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La Penna degli Altri

D’Annunzio da scudetto

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GAZZETTA DELLO SPORT (Andrea Schianchi) – Più o meno è grande come un pacchetto di sigarette. Il regolamento stabilisce che la superficie massima non può superare i 50 centimetri quadrati, ma in questo caso l’importanza è inversamente proporzionale alla dimensione: per quel pezzetto di stoffa, cucito, applicato o ricamato che sia, ci si batte per un anno intero con tutte le proprie forze, che il cielo mandi sole o pioggia, e non si perde di vista l’obiettivo nemmeno quando le energie scarseggiano e la fatica annebbia il pensiero. Questo piccolo oggetto, simbolo di successo, di felicità e di gloria, è lo scudetto. La prima volta apparve appiccicato alle maglie di una squadra di calcio il 5 ottobre 1924: il tricolore spiccava sui colori rossoblù del Genoa, vincitore del campionato precedente, che sfidava (e batteva 4-0) la Cremonese. La Federcalcio, in una lunga riunione che si era tenuta a Torino e durante la quale era stata sancita una sorta di «pace sociale» tra i litigiosi club, aveva infatti stabilito che i campioni d’Italia avessero il fregio tricolore sul petto. Nessuno, da allora in poi, avrebbe potuto contestare (come era accaduto in passato) il risultato del campo: quel simbolo parlava chiaro a dirigenti, giocatori e tifosi. Anche a quelli che soffiavano sul fuoco e aizzavano la folla contro arbitri e avversari perché non erano stati assegnati un gol o un calcio di rigore: a quel tempo bastava poco per accendere risse e moti di piazza che presto si trasformavano in pericolosi fenomeni di violenza sociale, e poi dovevano intervenire i carabinieri del Regio Esercito, o addirittura i soldati.

L’EDUCAZIONE FISICA INSERITA NELLA COSTITUZIONE

A ideare lo scudetto non furono però i papaveri della Federazione, impegnati com’erano a scrivere comunicati, elaborare progetti, sedare liti. La scintilla scoccò grazie al genio di un poeta: Gabriele D’Annunzio. Tutto accadde a Fiume, oggi la croata Rijeka, nell’inverno del 1920. E lo sport, come succedeva quasi sempre quando c’era di mezzo il Vate, non era che lo strumento di un’azione politica basata sulla propaganda. D’Annunzio, che dell’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale era stato il principale fautore (spalleggiato dal Corriere della Sera e dalla grande borghesia del Paese), non si rassegnò alla fine del conflitto e trovò nella causa di Fiume il pretesto per proseguire la sua battaglia. La città, italiana per popolazione e dunque reclamata dal nostro Paese, era oggetto di una trattativa internazionale: il presidente americano Wilson, in particolare, si opponeva all’annessione al Regno dei Savoia. Il Vate, nel settembre del 1919, la occupò con un manipolo di legionari, molti dei quali disertori dell’esercito regolare, allo scopo di influenzare l’andamento della conferenza di pace. Per sedici mesi Fiume fu la patria, oltre che l’idea fissa, del Poeta che qui arrivò addirittura a proclamare uno stato indipendente, la Reggenza italiana del Carnaro, con tanto di carta costituzionale nella quale, tra le altre norme, si prevedeva un ufficio specifico per l’educazione fisica e lo sport.

UNA PASSIONE CHE SBOCCIO SULLA SPIAGGIA DI FRANCAVILLA

Nel bel mezzo di quest’impresa, da alcuni storici liquidata come l’ennesima goliardata di D’Annunzio e da altri considerata la madre naturale del successivo periodo fascista, il Vate, tutto infervorato e ringalluzzito dall’amore della gente, si dedicò alla scherma, al nuoto, all’ippica e pure al calcio, la sua vera passione. Più di trent’anni prima, nel 1887, aveva chiesto al suo amico musicista Francesco Paolo Tosti che gli acquistasse a Londra un pallone di cuoio con camera d’aria inglese: voleva giocare, sulla spiaggia di Francavilla, con lo stesso oggetto che utilizzavano i Maestri nel campionato di Sua Maestà. In un’occasione, durante una sfida più accesa del solito, D’Annunzio perse due denti in uno scontro di gioco, ma non per questa ragione si demoralizzò o abbandonò il campo. Nel 1902, dovendo recarsi a Genova, si fece precedere da una lettera indirizzata al padrone dell’hotel nel quale avrebbe dovuto alloggiare e dove era ospite anche il dottor James Spensley, socio fondatore del Genoa Cricket and Football Club. Auspicando un incontro in sala da pranzo con il famoso inglese, il Vate promise con il solito tono gladiatorio: «Oscurerò la gloria del dottor Spensley». Il calcio scorreva nelle sue vene, proprio come la poesia.

LA NAZIONALE COL TRICOLORE CHE APPARTENEVA A TUTTI

Durante il periodo di Fiume pensò di formare, con i suoi legionari, una specie di nazionale e di sfidare, in via del tutto amichevole, una rappresentativa composta dai migliori giocatori della cittadina. Diede ordini precisi, fece sistemare il campo sportivo di Cantrida e fissò il giorno dell’evento: domenica 7 febbraio 1920. Per l’occasione aveva in mente qualcosa di speciale: disegnò personalmente uno scudetto tricolore e lo fece applicare alla maglie dei suoi giocatori, che dovevano essere rigorosamente azzurre. Il simbolo era verde, bianco e rosso nella foggia che la terminologia araldica definisce «sannitico-antica». All’epoca la nazionale di calcio ufficiale indossava la maglia azzurra con lo scudo crociato bianco e rosso dei Savoia. D’Annunzio, scegliendo quel tricolore, voleva far capire che la sua era una squadra che apparteneva all’Italia tutta, e non soltanto al potere ufficiale rappresentato in quel momento dalla monarchia dei Savoia e dal governo Nitti, che lui apertamente osteggiava per i tentennamenti sulla vicenda di Fiume (d’altronde il re e il primo ministro, nel caso in questione, non potevano fare altro che attendere le decisioni degli altri Paesi).

REFERENDUM DELLA GAZZETTA LO SPORTIVO DELL’ANNO

La partita tra i legionari del Vate e i fiumani, arbitrata dal tenente Masperi, si concluse 1-0 per questi ultimi (gol di tale Tomag), ma il risultato poco interessava a D’Annunzio. Gli premeva soltanto che la sua azione propagandistica avesse effetto e fece in modo che la notizia dello scudetto sulle maglie fosse data con ampio risalto sui principali quotidiani. Era convinto che anche quel gesto avrebbe giovato alla causa di Fiume, e di conseguenza alla sua. Da quel giorno, pur con tutti gli ostacoli che dovette superare (a cominciare dal drammatico epilogo dell’esperienza della Repubblica del Carnaro), l’idea dello scudetto cominciò a farsi largo fino a diventare argomento di discussione sui giornali e nelle importanti riunioni politiche. D’Annunzio, uomo dallo smisurato coraggio e dall’infallibile fiuto, aveva fatto centro ancora una volta: attorno a un piccolo pezzetto di stoffa si poteva riunire un intero popolo. E che il Vate fosse, per la gente, un eroe da venerare al pari dei grandi campioni lo dimostrò, nel gennaio del 1922, un sondaggio della Gazzetta dello Sport che intendeva proclamare lo sportivo dell’anno: vinse, con un ampio distacco sul secondo, proprio Gabriele D’Annunzio che delle parole e della retorica fu certamente un atleta impareggiabile.

Articolo pubblicato sulla Gazzetta dello Sport del 10 marzo 2019

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Il 19 marzo 1959 venne inaugurato lo stadio Flaminio: 60 anni tra storia e abbandono

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FANPAGE.IT (Vito Lamorte) – Ci sono alcune domande a cui è difficile dare una risposta. Una di queste è certamente quella che riguarda lo stato di salute e di sicurezza dello stadio Flaminio. Incassato tra viale Tiziano e corso Francia, il secondo impianto sportivo polivalente di Roma è lì fermo e ormai sembra quasi che nessuno si accorga più della sua presenza. Si tratta del secondo impianto sportivo della Capitale per capienza dopo l’Olimpico e fu voluto da Antonio Nervi e il padre Pier Luigi per le Olimpiadi del 1960. Costruito al posto dello stadio Nazionale, che era stato dedicato alla squadra del Grande Torino, i lavori per il Flaminio durarono un anno e poco più  e costò circa 900 milioni di lire dell’epoca.

Oltre al rettangolo verde vi erano una piscina coperta, lunga 25 metri e larga 10; e cinque palestre per pugilato, ginnastica e atletica pesante ma quello che rende il Flaminio una struttura unica è il suo amalgamarsi nel tessuto cittadino come una struttura qualsiasi: tra il PalaTiziano e l’Auditorium Parco della Musica si erge questa costruzione che per tanto, troppo tempo è stata dimenticata dalla politica e dal mondo dello sport ed è diventata lo specchio di incuria e di promesse tradite.

Oggi sono precisamente 60 anni dall’inaugurazione del Flaminio, che venne festeggiata con un incontro amichevole tra le rappresentative dilettantistiche calcistiche di Italia e Paesi Bassi e fu trasmesso in diretta televisiva con la telecronaca del mitico Nicolò Carosio ma, certamente, questo impianto ha vissuto tempi migliori.

Impiegato per molto tempo per fare calcio, nella stagione 1989/’90 Lazio e Roma giocarono l’intero campionato al Flaminio per via dei lavori allo stadio Olimpico in vista di Italia ’90, e rugby; al momento non è possibile utilizzarlo per lo stato in cui è caduto: tra immondizia, vetri rotti e segni di stanziamenti umani lo scorso ottobre è partita ufficialmente la bonifica dell’impianto, già annunciata a luglio 2018 dall’assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia, ma sembra che tutto si sia fermato lì. Non un passo avanti per una assegnazione o un’opera di riqualificazione seria e pianificata.

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E’ scomparso Giuseppe Malavasi

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PISTOIASPORT.COM – Grande dolore in casa Pistoiese per la tristissima notizia della scomparsa di Giuseppe Malavasi, avvenuta nella giornata di ieri. Malavasi ha lasciato un ricordo indelebile e con lui scompare una persona che ha fatto la storia della grande famiglia arancione.

Malavasi, vedovo da qualche anno dell’amatissima Nicoletta Nanni, faceva il nonno a tempo pieno, in ottima salute, fino a pochi giorni fa. Aveva 81 anni. Lunga la sua permanenza alla Pistoiese, in cui fu protagonista diretto in qualità di allenatore in seconda della grande ascesa arancione durante la presidenza Melani. Successivamente fu anche primo allenatore nella stagione 1984/85.

Prima di iniziare la carriera sulla panchina della Pistoiese, aveva svolto un’ottima carriera da calciatore, giocando anche in serie A nel Bologna, Taranto e Trani. Lasciata Pistoia, è rimasto nel calcio allenando per qualche anno la squadra femminile del Bologna. Ma al nome di Malavasi si lega anche e soprattutto l’arrivo alla Pistoiese di Luis Silvio Danuello, individuato dal tecnico bolognese nel corso di una trasferta brasiliana finalizzata alla firma di un giovane talento verdeoro. Un episodio professionale rimasto nella storia del calcio (ha ispirato la trama del film L’allenatore nel Pallone), con tante aneddotiche – in parte anche frutto della fantasia popolare – che aggiungono senz’altro qualcosa al mito della grande Pistoiese degli anni settanta e ottanta.

Pur essendosi divise le strade, un filo arancione ha sempre legato la società e questo piccolo grande uomo, che ieri se n’è andato in punta di piedi lasciando un gran vuoto nel cuore di tutti. Il cordoglio del presidente Orazio Ferrari, che si rende partecipe del sentimento degli sportivi, è rivolto ai congiunti, in particolare alle figlie Giorgia e Alessandra. La salma di Giuseppe Malavasi sarà esposta giovedì 21, dalle ore 14 alle 16, nella camera mortuaria dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

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Anche MONDOROSSOBLU.IT, il portale che segue le vicende del Taranto ha oggi dato la triste notizia…

“Lutto nel mondo del calcio. E’ scomparso all’età di 81 anni Giuseppe Malavasi, ex centrocampista classe 1938 che ha vestito la maglia del Taranto per tre stagioni. Nel campionato 1968/1969, con la maglia rossoblù, conquistò una promozione in Serie B collezionando 28 presenze e realizzando anche un rete. Giocò con il Taranto anche nelle successive due stagioni di cadetteria, quelle 1969/1970 e 1970/1971, dove collezionò rispettivamente 36 e 29 presenze segnando complessivamente altri 3 gol.”

Si aggiunge al ricordo anche TUTTOBOLOGNAWEB.IT, “Lutto in casa rossoblù: Giuseppe Malavasi, ex attaccante del Bologna, si è spento ieri all’età di 80 anni. In maglia rossoblù ha vissuto il suo giorno di gloria il 6 ottobre 1957, quando realizzò uno dei due gol con cui il Bologna stese per 2-1 il Torino al Comunale. Malavasi era nato il 22 maggio 1938 e si era formato nel settore giovanile rossoblù. Aveva esordito in un Roma-Bologna 2-3 datato 16 giugno 1957, collezionando, in due stagioni dal ‘56 al ‘58, 5 presenze in serie A e 2 in Coppa Italia, condite da quell’unico gol al Torino”.

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Amarcord: penalizzazione e sofferenza, quando Andrea Carnevale salvò il Pescara dalla serie C

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era una volta il Pescara di Giovanni Galeone, una fantastica provinciale che con un gioco brillante e fantasioso aveva stupito la serie A alla fine degli anni ottanta, vincendo, ad esempio, a San Siro contro l’Inter e all’Olimpico con la Roma e destando stupore in tutta Italia. Un Pescara nato e finito nel giro di appena 6 anni, passato dalle stelle alle stalle col rischio di una caduta verticale dalla serie A alla serie C, evitata all’ultimo respiro e grazie alle gesta di un campione.

Il Pescara che si appresta a disputare il campionato di serie B 1993-94 è una squadra del tutto ridimensionata da quella che appena due stagioni prima aveva dominato la serie B con Galeone in panchina e Massimiliano Allegri guida in mezzo al campo, ma retrocesso immediatamente al termine di un’annata, quella 1992-93, con l’ultimo posto occupato in pratica da inizio a fine torneo. Nell’estate del 1993 in riva all’Adriatico, nonostante le premesse di una nuova stagione da protagonisti, si abbatte come una mannaia la pesantissima onta dell’illecito sportivo: per una gara relativa a due anni prima (14 giugno 1992) contro il Taranto, infatti, finita nel mirino della procura, il Pescara viene penalizzato di 3 punti da scontare all’inizio del campionato 1993-94, mentre il tecnico Galeone squalificato. Il Taranto aveva vinto quella partita per 2-1 ottenendo la salvezza, ma alcune intercettazioni fra lo stesso Galeone ed una sua amica in cui venivano fatti chiari riferimenti a combine fra le due squadre, avevano gettato ombre e sospetti sulla gara in questione, sino alla decisione finale di penalizzare entrambe le società.

Con soli 2 punti a vittoria (ultimo campionato prima dell’introduzione dei 3 punti assegnati dopo ogni successo) e con un organico ridimensionato, le ambizioni del nuovo Pescara non possono che essere quelle di ottenere una tranquilla salvezza, riponendo almeno momentaneamente i sogni di gloria. Galeone è stato licenziato e in panchina arriva la conferma di Vincenzo Zucchini, il quale non è però in possesso del patentino e viene così affiancato da Gianni Corelli. In campo non ci sono più alcuni pezzi da novanta della vecchia guardia: da Allegri a Dunga passando per il trio Camplone-Gelsi-Pagano, ceduti in blocco al Perugia, il nuovo Pescara deve riorganizzarsi e lo fa puntando sull’usato sicuro; in Abruzzo sbarcano l’ex milanista Gianluca Gaudenzi, i baresi Loseto e Terracenere, ma soprattutto la conferma di Andrea Carnevale, un passato importante in Nazionale nonchè con le maglie di Napoli e Roma, reduce da un’annata divisa fra Udine e Pescara in serie A. Carnevale, classe 1961, va per i 33 anni, non è mai stato un bomber da 20 reti a stagione, ma la sua esperienza e la sua classe per la serie B possono essere più che sufficienti ad aiutare i pescaresi a centrare l’obiettivo salvezza.

La squadra del duo Corelli-Zucchini non parte benissimo: nelle prime 6 giornate, infatti, il Pescara ottiene appena 5 punti, vincendo solamente contro il neopromosso Acireale alla quinta giornata e perdendo per ben tre volte, in casa contro la Lucchese ed in trasferta contro Padova e Palermo. Al termine di Palermo-Pescara 3-2 del 3 ottobre 1993, il presidente Scibilia opta per l’esonero della strana coppia di allenatori e chiama in panchina il vulcanico ma carismatico Franco Scoglio; il professore si presenta a Pescara sicuro del fatto suo, ma in sole tre settimane si fa cacciare: il Pescara, infatti, prima perde in casa 2-0 contro il Verona, poi ottiene uno scialbo ed inutile pareggio per 1-1 a Monza al cospetto dell’ultima della classe, infine crolla clamorosamente all’Adriatico facendosi travolgere 3-0 dalla Fidelis Andria. E’ la goccia che fa traboccare il vaso per l’ex allenatore del Genoa che non ha trovato la sintonia giusta col gruppo, forse il suo fare un po’ saccente non va d’accordo neanche con Scibilia che perde le staffe e lo esonera senza tanti complimenti e non tralasciando frasi al veleno contro di lui. Serve esperienza, serve un uomo di polso ma con un carattere che possa plasmarsi con uno spogliatoio depresso. Il profilo giusto viene individuato in Giorgio Rumignani che prende il comando delle operazioni, dà un’occhiata al calendario e si accorge che il suo primo impegno sulla panchina pescarese sarà il più duro di tutti, a Firenze contro la Fiorentina capolista.

E’ un caso che la Fiorentina sia in serie B: i viola l’anno precedente hanno commesso una quantità di errori in serie che forse la metà sarebbe bastata a retrocedere nel campionato cadetto dopo oltre 50 anni. La famiglia Cecchi Gori ha chiesto scusa, ha mantenuto gran parte dei calciatori presenti in rosa anche in serie A (compresi gli stranieri Batistuta ed Effenberg) ed ha chiamato in panchina un bravo tecnico come Claudio Ranieri, proveniente da un’avventura agrodolce a Napoli. La Fiorentina è una fuoriserie in serie B, non c’è quota sulla promozione dei toscani che in effetti si issano ben presto al comando della classifica ove rimarranno fino alla fine; cosa può fare il Pescara così in difficoltà di fronte ai colossi gigliati quel 31 ottobre? Sulla carta non c’è partita, ma il calcio, si sa, è solito divertirsi a mescolare le carte rendendolo lo sport più imprevedibile che esista. Gli abruzzesi resistono agli attacchi della Fiorentina, si difendono bene e con ordine, Rumignani ha infuso calma e serenità in settimana, affermando che il campionato è ancora troppo lungo per sentirsi battuti; Fiorentina-Pescara termina così 0-0, i biancoazzurri strappano, peraltro in 9 uomini, un punto utile sia per la loro pericolante classifica che per il morale, risollevato dopo un mese da psicodramma.

Rumignani sembra aver toccato le corde giuste dei calciatori, si è affidato a quelli più esperti, Andrea Carnevale in testa, uno che poco più di tre anni prima era impegnato nella spedizione azzurra di Vicini ad Italia ’90 e che ora si sta rimboccando le maniche per aiutare il Pescara in difficoltà. “Non ce la sentiamo di fare pronostici – dice Carnevale ad una tv locale – ma possiamo affermare con certezza che lotteremo fino all’ultimo per conservare almeno la categoria, non possiamo passare dalla serie A alla C1 in un anno. Io ci metto la faccia e dico che non retrocederemo”. Parole da leader, anche pericolose perchè finiscono col creare aspettative alte nei confronti di una squadra ancora in difficoltà, soprattutto dal punto di vista psicologico. Eppure qualcosa si muove dopo il pungolo del centravanti: gli abruzzesi sfruttano al masssimo i turni casalinghi vincendone tre di fila all’Adriatico contro Ascoli, Pisa e Ancona; in mezzo, il pareggio di Venezia e la sconfitta di Ravenna. La classifica migliora, anche se i bassifondi sono sempre lì ad un passo e il rischio di cadere ancora nelle sabbie mobili della zona retrocessione esiste ed è più vivo che mai. 4 pareggi consecutivi contro Modena, Bari, Vicenza e Cosenza chiudono il 1993 senza che a Pescara si possa ancora tirare un sospiro di sollievo.

La squadra e i tifosi non possono che aggrapparsi all’estro e al fiuto di Andrea Carnevale, l’uomo in più del Pescara, dal cui rendimento verrano con ogni probabilità definite le sorti della compagine adriatica. Il centravanti dal carattere un po’ ribelle, però, vive un momento delicatissimo: a livello professionale sa di essere vicino al capolinea della carriera, mentre la sua vita privata sta incontrando un ostacolo importante con il rapporto con la moglie, la nota presentatrice Paola Perego, ormai in definitiva rottura. E’ proprio Rumignani a gestire la situazione al meglio, diventa coi suoi consigli quasi un secondo padre per Carnevale: “Vi state separando – gli dice in riferimento al matrimonio – ma comportatevi da persone responsabili, mantenete un buon rapporto, soprattutto per i vostri figli”. Un supporto che Carnevale riconoscerà al tecnico in eterno, arrivando a dire “Rumignani è stato il solo allenatore capace di gestirmi e capirmi”. Pescara ha trovato così le due figure principali su cui riporre le speranze di salvezza: da una parte un tecnico saggio, preparato ed intelligente, con tanta esperienza sul groppone, dall’altra un attaccante sul viale del tramonto ma completamente rigenerato.

Sarà un caso, ma il girone di ritorno parte bene per il Pescara che alla prima giornata batte 2-1 il Cesena, prima di incappare in tre ko di fila contro Lucchese, Brescia e Padova. Il ritorno alla vittoria è il soffertissimo 2-1 inflitto al Monza il 13 marzo quando la classifica era già tornata pericolosa. Nel turno successivo gli abruzzesi sbancano Andria grazie al gol in tuffo di Carnevale, forse il più bello della sua annata, mentre una settimana più tardi all’Adriatico arriva l’impresa dell’anno: la Fiorentina scende a Pescara convinta di proseguire la sua inarrestabile marcia al comando della classifica e forse sottovaluta un po’ quella squadra pericolante e schizofrenica nel proprio andamento. A nulla per i viola è servito il campanello d’allarme dell’andata, perchè anche all’Adriatico i biancoazzurri sfoderano una prestazione da incorniciare, un po’ per la classifica, un po’ anche per il prestigio di giocare per la prima volta in diretta televisiva, con la gara che è l’anticipo del sabato sera alle 20:30, novità introdotta proprio in quell’anno. La Fiorentina fa prevalere il suo maggior tasso tecnico, ma il Pescara si difende con ordine rispettando alla lettera i semplici ma chiari dettami del suo tecnico; al 60′, poi, un passaggio dello stopper Di Cara per l’attaccante Massara trova impreparata la difesa dei viola, trafitta dalla punta pescarese. E’ il gol partita che regala al Pescara due punti fondamentali nella rincorsa salvezza.

Continua ad essere lo stadio Adriatico il punto di forza del Pescara: fra le mura amiche, infatti, gli abruzzesi ottengono le vittorie più importanti per mettere in cassaforte la permanenza in serie B: sotto i colpi di Carnevale e compagni cadono prima il Venezia (1-0), poi il Ravenna (4-1) e infine il Modena, sconfitto in rimonta per 4-2 in una gara in cui Carnevale è il protagonista assoluto con due calci di rigore trasformati con freddezza. Tre vittorie in altrettanti scontri diretti, la salvezza è vicina ma occorre blindarla e nelle ultime tre giornate la squadra di Rumignani ottiene due pareggi (3-3 a Bari e 2-2 in casa col Vicenza) e la vittoria finale a Cosenza (2-0) che permette alla formazione pescarese di chiudere il campionato a quota 35 punti, gli stessi di Pisa ed Acireale, ma con la classifica avulsa favorevole, utile ad evitare sia la retrocessione diretta che lo spareggio, coda che andranno invece ad affrontare toscani e siciliani. Un trionfo, viste le premesse, per un Pescara più piccolo rispetto al passato, ma con tanta voglia di non mollare e di non cadere in un anno appena nell’inferno della serie C.

Andrea Carnevale chiude la stagione con 14 reti in 24 partite (a sole 4 lunghezze dal capocannoniere del torneo Agostini), un bottino da goleador di razza, da fuori categoria. Pochi rifornimenti, gol inventati quasi dal nulla, il compito perfettamente assolto di caricarsi il gruppo sulle spalle. L’ex attaccante del Napoli, dopo aver contribuito l’anno successivo a riportare l’Udinese in serie A segnando 7 reti, chiuderà la sua carriera ancora a Pescara nel 95-96 con gli ultimi 10 gol della sua avventura da calciatore. Un rapporto indissolubile fra l’attaccante e la città, il ricordo di quella salvezza quasi miracolosa di un Pescara forse non bello come quello di Giovanni Galeone ma pur sempre entrato nella leggenda.

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