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Il Calcio Racconta

Un’altra Genova, un altro calcio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Da  ragazzino, a livello di giocatore di calcio, non che fossi nulla di speciale, ma diciamo che me la cavavo. Intorno ai dodici anni, feci anche un provino a Pegli per il Genoa. Ma, se ricordo bene, il campo del Grifo per i ragazzini non era l’attuale “Pio” ma il “Morteo”, un  campo sul greto del torrente di Pegli, il Varenna, che fu “cancellato” negli anni Novanta, da una delle tante alluvioni che per decenni hanno afflitto la nostra città.

Uno dei momenti più tragici dell’alluvione dell’ottobre 1970

Urbanizzazione selvaggia, disboscamento, scarsa cura del territorio e a un certo punto la città non fu più in grado di fare fronte alle forti piogge autunnali. Io, di alluvioni, mi ricordo bene la prima: quella dell’ottobre del 1970. Avevo da poco compiuto sette anni. Il mio appartamento dava su due lati diversi dell’isolato. La parte più lunga di casa mia era rivolta su un grande piazzale industriale e quindi l’acqua, nonostante tutto, riusciva a defluire. Ma c’era un vano del nostro appartamento che dava su un cortile interno. Il perimetro di quel cortile era segnato da un muro piuttosto alto che lo circondava su tutti lati, fatta eccezione che per un cancello: da lì l’acqua entrava, non trovava più via di fuga, e continuava a salire. Abitando al primo piano, ricordo di aver seguito  a lungo dalla finestra di casa mia, e con una certa  apprensione, quell’inquietante minaccia, fino a quando, due giorni dopo, la situazione ritornò alla normalità .

Comunque, per tornare al provino del Genoa, fui anche preso. Ma, per quanto possa sembrare strano, in famiglia rifiutammo l’offerta. Mio padre non poteva accompagnarmi agli allenamenti, mia madre nemmeno. Ed io stesso non ero molto convinto: paure infantili, svogliatezza, indisciplina.

In effetti, sono sempre stato un po’ “refrattario” agli allenamenti, e pur avendo praticato il calcio amatoriale per tutta la vita, soltanto in due occasioni ho partecipato regolarmente a tornei di livello agonistico.

In un caso, si trattava di un torneo al tempo delle superiori. Ero iscritto all’istituto tecnico per il Turismo, Edoardo Firpo, una scuola frequentata per circa il 90% dal gentil sesso. Caratteristica più che apprezzabile per altri aspetti, ma difficoltà quasi insormontabile per un gruppo di ragazzi che voleva formare la squadra dell’istituto.

Alla fine, riuscimmo a malapena a mettere insieme 11 giocatori, non avevamo neanche le riserve (e forse fu anche un bene, perché non dovemmo mai litigare su chi mandare in panchina). Comunque, nonostante il nostro numero esiguo, il prof di ginnastica decise ugualmente d’iscriverci al torneo studentesco della città.

Dovevamo competere con istituti tecnici come l’Odero, il Gastaldi, il Giorgi ed il Nautico. Erano i primi anni Ottanta e le scuole superiori erano frequentate dai ragazzini nati negli anni Sessanta, gli anni del boom demografico. Tutti quegli istituti professionali avevano scolaresche di 1500, anche 2000 studenti. Ciò voleva dire che, per ogni ruolo, le squadre di quelle scuole potevano in media fare una selezione tra una ventina di studenti. Noi invece, come dicevo, avevamo fatto fatica a mettere insieme un minimo di 11 giocatori.

Fatte le debite proporzioni, era un po’ come se la Repubblica di San Marino avesse dovuto partecipare ad un torneo che comprendeva Brasile, Germania, Italia e compagnia bella. Ciò nonostante facemmo davvero bene.

Eravamo un gruppo molto affiatato: tutti genoani, tranne una “pecora nera”: Roberto di Prà, tifoso della Sampdoria, che però era un ottimo centrocampista, e quindi ottenne uno speciale “lasciapassare” dal resto del nostro gruppo. Alla domenica andavamo a vedere le partite del Grifo, durante la settimana ci allenavamo ed il sabato battevamo i nostri avversari a Bavari e a San Desiderio,  nei campi delle alture a levante della città.  Insomma, infilammo una lunga ed incredibile serie di vittorie e, partita dopo partita, arrivammo ad un passo dalla finale. Purtroppo perdemmo  due a uno  nella semifinale contro il Nautico, dopo essere passati in vantaggio e dopo che, sull’uno a zero, il nostro uomo migliore sbagliò  clamorosamente il rigore che avrebbe potuto mettere la parola “fine” all’incontro. La finale del torneo studentesco si sarebbe dovuta tenere in quello che dal gennaio del 1911 è lo stadio del Genoa, il Luigi Ferraris, ed io ricordo che, nei pochi secondi che avevano preceduto l’esecuzione del rigore, avevo sognato ad occhi aperti: mi vedevo già a Marassi fare un gol in zona Cesarini e correre gioioso sotto la Nord (poco importava che la Nord, in quell’occasione, sarebbe stata deserta o semideserta, avrei pagato per vivere quell’emozione). Per la cronaca: la finale fu Giorgi-Nautico e furono i primi, gli studenti dell’istituto tecnico-industriale ad imporsi sui futuri “marittimi”.

L’altro torneo al quale partecipai regolarmente risaliva a qualche anno prima. Nel 1975, subito dopo aver rinunciato all’offerta del Genoa, mio padre (forse per “smaltire” il senso di colpa) si mise d’accordo con un suo amico allenatore della Rivarolese. La situazione, da un punto di vista pratico, era molto più semplice: il campo da gioco era abbastanza vicino a casa nostra e siccome conoscevo già molti ragazzini che giocavano in quella squadra, anche l’ambiente mi era più familiare.

Tutto incominciò un pomeriggio a casa mia. Ero tornato a casa da poco, dopo aver passato, come mio solito, la mattina a scuola. Avevo appena finito di mangiare quando mio padre mi disse : “Fra un po’ usciamo. Andiamo a comprare un  nuovo paio di scarpe da football. Domani hai un provino da fare”. Non mi aveva neanche chiesto se ero d’accordo e, francamente, non ce n’era davvero bisogno, perché mi brillavano gli occhi dalla felicità.

Ci dirigemmo verso la periferia nord della città, in  Valpolcevera. La ditta  “Ferrari” di Bolzaneto  sembrava (e probabilmente era) un’impresa a conduzione familiare, ma a quei tempi era una ditta di fama nazionale che riforniva le squadre professionistiche di mezza Italia. Ricordo che mi cadde l’occhio su un paio di pacchi in spedizione: i destinatari degli ordini erano le squadre della Lazio e del Cagliari.

Eravamo a metà degli anni Settanta, non erano ancora i tempi delle Nike, della Puma e delle Adidas, o meglio: tutte quelle scarpe c’erano già, e si mettevano per andare a passeggio, ma non ricordo di averle mai usate per giocare a pallone (perlomeno non nelle partite di livello agonistico). In quegli ultimi anni, se non mi sbaglio 1970 e 1973,  il Cagliari di Manlio Scopigno e la Lazio di Tommaso Maestrelli avevano vinto lo scudetto. E da quell’angolo di Bolzaneto partivano scatole di scarpe destinate ad essere calzate da Gigi Riva e da Enrico Albertosi,  da Giorgio Chinaglia e da Vincenzo D’Amico.

Comunque comprammo le scarpe, feci il provino ed incominciai a giocare nella squadra giovanile della Rivarolese. Allora la prima squadra giocava in serie D e al campo c’era sempre tanta gente. I vecchi si ricordavano ancora di quando, nel primo dopoguerra, la squadra di casa, che allora giocava nel campionato nazionale, aveva battuto due a zero la Juventus davanti a 5.000 concittadini. I ragazzi, invece, approfittavano della vicinanza di un deposito di prodotti petroliferi per ” prendere in prestito” dei bidoni vuoti, così il “Torbella” di Rivarolo era probabilmente l’unico stadio d’Italia in cui i tifosi, al posto dei tamburi, usavano i  barili per sostenere  la propria squadra.

L’amico di mio padre, allenatore dei ragazzini, si chiamava Luigi Caburri, ed era stato un portiere professionista. Aveva giocato nel Savona in serie B in un campionato del 1940 (probabilmente, aveva giocato anche in altre squadre a livello professionistico, ma quello del 1940 a Savona è l’unico particolare di cui mi aveva parlato e di cui io mi ricordi). Tra l’altro, quella del 1940 fu in assoluto la migliore stagione della squadra ponentina: quell’anno il Savona arrivò quarto in serie B; neanche con Valerio Bacigalupo tra i pali (che in seguito sarebbe divenuto il portiere del Grande Torino) il Savona riuscì a fare di meglio.

Mio padre invece era stata una buona ma semplice ala a livello dilettantistico, che aveva oscillato tra la prima e la seconda categoria. Ogni tanto li sentivo scherzare tra loro. Caburri esordiva con:  ” Attaccante te?!?  Al massimo puoi attaccare la carta da parati”. E mio padre gli rispondeva in genovese ” E ti t’êi ûn portê da palassi”. (E tu sei un portiere da palazzi).

Quella battuta doveva avere punto nell’orgoglio il vecchio portiere professionista, perché un giorno, poco prima dell’allenamento, si presentò  con  un foglio in mano e chiamò mio padre: “Ehi Walter, vieni un po’ qui”. Ci avvicinammo e lui, senza dire una sola parola, ci mostrò la fotocopia di un articolo di giornale che parlava di una partita. Non saprei dire se si trattasse  di un’amichevole, di una partita di coppa o di campionato. Ricordo solo che sotto alla foto c’era scritto: “Caburri Para un Rigore a Silvio Piola”.  E da quel giorno,  mio  padre  smise  di  chiamare  il mio allenatore  “portê da palassi”.

È sempre stato così: gli incontri e le storie  dei giocatori di un periodo mitico sono sempre rimasti impressi nella mia memoria. Se mi chiedeste cosa ho mangiato lunedì scorso, potrei anche non ricordare. Ma una storia di calcio dei tempi d’oro, anche di trenta o quarant’anni fa, non la dimentico più, per tutto il resto della mia vita.

Marassi, 25 marzo 1945. Il Genoa vince la “Coppa Città di Genova”. Il primo a sinistra dei quattro giocatori accosciati è Emilio Caprile.

Qualche anno dopo, quando lavoravo come camionista per una ditta che aveva sede nell’ex-stabilimento dello zuccherificio Eridania di Sampieradrena, mi capitò di conoscere un altro giocatore dal passato ancor più glorioso. Si chiamava Emilio Caprile, ed aveva giocato nel Genoa a 17 anni in serie A (nel campionato  45-46),  l’anno dopo era passato alla Sestrese in serie B, per poi tornare ancora in  serie A  nella Juventus, squadra con la quale, nel 1952, aveva anche vinto uno scudetto.

La ditta di cui era titolare e l’impresa di trasporto giornali per cui lavoravo stavano per fondersi in un’unica società. Erano i primi anni Novanta. Il mondo iniziava già ad andare troppo veloce ed i giornali facevano davvero fatica a stargli dietro. Durante il periodo della prima guerra del Golfo, ero spesso allo stabilimento del Secolo XIX che si trovava a Multedo. Ad essere precisi, la guerra del Golfo non era ancora cominciata, ma se ne prevedeva l’inizio da un momento all’altro. Un giorno… anzi una notte, verso le 23.45, dalle rotative dello stabilimento  uscì la prima edizione del quotidiano, quella destinata agli abbonati e all’edicole che sono aperte di notte. Il titolo era qualcosa del tipo: “Tutto Tace a Bagdad”.

Poco più o poco meno di un’oretta dopo arrivò una pattuglia (capitava spesso che durante il turno di notte passassero vigili, poliziotti o carabinieri a prendere una copia in omaggio). Dall’auto scese un ufficiale dell’Arma che evidentemente aveva voglia di fare due chiacchiere. Il carabiniere si avvicinò al mio camion e mi disse: “Hai sentito? È incominciato il bombardamento dell’Arabia Esaurita”. Sorrisi pensando che volesse fare dell’ironia. Quando, dalla sua espressione seria, capii che non stava per nulla scherzando, non seppi che dire.

Quella notte ci fu uno dei più grandi bombardamenti di tutti i tempi (in Irak, e non in Arabia Saudita). E quella fu anche la notte in cui gli addetti del “porta a porta” del Secolo XIX andarono a ritirare casa per casa, portone dopo portone, la prima edizione del quotidiano genovese (quella dal titolo “Tutto Tace a Bagdad”) per sostituirla con una più rispondente ai fatti reali.

Il pomeriggio successivo ero invece di turno nel trasporto delle bobine di carta. Per me era un lavoro nuovo, per cui mi misero di coppia con l’autista più esperto dell’altra ditta. Ma l’autista più esperto non si rivelò tale, o forse  era talmente esperto da  essersi lasciato  prendere da un eccesso di fiducia in se stesso. Eravamo dalle parti di Quarto, proprio vicino allo scoglio dei Mille, da dove partirono i garibaldini. Per fare la consegna, bisognava andare col camion in retromarcia lungo una discesa ripida e stretta che portava all’entrata della tipografia. Il mio collega iniziò la manovra troppo rapidamente. Poi, quando si accorse che stava andando a raschiare lateralmente sul muro, tirò una brusca inchiodata. A quel punto, il carico cominciò ad ondeggiare rumorosamente. Le bobine all’interno si liberarono dei tacchi e delle cinghie che le tenevano strette, sfondarono il portellone del camion ed iniziarono a rotolare giù per la discesa, dirigendosi verso l’entrata del magazzino.

Inutile dire che non ci fu bisogno di bussare alla porta per farsi aprire: le bobine, nella loro folle corsa,  disintegrarono il cancello e travolsero tutto, andando a schiantarsi nella parete in fondo al deposito. Il caso volle che nessuna persona si fosse trovata sulla loro traiettoria (avrebbe veramente fatto la fine di Willy il coyote).

Insomma, fortunatamente non ci furono gravi conseguenze e la cosa alla fine non mi turbò più di tanto. Prima di tutto perché nessuno si fece male. In secondo luogo  perché non era stata colpa  mia. Ed infine perché a quei tempi avevo già deciso di dimettermi e cercare un nuovo lavoro che mi permettesse di riprendere gli studi universitari.

Stavo per cominciare un percorso di molti anni che mi avrebbe portato a laurearmi e a cominciare una nuova carriera professionale all’estero. Ma in quelle ultime settimane di lavoro, nei limiti del possibile (a colazione o durante una pausa al bar, alla fine o prima dell’inizio di un turno), approfittai spesso delle conversazioni con Emilio Caprile per farmi raccontare  qualche aneddoto che riguardava il Genoa degli anni Quaranta, e la Juve degli anni Cinquanta (ma anche della Sestrese in serie B).

Forse mi sono un pò allontanato dal filo rossoblù che dovrebbe legare questi racconti. Ma ci tenevo veramente ad evidenziare come nella Genova della mia adolescenza e della mia gioventù, potevi andare in un laboratorio artigianale di Bolzaneto, giocare una partita in un campo di Rivarolo o fare una consegna per una ditta di Sampieradarena ed “entrare magicamente” nella storia  gloriosa del calcio italiano. Entrare, cioè, in contatto con qualcuno che preparava le scarpe di Gigi Riva, qualcuno che aveva parato un rigore a Silvio Piola o qualcuno che era stato compagno di squadra di Boniperti. E tutte queste persone, con le loro attività professionali,  erano la testimonianza vivente di un calcio di altri tempi, che dava da vivere più che dignitosamente, ma che non era così assurdamente ricco, o meglio: così spudoratamente miliardario.

N.B: l’articolo è un capitolo del libro “I RACCONTI DEL GRIFO – Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova” di Massimo Prati. Ringraziamo l’autore che ci ha dato la possibilità di pubblicare alcuni capitoli del libro e questo è il secondo appuntamento. Per acquistare il libro, potete rivolgervi all’Associazione Un Cuore Grande Cosi – Onlus (www.uncuoregrandecosi.it – mail: info@uncuoregrandecosi.it)

Qui puoi trovare il primo articolo tratto dal libro “I racconti del Grifo” di Massimo Prati

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli, e “I racconti del Grifo”, pubblicato nel 2017 da Nuova Editrice Genovese, oltre ad articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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27 marzo 1904 – Il Genoa batte la Juventus e si aggiudica il suo sesto scudetto

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Per raccontare la storia di questa domenica di inizio secolo, la cosa più ovvia da fare è andare alla ricerca negli archivi storici dei principali quotidiani, sportivi e non. Non vi nascondo la sorpresa nello scoprire che, la vittoria di uno scudetto nel 1904, venga rilegata ad un piccolo trafiletto con le notizie indispensabili, senza enfasi e quasi per caso, dando invece ampio spazio ad altri sport, ora meno considerati del calcio.

Il Genoa nel 1904 ha già un numero abbastanza consistente di appassionati e, anche se in quella giornata saranno circa 3.000, in generale il pubblico continua a dimostrarsi tiepido nei confronti di questo sport, più popolare tra la classe aristocratica che nella popolazione comune. Situazione che si ribalterà più avanti, quando il calcio diventerà il gioco del popolo.

Spensley, Bugnion, Rossi P., Schoeller, Senft, Pasteur I, Salvadè, Goetzlof, Agar, Pasteur II, Pellerani.

Questi sono i nomi degli undici pionieri che, il 27 marzo 1904, vinsero il sesto scudetto della storia del club su sette campionati disputati, nella finale contro la Juventus finita 1-0 per i rossoblù.

La partita si svolge di domenica e inizia con le solite attività pre-partita. Raccontarlo oggi può sembrare assurdo ma, in quel periodo, i giocatori e dirigenti del Genoa, si trovavano alle otto del mattino al campo di Ponte Carrega e poi tutti insieme, tracciavano le righe bianche e tiravano le corde del campo e dell’area dedicata agli spettatori. Solo dopo arrivavano le sedie, che venivano disposte sempre da giocatori e dirigenti nella zona centrale destinata alle autorità e alla classe alto borghese e aristocratica del tempo.

Dopo aver svolto queste attività, sempre tutti insieme, andavano a pranzo in un’osteria vicino al campo di gioco, in attesa delle 15, orario in cui sarebbe iniziato il match. [Franco Venturelli – "Genoa, una leggenda in 110 partite, storie di Genoa e di Genoani”]

La partita risulta abbastanza equilibrata. La Juventus sembra decisamente più forte di quella battuta 3-0 l’anno prima, ma nonostante i passaggi precisi e un gioco di squadra equilibrato, fa fatica a concludere e ad arrivare sotto porta, anche per colpa di un importante gioco difensivo del Genoa.

Il gol rossoblù arriva dal difensore svizzero Bugnion ed è il prototipo dei tiri-cross da metà campo che, un po’ per il vento, un po’ per la disattenzione del portiere avversario (il bianconero Durante in questo caso), finisce nel sacco e risolve una partita ostica. La Juventus, come prevedibile reagisce attaccando e cercando il pareggio, ma la coriacea difesa del Genoa non si farà sorprendere. I rossoblù, per tenere in allarme gli avversari con pericolosi contropiede, continuano a giocare sfruttando la velocità di Agar. Non ci saranno altre reti, ma il Genoa avrà la sua meritata vittoria.

Viene così vinta la tanto desiderata Coppa d’argento messa in palio dall’allora presidente Mr. Fawcus e i gloriosi pionieri possono lasciare spazio ai giovani della neonata “riserva”, in fondo loro, con questo sesto campionato vinto su sette giocati, non hanno più una storia da scrivere perché ormai fanno già parte della leggenda.

 

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23 marzo 1969 – L’esordio di “Puliciclone”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Ciuffo sulla fronte, aspetto fiero, Paolino Pulici ha lasciato lo stadio comunale, al termine della partita con il Cagliari, fra gli applausi dei tifosi granata. Sotto il braccio reggeva il pallone della gara, il “souvenir” del suo positivo esordio in serie A” (Cit. Stampa Sera, 24 marzo 1969).

Finisce così la “prima” di Puliciclone, come amava chiamarlo Brera, nella sfida tra i granata e il Cagliari del 23 marzo 1969 terminata 0-0. Un esordio nella massima serie a soli 19 anni … “Sono sceso in campo tranquillo, senza emozionarmi” dirà al termine della gara, “Ho cercato di segnare, ma l’unica occasione da goal mi è capitata nel primo tempo quando Longoni mi ha impedito di concludere atterrandomi sul limite dell’area cagliaritana. Ero in buona posizione. Peccato”.

Dalla primavera alla prima squadra, sino all’inserimento nella Hall Fame granata nel 2014. Giocatore veloce e forte fisicamente, abile nel gioco aereo, destro naturale ma che non disdegnava il sinistro. E’ il giocatore che fino ad ora ha segnato il maggior numero di reti con la maglia granata ed è secondo nella graduatoria delle presenze: 172 reti e 437 presenze, un autentico mito. Nella stagione 1975-76 vince lo storico scudetto con il Torino e la classifica dei capocannonieri, già vinta nelle stagioni 72/73 e 74/75.

Insomma aveva ragione Riva, che terminata la partita dell’esordio di Pulici disse “… mi è sembrato assai dinamico. Ha le qualità per diventare un giocatore interessante”. Infatti…

 

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20 marzo 1994 – Il Brescia trionfa in Europa

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Tornei come la Mitropa Cup del dopoguerra, il Torneo Anglo-Italiano, la Coppa di Lega Italo-Inglese non si disputano più da decenni. Sebbene questi tornei dopo un iniziale successo hanno spesso perso l’interesse nel pubblico, rimangono pietre miliari per molte società che senza di questi non avrebbe mai potuto disputare incontri internazionali al di fuori di qualche amichevole estiva.

Tra queste società figura il Brescia Calcio, che 25 anni fa a Wembley si aggiudicò il Torneo Anglo-Italiano in finale contro il Notts County. Il Brescia disputò il torneo dopo essere retrocessa l’anno prima in una lotta salvezza estremamente avvincente ricordata anche per il coinvolgimento della Fiorentina che, arrivata a pari punti con Brescia ed Udinese, retrocesse per la classifica avulsa. Il Brescia perse poi lo spareggio salvezza con l’Udinese e qui è il paradosso dei tornei riservati alle squadre retrocesse: sarebbe stato meglio non parteciparvi, ma una volta che si partecipa vincerlo può essere un riscatto.

Il Torneo Anglo-Italiano conobbe varie fasi, è curioso ricordare come ai suoi albori venisse dato un punto in più per ogni rete segnata e il fuorigioco fosse applicato solo negli ultimi 16 metri. La sua organizzazione si deve ad un manager italiano, Gigi Peronace, che nel 1969 volle far sì che lo Swindon Town potesse disputare un torneo internazionale; la vittoria nella “English Football League Cup” avrebbe dato allo Swindon il diritto di disputare la Coppa delle Fiere, ma la partecipazione a questa era riservata alle squadre di “First Divsion” e lo Swindon nel 1969 disputava la “Third Division”.

Seguirono varie edizioni alternate da qualche interruzione e per un periodo la partecipazione venne riservata a squadre semi-professionistiche. L’edizione vinta dal Brescia fa parte dell’ultimo periodo, quando tornò ad essere appannaggio di squadre professionistiche ed il torneo intitolato al fondatore Peronace.

La strada che portò il Brescia a scrivere il suo nome nell’Albo d’Oro non è affatto banale; il regolamento prevede due gironi misti di squadre Italiane ed Inglesi nei quali però si incontrano solo squadre di diverse nazionalità, le migliori classificate per nazione in ogni girone disputeranno le semifinali. Il Brescia deve quindi far meglio di Ancona, Pisa ed Ascoli nelle tre partite contro Bolton, Charlton, Notts County. Con tre vittorie ed un pareggio il Brescia chiude al primo posto e disputa così la semifinale con il Pescara a sua volta vincitore del suo girone, qualificatasi grazie alle reti in trasferta (1-0 a Brescia, 3-2 a Pescara). L’obiettivo di disputare la Finale a Wembley è così raggiunto, ed i 2.000 tifosi che raggiungono Londra si toglieranno lo sfizio di vedere la loro squadra alzare il Trofeo nel tempio del calcio per eccellenza.

Una partita finita 1-0 con gol di Ambrosetti al 64′ ispirato da un assist del rumeno Sabau che, dopo aver saltato il portiere avversario arpionando il pallone lo porge all’attaccante.

Non è probabilmente un caso che tra le altre fu proprio il Brescia ad aggiudicarsi il torneo nel periodo in cui questo era riservato alle squadre di Serie B. Il Brescia è il club Italiano con il maggior numero di partecipazioni al Torneo Cadetto, ne ha 18 consecutive tra il 1947 ed il 1965. Nel 1994 è già il Brescia di Lucescu ed Hagi, che frequenta costantemente la Serie A e si appresta a vivere il suo periodo d’oro dei primi anni 2000 con varie partecipazioni consecutive alla “Massima Serie”, un ottavo posto, una semifinale di Coppa Italia ed una Finale di Coppa Intertoto.

Difficile dire quanto la vittoria di Wembley influì nei successivi fasti delle Rondinelle, forse poco o nulla, ma volendo credere ad un Dio del Calcio non è un caso che abbia voluto regalare questa soddisfazione al club lombardo. Un club che dalla sua fondazione ha costantemente frequentato i quartieri più alti del calcio italiano raggiungendo il 14º posto nella graduatoria della tradizione sportiva italiana della FIGC.

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