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Centenario. Triestina, Rocco e i suoi fratelli

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AVVENIRE.IT (Massimiliano Castellani) – «Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-alabardati, sputati dalla terra natia, da tutto un popolo amati…». Sono i versi della grande anima di Trieste, Umberto Saba, autore di Cinque poesie sul gioco del calcio pur non essendo stato un calciofilo, ma a quanto pare, quelle liriche improvvise le trascrisse su un biglietto poi donato a un amico che lo costrinse ad andare allo stadio al suo posto, per un imperdibile Triestina- Ambrosiana. Erano gli anni ruggenti degli “Alabardati” dei quali lo scorso anno si è festeggiato il centenario della fondazione, il cui atto ufficiale però venne trascritto il 2 febbraio 1919. Quella è la data dell’avvenuta fusione tra i due club cittadini, la Fc Trieste e la Cs Ponziana che diedero origine all’Unione Sportiva Triestina. Poi la Ponziana nel 1920 riprese una sua attività agonistica autonoma e negli anni della Seconda guerra mondiale, e mentre la Triestina veleggiava in Serie A, diede vita a un processo di scissione calcistica forse unico in Europa, dividendosi in Amatori Ponziana, iscritta al campionato jugoslavo (con grande soddisfazione del generale Tito che anche attraverso il calcio coltivava il sogno della “slavizzazione” giuliana) piazzandosi al 35° posto nella Prva Liga; e in Ponziana “italiano”, compagine di serie C che, nell’infausta stagione 1946’47, chiuse a zero punti.

Ma questa è un’altra, sia pur nobile storia, mentre qui dobbiamo celebrare il secolo di vita della gloriosa Us Triestina. Storie di alabardati eroici come i suoi primi dirigenti, il “triumvirato” Bertazzoni, Fonda e Vaccari che, come la maggior parte dei pionieri dell’epoca, per parlare del football, o meglio del “balon”, si riunivano al Caffè. Al Battisti di via XX Settembre venne tracciata la linea strategica che nell’arco di un decennio portò alla costituzione di un sodalizio di massima serie, grazie anche ai buoni uffici con l’allora capo della Federcalcio, il gerarca Leandro Arpinati. L’Italia campione del mondo di Francia 1938 poteva vantare tra le sue fila tre pilastri della Triestina: Gino Colaussi, Bruno Chizzo e Piero Pasinati. Quest’ultimo è ancora il recordman assoluto di presenze con la maglia alabardata, 347 partite disputate nell’arco di tredici stagioni, dal 1928 al ’39. Fino al ’37, e per un settennale, suo compagno di squadra fu il futuro “Paròn” delle panchine, Nereo Rocco, l’uomo che ha “triestinizzato” il calcio italiano. Il ragazzo, figlio di macellaio, da jolly di centrocampo o d’attacco, trasferì in campo la grinta popolare dei “muli” di strada del natio Rione San Giacomo, e al contempo lo spirito borghese ereditato dal nonno austriaco, Ludwig, finito a Trieste per una fuga d’amore al seguito di una ballerina spagnola. Passionalità e spirito sanguigno ereditato dal nipote Nereo “Roch”, diventato Rocco (l’ufficio anagrafe sbagliò, doveva cambiare in Rocchi) nel 1925, quando la tessera fascista era diventata imprescindibile per ogni mestiere, calciatore compreso.

Rocco, convocato in Nazionale nell’anno mondiale 1934 (una sola presenza) lasciò Trieste la prima volta nel ’37 quando divenne “uomo- mercato”: il Napoli per averlo sborsò la bella somma di 160mila lire. Nella sua città fece ritorno sotto la guerra per continuare a giocare con la formazione del 94º Reparto Distrettuale, compagine d’assalto che trascinò alla promozione in Serie C. Alla fine dell’evento bellico, Rocco venne a sapere con grande rammarico che l’allenatore che lo aveva lanciato nella Triestina, l’ungherese István Tóth-Potya, era stato fucilato a Budapest, il 6 febbraio 1945, dai tedeschi. Assieme all’altro mister danubiano Géza Kertész che aveva allenato in mezza Italia, i due erano rei di aver partecipato alla resistenza antinazista creando una rete che era riuscita a mettere in salvo centinaia di ebrei. Parte della saggezza tattica e dello spirito vincente del Paròn allenatore lo si deve a quel sant’uomo di Tothò-Potya, del quale seguì la scia quando nel ’47 prese in mano una Triestina allo sbando per portarla in cima alla classifica. Il 2° posto della stagione di Serie A 1947 ’48 rimane il miglior risultato sportivo di sempre degli alabardati che si piazzarono appena dietro al Grande Torino dove militava il triestino Giuseppe Grezar, caduto anche lui il 4 maggio del 1949 nella sciagura aerea di Superga. Nel 1967, il vecchio stadio venne intitolato a Grezar, che era ancora l’impianto di Valmaura quando Rocco fece nuovamente le valigie per spostarsi nel vicino tempio del “balon” dell’Appiani di Padova dove, con i biancoscudati, dal 1954 al ’61, brevettò il suo proverbiale “catenaccio” che inchiodava puntualmente le Grandi della Serie A. Come quel Milan, dove intanto era passato, sempre via Triestina, Bela Guttmann, il mago ungherese rimasto alla storia del calcio anche per il celebre “anatema” lanciato al Benfica – «tuttora in corso», dicono i supertiziosi supporters lusitani – che va avanti dal 1962, ultima Coppa europea conquistata dal club di Lisbona.

Quell’inizio di anni ’60 fu il periodo più glorioso del Paròn che al Milan costruì nello spogliatoio la sua seconda famiglia e nominò l’Abatino Gianni Rivera il figlioccio prediletto. Il Milan che Rocco portò per la prima volta sul tetto d’Europa, vincendo la Coppa dei Campioni del 1963, aveva in rosa un pezzo della sua Trieste: in porta schierava il “Ragno Nero” Cudicini e davanti a lui a guardia della difesa agiva Cesarone Maldini, triestino del rione storico di Servola. Mentre la triade rossonera di Trieste mieteva successi, gli alabardati scivolavano in serie C. Quelli erano anche gli anni d’oro di Giorgio Ferrini, capitano del Torino e campione d’Europa nel ’68, triestino doc ma cresciuto nella Ponziana e da lì passato a Varese e poi in granata senza mai indossare la casacca alabardata. Un gladiatore, Ferrini (una delle tante “morti bianche” del nostro calcio, ’è scomparso a 37 anni), che sarebbe piaciuto anche al più grande talentscout editoriale, il triestino Bobi Bazlen (“ispiratore” di tante case editrici, Adelphi in primis) nella cui sala che gli è stata intitolata in Palazzo Gopcevich, un anno fa è stato presentato il volume Soltanto col mio babbo sul tetto d’Europa (Absolutely Free), scritto da Furio Valcareggi con Alberto Polverosi, per ricordare papà Ferruccio. Il ct Ferruccio Valcareggi, nato a Trieste pochi giorni dopo la fondazione dell’Us Triestina (il 12 febbraio 1919), con cui giocò dal ’37 al ’40, è stato uno dei gran signori del nostro calcio. Il memorabile selezionatore della Nazionale che disputò la “partita più lunga del secolo”, Italia-Germania 4-3, semifinale del Mundial di Messico ’70, poi vinto dal Brasile di Pelè.

Trieste, non ha avuto come Mantova il suo “piccolo brasile”, e dal ’70, fino ad oggi, ha vissuto annate altalenanti, spesso viaggiando sulle montagne russe per colpa di dirigenze non sempre all’altezza del blasone giuliano. Discese ardite dalla cadetteria e risalite lente dagli inferi del dilettantismo. Lo stadio, il “Nereo Rocco” è un impianto tra i più moderni in circolazione e non dimostra affatto gli oltre 25 anni dall’inaugurazione. Ma per riempire i vuoti che restano da tempo sui suoi 35mila posti a sedere, una decina di anni fa il presidente Fantinel si inventò le “sagome” con il record di spettatori virtuali rispetto a quelli reali, che da allora si attestano tra le 4 e le 6mila presenze. Una cifra di tutto rispetto, dato che la società dell’attuale presidente Mario Biasin è in C. La squadra di mister Pavanel è al secondo posto in classifica nel girone B, ma staccata di 10 punti dalla capolista Pordenone. Però il popolo triestino sa che tradizione e spirito poetico degli alabardati prima o poi li farà tornare in auge, nel calcio che conta. E intanto la bora spazza via i cattivi pensieri di questo inverno e riporta indietro i versi caldi e appassionanti di Saba: «Trepido, seguo il vostro gioco. Ignari esprimete con quello antiche cose meravigliose sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari soli d’inverno».

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La storia dello Stadio “Castellani” – Seconda Parte

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PIANETAEMPOLI.IT (Fabrizio Fioravanti) – […] Alla fine del 1954 il Comune di Empoli pensò di costruire una Palestra vicina allo Stadio. Il CONI, che fu interpellato per un parere, consigliò al Comune di scartare l’idea perché una Palestra in quella zona si sarebbe rivelata insufficiente per soddisfare le esigenze della popolazione e suggerì di provvedere anzi alla costruzione di altri impianti sportivi, ciò anche per l’importanza che la città di Empoli veniva ad assumere. E non aveva torto il CONI perché Empoli conosceva in quegli anni una spinta economica importante, specie grazie ai settori del vetro e delle confezioni, accompagnata pure da un forte incremento demografico: dai 29.368 abitanti del 1951 si era arrivati, alla fine del 1954, a 31.179 che diventeranno 33.037 alla fine del 1957 e addirittura 40.344 alla fine del 1964, un anno prima che la nuova Zona Sportiva fosse inaugurata.

[…] Negli ultimi mesi del 1954 fu perciò incaricato l’Arch. Mario Gambassi, tecnico specializzato in impianti sportivi, di proporre una zona a ciò idonea e di redigere i progetti degli impianti stessi.

L’Arch. Gambassi presentò tre soluzioni:

1) zona attorno allo Stadio esistente in via Puccini, zona però ormai compromessa dallo sviluppo edilizio e da Viale Petrarca;

2) zona a nord del torrente Orme, dove fa un’ansa avvicinandosi al centro urbano;

3) zona a sud ovest della città, oltre il Rio di Bonistallo, a nord della Ferrovia Firenze-Pisa.

La Giunta (delibera n.84 del 20.01.1955) e poi il Consiglio Comunale (delibera n.4 del 18.02.1955) scelsero la seconda soluzione. […]

Ma che cosa prevedeva la proposta dell’arch. Gambassi in materia di impiantistica sportiva? Si può leggere la risposta nella delibera del Consiglio Comunale sopra citata e che riportiamo di seguito.

  • Una palestra, comprendente anche la casa per il custode.
  • Campi da tennis e di pallavolo.
  • Una piscina scoperta, e servizi annessi.
  • Costruzione di un campo di calcio e della pista di atletica.
  • Costruzione di un campo di allenamento da affiancare a quello delle gare tanto che l’Architetto scrive…“per mantenere un campo in efficienza occorre lasciarlo riposare per intere giornate dopo l’uso, in quanto il continuo calpestio impedisce la crescita del prato provocando un alternarsi di radure e ciuffi d’erba che rendono il campo pericoloso e inadatto al gioco”. Sarà quello che si chiamerà “Sussidiario” e che ancora oggi porta quel nome.
  • Costruzione delle tribune est ed ovest.
  • Costruzione degli spogliatoi.
  • Costruzione di un campo di allenamento, muri di cinta e sistemazione con rete metallica.
  • Recinzione esterna palestra e piscina.

La spesa prevista era enorme per quell’epoca: 238.456.000 milioni di lire

 […] Il progetto per la costruzione di una nuova Zona Sportiva sarà approvato nel 1957 dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quel momento l’Amministrazione Comunale inizierà le trattative per l’acquisizione (in via amichevole e con espropri) dei terreni necessari.

La realizzazione  delle opere previste ha conosciuto negli anni seguenti varie fasi, vari interventi e modifiche, anche per la lievitazione dei costi delle opere che si andavano facendo. […]

Quello che si può dire è che abbiamo trovato documenti che lasciano supporre l’inizio dei lavori  già nel luglio del 1959 e che già nel 1960 fosse iniziato lo smantellamento del vecchio “Castellani”.

In primo luogo si dovette provvedere alla costruzione del ponte sull’Orme, necessario ad accedere all’area interessata dai lavori. […]

Intanto si lavorava anche alla costruzione della Palestra (oggi “PalAramini”) ed ai relativi servizi e locali annessi: opera che fu completata e resa disponibile nel giugno 1964.

Contemporaneamente si provvide alla costruzione del “Sussidiario”. Il campo fu dotato di una palazzina per gli spogliatoi (ancora in piedi) e che svolgerà questa funzione per oltre 30 anni, fino all’inizio della  Stagione, 1997/98, quando l’Empoli tornò in Serie A per la seconda volta nella sua storia e spostò gli spogliatoi nel sotto Tribuna Coperta.

Lungo il lato del terreno di gioco, dalla parte opposta degli spogliatoi, era stata costruita una gradinata in cemento che è rimasta in piedi, purtroppo molto fatiscente negli ultimi anni, fino al luglio 2016.

Dopo il “trasferimento” della prima squadra al “Castellani” il Sussidiario ha ospitato molte gare del Settore Giovanile dell’Empoli, soprattutto della “Primavera”, fino al 2006, quando verrà aperto il Centro Sportivo di Monteboro.

L’anno successivo fu costruita anche una tribuna in tubi innocenti che rimase per un po’ anche dopo il trasferimento della prima squadra al “Castellani”.

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Buon compleanno a Riccardo Ferri e Giuseppe Giannini, icone azzurre degli anni 80!

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“Soffia su cinquantacinque candeline il “Principe”, storica bandiera della Roma, mentre compie cinquantasei anni l’ex difensore dell’Inter”, in questo modo la F.I.G.C. ricorda due protagonisti di Italia ’90: Giuseppe Giannini e Riccardo Ferri.

Infatti la Federazione sul proprio sito ufficiale scrive a proposito di Giannini:

“… Classico regista davanti alla difesa, risulta spesso decisivo anche in zona gol come dimostrano le 11 reti realizzate nel campionato 1987-’88, che gli valgono il terzo posto nella classifica marcatori. Promosso presto capitano della formazione capitolina, in quindici anni di storia romanista colleziona 318 presenze e 49 reti complessive, contribuendo anche alla conquista di tre Coppe Italia e prendendo parte alla finale di Coppa Uefa ’90-’91, persa proprio contro l’Inter di Ferri. Punto fermo dell’Under 21 di Azeglio Vicini, nel 1986 si laurea vice-campione d’Europa complice la sconfitta nella finale di ritorno contro la Spagna. Nonostante la cocente sconfitta, però, Giannini si consola, come nel caso di Ferri, ricevendo la chiamata dello stesso Vicini, neo ct azzurro, nell’Italia dei grandi. Presente all’Europeo del 1988 nella Germania Ovest, terminato brillantemente con la semifinale persa contro l’URSS, ottiene la sua consacrazione in occasione dei Mondiali di Italia ’90, dove soltanto i calci di rigore contro l’Argentina impediscono all’Italia di giocarsi la finalissima nella sua Roma. Il 12 ottobre del 1991, giorno della gara di qualificazione ad Euro ’92 contro l’URSS, disputa la sua 47esima ed ultima presenza con la maglia della Nazionale, dopo aver messo a segno 6 reti complessive”.

Prosegue poi con Riccardo Ferri:

“…  A 18 anni, infatti, debutta in Serie A con la maglia nerazzurra, casacca con la quale in tredici stagioni conquista lo storico “Scudetto dei record” (1988-1989), una Supercoppa Italiana e due Coppe Uefa, quella del 1990-1991 e l’edizione ’93-’94. Dopo aver totalizzato con l’Inter 418 presenze e 8 reti, nel 1994 si trasferisce alla Sampdoria, dove al termine della seconda stagione dice addio al calcio giocato. Sin da subito nel giro delle Nazionali giovanili, nel 1986 sfiora la vittoria dell’Europeo Under 21, partecipando alla cavalcata degli Azzurrini di Azeglio Vicini conclusa con la finale persa contro la Spagna. Proprio Azeglio Vicini, lo promuove nella Nazionale dei grandi, con la quale prende parte agli Europei del 1988 e soprattutto ai Mondiali del 1990, che vedono gli Azzurri salire sul gradino più basso del podio. Dopo aver vestito per 45 volte la maglia della Nazionale, il 6 gennaio del 1992 disputa la sua ultima gara con l’Italia in occasione del terzo match dell’Usa Cup contro i padroni di casa degli Stati Uniti”.

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Leggende del calcio foggiano: Cosimo Nocera e la sua indimenticabile “Fajola”

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FOGGIAREPORTER.IT […] Vera leggenda del Foggia, Cosimo Nocera è entrato nel cuore di tutti, grandi e piccoli con la sua indimenticabile “Fajola”, quel poderoso tiro che lo caratterizzava.

Il 28 Novembre 2012, all’età di 74 anni, l’indimenticato e indimenticabile bomber degli anni 60′ del Foggia Calcio si è spento.

[…] Con 101 reti in 257 presenze è stato il più prolifico cannoniere del Foggia con il quale ha disputato l’intera carriera agonistica (dieci stagioni) vestendo la maglia rossonera tra il 1958 e il 1969, eccenzion fatta per una breve parentesi alla Massiminiana, club siciliano che milita oggi in prima categoria.

Indimenticabile per i tifosi foggiani la storica vittoria contro l’Inter di Helenio Herrera il 31 Gennaio 1965 nella quale Nocera realizzò una doppietta nel 3-2 finale.

[…] A Foggia invece, quando partiva la palla dai suoi piedi, il pubblico inneggiava a quella che in dialetto veniva indicata “fajòle”, cioè quasi ad un missile lanciato verso la porta avversaria”.

Nocera fu convocato anche in Nazionale nella gara amichevole Italia-Galles disputata a Firenze il 1º maggio 1965, segnando al 90′ il gol del 4-1 e resta a tutt’oggi l’unico giocatore del Foggia ad aver realizzato un gol con la maglia azzurra.

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