non nel 1979.

D’Attoma trova la chiave di volta per gestire la situazione modificando per sempre, di fatto, il calcio. Infatti, con la modalità indicata e cioè “comprare con i soldi degli altri”, ha inventato le sponsorizzazioni.

Dapprima stringe un accordo con il Pastificio Ponte che finanzia la società in cambio della presenza del logo “PONTE” sulle maglie dei giocatori: il pastificio diviene il primo sponsor nella nostra storia del calcio. La federazione colpisce con una multa la società perugina perché sulle maglie può comparire solo lo sponsor tecnico, cioè il logo dell’azienda che produce le maglie. L’articolo 16 del regolamento della federazione calcistica contemplava infatti la possibilità di poter inserire sulle maglie, per un massimo di 12 centimetri quadrati, il nome dello sponsor tecnico. Allora D’Attoma crea la linea “Ponte Sportwear” rendendo possibile l’esposizione del marchio sulle maglie dei calciatori. Così facendo la Ponte paga la “pubblicità” facendo arrivare nelle casse della società del Perugia un importo tale che anche la multa da 20 milioni di lire inflitta è nulla. Nel 1981 la FIGC approva un regolamento che permette di sdoganare le sponsorizzazioni sulle maglie.

Inoltre, lo scatenatissimo Presidente D’Attoma si rivolge ad un’agenzia perugina di pubblicità, la C.P.A. che, da quel momento, si sarebbe occupata di gestire l’immagine della società Perugia per trarne dei profitti economici: amichevoli, vendita dei diritti venduti a TV private, incremento della pubblicità allo stadio; altre modalità di “sfruttamento” dell’immagine del Perugia Calcio.

Queste le mosse del Perugia e del Presidente D’Attoma che riuscì a portarsi Paolo Rossi in casa cambiando per sempre il calcio mercato e la storia degli sponsor nel calcio.

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“Poveri ma belli” – Giampiero Gasperini e il coraggio di Galeone

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto dal libro “Poveri ma belli – Il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, di Lucio Biancatelli edito da “Ultra Sport”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi un estratto, molto breve ma pregno di contenuto, dal Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone,

 

“Fino al 1985 il modulo di gioco in Italia era abbastanza uniforme», racconta Gasperini. «Il marcatore, il libero, il terzino fluidificante, il tornante a destra e i tre centrocampisti (il regista, l’incontrista sul 10 avversario, e il 10, il più estroso) infine i due attaccanti. Questo era il  calcio all’Italiana che ci ha portato a vincere il mondiale, con Conti da una parte, Cabrini dall’altra, Oriali e Tardelli a centrocampo con Antognoni “regista”. A metà anni Ottanta ha cominciato a diffondersi, tra mille difficoltà, la zona, con molte resistenze e scetticismi da parte di chi difendeva il sistema di gioco tradizionale. Arrivato a Pescara il mio primo allenatore fu Enrico Catuzzi. Nel 1985 il Pescara era l’unica tra la A e la B a giocare in quel modo. Poi dopo arrivò Galeone che sposò quel modo di giocare. Nel 1986-87 si affiancò al Pescara il Parma di Sacchi. In C c’era qualche altra realtà come Zeman a Licata. Con la promozione del Pescara e l’arrivo di Sacchi al Milan dei campioni, piano piano questa idea di calcio si diffuse. Il calcio italiano in quegli anni quasi si divise, fu quasi una guerra di religione, poi pian piano si spostò tutto dalla parte della zona”.

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Qui puoi leggere il primo estratto

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Amichevole tra selezioni di Italia e Svizzera del 30 Aprile 1899: nuove evidenze

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Della partita del 30 aprile 1899 di Torino, tra una selezione svizzera e una italiana, si è già avuto modo di parlare numerose volte. Si tratta di un argomento affrontato sia in pubblicazioni autorevoli, come ‘L’Età dei Pionieri, Football 1898-1908’, a cura della Fondazione Genoa, sia da siti internet tematici, come “Calcio Romantico” e sia da giornali online, come quello in cui ci troviamo, GliEroidelCalcio.com. Io stesso ho avuto modo di scrivere un articolo, sotto forma di breve racconto, che è stato pubblicato su PianetaGenoa1893, il 30 aprile 2019, nella ricorrenza dei 120 anni di quella partita, grazie al suo Direttore, Marco Liguori, sempre molto disponibile a dare spazio ai miei contributi e, sempre in quella data ne parlammo anche qui su GliEroidelCalcio.com.

Si tratta di una vicenda, a mio avviso, di grande interesse, che è forse necessario riassumere, seppure rapidamente, a beneficio di chi non avesse  letto  il  suddetto  articolo  e di chi, in generale, non conoscesse i risvolti di quell’importante evento storico e sportivo. Nel 1899, cinque giocatori del Genoa, cinque giocatori torinesi e un giocatore di Milano parteciparono all’amichevole Italia-Svizzera, svoltasi allo Stadio Velodromo di Torino e la squadra italiana si presentò in campo con la maglia del Genoa, a quei tempi a strisce bianche e blu, per onorare quelli che erano i detentori del titolo di Campioni d’Italia. Non si trattò di un match tra due nazionali, ma di un incontro tra due selezioni formate appunto da giocatori, di differenti nazionalità, che praticavano il calcio nel campionato italiano e in quello elvetico. E l’evento ha lasciato tracce di sé nella pubblicistica di quel periodo: “La Gazzetta dello Sport”, “La Stampa” e “La Gazzetta del Popolo”. In quella occasione, l’Italia schierò la formazione seguente: Beaton, De Galleani, Dobbie, Bosio, Spensley, Pasteur, Leaver, Weber, Kilpin, Savage, Agar. Mentre la Svizzera scese in campo con i seguenti giocatori: Therdicon, Williams, Suter, Schmid, Butler, Gamper, Iweins, Collison, Dewitt, Dégerine, Madler.

Numerosi storici, ed appassionati della materia, in molte occasioni hanno sottolineato come quell’incontro avesse visto la presenza di personaggi dall’indiscutibile importanza per la storia del calcio italiano. Tra i partecipanti si potevano infatti individuare James Spensley e Edoardo Pasteur: figure guida nella Storia del Grifone; ma anche Edoardo Bosio, iniziatore del calcio nella città della Mole, e fondatore del Torino Football and Cricket Club. Insieme a loro va poi sicuramente citato, Herbert Kilpin, che di lì a qualche mese avrebbe fondato la squadra del Milan.

A proposito del mio articolo, va forse detto che esso aveva avuto il merito di rilevare un aspetto che ai più era sfuggito, e cioè quello di attribuire, probabilmente per la prima volta in assoluto, gli stessi meriti, la stessa importanza e lo stesso status di iniziatore del football a François Dégerine, fondatore, nel 1900, della sezione calcio del Servette di Ginevra. Il club elvetico esisteva, infatti, fin dal 1890, ma solo come squadra di rugby. Probabilmente il fatto di essere riuscito a colmare quella lacuna era dipeso dal mio interesse per i rapporti tra calcio svizzero e calcio italiano e per le ricerche che ho fatto in materia, sfociate in un libro che ha visto le stampe grazie al sostegno di Gianluca Iuorio e della sua Urbone Publishing. Ricerche che mi hanno appunto permesso di capire la statura di chi, nelle pubblicazioni italiane, era presentato come uno dei semplici partecipanti a quell’evento sportivo (al limite precisando che si trattava del capitano della selezione elvetica). Mentre, in relazione alla storia del calcio europeo, era una figura di primo piano, allo stesso livello delle altre personalità appena citate, legate al calcio italiano. Tra l’altro, pur avendo consultato due libri sulla storia del Servette e uno sulla storia della nazionale svizzera, fino allo scorso Aprile non ero riuscito a trovare una sola foto di Dégerine. E devo dire che la cosa mi aveva stupito, perché stiamo parlando di una figura storica che fu giornalista sportivo, fondatore della sezione calcio di un club, e allenatore della nazionale elvetica. Eppure anche utilizzando siti web enciclopedici e motori di ricerca di immagini internet (che di solito risultano rapidi ed efficaci, anche se non sempre attendibili), non riuscivo a trovare una singola foto di Dégerine. Alla fine, però, la mia tenacia è stata premiata perché sono riuscito a trovare un documento in cui questo personaggio compare in una rara foto delle squadre di calcio e di rugby del Servette, risalente all’inizio del secolo scorso. Questo, tra l’altro mi ha anche permesso di riconoscerlo nella foto della formazione svizzera presente a Torino. Perché, fino, ad allora, pur essendo certo della sua presenza in quella partita, non ero in grado di individuarlo. È stata una bella sensazione, perché in un lavoro di ricerca è sempre piacevole potere dare a un volto un nome preciso.

Però, ricordo pure che già in occasione della stesura di quel mio primo articolo sull’argomento, pubblicato appunto su PianetaGenoa, nella fase di consultazione del materiale preparatorio, in realtà avevo avuto l’impressione che fossero almeno due gli atleti svizzeri, scesi in campo a Torino quell’anno, ad avere svolto un ruolo fondamentale nella storia del calcio. Oltre a quello di François Dégerine, anche il nome di un altro partecipante svizzero all’incontro di calcio dell’aprile 1899, mi sembrava riconducibile alle vicende fondative di un altro importante club europeo. Sto parlando del giocatore che, nella formazione svizzera attestata dalla stampa dell’epoca, faceva parte del gruppo di atleti provenienti da Zurigo. Mi riferisco quindi a Gamper.  Si tratta di un cognome che, per gli studiosi e per gli appassionati della storia del calcio, è associato indissolubilmente alla nascita del Barcellona. Ed infatti esistevano su internet e su carta stampata dei riferimenti alla partecipazione di Gamper alla partita di Torino del 1899. D’altra parte, però, i suddetti riferimenti non affrontavano in modo dettagliato, approfondito e circostanziato la questione. Nei miei vari lavori di ricerca sulla storia del calcio, mi è capitato di trovare errori di omonimia, di parentela, di scambio di persona o di città. A dire il vero, pur non sentendomi di escludere completamente l’eventualità di un caso di omonimia, ritenevo la cosa abbastanza improbabile, sebbene non del tutto impossibile. Inoltre, ulteriori incertezze mi derivavano dal fatto che in molte pubblicazioni italiane dell’epoca, che ho letto personalmente, il nome attribuito al giocatore zurighese fosse “Camper” e non “Gamper”. I dubbi che potesse trattarsi quindi di due persone diverse non erano completamente infondati, sebbene la spiegazione più plausibile potesse essere che i giornalisti italiani, autori di quegli articoli, avessero fatto un errore di trascrizione del nome. Infine, anche rispetto alla città di residenza, c’erano incongruenze: secondo alcune fonti, nel 1899, “il Gamper fondatore del Barcellona” aveva già smesso di vivere a Zurigo da circa un anno, per trasferirsi all’estero. Per cui “il Gamper zurighese”, sceso in campo a Torino nel 1899, avrebbe anche potuto essere un altro.

Ed in effetti, lo scorso aprile, al momento della pubblicazione del suddetto articolo/racconto sulla partita amichevole italo-svizzera del 1899, furono propri questi timori a spingermi alla decisione di accantonare momentaneamente la questione dell’effettiva presenza, o meno, del fondatore del Barcellona a quell’incontro di calcio internazionale. L’intenzione di risolvere l’interrogativo però era rimasta. Ed è per questo che recentemente ho ripreso le ricerche sull’argomento. A questo proposito, sento l’obbligo di dire che un primo incoraggiamento, che andava in questo senso, l’ho ricevuto dal giornalista della Redazione Sportiva della Radiotelevisione della Svizzera Italiana, Giacomo Moccetti, che quindi voglio ringraziare pubblicamente. Invito, quello di Mocetti, seguito da un secondo incoraggiamento, ad opera di Federico Baranello, Direttore Responsabile de Glieroidelcalcio.com, che non solo mi ha messo a disposizione una serie di importanti strumenti di ricerca, ma mi ha prontamente segnalato le fonti esistenti.  Per cui, penso che un mio secondo ringraziamento pubblico debba essere rivolto soprattutto a lui. Anche grazie a questo sostegno, oggi, dopo avere seguito una serie di piste d’indagine, mi sento di poter dire che, effettivamente, a quella partita di calcio prese parte quello che, di lì a poco, sarebbe divenuto il fondatore e giocatore del grande club catalano. Mi sembra un aspetto molto interessante da mettere in evidenza, proprio perché è frutto di una serie di verifiche che ha preso in esame tutte le incongruenze del caso.

Hans Gamper era svizzero e, prima di stabilirsi in Catalogna e fondare il Barcellona, aveva praticato il calcio a Basilea e a Zurigo. Nel periodo in cui fu organizzato il match amichevole italo-svizzero, pur avendo interessi e affari economici anche altrove (in particolare a Lione), Gamper viveva a Zurigo. Questi aspetti, legati alle generalità e alle vicende biografiche, attribuivano dunque un’alta probabilità al fatto che potesse essere lui il giocatore della selezione svizzera indicato, con quel nome e con quella città di provenienza, nelle formazioni delle squadre pubblicate da “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”. Si è soliti dire che “due indizi fanno una prova”. Da questo punto di vista, come già detto, cognome e città di provenienza potevano, già di per sé, essere considerati due indizi molto importanti. Questo anche perché, da mia verifica negli archivi dei cognomi svizzeri, è risultato non esistere nessun “Camper”.  Il nome così riportato va sicuramente interpretato come un errore di trascrizione. Mentre va considerato corretto quello di “Gamper”, reperibile per esempio in una locandina dell’incontro, presente in una pubblicazione della Fondazione Genoa. Nel suddetto archivio di cognomi svizzeri, con circa 48.500 voci repertoriate, di famiglia “Camper” non ce n’è nemmeno una, mentre i “Gamper” sono nell’ordine di diverse decine, di cui molti zurighesi.

Ma direi che la “prova provata” è stata fornita da un semplice “riconoscimento facciale”. Riconoscimento fatto non con chissà quali strumenti d’analisi tecnologica ma con una elementare visione comparata di alcune vecchie foto. L’uovo di Colombo è stato prendere una foto di Gamper fatta a Zurigo nel 1896, prenderne una della formazione svizzera scesa in campo a Torino nell’aprile del 1899 (dove risultava appunto il suo nome) e, infine, prenderne una della formazione del Barcellona nel 1903; formazione di cui, incontestabilmente, Gamper faceva parte. Da una rapida comparazione di queste tre foto è risultato evidente che nei tre scatti era stata immortalata la stessa persona, cioè Joan Hans Gamper.

Ed è quindi suggestivo pensare che, nell’ambito di quella singola partita, giocata a Torino nel 1899, si incontrarono figure centrali nella storia del Genoa (Edoardo Pasteur e James Spensley), del Milan (Herbert Kilpin), di Torino (Edoardo Bosio), del Servette di Ginevra (François Dégerine) e del Barcellona (Joan Hans Gamper). Insomma, per certi aspetti, fu un vero e proprio consesso europeo di iniziatori del calcio. E forse non è casuale che a pochi mesi da quella partita furono fondati il Barcellona (novembre 1899), il Milan (dicembre 1899), nacque la Sezione Calcio del Servette di Ginevra (gennaio del 1900) e, sempre nel 1900, ci fu la fusione tra Internazionale Torino e F.C. Torinese, squadra, quest’ultima, che sei anni dopo avrebbe contribuito alla nascita del Torino. Forse, in qualche modo, quell’incontro di grandi personalità del mondo del calcio, allora emergente, che ebbe luogo nella capitale sabauda, funzionò da catalizzatore di forze fino ad allora inespresse.

Il mio amato Genoa, invece, esisteva già da sei anni ed aveva già vinto anche un paio di titoli.

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