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La Penna degli Altri

Istvan Nyers, l’apolide dal sinistro magico, primo grande straniero interista

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – Chissà se si sia ispirato proprio a lui il celebre cantautore Vasco Rossi, di nota fede interista – che quando nasceva, giovedì 7 febbraio 1952, stava compiendo il suo proficuo lavoro con la maglia della “Beneamata”, essendo andato a segno sia domenica 3 febbraio nel successo esterno per 3-1 sulla Triestina e si sarebbe ripetuto ad una settimana di distanza partecipando alla “goleada” (5-0) di San Siro contro il Palermo – quando ha composto “Vita spericolata”, ma certo il titolo gli calza a pennello …

Perché il “Lui”, di cui raccontiamo quest’oggi l’incredibile storia, calcistica ed umana, è stato il primo grande straniero della storia del Club meneghino, il classico “genio e sregolatezza” che fa innamorare i tifosi e disperare tecnici e, soprattutto, Dirigenti per gli sbalzi d’umore, la vita non proprio consona di atleta fuori dal campo e le continue richieste di denaro che non basta mai, anche perché viene puntualmente dilapidato.

Ma, d’altronde, cosa si può pretendere da un soggetto “senza arte né parte”, a cominciare dall’essere “cittadino del mondo” in quanto apolide, che non è una malattia, semplicemente la situazione di colui che è privo di nazionalità, e questo a causa del suo girovagare e, più che altro, fuggire.

Sì fuggire, è sempre stato questo il filo conduttore della vita di Istvan Nyers, la cui famiglia è originaria di una zona dell’Ungheria settentrionale ai confini con la Slovacchia dove ad inizio anni ’20, dopo la fine della “Grande Guerra” ed il conseguente disfacimento dell’Impero austroungarico, esistono forti contrasti etnici per la maggioranza rom, ragion per cui è conveniente emigrare, ed il padre si rifugia in Francia, dove trova lavoro in una zona mineraria della Lorena.

Ed è qui, in una cittadina dal nome strano, Freyming-Merlebach, posta al confine orientale con la Germania, che il 25 marzo 1924 nasce Istvan (in ungherese, che poi sarebbe Etienne in francese, vale a dire Stefano nella lingua del Paese di Dante …), il quale fa rientro con la famiglia nel Paese di origine, a Subotica, sin dalla prima infanzia, a causa della grave crisi economica legata alla “Grande depressione” dopo il crollo di Wall Street del 1929.

Altra città di confine, Subotica, che alla fine del primo Conflitto Mondiale passa dall’Impero austroungarico al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, per poi essere annessa nel 1941 – in piena Seconda Guerra Mondiale – all’Ungheria alleata della Germania nazista con scontri che causano migliaia di vittime e la deportazione di larga parte della comunità ebrea.

In questo coacervo di etnie e religioni cresce il giovane Istvan, il quale si allena anche in palestra prendendo lezioni di pugilato e costruendosi un fisico poderoso al quale però abbina una eleganza nei movimenti non comune dalle sue parti, unita ad un tiro quanto mai micidiale per potenza e precisione.

Ha 17 anni, Istvan, allorché è tesserato per il Szabadkai Vasutas, compagine di Subotica che milita nelle Divisioni inferiori ungheresi a causa della riferita annessione della città, per poi trasferirsi al più celebre Club della Capitale Budapest, vale a dire l’Ujpest con cui ha difficoltà a trovare posto in squadra per il suo carattere irrequieto ed indisciplinato, solo che quando viene schierato risulta sempre determinante, come testimoniano le 17 reti in altrettante gare disputate che consentono di vincere il Torneo 1946.

E’ anche convocato in Nazionale, Istvan, debuttando a fine settembre ’45 nel facile successo in amichevole per 7-2 sulla Romania in cui va anche a segno, così come realizza una delle due reti nella sconfitta per 2-3 dell’Ungheria a Vienna contro l’Austria del 14 aprile ’46, data importante in quanto segna la prima, importante svolta della sua carriera …

Ad assistere alla gara vi è, infatti, un emissario del Tecnico del Club francese dello Stade Français, neopromosso nella Massima Divisione transalpina ed a caccia di talenti per rinforzarne la rosa, il quale contatta Nyers a fine partita offrendogli un contratto di tutto rispetto se paragonato a quanto percepisce attualmente ed il 22enne non sta a pensarci su due volte, mettendo in atto la seconda cosa che gli riesce meglio, oltre a far impazzire i difensori avversari, vale a dire fuggire …

Non torna difatti a Budapest coi compagni di Nazionale, bensì si rifugia su di un camion militare cecoslovacco con destinazione Praga, una sorta di diserzione che gli costa la perdita della cittadinanza ungherese, così come la possibilità di continuare a giocare per quella che diverrà di lì a poco la “Aranycsapat” (“La Squadra d’Oro”) – di cui fanno già parte Nandor Hidegkuti e Ferenc Puskas – destinata ad incantare il Vecchio Continente sino alla rivolta del 1956 sedata nel sangue e conseguente emigrazione all’estero dei suoi giocatori più rappresentativi.

Nella Capitale ceca, Nyers trova un ingaggio al Viktoria Zizkov dove lo raggiunge l’allenatore dello Stade Français, nientemeno che l’ancora non troppo celebre, ma lo diverrà a breve, Helenio Herrera – che quanto a vicissitudini di vita tribolata ha ben poco da invidiare al giovane ungherese – per condurlo con sé in Francia.

Solo che al Club del sobborgo di Praga non va tanto giù di perdere un simile talento, compiendo il gesto alquanto subdolo di ritirargli il passaporto al fine di impedirgli di espatriare, anche se Nyers ci prova lo stesso, al seguito di Herrera e della fedele compagna Anna, sorella di un suo compagno di squadra al Vasutas, Ivan Zvekanovic.

Tentativo velleitario, in quanto alla frontiera viene fermato poiché sprovvisto di documenti, mentre il futuro “Mago” è condotto presso l’ambasciata francese dove Herrera mette una volta di più in mostra le sue indubbie qualità di sapersela cavare in qualsiasi circostanza, e cioè convincendo l’Ambasciatore transalpino di essere stato incaricato di reclutare calciatori apolidi (come, al momento, è Nyers …) per la Nazionale del suo Paese, dove oltretutto Istvan è nato e può richiederne la relativa cittadinanza.

L’Ambasciatore si fa convincere, firma il lasciapassare ed il trio può proseguire destinazione Parigi, lasciandosi alle spalle il primo, importante capitolo della vita di Istvan, l’apolide …

Ed il 18 agosto 1946, all’esordio nella Capitale, Nyers fa subito capire che l’investimento è destinato a dare buoni frutti, presentandosi al suo nuovo pubblico mettendo a segno una tripletta nel 4-1 inflitto all’Olympique Marsiglia, per poi concludere il primo Torneo fuori dal suo Paese d’origine con 21 reti in 35 partite che contribuiscono al più che dignitoso quinto posto per una formazione neopromossa.

Piazzamento che si ripete nel ’48, con Nyers ad andare a segno altre 13 volte nelle 27 gare disputate, ma sul quale hanno già posto gli occhi alcune delle più importanti Società europee, quali il Barcellona, il Torino e l’Inter, ed a spuntarla alla fine è proprio quest’ultima, al quale Helenio Herrera, che di Nyers oltre al Tecnico è anche il Manager, fa così il suo primo favore – lautamente ricompensato, del resto – senza poter ancora immaginare che, a distanza di 12 anni, toccherà proprio a lui sedersi sulla panchina ambrosiana.

A trattare l’affare per i nerazzurri è il Presidente Carlo Masseroni, industriale nel settore delle calzature ed al timone della “Beneamata” dal 1942, e che non è per nulla contento dell’andamento della squadra, la quale – pur in un’epoca in cui a dominare è il “Grande Torino” – ha appena concluso in decima e dodicesima posizione le stagioni 1947 e ’48 dalla ripresa dei Campionati, a 27 e 29 punti rispettivamente di distanza dalla corazzata granata.

Un qualcosa di inconcepibile per una Società blasonata come quella nerazzurra, e l’arrivo di Nyers – accompagnato da aloni leggendari, quali la capacità di correre i 100 metri in meno di 11”, una tecnica sopraffina in grado di mandare in confusione i più forti difensori ed un tiro al fulmicotone, frutto di traduzioni orali, poiché di filmati all’epoca, manco si parla – è la scintilla giusta per risvegliare il tifo dei delusi tifosi ambrosiani …

A contribuire al quale ci pensa il carattere spavaldo ed un tantino sfrontato dello stesso Etienne – che invano ha sperato di ottenere, nonostante la relativa richiesta avanzata, la cittadinanza francese – il quale, sceso dall’aereo allo scalo di Linate, si presenta al folto numero di giornalisti radunatosi per accoglierlo, con poche, ma significative parole: “Me voici, le grand Etienne …!!” (“Eccomi, il grande Stefano …!!”).

[…]

Schierato all’ala sinistra, Nyers si trova a proprio agio con le altre due punte Benito Lorenzi ed Amedeo Amadei, un trio da 62 reti in Campionato di cui 26 messe a segno da “Stefano” che così si aggiudica la Classifica dei Cannonieri (precedendo il compagno Amadei che ne sigla 22 …) evidenziando altresì una caratteristica quanto mai gradita ai tifosi del “Biscione”, vale a dire quella di andare regolarmente in goal nei derby contro i rivali cittadini del Milan, inaugurando la serie con il punto dell’1-0 nella sfida dell’andata poi vinta per 2-0 (bis di Lorenzi …), cui segue una doppietta al ritorno che evita la sconfitta nel confronto concluso 4-4 (con i rossoneri che conducevano 4-2 trascinati dal neoacquisto Gunnar Nordahl …).

Per l’Inter è l’anno della rinascita, concluso al secondo posto alle spalle dell’ultima recita del “Grande Torino”, contro cui disputa, il 30 aprile ’49 quella che è la loro ultima partita prima della tragedia di Superga di quattro giorni dopo, incontro che termina sullo 0-0 lasciando invariato il distacco di 4 punti tra le due formazioni.

Ed è lo stesso Nyers a rendere omaggio a quegli sfortunati ragazzi raccontando l’andamento della sfida in cui non era riuscito ad andare a segno sottolineando “di non aver mai sinora incontrato nella mia carriera difensori così forti quali Ballarin e Maroso …!!”.

[…]

E’ un’Inter spumeggiante, che si diverte in campo e fa divertire i propri tifosi, e che nel ’51 – anno in cui a vestire la maglia nerazzurra giunge un altro fuoriclasse svedese, vale a dire Lennart Skoglund – va per 107 volte a segno, ma lo Scudetto sfuma per un sol punto (60 a 59) rispetto ad un Milan che torna a festeggiare a distanza di 44 anni dall’ultimo titolo e con Nyers, autore di 31 reti (suo massimo in carriera per singola stagione …) a far ancora da scudiero ad un Nordahl che ne realizza 34 da par suo, pur avendo ancora una volta messo il suo sigillo (gli altri due centri sono di Skoglund …) nel successo per 3-2 nel derby di andata.

Nel frattempo però, Nyers sfrutta il lauto ingaggio per darsi alla bella vita, gli piace vestire bene, guidare macchine costose e, soprattutto, è attratto dalla vita mondana, frequentatore di tabarin e soprattutto delle sale da gioco, dove basta dargli un po’ di corda esaltando le sue doti tecniche di “Grand Eitienne” ed eccolo seduto ai tavoli di poker dove lascia, puntualmente, somme non trascurabili …

A tali frequentazioni notturne, Stefano e la moglie Anna aprono anche un’attività in pieno centro quale Atelier di abiti di lusso, a Milano si sente a proprio aggio come ricorda in seguito: “Città meravigliosa, perfetta per me, vi avevo trovato la mia giusta dimensione …”.

Sul campo continua ad incantare, anche nel ’52 realizza 23 reti (terzo tra i Marcatori alle spalle di John Hansen e Nordahl …) in 29 gare disputate, così come terza giunge l’Inter in Campionato, alle spalle di Juventus e Milan, sotto la guida dell’ex Campione Mondiale Aldo Olivieri, circostanza che non può far felice Masseroni, il quale vuole vedere rientrare, sotto forma di successi, gli investimenti fatti.

La svolta giunge nell’estate ’52, allorquando alla guida tecnica viene chiamato un altro ex Campione azzurro del 1938, vale a dire Alfredo Foni, il quale cambia radicalmente impostazione alla squadra, “prima non prenderle” è il suo mantra, ed una formazione che nelle ultime due stagioni aveva realizzato la bellezza di 107 ed 85 reti, conclude il Campionato alla misera cifra di 46 (!!), ma grazie alle sole 24 subite riporta il titolo nella bacheca nerazzurra a distanza di 13 anni.

In tale “miseria”, Nyers si conferma peraltro per il quinto anno consecutivo il “top Scorer” nerazzurro con 15 reti all’attivo, ma la conquista dello Scudetto tanto atteso è per lui l’occasione giusta per “battere cassa” con il Presidente e chiedere un aumento dell’ingaggio, anche perché i debiti (di gioco e commerciali …) iniziano a pesare.

Così non si presenta al ritiro precampionato, ma Masseroni non molla di un centimetro, lui manco per idea, lasciando la moglie a curare il negozio e trasferendosi a Sanremo – caso strano città dove ha sede un Casinò – minacciando altresì di abbandonare l’Italia e fare ritorno in Jugoslavia, visto che si sta avviando alla soglia dei 30 anni.

Cosa che effettivamente fa, iniziando ad allenarsi con la Stella Rossa di Belgrado, ed alla fine il braccio di ferro si risolve, con Nyers a riaffacciarsi ad Appiano Gentile anche se Masseroni, dopo avergli affibbiato una salata multa, pretende che venga lasciato fuori squadra, visto che bene o male la squadra a fine ottobre ’53 è pur sempre in testa alla Classifica con 12 punti dopo 7 giornate, una lunghezza di vantaggio sul Napoli e due sulla coppia formata da Fiorentina ed Juventus, con il Milan ad inseguire a quota 9.

Ma domenica 1 novembre è in programma il derby ed un’eventuale vittoria dei rossoneri li porterebbe ad un solo punto di distacco, così che Foni avrebbe intenzione di schierare Nyers all’ala sinistra per quello che sarebbe il suo debutto stagionale e, supportato da alcuni Dirigenti, sfida le possibili ire presidenziali mandandolo in campo, con Masseroni che, saputo della decisione, deserta l’appuntamento.

Per “l’apolide dal piede magico” è come se si trattasse di un nuovo esordio e, memore di quanto avvenuto nei precedenti con lo Stade Français e la stessa Inter, pensa bene di risolverlo alla sua maniera, ovvero decidendo la sfida ad inizio ripresa con una doppietta nell’arco di quattro minuti (50’ e 54’) per poi completare l’opera al 73’ trasformando il rigore del definitivo 3-0 per la gioia incontenibile dei tifosi sulle tribune di San Siro.

Ma anche se ha riconquistato l’affetto del pubblico, la frattura con la Dirigenza è oramai insanabile ed a fine stagione Nyers si trasferisce alla Roma lasciando in dote ben 133 reti in 182 gare di Campionato disputate che lo rendono tuttora il terzo miglior marcatore nella Storia del Club (alle spalle dei soli Meazza e Lorenzi) e primo quanto a giocatori provenienti dall’estero.

Oramai sul viale del tramonto, a dispetto dei soli 30 anni sui quali gravano però le avventure extra calcistiche, Nyers fornisce peraltro un soddisfacente contributo nel biennio in cui indossa i colori giallorossi in un attacco che lo vede schierato all’ala sinistra con Alcides Ghiggia sul fronte opposto e Carletto Galli in veste di centravanti, mettendo a segno 11 e 9 reti rispettivamente che contribuiscono ai due piazzamenti a ridosso delle prime, terzi nel ’55 (con l’Inter a classificarsi ottava …) e sesti nel ’56.

Vorrebbe continuare a giocare, ci prova in Spagna presentandosi al Barcellona del suo vecchio mentore Helenio Herrera, ma è proprio quest’ultimo a bocciarlo, ritenendolo oramai “troppo logoro e discontinuo”, si accontenterebbe di un contratto a gettone all’Inter, ma l’unica offerta concreta proviene dal Lecco che lo tessera ad aprile ’59 e, dopo aver sfiorato la Promozione in A giungendo terzo nel Torneo Cadetto, contribuisce l’anno seguente alla prima “storica” salita dei lariani nella Massima Divisione, per poi chiudere con il calcio giocato nel 1961 a 37 anni, con un’ultima stagione al Marzotto Valdagno in B …

Prova nuovamente a dedicarsi al commercio, stavolta nel settore degli elettrodomestici e delle opere d’arte, ma i risultati son sempre i soliti, assegni e cambiali a vuoto, sottrazione di merci che gli valgono denunce varie e condanne nelle aule dei Tribunali, con lui che periodicamente scompare per sottrarsi ai creditori salvo poi riapparire all’improvviso.

No, essere apolide non è una malattia – anche in Italia, come in Francia, le sue richieste per ottenere la cittadinanza vengono ignorate – bensì un modo di concepire la propria esistenza ed un rapporto malsano con il denaro del quale, una volta trasferitosi a Bologna, dove sembra avere trovato una certa pace, riferisce: “Qualche milione l’ho buttato, ma la mia ricchezza erano le amicizie …”, forse male selezionate, ci permettiamo di precisare, visto che troppo spesso se ne approfittavano.

Per certi versi, una sorta di George Best ante litteram, che sicuramente si è goduto la vita ed ha deliziato con le sue giocate quei tifosi che non hanno mai smesso di amarlo, prima di ritirarsi a Subotica perché capisce che quella è la sua vera casa, e dove si spenge il 9 marzo 2005, a due settimane dal compimento degli 81 anni …

Ma non ha “scelto” una data a caso, poiché il 9 marzo 1908, quasi cent’anni prima, veniva fondata l’Inter, il Club che lui stesso ha definito “una squadra meravigliosa, piena di artisti, ed in cui tutti eravamo grandi amici …!!”.

E dove, aggiungiamo noi, ha saputo trovare quell’affetto sincero che la sua vita di apolide gli ha quasi sempre negato …

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

[…]

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

[…]

Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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