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Il Calcio Racconta

Un’altra Genova, un altro calcio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Da  ragazzino, a livello di giocatore di calcio, non che fossi nulla di speciale, ma diciamo che me la cavavo. Intorno ai dodici anni, feci anche un provino a Pegli per il Genoa. Ma, se ricordo bene, il campo del Grifo per i ragazzini non era l’attuale “Pio” ma il “Morteo”, un  campo sul greto del torrente di Pegli, il Varenna, che fu “cancellato” negli anni Novanta, da una delle tante alluvioni che per decenni hanno afflitto la nostra città.

Uno dei momenti più tragici dell’alluvione dell’ottobre 1970

Urbanizzazione selvaggia, disboscamento, scarsa cura del territorio e a un certo punto la città non fu più in grado di fare fronte alle forti piogge autunnali. Io, di alluvioni, mi ricordo bene la prima: quella dell’ottobre del 1970. Avevo da poco compiuto sette anni. Il mio appartamento dava su due lati diversi dell’isolato. La parte più lunga di casa mia era rivolta su un grande piazzale industriale e quindi l’acqua, nonostante tutto, riusciva a defluire. Ma c’era un vano del nostro appartamento che dava su un cortile interno. Il perimetro di quel cortile era segnato da un muro piuttosto alto che lo circondava su tutti lati, fatta eccezione che per un cancello: da lì l’acqua entrava, non trovava più via di fuga, e continuava a salire. Abitando al primo piano, ricordo di aver seguito  a lungo dalla finestra di casa mia, e con una certa  apprensione, quell’inquietante minaccia, fino a quando, due giorni dopo, la situazione ritornò alla normalità .

Comunque, per tornare al provino del Genoa, fui anche preso. Ma, per quanto possa sembrare strano, in famiglia rifiutammo l’offerta. Mio padre non poteva accompagnarmi agli allenamenti, mia madre nemmeno. Ed io stesso non ero molto convinto: paure infantili, svogliatezza, indisciplina.

In effetti, sono sempre stato un po’ “refrattario” agli allenamenti, e pur avendo praticato il calcio amatoriale per tutta la vita, soltanto in due occasioni ho partecipato regolarmente a tornei di livello agonistico.

In un caso, si trattava di un torneo al tempo delle superiori. Ero iscritto all’istituto tecnico per il Turismo, Edoardo Firpo, una scuola frequentata per circa il 90% dal gentil sesso. Caratteristica più che apprezzabile per altri aspetti, ma difficoltà quasi insormontabile per un gruppo di ragazzi che voleva formare la squadra dell’istituto.

Alla fine, riuscimmo a malapena a mettere insieme 11 giocatori, non avevamo neanche le riserve (e forse fu anche un bene, perché non dovemmo mai litigare su chi mandare in panchina). Comunque, nonostante il nostro numero esiguo, il prof di ginnastica decise ugualmente d’iscriverci al torneo studentesco della città.

Dovevamo competere con istituti tecnici come l’Odero, il Gastaldi, il Giorgi ed il Nautico. Erano i primi anni Ottanta e le scuole superiori erano frequentate dai ragazzini nati negli anni Sessanta, gli anni del boom demografico. Tutti quegli istituti professionali avevano scolaresche di 1500, anche 2000 studenti. Ciò voleva dire che, per ogni ruolo, le squadre di quelle scuole potevano in media fare una selezione tra una ventina di studenti. Noi invece, come dicevo, avevamo fatto fatica a mettere insieme un minimo di 11 giocatori.

Fatte le debite proporzioni, era un po’ come se la Repubblica di San Marino avesse dovuto partecipare ad un torneo che comprendeva Brasile, Germania, Italia e compagnia bella. Ciò nonostante facemmo davvero bene.

Eravamo un gruppo molto affiatato: tutti genoani, tranne una “pecora nera”: Roberto di Prà, tifoso della Sampdoria, che però era un ottimo centrocampista, e quindi ottenne uno speciale “lasciapassare” dal resto del nostro gruppo. Alla domenica andavamo a vedere le partite del Grifo, durante la settimana ci allenavamo ed il sabato battevamo i nostri avversari a Bavari e a San Desiderio,  nei campi delle alture a levante della città.  Insomma, infilammo una lunga ed incredibile serie di vittorie e, partita dopo partita, arrivammo ad un passo dalla finale. Purtroppo perdemmo  due a uno  nella semifinale contro il Nautico, dopo essere passati in vantaggio e dopo che, sull’uno a zero, il nostro uomo migliore sbagliò  clamorosamente il rigore che avrebbe potuto mettere la parola “fine” all’incontro. La finale del torneo studentesco si sarebbe dovuta tenere in quello che dal gennaio del 1911 è lo stadio del Genoa, il Luigi Ferraris, ed io ricordo che, nei pochi secondi che avevano preceduto l’esecuzione del rigore, avevo sognato ad occhi aperti: mi vedevo già a Marassi fare un gol in zona Cesarini e correre gioioso sotto la Nord (poco importava che la Nord, in quell’occasione, sarebbe stata deserta o semideserta, avrei pagato per vivere quell’emozione). Per la cronaca: la finale fu Giorgi-Nautico e furono i primi, gli studenti dell’istituto tecnico-industriale ad imporsi sui futuri “marittimi”.

L’altro torneo al quale partecipai regolarmente risaliva a qualche anno prima. Nel 1975, subito dopo aver rinunciato all’offerta del Genoa, mio padre (forse per “smaltire” il senso di colpa) si mise d’accordo con un suo amico allenatore della Rivarolese. La situazione, da un punto di vista pratico, era molto più semplice: il campo da gioco era abbastanza vicino a casa nostra e siccome conoscevo già molti ragazzini che giocavano in quella squadra, anche l’ambiente mi era più familiare.

Tutto incominciò un pomeriggio a casa mia. Ero tornato a casa da poco, dopo aver passato, come mio solito, la mattina a scuola. Avevo appena finito di mangiare quando mio padre mi disse : “Fra un po’ usciamo. Andiamo a comprare un  nuovo paio di scarpe da football. Domani hai un provino da fare”. Non mi aveva neanche chiesto se ero d’accordo e, francamente, non ce n’era davvero bisogno, perché mi brillavano gli occhi dalla felicità.

Ci dirigemmo verso la periferia nord della città, in  Valpolcevera. La ditta  “Ferrari” di Bolzaneto  sembrava (e probabilmente era) un’impresa a conduzione familiare, ma a quei tempi era una ditta di fama nazionale che riforniva le squadre professionistiche di mezza Italia. Ricordo che mi cadde l’occhio su un paio di pacchi in spedizione: i destinatari degli ordini erano le squadre della Lazio e del Cagliari.

Eravamo a metà degli anni Settanta, non erano ancora i tempi delle Nike, della Puma e delle Adidas, o meglio: tutte quelle scarpe c’erano già, e si mettevano per andare a passeggio, ma non ricordo di averle mai usate per giocare a pallone (perlomeno non nelle partite di livello agonistico). In quegli ultimi anni, se non mi sbaglio 1970 e 1973,  il Cagliari di Manlio Scopigno e la Lazio di Tommaso Maestrelli avevano vinto lo scudetto. E da quell’angolo di Bolzaneto partivano scatole di scarpe destinate ad essere calzate da Gigi Riva e da Enrico Albertosi,  da Giorgio Chinaglia e da Vincenzo D’Amico.

Comunque comprammo le scarpe, feci il provino ed incominciai a giocare nella squadra giovanile della Rivarolese. Allora la prima squadra giocava in serie D e al campo c’era sempre tanta gente. I vecchi si ricordavano ancora di quando, nel primo dopoguerra, la squadra di casa, che allora giocava nel campionato nazionale, aveva battuto due a zero la Juventus davanti a 5.000 concittadini. I ragazzi, invece, approfittavano della vicinanza di un deposito di prodotti petroliferi per ” prendere in prestito” dei bidoni vuoti, così il “Torbella” di Rivarolo era probabilmente l’unico stadio d’Italia in cui i tifosi, al posto dei tamburi, usavano i  barili per sostenere  la propria squadra.

L’amico di mio padre, allenatore dei ragazzini, si chiamava Luigi Caburri, ed era stato un portiere professionista. Aveva giocato nel Savona in serie B in un campionato del 1940 (probabilmente, aveva giocato anche in altre squadre a livello professionistico, ma quello del 1940 a Savona è l’unico particolare di cui mi aveva parlato e di cui io mi ricordi). Tra l’altro, quella del 1940 fu in assoluto la migliore stagione della squadra ponentina: quell’anno il Savona arrivò quarto in serie B; neanche con Valerio Bacigalupo tra i pali (che in seguito sarebbe divenuto il portiere del Grande Torino) il Savona riuscì a fare di meglio.

Mio padre invece era stata una buona ma semplice ala a livello dilettantistico, che aveva oscillato tra la prima e la seconda categoria. Ogni tanto li sentivo scherzare tra loro. Caburri esordiva con:  ” Attaccante te?!?  Al massimo puoi attaccare la carta da parati”. E mio padre gli rispondeva in genovese ” E ti t’êi ûn portê da palassi”. (E tu sei un portiere da palazzi).

Quella battuta doveva avere punto nell’orgoglio il vecchio portiere professionista, perché un giorno, poco prima dell’allenamento, si presentò  con  un foglio in mano e chiamò mio padre: “Ehi Walter, vieni un po’ qui”. Ci avvicinammo e lui, senza dire una sola parola, ci mostrò la fotocopia di un articolo di giornale che parlava di una partita. Non saprei dire se si trattasse  di un’amichevole, di una partita di coppa o di campionato. Ricordo solo che sotto alla foto c’era scritto: “Caburri Para un Rigore a Silvio Piola”.  E da quel giorno,  mio  padre  smise  di  chiamare  il mio allenatore  “portê da palassi”.

È sempre stato così: gli incontri e le storie  dei giocatori di un periodo mitico sono sempre rimasti impressi nella mia memoria. Se mi chiedeste cosa ho mangiato lunedì scorso, potrei anche non ricordare. Ma una storia di calcio dei tempi d’oro, anche di trenta o quarant’anni fa, non la dimentico più, per tutto il resto della mia vita.

Marassi, 25 marzo 1945. Il Genoa vince la “Coppa Città di Genova”. Il primo a sinistra dei quattro giocatori accosciati è Emilio Caprile.

Qualche anno dopo, quando lavoravo come camionista per una ditta che aveva sede nell’ex-stabilimento dello zuccherificio Eridania di Sampieradrena, mi capitò di conoscere un altro giocatore dal passato ancor più glorioso. Si chiamava Emilio Caprile, ed aveva giocato nel Genoa a 17 anni in serie A (nel campionato  45-46),  l’anno dopo era passato alla Sestrese in serie B, per poi tornare ancora in  serie A  nella Juventus, squadra con la quale, nel 1952, aveva anche vinto uno scudetto.

La ditta di cui era titolare e l’impresa di trasporto giornali per cui lavoravo stavano per fondersi in un’unica società. Erano i primi anni Novanta. Il mondo iniziava già ad andare troppo veloce ed i giornali facevano davvero fatica a stargli dietro. Durante il periodo della prima guerra del Golfo, ero spesso allo stabilimento del Secolo XIX che si trovava a Multedo. Ad essere precisi, la guerra del Golfo non era ancora cominciata, ma se ne prevedeva l’inizio da un momento all’altro. Un giorno… anzi una notte, verso le 23.45, dalle rotative dello stabilimento  uscì la prima edizione del quotidiano, quella destinata agli abbonati e all’edicole che sono aperte di notte. Il titolo era qualcosa del tipo: “Tutto Tace a Bagdad”.

Poco più o poco meno di un’oretta dopo arrivò una pattuglia (capitava spesso che durante il turno di notte passassero vigili, poliziotti o carabinieri a prendere una copia in omaggio). Dall’auto scese un ufficiale dell’Arma che evidentemente aveva voglia di fare due chiacchiere. Il carabiniere si avvicinò al mio camion e mi disse: “Hai sentito? È incominciato il bombardamento dell’Arabia Esaurita”. Sorrisi pensando che volesse fare dell’ironia. Quando, dalla sua espressione seria, capii che non stava per nulla scherzando, non seppi che dire.

Quella notte ci fu uno dei più grandi bombardamenti di tutti i tempi (in Irak, e non in Arabia Saudita). E quella fu anche la notte in cui gli addetti del “porta a porta” del Secolo XIX andarono a ritirare casa per casa, portone dopo portone, la prima edizione del quotidiano genovese (quella dal titolo “Tutto Tace a Bagdad”) per sostituirla con una più rispondente ai fatti reali.

Il pomeriggio successivo ero invece di turno nel trasporto delle bobine di carta. Per me era un lavoro nuovo, per cui mi misero di coppia con l’autista più esperto dell’altra ditta. Ma l’autista più esperto non si rivelò tale, o forse  era talmente esperto da  essersi lasciato  prendere da un eccesso di fiducia in se stesso. Eravamo dalle parti di Quarto, proprio vicino allo scoglio dei Mille, da dove partirono i garibaldini. Per fare la consegna, bisognava andare col camion in retromarcia lungo una discesa ripida e stretta che portava all’entrata della tipografia. Il mio collega iniziò la manovra troppo rapidamente. Poi, quando si accorse che stava andando a raschiare lateralmente sul muro, tirò una brusca inchiodata. A quel punto, il carico cominciò ad ondeggiare rumorosamente. Le bobine all’interno si liberarono dei tacchi e delle cinghie che le tenevano strette, sfondarono il portellone del camion ed iniziarono a rotolare giù per la discesa, dirigendosi verso l’entrata del magazzino.

Inutile dire che non ci fu bisogno di bussare alla porta per farsi aprire: le bobine, nella loro folle corsa,  disintegrarono il cancello e travolsero tutto, andando a schiantarsi nella parete in fondo al deposito. Il caso volle che nessuna persona si fosse trovata sulla loro traiettoria (avrebbe veramente fatto la fine di Willy il coyote).

Insomma, fortunatamente non ci furono gravi conseguenze e la cosa alla fine non mi turbò più di tanto. Prima di tutto perché nessuno si fece male. In secondo luogo  perché non era stata colpa  mia. Ed infine perché a quei tempi avevo già deciso di dimettermi e cercare un nuovo lavoro che mi permettesse di riprendere gli studi universitari.

Stavo per cominciare un percorso di molti anni che mi avrebbe portato a laurearmi e a cominciare una nuova carriera professionale all’estero. Ma in quelle ultime settimane di lavoro, nei limiti del possibile (a colazione o durante una pausa al bar, alla fine o prima dell’inizio di un turno), approfittai spesso delle conversazioni con Emilio Caprile per farmi raccontare  qualche aneddoto che riguardava il Genoa degli anni Quaranta, e la Juve degli anni Cinquanta (ma anche della Sestrese in serie B).

Forse mi sono un pò allontanato dal filo rossoblù che dovrebbe legare questi racconti. Ma ci tenevo veramente ad evidenziare come nella Genova della mia adolescenza e della mia gioventù, potevi andare in un laboratorio artigianale di Bolzaneto, giocare una partita in un campo di Rivarolo o fare una consegna per una ditta di Sampieradarena ed “entrare magicamente” nella storia  gloriosa del calcio italiano. Entrare, cioè, in contatto con qualcuno che preparava le scarpe di Gigi Riva, qualcuno che aveva parato un rigore a Silvio Piola o qualcuno che era stato compagno di squadra di Boniperti. E tutte queste persone, con le loro attività professionali,  erano la testimonianza vivente di un calcio di altri tempi, che dava da vivere più che dignitosamente, ma che non era così assurdamente ricco, o meglio: così spudoratamente miliardario.

N.B: l’articolo è un capitolo del libro “I RACCONTI DEL GRIFO – Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova” di Massimo Prati. Ringraziamo l’autore che ci ha dato la possibilità di pubblicare alcuni capitoli del libro e questo è il secondo appuntamento. Per acquistare il libro, potete rivolgervi all’Associazione Un Cuore Grande Cosi – Onlus (www.uncuoregrandecosi.it – mail: info@uncuoregrandecosi.it)

Qui puoi trovare il primo articolo tratto dal libro “I racconti del Grifo” di Massimo Prati

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli, e “I racconti del Grifo”, pubblicato nel 2017 da Nuova Editrice Genovese, oltre ad articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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13 luglio 1979 – Il Presidente D’Attoma porta Paolo Rossi al Perugia cambiando per sempre le regole del gioco

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello)- “II giocatore Paolo Rossi com’era desiderio della Federazione, degli sportivi, delle società e suo personale, giocherà in serie A il prossimo campionato. Il Vicenza e il Perugia hanno raggiunto oggi a Milano un accordo, con la formula del prestito, in base al quale la società umbra si è assicurata per una stagione sportiva le prestazioni del centravanti della nazionale. L’annuncio viene dato in maniera congiunta attraverso questo comunicato dal Vicenza, dal Perugia, e dal giocatore stesso il quale è stato informato di tutte le clausole del contratto che approva. Il Vicenza ringrazia così il Perugia ma non dimentica lo spirito di franca e leale sportività che ha animato tutte le società intervenute in questa fase, in particolare Napoli, Lazio, Roma e Bologna con le quali è stato possibile instaurare un dialogo franco, costruttivo e serio. Alla fine il Vicenza ha ritenuto più idonea la soluzione prospettata dal Perugia: squadra competitiva che lo scorso anno si è classificata al secondo posto; possibilità di tornei europei per il giocatore: città, come Vicenza, non stressante per un uomo che sta pagando in mancata tranquillità un pesante prezzo alla gloria sportiva; prestito per una stagione e quindi apertura massima per il futuro di Paolo Rossi; offerta al Vicenza buona per il presente e interessante per le prospettive in funzione degli obiettivi del Vicenza stesso, che continuano a non prescindere da un rapporto di cordiale collaborazione con Rossi. Queste le clausole del contratto: al Perugia in prestito annuale rinnovabile da parte del Perugia. Al Vicenza 500 milioni, più le prestazioni di Redeghieri e Cacciatori, uno dei quali in comproprietà (entrambi se il Perugia rinnoverà il prestito di Rossi a fine stagione, per l’identica somma di 500 milioni)”.

Un comunicato che mette fine ad una vicenda tormentata del calcio mercato 1979. Una vicenda che cambia per sempre le regole del gioco, del calcio mercato e dei diritti televisivi e di sponsorizzazioni su cui si basa ancora oggi il sistema calcio.

Analizziamo la situazione: Paolo Rossi è un giocatore importante degli Azzurri di Bearzot, che nel mondiale argentino del ’78 ha convinto grazie alle sue prestazioni. Il Vicenza di Giussy Farina lo ha riscattato, l’anno precedente, superando la Juventus alle “buste” e valutando il giovane calciatore oltre 5 miliardi del vecchio conio. Nell’ultima giornata di campionato il Vicenza soccombe per 2-0 contro l’Atalanta. Il verdetto è spietato: è serie B. Può un calciatore di queste “dimensioni” giocare tra i cadetti? Inoltre il Vicenza ha il problema di dover saldare ancora una buona parte dell’acquisto del calciatore stesso alla Juventus. La società biancorossa si trova quindi nella necessità di rimpinguare le casse mentre tutte le società sono alla finestra sperando di poter avere la meglio sfruttando le necessità dl “venditore”.

A sorpresa la spunta il Perugia. Come ha fatto? Ce lo dice il Presidente D’Attoma…”Non ci voleva credere nessuno a questo affare…comprare Rossi con i soldi degli altri. Noi abbiamo trovato un paio di ditte che ci sponsorizzeranno per intero l’affare, non ci rimetteremo una lira, anzi ne guadagneremo sopra considerando i prevedibili aumenti sia degli incassi e sia degli abbonamenti” (Cit. La Stampa, 14 luglio 1979). Banale? Forse oggi si, ma non nel 1979.

D’Attoma trova la chiave di volta per gestire la situazione modificando per sempre, di fatto, il calcio. Infatti, con la modalità indicata e cioè “comprare con i soldi degli altri”, ha inventato le sponsorizzazioni.

Dapprima stringe un accordo con il Pastificio Ponte che finanzia la società in cambio della presenza del logo “PONTE” sulle maglie dei giocatori: il pastificio diviene il primo sponsor nella nostra storia del calcio. La federazione colpisce con una multa la società perugina perché sulle maglie può comparire solo lo sponsor tecnico, cioè il logo dell’azienda che produce le maglie. L’articolo 16 del regolamento della federazione calcistica contemplava infatti la possibilità di poter inserire sulle maglie, per un massimo di 12 centimetri quadrati, il nome dello sponsor tecnico. Allora D’Attoma crea la linea “Ponte Sportwear” rendendo possibile l’esposizione del marchio sulle maglie dei calciatori. Così facendo la Ponte paga la “pubblicità” facendo arrivare nelle casse della società del Perugia un importo tale che anche la multa da 20 milioni di lire inflitta è nulla. Nel 1981 la FIGC approva un regolamento che permette di sdoganare le sponsorizzazioni sulle maglie.

Inoltre, lo scatenatissimo Presidente D’Attoma si rivolge ad un’agenzia perugina di pubblicità, la C.P.A. che, da quel momento, si sarebbe occupata di gestire l’immagine della società Perugia per trarne dei profitti economici: amichevoli, vendita dei diritti venduti a TV private, incremento della pubblicità allo stadio; altre modalità di “sfruttamento” dell’immagine del Perugia Calcio.

Queste le mosse del Perugia e del Presidente D’Attoma che riuscì a portarsi Paolo Rossi in casa cambiando per sempre il calcio mercato e la storia degli sponsor nel calcio.

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“Poveri ma belli” – Giampiero Gasperini e il coraggio di Galeone

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto dal libro “Poveri ma belli – Il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, di Lucio Biancatelli edito da “Ultra Sport”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi un estratto, molto breve ma pregno di contenuto, dal Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone,

 

“Fino al 1985 il modulo di gioco in Italia era abbastanza uniforme», racconta Gasperini. «Il marcatore, il libero, il terzino fluidificante, il tornante a destra e i tre centrocampisti (il regista, l’incontrista sul 10 avversario, e il 10, il più estroso) infine i due attaccanti. Questo era il  calcio all’Italiana che ci ha portato a vincere il mondiale, con Conti da una parte, Cabrini dall’altra, Oriali e Tardelli a centrocampo con Antognoni “regista”. A metà anni Ottanta ha cominciato a diffondersi, tra mille difficoltà, la zona, con molte resistenze e scetticismi da parte di chi difendeva il sistema di gioco tradizionale. Arrivato a Pescara il mio primo allenatore fu Enrico Catuzzi. Nel 1985 il Pescara era l’unica tra la A e la B a giocare in quel modo. Poi dopo arrivò Galeone che sposò quel modo di giocare. Nel 1986-87 si affiancò al Pescara il Parma di Sacchi. In C c’era qualche altra realtà come Zeman a Licata. Con la promozione del Pescara e l’arrivo di Sacchi al Milan dei campioni, piano piano questa idea di calcio si diffuse. Il calcio italiano in quegli anni quasi si divise, fu quasi una guerra di religione, poi pian piano si spostò tutto dalla parte della zona”.

Se vuoi acquistare il libro clicca qui

Qui puoi leggere il primo estratto

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Amichevole tra selezioni di Italia e Svizzera del 30 Aprile 1899: nuove evidenze

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Della partita del 30 aprile 1899 di Torino, tra una selezione svizzera e una italiana, si è già avuto modo di parlare numerose volte. Si tratta di un argomento affrontato sia in pubblicazioni autorevoli, come ‘L’Età dei Pionieri, Football 1898-1908’, a cura della Fondazione Genoa, sia da siti internet tematici, come “Calcio Romantico” e sia da giornali online, come quello in cui ci troviamo, GliEroidelCalcio.com. Io stesso ho avuto modo di scrivere un articolo, sotto forma di breve racconto, che è stato pubblicato su PianetaGenoa1893, il 30 aprile 2019, nella ricorrenza dei 120 anni di quella partita, grazie al suo Direttore, Marco Liguori, sempre molto disponibile a dare spazio ai miei contributi e, sempre in quella data ne parlammo anche qui su GliEroidelCalcio.com.

Si tratta di una vicenda, a mio avviso, di grande interesse, che è forse necessario riassumere, seppure rapidamente, a beneficio di chi non avesse  letto  il  suddetto  articolo  e di chi, in generale, non conoscesse i risvolti di quell’importante evento storico e sportivo. Nel 1899, cinque giocatori del Genoa, cinque giocatori torinesi e un giocatore di Milano parteciparono all’amichevole Italia-Svizzera, svoltasi allo Stadio Velodromo di Torino e la squadra italiana si presentò in campo con la maglia del Genoa, a quei tempi a strisce bianche e blu, per onorare quelli che erano i detentori del titolo di Campioni d’Italia. Non si trattò di un match tra due nazionali, ma di un incontro tra due selezioni formate appunto da giocatori, di differenti nazionalità, che praticavano il calcio nel campionato italiano e in quello elvetico. E l’evento ha lasciato tracce di sé nella pubblicistica di quel periodo: “La Gazzetta dello Sport”, “La Stampa” e “La Gazzetta del Popolo”. In quella occasione, l’Italia schierò la formazione seguente: Beaton, De Galleani, Dobbie, Bosio, Spensley, Pasteur, Leaver, Weber, Kilpin, Savage, Agar. Mentre la Svizzera scese in campo con i seguenti giocatori: Therdicon, Williams, Suter, Schmid, Butler, Gamper, Iweins, Collison, Dewitt, Dégerine, Madler.

Numerosi storici, ed appassionati della materia, in molte occasioni hanno sottolineato come quell’incontro avesse visto la presenza di personaggi dall’indiscutibile importanza per la storia del calcio italiano. Tra i partecipanti si potevano infatti individuare James Spensley e Edoardo Pasteur: figure guida nella Storia del Grifone; ma anche Edoardo Bosio, iniziatore del calcio nella città della Mole, e fondatore del Torino Football and Cricket Club. Insieme a loro va poi sicuramente citato, Herbert Kilpin, che di lì a qualche mese avrebbe fondato la squadra del Milan.

A proposito del mio articolo, va forse detto che esso aveva avuto il merito di rilevare un aspetto che ai più era sfuggito, e cioè quello di attribuire, probabilmente per la prima volta in assoluto, gli stessi meriti, la stessa importanza e lo stesso status di iniziatore del football a François Dégerine, fondatore, nel 1900, della sezione calcio del Servette di Ginevra. Il club elvetico esisteva, infatti, fin dal 1890, ma solo come squadra di rugby. Probabilmente il fatto di essere riuscito a colmare quella lacuna era dipeso dal mio interesse per i rapporti tra calcio svizzero e calcio italiano e per le ricerche che ho fatto in materia, sfociate in un libro che ha visto le stampe grazie al sostegno di Gianluca Iuorio e della sua Urbone Publishing. Ricerche che mi hanno appunto permesso di capire la statura di chi, nelle pubblicazioni italiane, era presentato come uno dei semplici partecipanti a quell’evento sportivo (al limite precisando che si trattava del capitano della selezione elvetica). Mentre, in relazione alla storia del calcio europeo, era una figura di primo piano, allo stesso livello delle altre personalità appena citate, legate al calcio italiano. Tra l’altro, pur avendo consultato due libri sulla storia del Servette e uno sulla storia della nazionale svizzera, fino allo scorso Aprile non ero riuscito a trovare una sola foto di Dégerine. E devo dire che la cosa mi aveva stupito, perché stiamo parlando di una figura storica che fu giornalista sportivo, fondatore della sezione calcio di un club, e allenatore della nazionale elvetica. Eppure anche utilizzando siti web enciclopedici e motori di ricerca di immagini internet (che di solito risultano rapidi ed efficaci, anche se non sempre attendibili), non riuscivo a trovare una singola foto di Dégerine. Alla fine, però, la mia tenacia è stata premiata perché sono riuscito a trovare un documento in cui questo personaggio compare in una rara foto delle squadre di calcio e di rugby del Servette, risalente all’inizio del secolo scorso. Questo, tra l’altro mi ha anche permesso di riconoscerlo nella foto della formazione svizzera presente a Torino. Perché, fino, ad allora, pur essendo certo della sua presenza in quella partita, non ero in grado di individuarlo. È stata una bella sensazione, perché in un lavoro di ricerca è sempre piacevole potere dare a un volto un nome preciso.

Però, ricordo pure che già in occasione della stesura di quel mio primo articolo sull’argomento, pubblicato appunto su PianetaGenoa, nella fase di consultazione del materiale preparatorio, in realtà avevo avuto l’impressione che fossero almeno due gli atleti svizzeri, scesi in campo a Torino quell’anno, ad avere svolto un ruolo fondamentale nella storia del calcio. Oltre a quello di François Dégerine, anche il nome di un altro partecipante svizzero all’incontro di calcio dell’aprile 1899, mi sembrava riconducibile alle vicende fondative di un altro importante club europeo. Sto parlando del giocatore che, nella formazione svizzera attestata dalla stampa dell’epoca, faceva parte del gruppo di atleti provenienti da Zurigo. Mi riferisco quindi a Gamper.  Si tratta di un cognome che, per gli studiosi e per gli appassionati della storia del calcio, è associato indissolubilmente alla nascita del Barcellona. Ed infatti esistevano su internet e su carta stampata dei riferimenti alla partecipazione di Gamper alla partita di Torino del 1899. D’altra parte, però, i suddetti riferimenti non affrontavano in modo dettagliato, approfondito e circostanziato la questione. Nei miei vari lavori di ricerca sulla storia del calcio, mi è capitato di trovare errori di omonimia, di parentela, di scambio di persona o di città. A dire il vero, pur non sentendomi di escludere completamente l’eventualità di un caso di omonimia, ritenevo la cosa abbastanza improbabile, sebbene non del tutto impossibile. Inoltre, ulteriori incertezze mi derivavano dal fatto che in molte pubblicazioni italiane dell’epoca, che ho letto personalmente, il nome attribuito al giocatore zurighese fosse “Camper” e non “Gamper”. I dubbi che potesse trattarsi quindi di due persone diverse non erano completamente infondati, sebbene la spiegazione più plausibile potesse essere che i giornalisti italiani, autori di quegli articoli, avessero fatto un errore di trascrizione del nome. Infine, anche rispetto alla città di residenza, c’erano incongruenze: secondo alcune fonti, nel 1899, “il Gamper fondatore del Barcellona” aveva già smesso di vivere a Zurigo da circa un anno, per trasferirsi all’estero. Per cui “il Gamper zurighese”, sceso in campo a Torino nel 1899, avrebbe anche potuto essere un altro.

Ed in effetti, lo scorso aprile, al momento della pubblicazione del suddetto articolo/racconto sulla partita amichevole italo-svizzera del 1899, furono propri questi timori a spingermi alla decisione di accantonare momentaneamente la questione dell’effettiva presenza, o meno, del fondatore del Barcellona a quell’incontro di calcio internazionale. L’intenzione di risolvere l’interrogativo però era rimasta. Ed è per questo che recentemente ho ripreso le ricerche sull’argomento. A questo proposito, sento l’obbligo di dire che un primo incoraggiamento, che andava in questo senso, l’ho ricevuto dal giornalista della Redazione Sportiva della Radiotelevisione della Svizzera Italiana, Giacomo Moccetti, che quindi voglio ringraziare pubblicamente. Invito, quello di Mocetti, seguito da un secondo incoraggiamento, ad opera di Federico Baranello, Direttore Responsabile de Glieroidelcalcio.com, che non solo mi ha messo a disposizione una serie di importanti strumenti di ricerca, ma mi ha prontamente segnalato le fonti esistenti.  Per cui, penso che un mio secondo ringraziamento pubblico debba essere rivolto soprattutto a lui. Anche grazie a questo sostegno, oggi, dopo avere seguito una serie di piste d’indagine, mi sento di poter dire che, effettivamente, a quella partita di calcio prese parte quello che, di lì a poco, sarebbe divenuto il fondatore e giocatore del grande club catalano. Mi sembra un aspetto molto interessante da mettere in evidenza, proprio perché è frutto di una serie di verifiche che ha preso in esame tutte le incongruenze del caso.

Hans Gamper era svizzero e, prima di stabilirsi in Catalogna e fondare il Barcellona, aveva praticato il calcio a Basilea e a Zurigo. Nel periodo in cui fu organizzato il match amichevole italo-svizzero, pur avendo interessi e affari economici anche altrove (in particolare a Lione), Gamper viveva a Zurigo. Questi aspetti, legati alle generalità e alle vicende biografiche, attribuivano dunque un’alta probabilità al fatto che potesse essere lui il giocatore della selezione svizzera indicato, con quel nome e con quella città di provenienza, nelle formazioni delle squadre pubblicate da “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”. Si è soliti dire che “due indizi fanno una prova”. Da questo punto di vista, come già detto, cognome e città di provenienza potevano, già di per sé, essere considerati due indizi molto importanti. Questo anche perché, da mia verifica negli archivi dei cognomi svizzeri, è risultato non esistere nessun “Camper”.  Il nome così riportato va sicuramente interpretato come un errore di trascrizione. Mentre va considerato corretto quello di “Gamper”, reperibile per esempio in una locandina dell’incontro, presente in una pubblicazione della Fondazione Genoa. Nel suddetto archivio di cognomi svizzeri, con circa 48.500 voci repertoriate, di famiglia “Camper” non ce n’è nemmeno una, mentre i “Gamper” sono nell’ordine di diverse decine, di cui molti zurighesi.

Ma direi che la “prova provata” è stata fornita da un semplice “riconoscimento facciale”. Riconoscimento fatto non con chissà quali strumenti d’analisi tecnologica ma con una elementare visione comparata di alcune vecchie foto. L’uovo di Colombo è stato prendere una foto di Gamper fatta a Zurigo nel 1896, prenderne una della formazione svizzera scesa in campo a Torino nell’aprile del 1899 (dove risultava appunto il suo nome) e, infine, prenderne una della formazione del Barcellona nel 1903; formazione di cui, incontestabilmente, Gamper faceva parte. Da una rapida comparazione di queste tre foto è risultato evidente che nei tre scatti era stata immortalata la stessa persona, cioè Joan Hans Gamper.

Ed è quindi suggestivo pensare che, nell’ambito di quella singola partita, giocata a Torino nel 1899, si incontrarono figure centrali nella storia del Genoa (Edoardo Pasteur e James Spensley), del Milan (Herbert Kilpin), di Torino (Edoardo Bosio), del Servette di Ginevra (François Dégerine) e del Barcellona (Joan Hans Gamper). Insomma, per certi aspetti, fu un vero e proprio consesso europeo di iniziatori del calcio. E forse non è casuale che a pochi mesi da quella partita furono fondati il Barcellona (novembre 1899), il Milan (dicembre 1899), nacque la Sezione Calcio del Servette di Ginevra (gennaio del 1900) e, sempre nel 1900, ci fu la fusione tra Internazionale Torino e F.C. Torinese, squadra, quest’ultima, che sei anni dopo avrebbe contribuito alla nascita del Torino. Forse, in qualche modo, quell’incontro di grandi personalità del mondo del calcio, allora emergente, che ebbe luogo nella capitale sabauda, funzionò da catalizzatore di forze fino ad allora inespresse.

Il mio amato Genoa, invece, esisteva già da sei anni ed aveva già vinto anche un paio di titoli.

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