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La Penna degli Altri

Quando Helenio Herrera allenava il Rimini

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SOCCERNEWS24.IT (Ernesto Consolo) – Arriva a bordo di una Mini targata Roma. E’ mezzogiorno di sabato 13 novembre 1976. I tifosi lo aspettano, ma lui li pianta e se ne va a Sant’Arcangelo, albergo “Verde Mare”: qui c’è il Rimini in ritiro, momentaneamente in stato confusionale e ultimo in classifica.

Perchè per lui è già il momento di marcare il territorio: “Ho sempre pensato che il destino mi avrebbe portato prima o poi in Romagna, anche se ho avuto altre richieste. Ma ho scelto la Romagna , una regione bellissima e che adoro. La responsabilità tecnica del Rimini sarà tutta mia. Una squadra è malata? Io scelgo la medicina giusta e la rimetto in sesto”.

C’è uno splendido attico pronto in città, vicino al mare. Con lui è sbarcata la moglie Fiora. Tutti sanno che hanno un solo figlio, Helios. Invece dalla Mini ne escono due. La splendida bambina che c’è con loro si chiama Luna, ha tre anni ed è spagnola: Helenio sta ultimando le pratiche per la sua adozione.

E’ un nuovo inizio. Scalda i motori: “A me non fa impressione scendere nella serie cadetta. E poi io ho cominciato in Francia proprio in serie B con il Puteaux. Mi servì moltissimo per fare esperienza. Adesso sono qui per lavorare e basta. Solo per raddrizzare questo Rimini. E la brutta posizione in classifica sarà uno stimolo. Molto peggio guidare una squadra in testa : c’è sempre il rischio di cadere”.

E la prima è Rimini-Brescia, succulenta perché contro uno dei suoi nemici, uno dei primi: il Brescia infatti in panchina ha il signor Antonio Valentin Angelillo: “Saluterò Herrera dandogli del lei e lui mi risponderà sicuramente dandomi del tu. Anche se mi sono davvero meravigliato: un grande come lui accettare di scendere in provincia”. “Angelillo può raccontare quello che vuole. Deve riconoscere che a quei tempi, avevo ragione io. Non appena si è separato dalla donna che lo stava rovinando, è diventato un altro”.

Per fortuna che è già domenica. La mattina Helenio confessa i calciatori. Uno per uno. Ed è lì pronto alle 14,25: li abbraccia, ancora uno per uno. Poi pretende il mischione per darsi l’ultima spinta, mentre lui si accomoda in tribuna. Può seguirla solo da lì per un semplice motivo: perché è squalificato.

Segue la partita impassibile, cappotto blu elegante. Parla poco. Ha un foglietto con la formazione del Brescia e accanto ai nomi tante frecce e freccette. Indica col dito il campo, a destra a sinistra. Poi trasmette gli ordini al direttore sportivo, che gira a una staffetta (con l’ombrello) che raccoglie, fa l’inchino e scende rapido i gradoni fino alla panchina. Lì c’è un dirigente accompagnatore.

Chi si aspettava una brusca smazzata alla formazione, rimane deluso. Anche se Helenio pretende una squadra più lunga , vuole profondità per disarticolare la fase difensiva avversaria. La coppia d’attacco è Fagni-Pellizzaro con Sollier a sostegno . E dopo qualche apprezzabile brano di calcio, inizia un vero assalto. Pellizzaro viene messo giù: Fagni va sul dischetto. Niente, se lo fa parare. Ed Helenio è nervoso. Non sopporta più gli occhiali. Li toglie, li perde. Poi li ritrova. E domanda: “Ma i rigori non li tira Di Maio ?”.

A un quarto d’ora dalla fine, piazzato di Mariolino Russo e Beppe Fagni stacca di testa: Helenio scatta improvvisamente in piedi, Rimini in vantaggio. Tutti gli si buttano al collo. Abbracci. Anche l’uomo-staffetta festeggia. Poi agita l’ombrello e centra in pieno un paio di teste.

La reazione del Brescia non c’è. Angelillo esibisce solo un inutile catenaccio : il primo tiro in porta di Altobelli è all’ottantacinquesimo. Poi ancora Fagni va sul fondo, ne salta uno e rientra : 2-0.  Ed Helenio è in estasi. Lo spingono, lo portano di peso negli spogliatoi , sempre incappottato. E ancora abbracci.

Ma non parla coi cronisti. Non può, c’è la squalifica.

Passano tre quarti d’ora. E cambia idea. Non ce la fa più. Perché adesso proprio non può sottrarsi. Perché lui conosce ogni angolo , ogni taglio di luce del palcoscenico . E la sua non è solo una conferenza stampa , ma prorompe come una sinfonia. Tutta d’un fiato: “Sono molto contento. Ottima squadra, mi è piaciuta.  Ho rettificato alcune cose, ma la miglior tattica è sempre quella che colloca il calciatore nel posto che più gli si addice. Sono stato bravo a trasmettere ai miei giocatori il mio entusiasmo, la mia carica. Stamattina li avevo trovati ben disposti a reagire, a migliorare. L’avvenire sarà radioso perché la squadra è ben preparata ed è merito di Meucci che mi ha preceduto. Perché io non credo nei maghi. Credo nel lavoro, nell’esperienza e nell’intelligenza. I ragazzi sono stati tutti magnifici. E su un terreno pesante. Altrimenti avrebbero vinto con punteggio ben maggiore. Quel gol non arrivava mai e la tensione cresceva sempre più. Io ero convinto che ce l’avrebbero fatta. Anche dopo il rigore mancato”.

Il Rimini aveva segnato un gol soltanto in sette partite e non vinceva una partita di campionato da otto mesi. Dai tempi della C. Helenio esce dallo stadio in trionfo : “In questi anni ho tenuto dei quadernetti , dove ho annotato tutto: calcio italiano, europeo, mondiale. Proprio come una volta. Perché io sono sempre stato all’avanguardia e saprò esserlo ancora. Sono un atleta di sessant’anni, che fa ginnastica, yoga e lunghe camminate. Chi si ferma , è perduto. E il calcio è in piena evoluzione come la vita”.

Prova a rielaborare dati e geometrie. A vedere se ha la stessa inquieta curiosità dei bei tempi. E riprende a parlare di tutto. Della Nazionale per esempio: “Bernardini ha fatto solo perdere tempo. Adesso con Bearzot va meglio. Sottoscrivo la sua formazione per dieci undicesimi. Metterei però Mozzini al posto di Gentile sui centravanti alti e grossi”. “E Italia-Inghilterra per le qualificazioni mondiali come finirà? ” “Vinceremo 2-0 oppure 3-1”.

Buona la prima.

E parla dell’ Inter , of course: “Io chiesi Pulici o Savoldi. Mi comprarono Cerilli, Roselli e compagnia bella. Gente non da Inter e infatti non hanno vinto più niente”.  Il presidente Fraizzoli lo aspettava : “Se Herrera è tanto bravo, perché è finito così in basso, al Rimini ? E’ un uomo malato”.

Per la trasferta di Avellino, la squadra lo trova già sul posto. Helenio è partito il giovedì, con due giorni d’anticipo. Lo accoglie con tutti gli onori l’allenatore avversario , Corrado Viciani. Proprio lui, il profeta del gioco corto: “Herrera ? Lui è rimasto alla sua Inter: è un ritardato tattico”.

Lui non raccoglie provocazioni: “Credo in uno schieramento misto, che tra l’altro, avevo già adottato con la Roma. Le punte si devono marcare in modo implacabile, molto strette. Ma a centrocampo bisogna muoversi a zona. I centrocampisti sono i motori della squadra , ma che motori sarebbero se fossero costretti a correre dietro agli avversari? Questi i concetti basilari che farò applicare al Rimini . In quanto ai rapporti con i calciatori, non sono mai stato rigido. Ho sempre basato tutto sull’amicizia e sulla comprensione. Coi latini un sergente di ferro dura quindici giorni: occorrono invece persuasione e convinzione. Io sono quello che ha cominciato coi cartelli sui muri degli spogliatoi, ma sono anche quello che ha finito con le mogli in ritiro”.

Ancora un campo inzuppato. L’Avellino non fa neanche un graffio alla barriera di Sarti, Raffaeli e Agostinelli . E il Rimini lo infila in contropiede: lungo rinvio proprio di Sarti, che attiva Berlini. Cross e inzuccata di Fagni. Fino al settantesimo, quando l’arbitro decide che è finita: perché il pallone non rimbalza più. Si deve rifare tutto.

Anche se Helenio rimane tranquillo: “La considero vinta oggi. E vinceremo anche la ripetizione”. Si è già acclimatato. Forse rimane a vita e compra un albergo a Riccione. Compare al campo per l’allenamento di buon mattino. Vuole conoscere meglio i calciatori. Ma nella sala attigua agli spogliatoi nessuna scritta a scopo motivazionale. Campeggia invece la foto di una finta calciatrice : biondissima e addosso un micro-slip. Lui fa segni con la testa, approva. Col Taranto, Sollier fuori per infortunio, gioca Carnevali: “Le tre punte sono d’obbligo. Giocheremo a viso aperto. Vogliamo la vittoria”.

Lo sguardo è sempre fisso sul campo. A questa età doveva capitargli ancora: fare l’allenatore senza panchina, come in Nazionale nel dopo-Corea. Ma a quei tempi lui era al top. Il Rimini aspetta l’avversario, si chiude . Dietro è diventata una squadra più che pratica, quasi marmorea. Invulnerabile . E poi riparte: la chiude 2-0 con due contropiedi.

Senza quell’interruzione per pioggia sarebbe la terza vittoria consecutiva. Ma è la conferma che il suo potere ipnotico è intatto, che quel suo calcio di rappresaglia è ancora vincente. Lui, quello dell’epoca della pietra e della fionda. Quello che avevano dato per scaduto, bollito, sorpassato. Anzi, ritardato. In pochi giorni ha trasformato il Rimini a sua immagine e somiglianza. E la città impazzisce. Anche chi non aveva mai messo piede allo stadio, arriva la domenica con bandierina e coccarda biancorossa: “Sapete qual è il più bel complimento che mi hanno fatto ? Quando hanno scritto che penso al calcio trenta ore al giorno. Voglio portare il Rimini ai massimi traguardi”.

“Quando sono venuto in Italia, ho portato il ritmo. Qui le squadre erano lente . Facevano cadere le braccia. Col mio Barcellona avevo fatto otto gol al Milan e otto all’Inter. E ho portato entusiasmo in un ambiente che era moscio. La trovata dei cartelli serviva per dare la scossa ai calciatori italiani. E alla fine ho insegnato come si devono condurre gli allenamenti. Oggi anche i tecnici giovani programmano tutto quanto all’inizio della stagione: il martedì si fa questo, il mercoledì si fa quest’altro, eccetera. I calciatori vanno al campo e sanno già cosa li aspetta. E così , mentre si allenano meccanicamente, pensano al figlio, alla fidanzata . Insomma agli affari loro. Invece con me ogni giorno  c’è una novità”.

Mancano pochi minuti alla partita col Lecce: l’arbitro Menicucci entra nello spogliatoio del Rimini senza bussare. Helenio è dentro, sta parlando. Due dei suoi provano a coprirlo, ma Menicucci lo vede . Non lo saluta . Poi esce e prende nota. Via alla gara e il Rimini carica a testa bassa. Batte quattordici calci d’angolo , ma non passa. C’è un rigore su Fagni, ma non per Menicucci.

E il Lecce segna con un solo tiro in porta: “Purtroppo non posso andare in panchina e quindi quando certe cose non vanno per il meglio, non riesco a fare subito quello che vorrei . E non posso attuare le opportune varianti. La squadra ha bisogno di concentrazione, dell’allenatore sempre vicino. Io invece devo rimanere in tribuna, lontano dai miei ragazzi . E’ stata la voglia di strafare che ci ha fregato: faccio tutto io, faccio tutto io e il collettivo ha pagato. Il cambio di passo oppure di marcatura devono essere immediati. Ogni partita fa storia a sé e questa sconfitta ci farà anche bene dopo tanta euforia. Non fa mai male una lezione di umiltà. Qualcuno si era montato troppo la testa”.

Helenio saluta e parte con Fiora per Milano per un’ospitata alla Domenica Sportiva. Intanto la macchina con la terna arbitrale viene circondata : partono calci e pugni. Arrivano altri tifosi riminesi: la fanno ondeggiare, vogliono rovesciarla. Poi la lasciano scappare. E il referto di Menicucci produce subito i suoi effetti: campo out per due giornate ed Helenio nuovamente squalificato fino al 20 marzo 1977.

“Oltre la sfortuna ci sono altri fattori. Sarebbe ora che la smettessero . Sono perseguitato da qualcuno che mi vuole eliminare dal calcio italiano perché è invidioso dei miei successi” . La direzione della squadra viene affidata al capitano Di Maio. E’ un’autogestione. Helenio dà un’occhiatina dalla tribuna e poi si fa da parte . Anche se l’impronta tattica rimane la sua.  Poi arriva Becchetti, che porta la squadra alla salvezza.

Due anni dopo lo richiamano. Viene da una tonificante vacanza in Svizzera e da tre offerte: la prima dalla Nazionale di calcio femminile, rifiutata per soldi. La seconda dal Monselice in serie C2 : un raid e nulla più, ancora come consulente. Aveva proposto i suoi servigi agli arabi, ma non se n’è fatto nulla. Helenio ritrova il Rimini ancora ultimo in classifica. E ha il solito ruolo ambiguo : “Sono un consulente tecnico. Non andrò in panchina, almeno per il momento. Prima comunque voglio vedere il malato”.

Poi prende tuta e fischietto. Fa giocare una partitella a due porte e ritrova tanti di quella squadra allenata abusivamente per un mese o poco più. C’è anche Beppe Fagni, ormai soggiogato dal suo fascino: “Aspettavo il mago da mesi. La sua personalità è la spinta e la grinta per tutta la squadra. Se lui vuole, faccio gol in qualsiasi momento”.

Ed ecco pronta la diagnosi e la cura: “La squadra manca di velocità e ritmo. E i giovani non hanno personalità e nemmeno idee. Bisogna impostarli. Domenica? Vinciamo e poi andiamo a vincere in trasferta: con me non retrocede nessuno”.

Allo stadio Romeo Neri sono quasi diecimila : l’ultima domenica erano duemila. Ed è solo la Sambenedettese. Anche se ufficialmente l’allenatore del Rimini si chiama Gianni Bonanno. Helenio prende ovviamente posto in tribuna e lì trova la sorpresa più bella: Rinaldo Bianchini ovvero il trombettiere di San Siro, che gl’intona “O mia bella Madunina”.

A sette dalla fine, Fagni scappa via e viene steso in area: Tedoldi trasforma il rigore e tutti ci credono. Via con la tromba: “Me sembra de essere a San Siro. Ho dato una risposta a quelli che sostenevano che io non conosco le squadre di serie B. Non ho la bacchetta magica, neanche io. Ma sono un ottimista e trasmetto ottimismo. Anche l’infarto l’ho superato così”.

Il trombettiere molla l’Inter e segue il Rimini. Anche in trasferta.

“I ragazzi devono correggersi in molte cose , ma ho visto volontà di apprendere e di far bene. Non gli darò tregua: il pallone e i gol devono sognarseli anche la notte. Li voglio più veloci , più precisi . E dovranno essere più squadra. Quando il collettivo è perfetto, anche le pecche individuali non si notano. E quando rientreranno Grezzani in difesa e Ferrara in attacco, sarà ancora meglio. Non faccio tabelle, viviamo alla giornata. Ma, tutto sommato, mi accontenterei di un punto a partita”.

E prove dure in salita per tutti. Poi c’è la lezione di tattica. I calciatori ascoltano. Alla fine dal gruppo si alza una voce. Una sola: “Mi scusi, ma non abbiamo capito proprio niente”.  Mancano quindici partite alla fine.

Due trasferte e zero punti. A Cesena c’è uno strano fenomeno: Raffaeli, Vianello, Mazzoni e Agostinelli cadono a terra come birilli . Sono crampi. Lui attacca: “La preparazione estiva è stata completamente sbagliata”. Gianni Bonanno replica: “Invece è stato traumatico il passaggio al nuovo sistema di allenamento: questo ha provocato i crampi. E poi preferirei che andasse in panchina Herrera, così finisce questa commedia in cui vado io e non decido nulla”.

E’ una sentenza senza appello. Qualcuno intanto affigge ai muri della città manifesti listati a lutto con scritto: “Helenio Herrera”. Perché in fondo lui non è mai stato veramente amato. Idolatrato forse e certamente odiato. Ma adesso per molti è solo un vecchietto patetico che non si rassegna alla fine. Prima lo sopportavano in tv anche con la Zanicchi e Alberto Lupo. Adesso parla solo di calcio. E parla, parla, parla. Così tanto che rischia di somigliare a quel bambino che ha paura del buio.

“Grazie al cielo sono vivo , ma forse è vero quello che pensa Bonanno: ho spinto un po’ troppo nella preparazione. Oppure c’è dell’altro”. Col Foggia la squadra domina, ma pareggia solo al novantatreesimo . Sono quei punti che fanno rabbia e fanno anche tanto retrocessione. Lui prova ancora a sorprendere: dà un giorno di riposo in più alla squadra e, soprattutto, chiede di andare in panchina.

Prontamente autorizzato.

“E’ un ennesimo bagno di calcio attivo, quasi di giovinezza . E mi darà più stimoli. Avrò i ragazzi a portata di voce e potrò stare vicino a Bonanno per scambiare idee e soluzioni. Sono più di cinque anni che non vado in panchina. Forse era un Bologna-Inter di Coppa Italia e perdemmo. Ma quella era la fine di un ciclo. E stavolta ci sarà un risultato positivo”.

Domenica 8 aprile 1979 a Bari è un soporifero 0-0 . Solo una palla gol con Sollier . “Visto com’è vivo anche il Rimini ?” Poi il crollo contro la Ternana in casa. Diventa malinconico: “Tutte le avversarie hanno un tasso tecnico superiore al nostro. Ho fatto tutto quello che si poteva fare. Se fossi arrivato prima , forse non ci si troverebbe in una posizione così drammatica. Ma nemmeno il miglior allenatore del mondo avrebbe salvato questa squadra”.

Ma non scappa: “Adesso credo che per il presidente sia inutile spendere altri soldi per me. Al massimo posso rimanere per preparare subito una grossa squadra e vincere la serie C1”. Forse a lui serve cadere così, fragorosamente. Per ricaricarsi. E anche al Rimini.

E’ mercoledì 2 maggio: quel giorno per la prima volta dopo tanti anni, ad assistere all’allenamento non c’è nessuno. Nemmeno un tifoso. Fagni lo saluta. Poi lo accompagna all’uscita.

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

[…]

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

[…]

Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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