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Il Calcio Racconta

Il Foggia di Zeman

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – Foggia non è mai stata cittadina famosa, ha di sicuro un importante tessuto commerciale, una posizione strategica all’interno del Tavoliere delle Puglie e perfino un’interessante e seppur recente tradizione universitaria, ma ciò che l’ha resa maggiormente visibile nel panorama nazionale è stato il gioco del calcio, in particolare quello professato da un allenatore destinato nel tempo a fare discutere di sé, ovvero il signor Zdenek Zeman da Praga, capitale della Repubblica Ceca.

Quello che più caratterizza e rende celebre il tecnico sbarcato in Italia grazie all’influenza dello zio materno Čestmír Vycpálek, ex giocatore e poi allenatore (tra le altre cose due volte campione d’Italia alla guida della Juventus, società poi fortemente osteggiata dal nipote) è il suo modo originale di interpretare il calcio in un paese in cui il tatticismo, la marcatura a uomo e il “santo catenaccio” abbinato al contropiede (il cui solco è stato tracciato da Nereo Rocco ed Helenio Herrera) la fanno da padroni.

Tra le sue massime più famose: “Il risultato è casuale. La prestazione no” oppure “Marcare a uomo? Non dirò mai a un mio calciatore di giocare solo per controllare un avversario” o ancora (in riferimento ai suoi tremendi metodi di allenamento) “Alcuni giocatori si lamentano che li faccio correre troppo? A Pescara vivo sul lungomare, e ogni mattina alle sei vedo un sacco di persone che corrono. E non li paga nessuno.”

Dopo una trafila nelle serie minori in Sicilia, una prima esperienza negativa a Foggia (esonero) e una breve parentesi a Parma (dove riesce a vincere in amichevole estiva con il Real Madrid e a farsi esonerare nuovamente durante la stagione), la carriera del tecnico boemo è caratterizzata, appunto, da un’esperienza travolgente nel capoluogo pugliese dove plasma il “Foggia dei miracoli”, squadra spumeggiante e dalla spiccata (ovviamente un eufemismo) vocazione offensiva, dove la religione è il rigoroso quattro-tre-tre: quattro difensori, tre centrocampisti e tre attaccanti, cascasse il mondo.

Siamo nella stagione 1989-90 quando il Presidente Casillo affida a Zaman la guida tecnica della società foggiana neopromossa in serie B. Il tecnico boemo la conduce, l’anno successivo, a vincere il campionato cadetto registrando, non a caso, la migliore performance in termini di goal segnati. È proprio durante questo periodo che il grande pubblico comincia a conoscere il Foggia, il suo gioco spettacolare e il suo trio di attaccanti meravigliosi che rispondono ai nomi di Francesco Baiano (capocannoniere delle manifestazione), Giuseppe Signori (destinato in seguito a diventare uno degli attaccanti più forti di sempre in Italia) e Giuseppe Rambaudi, grande dribblomane e assist-man.

Per quanto concerne i risultati meramente sportivi, Il Foggia, approdato in serie A nella stagione 1991-1992, si salva per tre stagioni consecutive, ottenendo un nono posto (con il secondo migliore attacco del campionato, dietro al Milan campione) e, nonostante la perdita dei suoi formidabili attaccanti, un undicesimo e, di nuovo, un nono posto, sfiorando l’ingresso in Coppa UEFA, mancato soltanto per via della sconfitta inferta dal Napoli all’ultima giornata di campionato.

Di sicuro i posizionamenti del Foggia sono prestigiosi, in special modo in riferimento alla storia non proprio ricca di successi del club pugliese. Chi sta scrivendo però non vuole meramente raccontare quanto si evince già dagli almanacchi di calcio ma, piuttosto, intende trasmettere le emozioni che questa squadra e questo tecnico hanno regalato agli amanti del football durante quegli anni. Ci si rivolge, in special modo, ai ragazzi che non hanno avuto modo, a differenza del sottoscritto, di vivere in prima persona quell’esperienza di calcio innovativa, romantica e per certi versi irripetibile.

Quello che realizza Zeman col Foggia è una vera e propria rivoluzione, fatta di allenamenti massacranti, preparazione fisica eccellente e velocità a cento all’ora, schemi di gioco spregiudicati, rigorosamente a zona, impressi a fuoco nella mente dei calciatori, ed un solo unico obiettivo, quello di divertire il pubblico (lui stesso afferma: “purtroppo, nel calcio di oggi, conta solo il risultato e nessuno pensa più a far divertire la gente. Non ha più importanza se il pubblico va allo stadio, o da un’altra parte.”).

Ma ancora più in grande, prova ad introdurre una nuova filosofia di gioco (e se vogliamo di vita) che vuole i giocatori “mai schiavi del risultato”, atleti con la A maiuscola che riescono a raggiungere la massima performance soltanto col sacrificio e l’allenamento, senza il supporto (a volte, a suo avviso, improprio) della medicina.

Questo intento riesce, in special modo nella prima (e alla terza) esperienza in A col Foggia.

Siamo quindi nella stagione 1991-92, è la prima giornata e i rossoneri la combinano già grossa. A Milano, stadio Giuseppe Meazza in San Siro, impattano 1-1 al cospetto della maestosa e inarrivabile Internazionale, dopo esser addirittura passati in vantaggio con Ciccio Baiano. Alla terza sbancano Firenze, ed alla settima il Foggia è terzo, solo due punti sotto la Juve e a meno quattro dal Milan capolista. All’ottava giornata si permettono il lusso di fermare anche la Roma (a domicilio) con una rete del russo, fino a quel momento praticamente sconosciuto, Igor Shalimov, dopo che il terzino rumeno Petrescu, forse ossessionato dal verbo del goal zemaniano la mette dentro nella porta sbagliata, la sua. Proprio la trasferta di Roma è uno dei manifesti di questa stagione del Foggia, in particolare modo per l’incredibile e massiccio esodo dei tifosi rossoneri verso lo Stadio Olimpico, attratti dal fascino dell’avversario titolato ma soprattutto dalle meraviglie che regala loro la squadra del cuore.

Saltano agli occhi altre prestazioni incredibili della truppa rossonera, a partire dal pirotecnico 3-3 rimediato al San Paolo col Napoli di Zola e Careca (dopo essere stati sotto 1-3 al minuto trentuno della ripresa), fino ad arrivare alla pesante sconfitta 8 a 2 rimediata con la Fiorentina, altra gara best seller, questa volta nel male, dell’annata foggiana.

La stagione successiva, le grandi squadre di serie A prendono coscienza della forza di alcuni calciatori e la compagine rossonera viene di fatto saccheggiata (vanno via soprattutto Signori, Rambaudi, Baiano e Shalimov). Il presidente Casillo monetizza e incassa 57 miliardi di vecchie lire a fronte dei 16 impiegati sul mercato per rinforzare la rosa per la stagione successiva.

Nei due anni a venire, come accennato, arrivano comunque altri piazzamenti di prestigio. Dopo le importanti cessioni approdano, invece, alla corte del tecnico boemo, tra gli altri, il forte centrocampista Di Biagio (destinato a divenire faro della Roma e della nazionale) e l’estroso e quotato attaccante olandese Bryan Roy (stagione 1992-93), il difensore argentino Chamot e il fantasista Luigi Stroppa (stagione 1993-94).

La squadra cambia dunque tantissimo in questo triennio ma quello che non cambia è la filosofia dell’allenatore che rimane rigorosa e coerente: “Modulo e sistemi di allenamento non li cambierò mai … per coprire il campo non esiste un modulo migliore del 4-3-3.” afferma Zdenek.

L’importanza del tributo del maestro al nostro calcio è ancora oggi oggetto di acceso dibattito, senza che si sia arrivato ad un consenso; si tratta infatti di una scelta di campo, dicotomica, la bellezza zemaniana contro la praticità di Rocco ed Herrera, le emozioni forti rispetto ai ragionamenti funzionali, il cuore contro la ragione; insomma il boemo lo puoi amare oppure odiare ma tertium non datur.

Solo una cosa è certa, se provi a chiedere, ancora oggi, alla gente di Foggia cosa ricorda di quel quinquennio a cavallo degli anni ‘90, dall’altra parte troverai sempre qualcuno che ti racconterà una storia da favola, quella di Zemanlandia, dove non conta il risultato ma la prestazione.

Questo è stata la magia del Foggia di Zeman, questa è la magia del calcio.

Innamorato del calcio, tifoso della Roma e di professione bancario. Sono qui perché mi hanno sempre appassionato il giornalismo e la scrittura. Ad maiora.

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Legnano dice addio a Franco Pian

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – E’ morto a 96 anni Franco Pian, ex terzino sinistro, compagno di squadra di Bearzot, tra il 1947 e il 1950…”, così oggi riporta la Gazzetta dello Sport.

Chi era Franco Pian? Nasce a Gradisca d’Isonzo nel 1922 ed era cresciuto nel Venezia. Passa poi al Pieris, nel campionato 1940-41 in serie C, e poi alla Salernitana nella stagione successiva. Poi al Pro Gorizia prima di passare nel 1947 all’Inter dove esordisce il 05 ottobre 1947 a Genova, in Sampdoria-Inter (1-4). A Milano disputa tre stagioni.

Nel ’50 viene ceduto al Legnano ed è qui che diventa una bandiera vestendo la maglia dei lilla per sei stagioni: due in Serie A e quattro in Serie B, collezionando un totale di 183 presenze. Nel 1950/51 contribuisce alla promozione nella massima serie, giocando 30 incontri. Nella stagione successiva gioca 32 partite in A che vede però una retrocessione per il Legnano. Nella stagione successiva, 1952/53, una nuova promozione in A e Pian la vive da grande protagonista collezionando 32 presenze.

Nella stagione successiva in serie A Pian fu schierato dal Mister Galluzzi in 28 incontri. Retrocesso quindi nuovamente in Serie B, Pian assicura le proprie prestazioni per altre due stagioni consecutive: nel 1954/55 e 1956/57.

Lo storico lilla Igino Monti lo ricorda così dalle pagine del sito sportlegnano.it: “Terzino sinistro, Pian arrivò dall’Inter: era un giocatore molto tecnico, poco falloso, un bravo terzino. Ha giocato le promozioni dei Lilla. E’ stato un punto di riferimento della difesa. Quasi sempre presente, un punto fisso, lo ricordo come un giocatore corretto ed elegante. Faceva coppia con Asti, decisamente più grintoso, più mastino nei contrasti in quello che allora era come modulo il Sistema“.

Chiude la sua carriera con la Biellese e si dedica, a Milano, al suo negozio di strumenti musicali.

La foto ritrae Pian con la formazione che ottenne la promozione in Serie A nel 1952/53 (Pian è il terzo da destra fra i giocatori in piedi- www.museolilla.statistichelilla.it – Collezione Eugenio Raimondi).

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“Buon Volo Amico Mio” – Nella ricorrenza della scomparsa Luigi Martini ricorda l’amico Re Cecconi

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Oggi tutto il mondo del calcio ha rivolto il suo pensiero ad un artista del pallone, mancato proprio il 18 gennaio di 42 anni fa. Infatti quella sera Luciano Re Cecconi insieme a Pietro Ghedin, suo compagno nella Lazio entrarono nella gioielleria dove si consumò il tragico evento. Un evento forse dettato dallo scherzo di Re Cecconi, forse no… qualche mistero ancora oggi rimane. I fatti dicono che il gioielliere mise fine alla vita del calciatore con un colpo di pistola. Luigi Martini, grande amico di Luciano, ne soffrì molto. Qualche minuto fa ha voluto ricordare Luciano con un post su facebook:

:< Cinque minuti al lancio>così urlava il direttore di lancio della brigata paracadutisti folgore di Pisa. Sul c119 erano seduti su due file di venti i paracadutisti che di lì a poco si sarebbero lanciati nel vuoto da trecento metri. Tra tutti spiccava una chioma color del sole, era lui Luciano seduto al mio fianco. Era cominciato tutto tre mesi prima quando gli dissi che io mi sarei iscritto al corso paracadutisti. :< ma tu sei proprio un pirla> Mi disse in dialetto milanese la tua fortuna sono la gambe e te le vuoi giocare così, io non ti seguo. Lo guardai e gli dissi:< Io comincio domani> Il giorno dopo finito l’allenamento lo trovai nella mia macchina, mi guardò e mi disse:< vengo anch’io >:<Tre minuti al lancio , in piedi, agganciare > comanda il maresciallo che dirigeva il lancio. In quel momento gli anziani intonano una canzone che inizia con <a noi la morte non ci fa paura…>Luciano mi guarda scuotendo la testa allora vedo le sue labbra muoversi ma non capisco per il frastuono:<pronti al lancio >urla ancora il maresciallo e poi tutti fuori , in volo. Sai Luciano io lo so perché sei venuto in volo con me, sei venuto per guardarmi le spalle, come facevi in campo quando io partivo per incrociare il campo e lasciavo la marcatura di avversari come Mazzola, Causio, Bruno Conti, Claudio Sala e tu scalavi in copertura per proteggermi perché allora con la marcatura ad uomo io sarei stato il responsabile.Sai Luciano dopo che quel maledetto proiettile ti ha strappato la vita io ho perso di più di un amico ho perso l’amico che mi guardava le spalle. Io l’ho capito subito che senza te tutto sarebbe cambiato e che non aveva più senso continuare con il calcio. E poi chissà cosa mi ha detto prima del lancio… ma si io lo so :< Pirla vai>mi hai gridato. È stato un bellissimo volo Luciano e noi piloti diciamo che un pilota non muore mai, vola solo un po’ più in alto. Buon volo Amico mio

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Si è spento oggi Masinga. Protagonista del calcio inglese e italiano degli anni ’90

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Alessandro Lancellotti) – Negli anni ’90 a Salerno, proveniente dalla squadra Svizzera del San Gallo, arrivò l’attaccante sudafricano Philemon Raul Masinga, noto come “Phil Mazinga”, nato a Klerksdorp (28 giugno 1969) nei pressi di Johannesburg.
Masinga crebbe calcisticamente nel Kaizer Chiefs, per poi giocare in patria con lo Jomo Cosmos e il Mamelodi Sundowns. In quest’ultima squadra di Pretoria segnò 98 reti in 108 presenze.
Nel 1994 fu acquistato dal Leeds United e si trasferì in Inghilterra dove trovò il suo connazionale e coetaneo Lucas Radebe suo compagno di squadra anche in nazionale.
Con la squadra dello Yorkshire, segnò 5 reti in 2 anni: il primo goal lo mise a segno il 27 agosto 1994 contro il Chelsea nella gara persa per 3-2 dai Leeds.
Segnò poi due doppiette contro Arsenal e Queens Park Ranger. Nella stagione 1996-97 si trasferì in Svizzera nelle fila dei biancoverdi del San Gallo dove in dieci presenze non segnò alcuna rete.
Durante il mercato di gennaio del 1997 venne acquistato dalla Salernitana del presidente Aniello Aliberti che militava in serie B e si classificò 15a in quel campionato cadetto. Masinga siglò 4 reti: la prima il 23 marzo del 1997 a Cesena; poi una doppietta contro il Brescia il 23 marzo 1997 nella gara vinta per 4-1 e infine una sua rete decise la gara contro il Castel di Sangro il 25 maggio 1997.
Dopo questa stagione fu acquisito dal Bari di Eugenio Fascetti e del presidente Vincenzo Matarrese, esordendo così in massima serie, e trovando in attacco un giovane Nicola Ventola. La prima rete con i galletti pugliesi arrivò il 2 novembre 1997 nella partita vinta per 3-2 al Castellani di Empoli. In Puglia rimase dal 1997 al 2001 collezionando 75 presenze e 24 reti. Nel campionato 1998-99 fu anche il miglior cannoniere della squadra e la sua presenza in campo infiammava le domeniche allo Stadio San Nicola di Bari. Solo in quella stagione mise a segno 11 reti.
Da ricordare quella sua doppietta che regalò la vittoria del Bari a San Siro contro l’Inter il 1 novembre 1998.
Dopo l’esaltante esperienza nei campionati italiani Masinga si trasferì negli Emirati Arabi Uniti dove concluse la carriera con l’Al-Wahda.
In Nazionale esordì in competizioni ufficiali nel 1996 in Coppa D’Africa, proprio in Sud Africa dove i “Bafana Bafana” vinsero la loro prima competizione battendo in finale la Tunisia. Nel 1998 partecipò sia alla Coppa d’Africa sia al Mondiale di Francia. Nella coppa continentale il Sudafrica arrivò secondo perdendo per 2-0 la finale contro l’Egitto a Ouagadougou in Burkina Faso. Mentre a Francia ’98 inserita nel gruppo C con Francia, Danimarca e Arabia Saudita, la nazionale di Città del Capo collezionò una sconfitta e due pareggi venendo eliminata al primo turno.
Philemon Raul Masinga si è spento oggi 13 gennaio 2019 a 49 anni dopo una lunga malattia.

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