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Istvan Nyers, l’apolide dal sinistro magico, primo grande straniero interista

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – Chissà se si sia ispirato proprio a lui il celebre cantautore Vasco Rossi, di nota fede interista – che quando nasceva, giovedì 7 febbraio 1952, stava compiendo il suo proficuo lavoro con la maglia della “Beneamata”, essendo andato a segno sia domenica 3 febbraio nel successo esterno per 3-1 sulla Triestina e si sarebbe ripetuto ad una settimana di distanza partecipando alla “goleada” (5-0) di San Siro contro il Palermo – quando ha composto “Vita spericolata”, ma certo il titolo gli calza a pennello …

Perché il “Lui”, di cui raccontiamo quest’oggi l’incredibile storia, calcistica ed umana, è stato il primo grande straniero della storia del Club meneghino, il classico “genio e sregolatezza” che fa innamorare i tifosi e disperare tecnici e, soprattutto, Dirigenti per gli sbalzi d’umore, la vita non proprio consona di atleta fuori dal campo e le continue richieste di denaro che non basta mai, anche perché viene puntualmente dilapidato.

Ma, d’altronde, cosa si può pretendere da un soggetto “senza arte né parte”, a cominciare dall’essere “cittadino del mondo” in quanto apolide, che non è una malattia, semplicemente la situazione di colui che è privo di nazionalità, e questo a causa del suo girovagare e, più che altro, fuggire.

Sì fuggire, è sempre stato questo il filo conduttore della vita di Istvan Nyers, la cui famiglia è originaria di una zona dell’Ungheria settentrionale ai confini con la Slovacchia dove ad inizio anni ’20, dopo la fine della “Grande Guerra” ed il conseguente disfacimento dell’Impero austroungarico, esistono forti contrasti etnici per la maggioranza rom, ragion per cui è conveniente emigrare, ed il padre si rifugia in Francia, dove trova lavoro in una zona mineraria della Lorena.

Ed è qui, in una cittadina dal nome strano, Freyming-Merlebach, posta al confine orientale con la Germania, che il 25 marzo 1924 nasce Istvan (in ungherese, che poi sarebbe Etienne in francese, vale a dire Stefano nella lingua del Paese di Dante …), il quale fa rientro con la famiglia nel Paese di origine, a Subotica, sin dalla prima infanzia, a causa della grave crisi economica legata alla “Grande depressione” dopo il crollo di Wall Street del 1929.

Altra città di confine, Subotica, che alla fine del primo Conflitto Mondiale passa dall’Impero austroungarico al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, per poi essere annessa nel 1941 – in piena Seconda Guerra Mondiale – all’Ungheria alleata della Germania nazista con scontri che causano migliaia di vittime e la deportazione di larga parte della comunità ebrea.

In questo coacervo di etnie e religioni cresce il giovane Istvan, il quale si allena anche in palestra prendendo lezioni di pugilato e costruendosi un fisico poderoso al quale però abbina una eleganza nei movimenti non comune dalle sue parti, unita ad un tiro quanto mai micidiale per potenza e precisione.

Ha 17 anni, Istvan, allorché è tesserato per il Szabadkai Vasutas, compagine di Subotica che milita nelle Divisioni inferiori ungheresi a causa della riferita annessione della città, per poi trasferirsi al più celebre Club della Capitale Budapest, vale a dire l’Ujpest con cui ha difficoltà a trovare posto in squadra per il suo carattere irrequieto ed indisciplinato, solo che quando viene schierato risulta sempre determinante, come testimoniano le 17 reti in altrettante gare disputate che consentono di vincere il Torneo 1946.

E’ anche convocato in Nazionale, Istvan, debuttando a fine settembre ’45 nel facile successo in amichevole per 7-2 sulla Romania in cui va anche a segno, così come realizza una delle due reti nella sconfitta per 2-3 dell’Ungheria a Vienna contro l’Austria del 14 aprile ’46, data importante in quanto segna la prima, importante svolta della sua carriera …

Ad assistere alla gara vi è, infatti, un emissario del Tecnico del Club francese dello Stade Français, neopromosso nella Massima Divisione transalpina ed a caccia di talenti per rinforzarne la rosa, il quale contatta Nyers a fine partita offrendogli un contratto di tutto rispetto se paragonato a quanto percepisce attualmente ed il 22enne non sta a pensarci su due volte, mettendo in atto la seconda cosa che gli riesce meglio, oltre a far impazzire i difensori avversari, vale a dire fuggire …

Non torna difatti a Budapest coi compagni di Nazionale, bensì si rifugia su di un camion militare cecoslovacco con destinazione Praga, una sorta di diserzione che gli costa la perdita della cittadinanza ungherese, così come la possibilità di continuare a giocare per quella che diverrà di lì a poco la “Aranycsapat” (“La Squadra d’Oro”) – di cui fanno già parte Nandor Hidegkuti e Ferenc Puskas – destinata ad incantare il Vecchio Continente sino alla rivolta del 1956 sedata nel sangue e conseguente emigrazione all’estero dei suoi giocatori più rappresentativi.

Nella Capitale ceca, Nyers trova un ingaggio al Viktoria Zizkov dove lo raggiunge l’allenatore dello Stade Français, nientemeno che l’ancora non troppo celebre, ma lo diverrà a breve, Helenio Herrera – che quanto a vicissitudini di vita tribolata ha ben poco da invidiare al giovane ungherese – per condurlo con sé in Francia.

Solo che al Club del sobborgo di Praga non va tanto giù di perdere un simile talento, compiendo il gesto alquanto subdolo di ritirargli il passaporto al fine di impedirgli di espatriare, anche se Nyers ci prova lo stesso, al seguito di Herrera e della fedele compagna Anna, sorella di un suo compagno di squadra al Vasutas, Ivan Zvekanovic.

Tentativo velleitario, in quanto alla frontiera viene fermato poiché sprovvisto di documenti, mentre il futuro “Mago” è condotto presso l’ambasciata francese dove Herrera mette una volta di più in mostra le sue indubbie qualità di sapersela cavare in qualsiasi circostanza, e cioè convincendo l’Ambasciatore transalpino di essere stato incaricato di reclutare calciatori apolidi (come, al momento, è Nyers …) per la Nazionale del suo Paese, dove oltretutto Istvan è nato e può richiederne la relativa cittadinanza.

L’Ambasciatore si fa convincere, firma il lasciapassare ed il trio può proseguire destinazione Parigi, lasciandosi alle spalle il primo, importante capitolo della vita di Istvan, l’apolide …

Ed il 18 agosto 1946, all’esordio nella Capitale, Nyers fa subito capire che l’investimento è destinato a dare buoni frutti, presentandosi al suo nuovo pubblico mettendo a segno una tripletta nel 4-1 inflitto all’Olympique Marsiglia, per poi concludere il primo Torneo fuori dal suo Paese d’origine con 21 reti in 35 partite che contribuiscono al più che dignitoso quinto posto per una formazione neopromossa.

Piazzamento che si ripete nel ’48, con Nyers ad andare a segno altre 13 volte nelle 27 gare disputate, ma sul quale hanno già posto gli occhi alcune delle più importanti Società europee, quali il Barcellona, il Torino e l’Inter, ed a spuntarla alla fine è proprio quest’ultima, al quale Helenio Herrera, che di Nyers oltre al Tecnico è anche il Manager, fa così il suo primo favore – lautamente ricompensato, del resto – senza poter ancora immaginare che, a distanza di 12 anni, toccherà proprio a lui sedersi sulla panchina ambrosiana.

A trattare l’affare per i nerazzurri è il Presidente Carlo Masseroni, industriale nel settore delle calzature ed al timone della “Beneamata” dal 1942, e che non è per nulla contento dell’andamento della squadra, la quale – pur in un’epoca in cui a dominare è il “Grande Torino” – ha appena concluso in decima e dodicesima posizione le stagioni 1947 e ’48 dalla ripresa dei Campionati, a 27 e 29 punti rispettivamente di distanza dalla corazzata granata.

Un qualcosa di inconcepibile per una Società blasonata come quella nerazzurra, e l’arrivo di Nyers – accompagnato da aloni leggendari, quali la capacità di correre i 100 metri in meno di 11”, una tecnica sopraffina in grado di mandare in confusione i più forti difensori ed un tiro al fulmicotone, frutto di traduzioni orali, poiché di filmati all’epoca, manco si parla – è la scintilla giusta per risvegliare il tifo dei delusi tifosi ambrosiani …

A contribuire al quale ci pensa il carattere spavaldo ed un tantino sfrontato dello stesso Etienne – che invano ha sperato di ottenere, nonostante la relativa richiesta avanzata, la cittadinanza francese – il quale, sceso dall’aereo allo scalo di Linate, si presenta al folto numero di giornalisti radunatosi per accoglierlo, con poche, ma significative parole: “Me voici, le grand Etienne …!!” (“Eccomi, il grande Stefano …!!”).

[…]

Schierato all’ala sinistra, Nyers si trova a proprio agio con le altre due punte Benito Lorenzi ed Amedeo Amadei, un trio da 62 reti in Campionato di cui 26 messe a segno da “Stefano” che così si aggiudica la Classifica dei Cannonieri (precedendo il compagno Amadei che ne sigla 22 …) evidenziando altresì una caratteristica quanto mai gradita ai tifosi del “Biscione”, vale a dire quella di andare regolarmente in goal nei derby contro i rivali cittadini del Milan, inaugurando la serie con il punto dell’1-0 nella sfida dell’andata poi vinta per 2-0 (bis di Lorenzi …), cui segue una doppietta al ritorno che evita la sconfitta nel confronto concluso 4-4 (con i rossoneri che conducevano 4-2 trascinati dal neoacquisto Gunnar Nordahl …).

Per l’Inter è l’anno della rinascita, concluso al secondo posto alle spalle dell’ultima recita del “Grande Torino”, contro cui disputa, il 30 aprile ’49 quella che è la loro ultima partita prima della tragedia di Superga di quattro giorni dopo, incontro che termina sullo 0-0 lasciando invariato il distacco di 4 punti tra le due formazioni.

Ed è lo stesso Nyers a rendere omaggio a quegli sfortunati ragazzi raccontando l’andamento della sfida in cui non era riuscito ad andare a segno sottolineando “di non aver mai sinora incontrato nella mia carriera difensori così forti quali Ballarin e Maroso …!!”.

[…]

E’ un’Inter spumeggiante, che si diverte in campo e fa divertire i propri tifosi, e che nel ’51 – anno in cui a vestire la maglia nerazzurra giunge un altro fuoriclasse svedese, vale a dire Lennart Skoglund – va per 107 volte a segno, ma lo Scudetto sfuma per un sol punto (60 a 59) rispetto ad un Milan che torna a festeggiare a distanza di 44 anni dall’ultimo titolo e con Nyers, autore di 31 reti (suo massimo in carriera per singola stagione …) a far ancora da scudiero ad un Nordahl che ne realizza 34 da par suo, pur avendo ancora una volta messo il suo sigillo (gli altri due centri sono di Skoglund …) nel successo per 3-2 nel derby di andata.

Nel frattempo però, Nyers sfrutta il lauto ingaggio per darsi alla bella vita, gli piace vestire bene, guidare macchine costose e, soprattutto, è attratto dalla vita mondana, frequentatore di tabarin e soprattutto delle sale da gioco, dove basta dargli un po’ di corda esaltando le sue doti tecniche di “Grand Eitienne” ed eccolo seduto ai tavoli di poker dove lascia, puntualmente, somme non trascurabili …

A tali frequentazioni notturne, Stefano e la moglie Anna aprono anche un’attività in pieno centro quale Atelier di abiti di lusso, a Milano si sente a proprio aggio come ricorda in seguito: “Città meravigliosa, perfetta per me, vi avevo trovato la mia giusta dimensione …”.

Sul campo continua ad incantare, anche nel ’52 realizza 23 reti (terzo tra i Marcatori alle spalle di John Hansen e Nordahl …) in 29 gare disputate, così come terza giunge l’Inter in Campionato, alle spalle di Juventus e Milan, sotto la guida dell’ex Campione Mondiale Aldo Olivieri, circostanza che non può far felice Masseroni, il quale vuole vedere rientrare, sotto forma di successi, gli investimenti fatti.

La svolta giunge nell’estate ’52, allorquando alla guida tecnica viene chiamato un altro ex Campione azzurro del 1938, vale a dire Alfredo Foni, il quale cambia radicalmente impostazione alla squadra, “prima non prenderle” è il suo mantra, ed una formazione che nelle ultime due stagioni aveva realizzato la bellezza di 107 ed 85 reti, conclude il Campionato alla misera cifra di 46 (!!), ma grazie alle sole 24 subite riporta il titolo nella bacheca nerazzurra a distanza di 13 anni.

In tale “miseria”, Nyers si conferma peraltro per il quinto anno consecutivo il “top Scorer” nerazzurro con 15 reti all’attivo, ma la conquista dello Scudetto tanto atteso è per lui l’occasione giusta per “battere cassa” con il Presidente e chiedere un aumento dell’ingaggio, anche perché i debiti (di gioco e commerciali …) iniziano a pesare.

Così non si presenta al ritiro precampionato, ma Masseroni non molla di un centimetro, lui manco per idea, lasciando la moglie a curare il negozio e trasferendosi a Sanremo – caso strano città dove ha sede un Casinò – minacciando altresì di abbandonare l’Italia e fare ritorno in Jugoslavia, visto che si sta avviando alla soglia dei 30 anni.

Cosa che effettivamente fa, iniziando ad allenarsi con la Stella Rossa di Belgrado, ed alla fine il braccio di ferro si risolve, con Nyers a riaffacciarsi ad Appiano Gentile anche se Masseroni, dopo avergli affibbiato una salata multa, pretende che venga lasciato fuori squadra, visto che bene o male la squadra a fine ottobre ’53 è pur sempre in testa alla Classifica con 12 punti dopo 7 giornate, una lunghezza di vantaggio sul Napoli e due sulla coppia formata da Fiorentina ed Juventus, con il Milan ad inseguire a quota 9.

Ma domenica 1 novembre è in programma il derby ed un’eventuale vittoria dei rossoneri li porterebbe ad un solo punto di distacco, così che Foni avrebbe intenzione di schierare Nyers all’ala sinistra per quello che sarebbe il suo debutto stagionale e, supportato da alcuni Dirigenti, sfida le possibili ire presidenziali mandandolo in campo, con Masseroni che, saputo della decisione, deserta l’appuntamento.

Per “l’apolide dal piede magico” è come se si trattasse di un nuovo esordio e, memore di quanto avvenuto nei precedenti con lo Stade Français e la stessa Inter, pensa bene di risolverlo alla sua maniera, ovvero decidendo la sfida ad inizio ripresa con una doppietta nell’arco di quattro minuti (50’ e 54’) per poi completare l’opera al 73’ trasformando il rigore del definitivo 3-0 per la gioia incontenibile dei tifosi sulle tribune di San Siro.

Ma anche se ha riconquistato l’affetto del pubblico, la frattura con la Dirigenza è oramai insanabile ed a fine stagione Nyers si trasferisce alla Roma lasciando in dote ben 133 reti in 182 gare di Campionato disputate che lo rendono tuttora il terzo miglior marcatore nella Storia del Club (alle spalle dei soli Meazza e Lorenzi) e primo quanto a giocatori provenienti dall’estero.

Oramai sul viale del tramonto, a dispetto dei soli 30 anni sui quali gravano però le avventure extra calcistiche, Nyers fornisce peraltro un soddisfacente contributo nel biennio in cui indossa i colori giallorossi in un attacco che lo vede schierato all’ala sinistra con Alcides Ghiggia sul fronte opposto e Carletto Galli in veste di centravanti, mettendo a segno 11 e 9 reti rispettivamente che contribuiscono ai due piazzamenti a ridosso delle prime, terzi nel ’55 (con l’Inter a classificarsi ottava …) e sesti nel ’56.

Vorrebbe continuare a giocare, ci prova in Spagna presentandosi al Barcellona del suo vecchio mentore Helenio Herrera, ma è proprio quest’ultimo a bocciarlo, ritenendolo oramai “troppo logoro e discontinuo”, si accontenterebbe di un contratto a gettone all’Inter, ma l’unica offerta concreta proviene dal Lecco che lo tessera ad aprile ’59 e, dopo aver sfiorato la Promozione in A giungendo terzo nel Torneo Cadetto, contribuisce l’anno seguente alla prima “storica” salita dei lariani nella Massima Divisione, per poi chiudere con il calcio giocato nel 1961 a 37 anni, con un’ultima stagione al Marzotto Valdagno in B …

Prova nuovamente a dedicarsi al commercio, stavolta nel settore degli elettrodomestici e delle opere d’arte, ma i risultati son sempre i soliti, assegni e cambiali a vuoto, sottrazione di merci che gli valgono denunce varie e condanne nelle aule dei Tribunali, con lui che periodicamente scompare per sottrarsi ai creditori salvo poi riapparire all’improvviso.

No, essere apolide non è una malattia – anche in Italia, come in Francia, le sue richieste per ottenere la cittadinanza vengono ignorate – bensì un modo di concepire la propria esistenza ed un rapporto malsano con il denaro del quale, una volta trasferitosi a Bologna, dove sembra avere trovato una certa pace, riferisce: “Qualche milione l’ho buttato, ma la mia ricchezza erano le amicizie …”, forse male selezionate, ci permettiamo di precisare, visto che troppo spesso se ne approfittavano.

Per certi versi, una sorta di George Best ante litteram, che sicuramente si è goduto la vita ed ha deliziato con le sue giocate quei tifosi che non hanno mai smesso di amarlo, prima di ritirarsi a Subotica perché capisce che quella è la sua vera casa, e dove si spenge il 9 marzo 2005, a due settimane dal compimento degli 81 anni …

Ma non ha “scelto” una data a caso, poiché il 9 marzo 1908, quasi cent’anni prima, veniva fondata l’Inter, il Club che lui stesso ha definito “una squadra meravigliosa, piena di artisti, ed in cui tutti eravamo grandi amici …!!”.

E dove, aggiungiamo noi, ha saputo trovare quell’affetto sincero che la sua vita di apolide gli ha quasi sempre negato …

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Il 19 marzo 1959 venne inaugurato lo stadio Flaminio: 60 anni tra storia e abbandono

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FANPAGE.IT (Vito Lamorte) – Ci sono alcune domande a cui è difficile dare una risposta. Una di queste è certamente quella che riguarda lo stato di salute e di sicurezza dello stadio Flaminio. Incassato tra viale Tiziano e corso Francia, il secondo impianto sportivo polivalente di Roma è lì fermo e ormai sembra quasi che nessuno si accorga più della sua presenza. Si tratta del secondo impianto sportivo della Capitale per capienza dopo l’Olimpico e fu voluto da Antonio Nervi e il padre Pier Luigi per le Olimpiadi del 1960. Costruito al posto dello stadio Nazionale, che era stato dedicato alla squadra del Grande Torino, i lavori per il Flaminio durarono un anno e poco più  e costò circa 900 milioni di lire dell’epoca.

Oltre al rettangolo verde vi erano una piscina coperta, lunga 25 metri e larga 10; e cinque palestre per pugilato, ginnastica e atletica pesante ma quello che rende il Flaminio una struttura unica è il suo amalgamarsi nel tessuto cittadino come una struttura qualsiasi: tra il PalaTiziano e l’Auditorium Parco della Musica si erge questa costruzione che per tanto, troppo tempo è stata dimenticata dalla politica e dal mondo dello sport ed è diventata lo specchio di incuria e di promesse tradite.

Oggi sono precisamente 60 anni dall’inaugurazione del Flaminio, che venne festeggiata con un incontro amichevole tra le rappresentative dilettantistiche calcistiche di Italia e Paesi Bassi e fu trasmesso in diretta televisiva con la telecronaca del mitico Nicolò Carosio ma, certamente, questo impianto ha vissuto tempi migliori.

Impiegato per molto tempo per fare calcio, nella stagione 1989/’90 Lazio e Roma giocarono l’intero campionato al Flaminio per via dei lavori allo stadio Olimpico in vista di Italia ’90, e rugby; al momento non è possibile utilizzarlo per lo stato in cui è caduto: tra immondizia, vetri rotti e segni di stanziamenti umani lo scorso ottobre è partita ufficialmente la bonifica dell’impianto, già annunciata a luglio 2018 dall’assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia, ma sembra che tutto si sia fermato lì. Non un passo avanti per una assegnazione o un’opera di riqualificazione seria e pianificata.

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E’ scomparso Giuseppe Malavasi

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PISTOIASPORT.COM – Grande dolore in casa Pistoiese per la tristissima notizia della scomparsa di Giuseppe Malavasi, avvenuta nella giornata di ieri. Malavasi ha lasciato un ricordo indelebile e con lui scompare una persona che ha fatto la storia della grande famiglia arancione.

Malavasi, vedovo da qualche anno dell’amatissima Nicoletta Nanni, faceva il nonno a tempo pieno, in ottima salute, fino a pochi giorni fa. Aveva 81 anni. Lunga la sua permanenza alla Pistoiese, in cui fu protagonista diretto in qualità di allenatore in seconda della grande ascesa arancione durante la presidenza Melani. Successivamente fu anche primo allenatore nella stagione 1984/85.

Prima di iniziare la carriera sulla panchina della Pistoiese, aveva svolto un’ottima carriera da calciatore, giocando anche in serie A nel Bologna, Taranto e Trani. Lasciata Pistoia, è rimasto nel calcio allenando per qualche anno la squadra femminile del Bologna. Ma al nome di Malavasi si lega anche e soprattutto l’arrivo alla Pistoiese di Luis Silvio Danuello, individuato dal tecnico bolognese nel corso di una trasferta brasiliana finalizzata alla firma di un giovane talento verdeoro. Un episodio professionale rimasto nella storia del calcio (ha ispirato la trama del film L’allenatore nel Pallone), con tante aneddotiche – in parte anche frutto della fantasia popolare – che aggiungono senz’altro qualcosa al mito della grande Pistoiese degli anni settanta e ottanta.

Pur essendosi divise le strade, un filo arancione ha sempre legato la società e questo piccolo grande uomo, che ieri se n’è andato in punta di piedi lasciando un gran vuoto nel cuore di tutti. Il cordoglio del presidente Orazio Ferrari, che si rende partecipe del sentimento degli sportivi, è rivolto ai congiunti, in particolare alle figlie Giorgia e Alessandra. La salma di Giuseppe Malavasi sarà esposta giovedì 21, dalle ore 14 alle 16, nella camera mortuaria dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

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Anche MONDOROSSOBLU.IT, il portale che segue le vicende del Taranto ha oggi dato la triste notizia…

“Lutto nel mondo del calcio. E’ scomparso all’età di 81 anni Giuseppe Malavasi, ex centrocampista classe 1938 che ha vestito la maglia del Taranto per tre stagioni. Nel campionato 1968/1969, con la maglia rossoblù, conquistò una promozione in Serie B collezionando 28 presenze e realizzando anche un rete. Giocò con il Taranto anche nelle successive due stagioni di cadetteria, quelle 1969/1970 e 1970/1971, dove collezionò rispettivamente 36 e 29 presenze segnando complessivamente altri 3 gol.”

Si aggiunge al ricordo anche TUTTOBOLOGNAWEB.IT, “Lutto in casa rossoblù: Giuseppe Malavasi, ex attaccante del Bologna, si è spento ieri all’età di 80 anni. In maglia rossoblù ha vissuto il suo giorno di gloria il 6 ottobre 1957, quando realizzò uno dei due gol con cui il Bologna stese per 2-1 il Torino al Comunale. Malavasi era nato il 22 maggio 1938 e si era formato nel settore giovanile rossoblù. Aveva esordito in un Roma-Bologna 2-3 datato 16 giugno 1957, collezionando, in due stagioni dal ‘56 al ‘58, 5 presenze in serie A e 2 in Coppa Italia, condite da quell’unico gol al Torino”.

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Amarcord: penalizzazione e sofferenza, quando Andrea Carnevale salvò il Pescara dalla serie C

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era una volta il Pescara di Giovanni Galeone, una fantastica provinciale che con un gioco brillante e fantasioso aveva stupito la serie A alla fine degli anni ottanta, vincendo, ad esempio, a San Siro contro l’Inter e all’Olimpico con la Roma e destando stupore in tutta Italia. Un Pescara nato e finito nel giro di appena 6 anni, passato dalle stelle alle stalle col rischio di una caduta verticale dalla serie A alla serie C, evitata all’ultimo respiro e grazie alle gesta di un campione.

Il Pescara che si appresta a disputare il campionato di serie B 1993-94 è una squadra del tutto ridimensionata da quella che appena due stagioni prima aveva dominato la serie B con Galeone in panchina e Massimiliano Allegri guida in mezzo al campo, ma retrocesso immediatamente al termine di un’annata, quella 1992-93, con l’ultimo posto occupato in pratica da inizio a fine torneo. Nell’estate del 1993 in riva all’Adriatico, nonostante le premesse di una nuova stagione da protagonisti, si abbatte come una mannaia la pesantissima onta dell’illecito sportivo: per una gara relativa a due anni prima (14 giugno 1992) contro il Taranto, infatti, finita nel mirino della procura, il Pescara viene penalizzato di 3 punti da scontare all’inizio del campionato 1993-94, mentre il tecnico Galeone squalificato. Il Taranto aveva vinto quella partita per 2-1 ottenendo la salvezza, ma alcune intercettazioni fra lo stesso Galeone ed una sua amica in cui venivano fatti chiari riferimenti a combine fra le due squadre, avevano gettato ombre e sospetti sulla gara in questione, sino alla decisione finale di penalizzare entrambe le società.

Con soli 2 punti a vittoria (ultimo campionato prima dell’introduzione dei 3 punti assegnati dopo ogni successo) e con un organico ridimensionato, le ambizioni del nuovo Pescara non possono che essere quelle di ottenere una tranquilla salvezza, riponendo almeno momentaneamente i sogni di gloria. Galeone è stato licenziato e in panchina arriva la conferma di Vincenzo Zucchini, il quale non è però in possesso del patentino e viene così affiancato da Gianni Corelli. In campo non ci sono più alcuni pezzi da novanta della vecchia guardia: da Allegri a Dunga passando per il trio Camplone-Gelsi-Pagano, ceduti in blocco al Perugia, il nuovo Pescara deve riorganizzarsi e lo fa puntando sull’usato sicuro; in Abruzzo sbarcano l’ex milanista Gianluca Gaudenzi, i baresi Loseto e Terracenere, ma soprattutto la conferma di Andrea Carnevale, un passato importante in Nazionale nonchè con le maglie di Napoli e Roma, reduce da un’annata divisa fra Udine e Pescara in serie A. Carnevale, classe 1961, va per i 33 anni, non è mai stato un bomber da 20 reti a stagione, ma la sua esperienza e la sua classe per la serie B possono essere più che sufficienti ad aiutare i pescaresi a centrare l’obiettivo salvezza.

La squadra del duo Corelli-Zucchini non parte benissimo: nelle prime 6 giornate, infatti, il Pescara ottiene appena 5 punti, vincendo solamente contro il neopromosso Acireale alla quinta giornata e perdendo per ben tre volte, in casa contro la Lucchese ed in trasferta contro Padova e Palermo. Al termine di Palermo-Pescara 3-2 del 3 ottobre 1993, il presidente Scibilia opta per l’esonero della strana coppia di allenatori e chiama in panchina il vulcanico ma carismatico Franco Scoglio; il professore si presenta a Pescara sicuro del fatto suo, ma in sole tre settimane si fa cacciare: il Pescara, infatti, prima perde in casa 2-0 contro il Verona, poi ottiene uno scialbo ed inutile pareggio per 1-1 a Monza al cospetto dell’ultima della classe, infine crolla clamorosamente all’Adriatico facendosi travolgere 3-0 dalla Fidelis Andria. E’ la goccia che fa traboccare il vaso per l’ex allenatore del Genoa che non ha trovato la sintonia giusta col gruppo, forse il suo fare un po’ saccente non va d’accordo neanche con Scibilia che perde le staffe e lo esonera senza tanti complimenti e non tralasciando frasi al veleno contro di lui. Serve esperienza, serve un uomo di polso ma con un carattere che possa plasmarsi con uno spogliatoio depresso. Il profilo giusto viene individuato in Giorgio Rumignani che prende il comando delle operazioni, dà un’occhiata al calendario e si accorge che il suo primo impegno sulla panchina pescarese sarà il più duro di tutti, a Firenze contro la Fiorentina capolista.

E’ un caso che la Fiorentina sia in serie B: i viola l’anno precedente hanno commesso una quantità di errori in serie che forse la metà sarebbe bastata a retrocedere nel campionato cadetto dopo oltre 50 anni. La famiglia Cecchi Gori ha chiesto scusa, ha mantenuto gran parte dei calciatori presenti in rosa anche in serie A (compresi gli stranieri Batistuta ed Effenberg) ed ha chiamato in panchina un bravo tecnico come Claudio Ranieri, proveniente da un’avventura agrodolce a Napoli. La Fiorentina è una fuoriserie in serie B, non c’è quota sulla promozione dei toscani che in effetti si issano ben presto al comando della classifica ove rimarranno fino alla fine; cosa può fare il Pescara così in difficoltà di fronte ai colossi gigliati quel 31 ottobre? Sulla carta non c’è partita, ma il calcio, si sa, è solito divertirsi a mescolare le carte rendendolo lo sport più imprevedibile che esista. Gli abruzzesi resistono agli attacchi della Fiorentina, si difendono bene e con ordine, Rumignani ha infuso calma e serenità in settimana, affermando che il campionato è ancora troppo lungo per sentirsi battuti; Fiorentina-Pescara termina così 0-0, i biancoazzurri strappano, peraltro in 9 uomini, un punto utile sia per la loro pericolante classifica che per il morale, risollevato dopo un mese da psicodramma.

Rumignani sembra aver toccato le corde giuste dei calciatori, si è affidato a quelli più esperti, Andrea Carnevale in testa, uno che poco più di tre anni prima era impegnato nella spedizione azzurra di Vicini ad Italia ’90 e che ora si sta rimboccando le maniche per aiutare il Pescara in difficoltà. “Non ce la sentiamo di fare pronostici – dice Carnevale ad una tv locale – ma possiamo affermare con certezza che lotteremo fino all’ultimo per conservare almeno la categoria, non possiamo passare dalla serie A alla C1 in un anno. Io ci metto la faccia e dico che non retrocederemo”. Parole da leader, anche pericolose perchè finiscono col creare aspettative alte nei confronti di una squadra ancora in difficoltà, soprattutto dal punto di vista psicologico. Eppure qualcosa si muove dopo il pungolo del centravanti: gli abruzzesi sfruttano al masssimo i turni casalinghi vincendone tre di fila all’Adriatico contro Ascoli, Pisa e Ancona; in mezzo, il pareggio di Venezia e la sconfitta di Ravenna. La classifica migliora, anche se i bassifondi sono sempre lì ad un passo e il rischio di cadere ancora nelle sabbie mobili della zona retrocessione esiste ed è più vivo che mai. 4 pareggi consecutivi contro Modena, Bari, Vicenza e Cosenza chiudono il 1993 senza che a Pescara si possa ancora tirare un sospiro di sollievo.

La squadra e i tifosi non possono che aggrapparsi all’estro e al fiuto di Andrea Carnevale, l’uomo in più del Pescara, dal cui rendimento verrano con ogni probabilità definite le sorti della compagine adriatica. Il centravanti dal carattere un po’ ribelle, però, vive un momento delicatissimo: a livello professionale sa di essere vicino al capolinea della carriera, mentre la sua vita privata sta incontrando un ostacolo importante con il rapporto con la moglie, la nota presentatrice Paola Perego, ormai in definitiva rottura. E’ proprio Rumignani a gestire la situazione al meglio, diventa coi suoi consigli quasi un secondo padre per Carnevale: “Vi state separando – gli dice in riferimento al matrimonio – ma comportatevi da persone responsabili, mantenete un buon rapporto, soprattutto per i vostri figli”. Un supporto che Carnevale riconoscerà al tecnico in eterno, arrivando a dire “Rumignani è stato il solo allenatore capace di gestirmi e capirmi”. Pescara ha trovato così le due figure principali su cui riporre le speranze di salvezza: da una parte un tecnico saggio, preparato ed intelligente, con tanta esperienza sul groppone, dall’altra un attaccante sul viale del tramonto ma completamente rigenerato.

Sarà un caso, ma il girone di ritorno parte bene per il Pescara che alla prima giornata batte 2-1 il Cesena, prima di incappare in tre ko di fila contro Lucchese, Brescia e Padova. Il ritorno alla vittoria è il soffertissimo 2-1 inflitto al Monza il 13 marzo quando la classifica era già tornata pericolosa. Nel turno successivo gli abruzzesi sbancano Andria grazie al gol in tuffo di Carnevale, forse il più bello della sua annata, mentre una settimana più tardi all’Adriatico arriva l’impresa dell’anno: la Fiorentina scende a Pescara convinta di proseguire la sua inarrestabile marcia al comando della classifica e forse sottovaluta un po’ quella squadra pericolante e schizofrenica nel proprio andamento. A nulla per i viola è servito il campanello d’allarme dell’andata, perchè anche all’Adriatico i biancoazzurri sfoderano una prestazione da incorniciare, un po’ per la classifica, un po’ anche per il prestigio di giocare per la prima volta in diretta televisiva, con la gara che è l’anticipo del sabato sera alle 20:30, novità introdotta proprio in quell’anno. La Fiorentina fa prevalere il suo maggior tasso tecnico, ma il Pescara si difende con ordine rispettando alla lettera i semplici ma chiari dettami del suo tecnico; al 60′, poi, un passaggio dello stopper Di Cara per l’attaccante Massara trova impreparata la difesa dei viola, trafitta dalla punta pescarese. E’ il gol partita che regala al Pescara due punti fondamentali nella rincorsa salvezza.

Continua ad essere lo stadio Adriatico il punto di forza del Pescara: fra le mura amiche, infatti, gli abruzzesi ottengono le vittorie più importanti per mettere in cassaforte la permanenza in serie B: sotto i colpi di Carnevale e compagni cadono prima il Venezia (1-0), poi il Ravenna (4-1) e infine il Modena, sconfitto in rimonta per 4-2 in una gara in cui Carnevale è il protagonista assoluto con due calci di rigore trasformati con freddezza. Tre vittorie in altrettanti scontri diretti, la salvezza è vicina ma occorre blindarla e nelle ultime tre giornate la squadra di Rumignani ottiene due pareggi (3-3 a Bari e 2-2 in casa col Vicenza) e la vittoria finale a Cosenza (2-0) che permette alla formazione pescarese di chiudere il campionato a quota 35 punti, gli stessi di Pisa ed Acireale, ma con la classifica avulsa favorevole, utile ad evitare sia la retrocessione diretta che lo spareggio, coda che andranno invece ad affrontare toscani e siciliani. Un trionfo, viste le premesse, per un Pescara più piccolo rispetto al passato, ma con tanta voglia di non mollare e di non cadere in un anno appena nell’inferno della serie C.

Andrea Carnevale chiude la stagione con 14 reti in 24 partite (a sole 4 lunghezze dal capocannoniere del torneo Agostini), un bottino da goleador di razza, da fuori categoria. Pochi rifornimenti, gol inventati quasi dal nulla, il compito perfettamente assolto di caricarsi il gruppo sulle spalle. L’ex attaccante del Napoli, dopo aver contribuito l’anno successivo a riportare l’Udinese in serie A segnando 7 reti, chiuderà la sua carriera ancora a Pescara nel 95-96 con gli ultimi 10 gol della sua avventura da calciatore. Un rapporto indissolubile fra l’attaccante e la città, il ricordo di quella salvezza quasi miracolosa di un Pescara forse non bello come quello di Giovanni Galeone ma pur sempre entrato nella leggenda.

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