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Il Calcio Racconta

Il Foggia di Zeman

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – Foggia non è mai stata cittadina famosa, ha di sicuro un importante tessuto commerciale, una posizione strategica all’interno del Tavoliere delle Puglie e perfino un’interessante e seppur recente tradizione universitaria, ma ciò che l’ha resa maggiormente visibile nel panorama nazionale è stato il gioco del calcio, in particolare quello professato da un allenatore destinato nel tempo a fare discutere di sé, ovvero il signor Zdenek Zeman da Praga, capitale della Repubblica Ceca.

Quello che più caratterizza e rende celebre il tecnico sbarcato in Italia grazie all’influenza dello zio materno Čestmír Vycpálek, ex giocatore e poi allenatore (tra le altre cose due volte campione d’Italia alla guida della Juventus, società poi fortemente osteggiata dal nipote) è il suo modo originale di interpretare il calcio in un paese in cui il tatticismo, la marcatura a uomo e il “santo catenaccio” abbinato al contropiede (il cui solco è stato tracciato da Nereo Rocco ed Helenio Herrera) la fanno da padroni.

Tra le sue massime più famose: “Il risultato è casuale. La prestazione no” oppure “Marcare a uomo? Non dirò mai a un mio calciatore di giocare solo per controllare un avversario” o ancora (in riferimento ai suoi tremendi metodi di allenamento) “Alcuni giocatori si lamentano che li faccio correre troppo? A Pescara vivo sul lungomare, e ogni mattina alle sei vedo un sacco di persone che corrono. E non li paga nessuno.”

Dopo una trafila nelle serie minori in Sicilia, una prima esperienza negativa a Foggia (esonero) e una breve parentesi a Parma (dove riesce a vincere in amichevole estiva con il Real Madrid e a farsi esonerare nuovamente durante la stagione), la carriera del tecnico boemo è caratterizzata, appunto, da un’esperienza travolgente nel capoluogo pugliese dove plasma il “Foggia dei miracoli”, squadra spumeggiante e dalla spiccata (ovviamente un eufemismo) vocazione offensiva, dove la religione è il rigoroso quattro-tre-tre: quattro difensori, tre centrocampisti e tre attaccanti, cascasse il mondo.

Siamo nella stagione 1989-90 quando il Presidente Casillo affida a Zaman la guida tecnica della società foggiana neopromossa in serie B. Il tecnico boemo la conduce, l’anno successivo, a vincere il campionato cadetto registrando, non a caso, la migliore performance in termini di goal segnati. È proprio durante questo periodo che il grande pubblico comincia a conoscere il Foggia, il suo gioco spettacolare e il suo trio di attaccanti meravigliosi che rispondono ai nomi di Francesco Baiano (capocannoniere delle manifestazione), Giuseppe Signori (destinato in seguito a diventare uno degli attaccanti più forti di sempre in Italia) e Giuseppe Rambaudi, grande dribblomane e assist-man.

Per quanto concerne i risultati meramente sportivi, Il Foggia, approdato in serie A nella stagione 1991-1992, si salva per tre stagioni consecutive, ottenendo un nono posto (con il secondo migliore attacco del campionato, dietro al Milan campione) e, nonostante la perdita dei suoi formidabili attaccanti, un undicesimo e, di nuovo, un nono posto, sfiorando l’ingresso in Coppa UEFA, mancato soltanto per via della sconfitta inferta dal Napoli all’ultima giornata di campionato.

Di sicuro i posizionamenti del Foggia sono prestigiosi, in special modo in riferimento alla storia non proprio ricca di successi del club pugliese. Chi sta scrivendo però non vuole meramente raccontare quanto si evince già dagli almanacchi di calcio ma, piuttosto, intende trasmettere le emozioni che questa squadra e questo tecnico hanno regalato agli amanti del football durante quegli anni. Ci si rivolge, in special modo, ai ragazzi che non hanno avuto modo, a differenza del sottoscritto, di vivere in prima persona quell’esperienza di calcio innovativa, romantica e per certi versi irripetibile.

Quello che realizza Zeman col Foggia è una vera e propria rivoluzione, fatta di allenamenti massacranti, preparazione fisica eccellente e velocità a cento all’ora, schemi di gioco spregiudicati, rigorosamente a zona, impressi a fuoco nella mente dei calciatori, ed un solo unico obiettivo, quello di divertire il pubblico (lui stesso afferma: “purtroppo, nel calcio di oggi, conta solo il risultato e nessuno pensa più a far divertire la gente. Non ha più importanza se il pubblico va allo stadio, o da un’altra parte.”).

Ma ancora più in grande, prova ad introdurre una nuova filosofia di gioco (e se vogliamo di vita) che vuole i giocatori “mai schiavi del risultato”, atleti con la A maiuscola che riescono a raggiungere la massima performance soltanto col sacrificio e l’allenamento, senza il supporto (a volte, a suo avviso, improprio) della medicina.

Questo intento riesce, in special modo nella prima (e alla terza) esperienza in A col Foggia.

Siamo quindi nella stagione 1991-92, è la prima giornata e i rossoneri la combinano già grossa. A Milano, stadio Giuseppe Meazza in San Siro, impattano 1-1 al cospetto della maestosa e inarrivabile Internazionale, dopo esser addirittura passati in vantaggio con Ciccio Baiano. Alla terza sbancano Firenze, ed alla settima il Foggia è terzo, solo due punti sotto la Juve e a meno quattro dal Milan capolista. All’ottava giornata si permettono il lusso di fermare anche la Roma (a domicilio) con una rete del russo, fino a quel momento praticamente sconosciuto, Igor Shalimov, dopo che il terzino rumeno Petrescu, forse ossessionato dal verbo del goal zemaniano la mette dentro nella porta sbagliata, la sua. Proprio la trasferta di Roma è uno dei manifesti di questa stagione del Foggia, in particolare modo per l’incredibile e massiccio esodo dei tifosi rossoneri verso lo Stadio Olimpico, attratti dal fascino dell’avversario titolato ma soprattutto dalle meraviglie che regala loro la squadra del cuore.

Saltano agli occhi altre prestazioni incredibili della truppa rossonera, a partire dal pirotecnico 3-3 rimediato al San Paolo col Napoli di Zola e Careca (dopo essere stati sotto 1-3 al minuto trentuno della ripresa), fino ad arrivare alla pesante sconfitta 8 a 2 rimediata con la Fiorentina, altra gara best seller, questa volta nel male, dell’annata foggiana.

La stagione successiva, le grandi squadre di serie A prendono coscienza della forza di alcuni calciatori e la compagine rossonera viene di fatto saccheggiata (vanno via soprattutto Signori, Rambaudi, Baiano e Shalimov). Il presidente Casillo monetizza e incassa 57 miliardi di vecchie lire a fronte dei 16 impiegati sul mercato per rinforzare la rosa per la stagione successiva.

Nei due anni a venire, come accennato, arrivano comunque altri piazzamenti di prestigio. Dopo le importanti cessioni approdano, invece, alla corte del tecnico boemo, tra gli altri, il forte centrocampista Di Biagio (destinato a divenire faro della Roma e della nazionale) e l’estroso e quotato attaccante olandese Bryan Roy (stagione 1992-93), il difensore argentino Chamot e il fantasista Luigi Stroppa (stagione 1993-94).

La squadra cambia dunque tantissimo in questo triennio ma quello che non cambia è la filosofia dell’allenatore che rimane rigorosa e coerente: “Modulo e sistemi di allenamento non li cambierò mai … per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3.” afferma Zdenek.

L’importanza del tributo del maestro al nostro calcio è ancora oggi oggetto di acceso dibattito, senza che si sia arrivato ad un consenso; si tratta infatti di una scelta di campo, dicotomica, la bellezza zemaniana contro la praticità di Rocco ed Herrera, le emozioni forti rispetto ai ragionamenti funzionali, il cuore contro la ragione; insomma il boemo lo puoi amare oppure odiare ma tertium non datur.

Solo una cosa è certa, se provi a chiedere, ancora oggi, alla gente di Foggia cosa ricorda di quel quinquennio a cavallo degli anni ‘90, dall’altra parte troverai sempre qualcuno che ti racconterà una storia da favola, quella di Zemanlandia, dove non conta il risultato ma la prestazione.

Questo è stata la magia del Foggia di Zeman, questa è la magia del calcio.

Innamorato del calcio, tifoso della Roma e di professione bancario. Sono qui perché mi hanno sempre appassionato il giornalismo e la scrittura. Ad maiora.

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13 luglio 1979 – Il Presidente D’Attoma porta Paolo Rossi al Perugia cambiando per sempre le regole del gioco

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello)- “II giocatore Paolo Rossi com’era desiderio della Federazione, degli sportivi, delle società e suo personale, giocherà in serie A il prossimo campionato. Il Vicenza e il Perugia hanno raggiunto oggi a Milano un accordo, con la formula del prestito, in base al quale la società umbra si è assicurata per una stagione sportiva le prestazioni del centravanti della nazionale. L’annuncio viene dato in maniera congiunta attraverso questo comunicato dal Vicenza, dal Perugia, e dal giocatore stesso il quale è stato informato di tutte le clausole del contratto che approva. Il Vicenza ringrazia così il Perugia ma non dimentica lo spirito di franca e leale sportività che ha animato tutte le società intervenute in questa fase, in particolare Napoli, Lazio, Roma e Bologna con le quali è stato possibile instaurare un dialogo franco, costruttivo e serio. Alla fine il Vicenza ha ritenuto più idonea la soluzione prospettata dal Perugia: squadra competitiva che lo scorso anno si è classificata al secondo posto; possibilità di tornei europei per il giocatore: città, come Vicenza, non stressante per un uomo che sta pagando in mancata tranquillità un pesante prezzo alla gloria sportiva; prestito per una stagione e quindi apertura massima per il futuro di Paolo Rossi; offerta al Vicenza buona per il presente e interessante per le prospettive in funzione degli obiettivi del Vicenza stesso, che continuano a non prescindere da un rapporto di cordiale collaborazione con Rossi. Queste le clausole del contratto: al Perugia in prestito annuale rinnovabile da parte del Perugia. Al Vicenza 500 milioni, più le prestazioni di Redeghieri e Cacciatori, uno dei quali in comproprietà (entrambi se il Perugia rinnoverà il prestito di Rossi a fine stagione, per l’identica somma di 500 milioni)”.

Un comunicato che mette fine ad una vicenda tormentata del calcio mercato 1979. Una vicenda che cambia per sempre le regole del gioco, del calcio mercato e dei diritti televisivi e di sponsorizzazioni su cui si basa ancora oggi il sistema calcio.

Analizziamo la situazione: Paolo Rossi è un giocatore importante degli Azzurri di Bearzot, che nel mondiale argentino del ’78 ha convinto grazie alle sue prestazioni. Il Vicenza di Giussy Farina lo ha riscattato, l’anno precedente, superando la Juventus alle “buste” e valutando il giovane calciatore oltre 5 miliardi del vecchio conio. Nell’ultima giornata di campionato il Vicenza soccombe per 2-0 contro l’Atalanta. Il verdetto è spietato: è serie B. Può un calciatore di queste “dimensioni” giocare tra i cadetti? Inoltre il Vicenza ha il problema di dover saldare ancora una buona parte dell’acquisto del calciatore stesso alla Juventus. La società biancorossa si trova quindi nella necessità di rimpinguare le casse mentre tutte le società sono alla finestra sperando di poter avere la meglio sfruttando le necessità dl “venditore”.

A sorpresa la spunta il Perugia. Come ha fatto? Ce lo dice il Presidente D’Attoma…”Non ci voleva credere nessuno a questo affare…comprare Rossi con i soldi degli altri. Noi abbiamo trovato un paio di ditte che ci sponsorizzeranno per intero l’affare, non ci rimetteremo una lira, anzi ne guadagneremo sopra considerando i prevedibili aumenti sia degli incassi e sia degli abbonamenti” (Cit. La Stampa, 14 luglio 1979). Banale? Forse oggi si, ma non nel 1979.

D’Attoma trova la chiave di volta per gestire la situazione modificando per sempre, di fatto, il calcio. Infatti, con la modalità indicata e cioè “comprare con i soldi degli altri”, ha inventato le sponsorizzazioni.

Dapprima stringe un accordo con il Pastificio Ponte che finanzia la società in cambio della presenza del logo “PONTE” sulle maglie dei giocatori: il pastificio diviene il primo sponsor nella nostra storia del calcio. La federazione colpisce con una multa la società perugina perché sulle maglie può comparire solo lo sponsor tecnico, cioè il logo dell’azienda che produce le maglie. L’articolo 16 del regolamento della federazione calcistica contemplava infatti la possibilità di poter inserire sulle maglie, per un massimo di 12 centimetri quadrati, il nome dello sponsor tecnico. Allora D’Attoma crea la linea “Ponte Sportwear” rendendo possibile l’esposizione del marchio sulle maglie dei calciatori. Così facendo la Ponte paga la “pubblicità” facendo arrivare nelle casse della società del Perugia un importo tale che anche la multa da 20 milioni di lire inflitta è nulla. Nel 1981 la FIGC approva un regolamento che permette di sdoganare le sponsorizzazioni sulle maglie.

Inoltre, lo scatenatissimo Presidente D’Attoma si rivolge ad un’agenzia perugina di pubblicità, la C.P.A. che, da quel momento, si sarebbe occupata di gestire l’immagine della società Perugia per trarne dei profitti economici: amichevoli, vendita dei diritti venduti a TV private, incremento della pubblicità allo stadio; altre modalità di “sfruttamento” dell’immagine del Perugia Calcio.

Queste le mosse del Perugia e del Presidente D’Attoma che riuscì a portarsi Paolo Rossi in casa cambiando per sempre il calcio mercato e la storia degli sponsor nel calcio.

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“Poveri ma belli” – Giampiero Gasperini e il coraggio di Galeone

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto dal libro “Poveri ma belli – Il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, di Lucio Biancatelli edito da “Ultra Sport”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi un estratto, molto breve ma pregno di contenuto, dal Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone,

 

“Fino al 1985 il modulo di gioco in Italia era abbastanza uniforme», racconta Gasperini. «Il marcatore, il libero, il terzino fluidificante, il tornante a destra e i tre centrocampisti (il regista, l’incontrista sul 10 avversario, e il 10, il più estroso) infine i due attaccanti. Questo era il  calcio all’Italiana che ci ha portato a vincere il mondiale, con Conti da una parte, Cabrini dall’altra, Oriali e Tardelli a centrocampo con Antognoni “regista”. A metà anni Ottanta ha cominciato a diffondersi, tra mille difficoltà, la zona, con molte resistenze e scetticismi da parte di chi difendeva il sistema di gioco tradizionale. Arrivato a Pescara il mio primo allenatore fu Enrico Catuzzi. Nel 1985 il Pescara era l’unica tra la A e la B a giocare in quel modo. Poi dopo arrivò Galeone che sposò quel modo di giocare. Nel 1986-87 si affiancò al Pescara il Parma di Sacchi. In C c’era qualche altra realtà come Zeman a Licata. Con la promozione del Pescara e l’arrivo di Sacchi al Milan dei campioni, piano piano questa idea di calcio si diffuse. Il calcio italiano in quegli anni quasi si divise, fu quasi una guerra di religione, poi pian piano si spostò tutto dalla parte della zona”.

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Amichevole tra selezioni di Italia e Svizzera del 30 Aprile 1899: nuove evidenze

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Della partita del 30 aprile 1899 di Torino, tra una selezione svizzera e una italiana, si è già avuto modo di parlare numerose volte. Si tratta di un argomento affrontato sia in pubblicazioni autorevoli, come ‘L’Età dei Pionieri, Football 1898-1908’, a cura della Fondazione Genoa, sia da siti internet tematici, come “Calcio Romantico” e sia da giornali online, come quello in cui ci troviamo, GliEroidelCalcio.com. Io stesso ho avuto modo di scrivere un articolo, sotto forma di breve racconto, che è stato pubblicato su PianetaGenoa1893, il 30 aprile 2019, nella ricorrenza dei 120 anni di quella partita, grazie al suo Direttore, Marco Liguori, sempre molto disponibile a dare spazio ai miei contributi e, sempre in quella data ne parlammo anche qui su GliEroidelCalcio.com.

Si tratta di una vicenda, a mio avviso, di grande interesse, che è forse necessario riassumere, seppure rapidamente, a beneficio di chi non avesse  letto  il  suddetto  articolo  e di chi, in generale, non conoscesse i risvolti di quell’importante evento storico e sportivo. Nel 1899, cinque giocatori del Genoa, cinque giocatori torinesi e un giocatore di Milano parteciparono all’amichevole Italia-Svizzera, svoltasi allo Stadio Velodromo di Torino e la squadra italiana si presentò in campo con la maglia del Genoa, a quei tempi a strisce bianche e blu, per onorare quelli che erano i detentori del titolo di Campioni d’Italia. Non si trattò di un match tra due nazionali, ma di un incontro tra due selezioni formate appunto da giocatori, di differenti nazionalità, che praticavano il calcio nel campionato italiano e in quello elvetico. E l’evento ha lasciato tracce di sé nella pubblicistica di quel periodo: “La Gazzetta dello Sport”, “La Stampa” e “La Gazzetta del Popolo”. In quella occasione, l’Italia schierò la formazione seguente: Beaton, De Galleani, Dobbie, Bosio, Spensley, Pasteur, Leaver, Weber, Kilpin, Savage, Agar. Mentre la Svizzera scese in campo con i seguenti giocatori: Therdicon, Williams, Suter, Schmid, Butler, Gamper, Iweins, Collison, Dewitt, Dégerine, Madler.

Numerosi storici, ed appassionati della materia, in molte occasioni hanno sottolineato come quell’incontro avesse visto la presenza di personaggi dall’indiscutibile importanza per la storia del calcio italiano. Tra i partecipanti si potevano infatti individuare James Spensley e Edoardo Pasteur: figure guida nella Storia del Grifone; ma anche Edoardo Bosio, iniziatore del calcio nella città della Mole, e fondatore del Torino Football and Cricket Club. Insieme a loro va poi sicuramente citato, Herbert Kilpin, che di lì a qualche mese avrebbe fondato la squadra del Milan.

A proposito del mio articolo, va forse detto che esso aveva avuto il merito di rilevare un aspetto che ai più era sfuggito, e cioè quello di attribuire, probabilmente per la prima volta in assoluto, gli stessi meriti, la stessa importanza e lo stesso status di iniziatore del football a François Dégerine, fondatore, nel 1900, della sezione calcio del Servette di Ginevra. Il club elvetico esisteva, infatti, fin dal 1890, ma solo come squadra di rugby. Probabilmente il fatto di essere riuscito a colmare quella lacuna era dipeso dal mio interesse per i rapporti tra calcio svizzero e calcio italiano e per le ricerche che ho fatto in materia, sfociate in un libro che ha visto le stampe grazie al sostegno di Gianluca Iuorio e della sua Urbone Publishing. Ricerche che mi hanno appunto permesso di capire la statura di chi, nelle pubblicazioni italiane, era presentato come uno dei semplici partecipanti a quell’evento sportivo (al limite precisando che si trattava del capitano della selezione elvetica). Mentre, in relazione alla storia del calcio europeo, era una figura di primo piano, allo stesso livello delle altre personalità appena citate, legate al calcio italiano. Tra l’altro, pur avendo consultato due libri sulla storia del Servette e uno sulla storia della nazionale svizzera, fino allo scorso Aprile non ero riuscito a trovare una sola foto di Dégerine. E devo dire che la cosa mi aveva stupito, perché stiamo parlando di una figura storica che fu giornalista sportivo, fondatore della sezione calcio di un club, e allenatore della nazionale elvetica. Eppure anche utilizzando siti web enciclopedici e motori di ricerca di immagini internet (che di solito risultano rapidi ed efficaci, anche se non sempre attendibili), non riuscivo a trovare una singola foto di Dégerine. Alla fine, però, la mia tenacia è stata premiata perché sono riuscito a trovare un documento in cui questo personaggio compare in una rara foto delle squadre di calcio e di rugby del Servette, risalente all’inizio del secolo scorso. Questo, tra l’altro mi ha anche permesso di riconoscerlo nella foto della formazione svizzera presente a Torino. Perché, fino, ad allora, pur essendo certo della sua presenza in quella partita, non ero in grado di individuarlo. È stata una bella sensazione, perché in un lavoro di ricerca è sempre piacevole potere dare a un volto un nome preciso.

Però, ricordo pure che già in occasione della stesura di quel mio primo articolo sull’argomento, pubblicato appunto su PianetaGenoa, nella fase di consultazione del materiale preparatorio, in realtà avevo avuto l’impressione che fossero almeno due gli atleti svizzeri, scesi in campo a Torino quell’anno, ad avere svolto un ruolo fondamentale nella storia del calcio. Oltre a quello di François Dégerine, anche il nome di un altro partecipante svizzero all’incontro di calcio dell’aprile 1899, mi sembrava riconducibile alle vicende fondative di un altro importante club europeo. Sto parlando del giocatore che, nella formazione svizzera attestata dalla stampa dell’epoca, faceva parte del gruppo di atleti provenienti da Zurigo. Mi riferisco quindi a Gamper.  Si tratta di un cognome che, per gli studiosi e per gli appassionati della storia del calcio, è associato indissolubilmente alla nascita del Barcellona. Ed infatti esistevano su internet e su carta stampata dei riferimenti alla partecipazione di Gamper alla partita di Torino del 1899. D’altra parte, però, i suddetti riferimenti non affrontavano in modo dettagliato, approfondito e circostanziato la questione. Nei miei vari lavori di ricerca sulla storia del calcio, mi è capitato di trovare errori di omonimia, di parentela, di scambio di persona o di città. A dire il vero, pur non sentendomi di escludere completamente l’eventualità di un caso di omonimia, ritenevo la cosa abbastanza improbabile, sebbene non del tutto impossibile. Inoltre, ulteriori incertezze mi derivavano dal fatto che in molte pubblicazioni italiane dell’epoca, che ho letto personalmente, il nome attribuito al giocatore zurighese fosse “Camper” e non “Gamper”. I dubbi che potesse trattarsi quindi di due persone diverse non erano completamente infondati, sebbene la spiegazione più plausibile potesse essere che i giornalisti italiani, autori di quegli articoli, avessero fatto un errore di trascrizione del nome. Infine, anche rispetto alla città di residenza, c’erano incongruenze: secondo alcune fonti, nel 1899, “il Gamper fondatore del Barcellona” aveva già smesso di vivere a Zurigo da circa un anno, per trasferirsi all’estero. Per cui “il Gamper zurighese”, sceso in campo a Torino nel 1899, avrebbe anche potuto essere un altro.

Ed in effetti, lo scorso aprile, al momento della pubblicazione del suddetto articolo/racconto sulla partita amichevole italo-svizzera del 1899, furono propri questi timori a spingermi alla decisione di accantonare momentaneamente la questione dell’effettiva presenza, o meno, del fondatore del Barcellona a quell’incontro di calcio internazionale. L’intenzione di risolvere l’interrogativo però era rimasta. Ed è per questo che recentemente ho ripreso le ricerche sull’argomento. A questo proposito, sento l’obbligo di dire che un primo incoraggiamento, che andava in questo senso, l’ho ricevuto dal giornalista della Redazione Sportiva della Radiotelevisione della Svizzera Italiana, Giacomo Moccetti, che quindi voglio ringraziare pubblicamente. Invito, quello di Mocetti, seguito da un secondo incoraggiamento, ad opera di Federico Baranello, Direttore Responsabile de Glieroidelcalcio.com, che non solo mi ha messo a disposizione una serie di importanti strumenti di ricerca, ma mi ha prontamente segnalato le fonti esistenti.  Per cui, penso che un mio secondo ringraziamento pubblico debba essere rivolto soprattutto a lui. Anche grazie a questo sostegno, oggi, dopo avere seguito una serie di piste d’indagine, mi sento di poter dire che, effettivamente, a quella partita di calcio prese parte quello che, di lì a poco, sarebbe divenuto il fondatore e giocatore del grande club catalano. Mi sembra un aspetto molto interessante da mettere in evidenza, proprio perché è frutto di una serie di verifiche che ha preso in esame tutte le incongruenze del caso.

Hans Gamper era svizzero e, prima di stabilirsi in Catalogna e fondare il Barcellona, aveva praticato il calcio a Basilea e a Zurigo. Nel periodo in cui fu organizzato il match amichevole italo-svizzero, pur avendo interessi e affari economici anche altrove (in particolare a Lione), Gamper viveva a Zurigo. Questi aspetti, legati alle generalità e alle vicende biografiche, attribuivano dunque un’alta probabilità al fatto che potesse essere lui il giocatore della selezione svizzera indicato, con quel nome e con quella città di provenienza, nelle formazioni delle squadre pubblicate da “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”. Si è soliti dire che “due indizi fanno una prova”. Da questo punto di vista, come già detto, cognome e città di provenienza potevano, già di per sé, essere considerati due indizi molto importanti. Questo anche perché, da mia verifica negli archivi dei cognomi svizzeri, è risultato non esistere nessun “Camper”.  Il nome così riportato va sicuramente interpretato come un errore di trascrizione. Mentre va considerato corretto quello di “Gamper”, reperibile per esempio in una locandina dell’incontro, presente in una pubblicazione della Fondazione Genoa. Nel suddetto archivio di cognomi svizzeri, con circa 48.500 voci repertoriate, di famiglia “Camper” non ce n’è nemmeno una, mentre i “Gamper” sono nell’ordine di diverse decine, di cui molti zurighesi.

Ma direi che la “prova provata” è stata fornita da un semplice “riconoscimento facciale”. Riconoscimento fatto non con chissà quali strumenti d’analisi tecnologica ma con una elementare visione comparata di alcune vecchie foto. L’uovo di Colombo è stato prendere una foto di Gamper fatta a Zurigo nel 1896, prenderne una della formazione svizzera scesa in campo a Torino nell’aprile del 1899 (dove risultava appunto il suo nome) e, infine, prenderne una della formazione del Barcellona nel 1903; formazione di cui, incontestabilmente, Gamper faceva parte. Da una rapida comparazione di queste tre foto è risultato evidente che nei tre scatti era stata immortalata la stessa persona, cioè Joan Hans Gamper.

Ed è quindi suggestivo pensare che, nell’ambito di quella singola partita, giocata a Torino nel 1899, si incontrarono figure centrali nella storia del Genoa (Edoardo Pasteur e James Spensley), del Milan (Herbert Kilpin), di Torino (Edoardo Bosio), del Servette di Ginevra (François Dégerine) e del Barcellona (Joan Hans Gamper). Insomma, per certi aspetti, fu un vero e proprio consesso europeo di iniziatori del calcio. E forse non è casuale che a pochi mesi da quella partita furono fondati il Barcellona (novembre 1899), il Milan (dicembre 1899), nacque la Sezione Calcio del Servette di Ginevra (gennaio del 1900) e, sempre nel 1900, ci fu la fusione tra Internazionale Torino e F.C. Torinese, squadra, quest’ultima, che sei anni dopo avrebbe contribuito alla nascita del Torino. Forse, in qualche modo, quell’incontro di grandi personalità del mondo del calcio, allora emergente, che ebbe luogo nella capitale sabauda, funzionò da catalizzatore di forze fino ad allora inespresse.

Il mio amato Genoa, invece, esisteva già da sei anni ed aveva già vinto anche un paio di titoli.

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