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La Penna degli Altri

50 anni dopo il mito Renato Cesarini – El Tano di Senigallia – e la Zona sono ancora con noi

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SENIGALLIANOTIZIE.IT (Andrea Pongetti) – “Quando dai il tuo nome a un pezzetto di tempo – il quale è solo di Dio, dice la Bibbia – qualcosa nella vita lo hai fatto”: la citazione di Alessandro Baricco è più che mai opportuna, perché il noto scrittore la dedica proprio a lui: Renato Cesarini.

“Il Cè”, o “El Tano”. Perché Cesarini qualcosa lo ha fatto davvero, anzi più di qualcosa e in più vite, da una parte e dall’altra del mondo, In Europa e in Sud America, come Garibaldi: per gli argentini Cesarini era “El Tano-L’Italiano” e il suo talento lo esibiva nell’arte del calcio.

Anche “Il Cè”, altro soprannome che gli era stato affibbiato, è stato però un condottiero, in campo e fuori, ed un eroe, per tanti tifosi.

Il suo nome, ancora oggi, è sinonimo di gol segnati all’ultimo minuto,decisivi.

Tutto nacque per colpa di un giornalista, Eugenio Danese: fu lui, nel 1931, a coniare il termine “Zona Cesarini” per raccontare un gol segnato al 90’ di un incontro Italia-Ungheria. L’azzurro segnò proprio all’ultimo minuto il 3-2 e da allora divenne l’unico giocatore diventato un modo di dire.

“Zona Cesarini”, oggi, non ha perso il suo fascino, anzi, lo ha esteso: l’autorevole Dizionario Treccani ci ricorda che l’espressione è usata in vari campi come equivalente di “appena in tempo”.

In fondo, le nostre esistenze scorrono sul filo dei minuti, proprio come una partita di calcio.

Un eroe dei due mondi Cesarini, ma che nacque nel nostro, precisamente a Senigallia, nella frazione Castellaro, nel 1906. Presto però emigrò con la famiglia in cerca di fortuna in Argentina.

Cresciuto, si adattò ai lavori più umili in quei tempi grami, facendo pure l’acrobata in un circo e il calzolaio.

Ma fu il talento per il pallone a salvarlo e a renderlo ricco e famoso. Ventenne debuttò nella nazionale argentina, poi nel 1930 tornò in Europa vincendo cinque scudetti con la Juventus, che lo acquistò dal Chacarita Juniors, il club di Buenos Aires che lo aveva lanciato: in bianconero segnò una cinquantina di gol, spesso decisivi, non di rado nel finale.

Poco dopo Cesarini fu uno dei primi oriundi della nazionale italiana. Il governo argentino non era contento, ma quell’artista dal ciuffo ribelle, amante del bere, delle belle donne, che alternava la vita mondana a quella dei sobborghi più malfamati, in realtà era sempre stato uno di noi.

Ed è qui che una storia già ricca di fascino si fa ancora più emozionante.

È il 1932: lo juventino Cesarini torna, dopo tanti anni, nella sua città natale per un breve soggiorno e, accolto dall’entusiasmo travolgente della gente del posto, non sa dire di no ad un invito per giocare una partita con la maglia della Vigor contro l’Anconitana, con cui già allora c’è una certa rivalità sportiva.

Renato si schiera in attacco con Vittorio Ioppolo, giocatore simbolo della Vigor di allora ed autore del gol vittoria proprio nel finale: anch’egli, evidentemente, aveva appreso bene l’insegnamento del suo improvvisato, ma fenomenale, compagno di reparto.

La vittoria regalò un’immensa gioia agli sportivi locali, stipati sul prato e su una traballante tribuna di legno: d’altronde, anche se Cesarini aveva lasciato la città natale appena bambino, “per la gente del luogo non fu che senigalliese”.

Il talentuoso centrocampista-attaccante nel 1935 tornò in Argentina, per vincere ancora da giocatore e allenatore, dispensando ovunque il suo carisma, la sua intelligenza e il suo intuito.

Fu lui a creare “La Maquina” River Plate, uno degli undici più forti di sempre e a scoprire campioni come Omar Sivori, prima di ripresentarsi in Italia: nel 1959-60 a Torino vinse ancora scudetto e Coppa Italia nelle vesti di direttore tecnico della Juventus allenata proprio da un amatissimo ex trainer dell’Anconitana, Carlo Parola.

Quindi, tornò ancora una volta in Sud America, dove era ormai venerato come il “Maestro dei Maestri”.

Chissà quanti fiumi di inchiostro avrebbe regalato ancora un personaggio simile, se la morte dopo una breve malattia non se lo fosse portato via a soli 62 anni, a Buenos Aires: esattamente 50 anni fa, il 24 marzo 1969.

Ma in fondo Cesarini è ancora con noi, nel calcio come nelle asperità della vita, raccontate da quella “Zona” che ogni giorno ci ricorda la leggenda de “El Tano” di Senigallia, artista capace di far sognare allo stesso modo i tifosi della ricca Juve anni ’30 di Edoardo Agnelli, come il più umile ma non meno orgoglioso popolo vigorino, assiepato su una pericolante tribuna pur di vederlo in rossoblù nel derby contro l’Anconitana.

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Il 19 marzo 1959 venne inaugurato lo stadio Flaminio: 60 anni tra storia e abbandono

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FANPAGE.IT (Vito Lamorte) – Ci sono alcune domande a cui è difficile dare una risposta. Una di queste è certamente quella che riguarda lo stato di salute e di sicurezza dello stadio Flaminio. Incassato tra viale Tiziano e corso Francia, il secondo impianto sportivo polivalente di Roma è lì fermo e ormai sembra quasi che nessuno si accorga più della sua presenza. Si tratta del secondo impianto sportivo della Capitale per capienza dopo l’Olimpico e fu voluto da Antonio Nervi e il padre Pier Luigi per le Olimpiadi del 1960. Costruito al posto dello stadio Nazionale, che era stato dedicato alla squadra del Grande Torino, i lavori per il Flaminio durarono un anno e poco più  e costò circa 900 milioni di lire dell’epoca.

Oltre al rettangolo verde vi erano una piscina coperta, lunga 25 metri e larga 10; e cinque palestre per pugilato, ginnastica e atletica pesante ma quello che rende il Flaminio una struttura unica è il suo amalgamarsi nel tessuto cittadino come una struttura qualsiasi: tra il PalaTiziano e l’Auditorium Parco della Musica si erge questa costruzione che per tanto, troppo tempo è stata dimenticata dalla politica e dal mondo dello sport ed è diventata lo specchio di incuria e di promesse tradite.

Oggi sono precisamente 60 anni dall’inaugurazione del Flaminio, che venne festeggiata con un incontro amichevole tra le rappresentative dilettantistiche calcistiche di Italia e Paesi Bassi e fu trasmesso in diretta televisiva con la telecronaca del mitico Nicolò Carosio ma, certamente, questo impianto ha vissuto tempi migliori.

Impiegato per molto tempo per fare calcio, nella stagione 1989/’90 Lazio e Roma giocarono l’intero campionato al Flaminio per via dei lavori allo stadio Olimpico in vista di Italia ’90, e rugby; al momento non è possibile utilizzarlo per lo stato in cui è caduto: tra immondizia, vetri rotti e segni di stanziamenti umani lo scorso ottobre è partita ufficialmente la bonifica dell’impianto, già annunciata a luglio 2018 dall’assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia, ma sembra che tutto si sia fermato lì. Non un passo avanti per una assegnazione o un’opera di riqualificazione seria e pianificata.

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E’ scomparso Giuseppe Malavasi

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PISTOIASPORT.COM – Grande dolore in casa Pistoiese per la tristissima notizia della scomparsa di Giuseppe Malavasi, avvenuta nella giornata di ieri. Malavasi ha lasciato un ricordo indelebile e con lui scompare una persona che ha fatto la storia della grande famiglia arancione.

Malavasi, vedovo da qualche anno dell’amatissima Nicoletta Nanni, faceva il nonno a tempo pieno, in ottima salute, fino a pochi giorni fa. Aveva 81 anni. Lunga la sua permanenza alla Pistoiese, in cui fu protagonista diretto in qualità di allenatore in seconda della grande ascesa arancione durante la presidenza Melani. Successivamente fu anche primo allenatore nella stagione 1984/85.

Prima di iniziare la carriera sulla panchina della Pistoiese, aveva svolto un’ottima carriera da calciatore, giocando anche in serie A nel Bologna, Taranto e Trani. Lasciata Pistoia, è rimasto nel calcio allenando per qualche anno la squadra femminile del Bologna. Ma al nome di Malavasi si lega anche e soprattutto l’arrivo alla Pistoiese di Luis Silvio Danuello, individuato dal tecnico bolognese nel corso di una trasferta brasiliana finalizzata alla firma di un giovane talento verdeoro. Un episodio professionale rimasto nella storia del calcio (ha ispirato la trama del film L’allenatore nel Pallone), con tante aneddotiche – in parte anche frutto della fantasia popolare – che aggiungono senz’altro qualcosa al mito della grande Pistoiese degli anni settanta e ottanta.

Pur essendosi divise le strade, un filo arancione ha sempre legato la società e questo piccolo grande uomo, che ieri se n’è andato in punta di piedi lasciando un gran vuoto nel cuore di tutti. Il cordoglio del presidente Orazio Ferrari, che si rende partecipe del sentimento degli sportivi, è rivolto ai congiunti, in particolare alle figlie Giorgia e Alessandra. La salma di Giuseppe Malavasi sarà esposta giovedì 21, dalle ore 14 alle 16, nella camera mortuaria dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

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Anche MONDOROSSOBLU.IT, il portale che segue le vicende del Taranto ha oggi dato la triste notizia…

“Lutto nel mondo del calcio. E’ scomparso all’età di 81 anni Giuseppe Malavasi, ex centrocampista classe 1938 che ha vestito la maglia del Taranto per tre stagioni. Nel campionato 1968/1969, con la maglia rossoblù, conquistò una promozione in Serie B collezionando 28 presenze e realizzando anche un rete. Giocò con il Taranto anche nelle successive due stagioni di cadetteria, quelle 1969/1970 e 1970/1971, dove collezionò rispettivamente 36 e 29 presenze segnando complessivamente altri 3 gol.”

Si aggiunge al ricordo anche TUTTOBOLOGNAWEB.IT, “Lutto in casa rossoblù: Giuseppe Malavasi, ex attaccante del Bologna, si è spento ieri all’età di 80 anni. In maglia rossoblù ha vissuto il suo giorno di gloria il 6 ottobre 1957, quando realizzò uno dei due gol con cui il Bologna stese per 2-1 il Torino al Comunale. Malavasi era nato il 22 maggio 1938 e si era formato nel settore giovanile rossoblù. Aveva esordito in un Roma-Bologna 2-3 datato 16 giugno 1957, collezionando, in due stagioni dal ‘56 al ‘58, 5 presenze in serie A e 2 in Coppa Italia, condite da quell’unico gol al Torino”.

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Amarcord: penalizzazione e sofferenza, quando Andrea Carnevale salvò il Pescara dalla serie C

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era una volta il Pescara di Giovanni Galeone, una fantastica provinciale che con un gioco brillante e fantasioso aveva stupito la serie A alla fine degli anni ottanta, vincendo, ad esempio, a San Siro contro l’Inter e all’Olimpico con la Roma e destando stupore in tutta Italia. Un Pescara nato e finito nel giro di appena 6 anni, passato dalle stelle alle stalle col rischio di una caduta verticale dalla serie A alla serie C, evitata all’ultimo respiro e grazie alle gesta di un campione.

Il Pescara che si appresta a disputare il campionato di serie B 1993-94 è una squadra del tutto ridimensionata da quella che appena due stagioni prima aveva dominato la serie B con Galeone in panchina e Massimiliano Allegri guida in mezzo al campo, ma retrocesso immediatamente al termine di un’annata, quella 1992-93, con l’ultimo posto occupato in pratica da inizio a fine torneo. Nell’estate del 1993 in riva all’Adriatico, nonostante le premesse di una nuova stagione da protagonisti, si abbatte come una mannaia la pesantissima onta dell’illecito sportivo: per una gara relativa a due anni prima (14 giugno 1992) contro il Taranto, infatti, finita nel mirino della procura, il Pescara viene penalizzato di 3 punti da scontare all’inizio del campionato 1993-94, mentre il tecnico Galeone squalificato. Il Taranto aveva vinto quella partita per 2-1 ottenendo la salvezza, ma alcune intercettazioni fra lo stesso Galeone ed una sua amica in cui venivano fatti chiari riferimenti a combine fra le due squadre, avevano gettato ombre e sospetti sulla gara in questione, sino alla decisione finale di penalizzare entrambe le società.

Con soli 2 punti a vittoria (ultimo campionato prima dell’introduzione dei 3 punti assegnati dopo ogni successo) e con un organico ridimensionato, le ambizioni del nuovo Pescara non possono che essere quelle di ottenere una tranquilla salvezza, riponendo almeno momentaneamente i sogni di gloria. Galeone è stato licenziato e in panchina arriva la conferma di Vincenzo Zucchini, il quale non è però in possesso del patentino e viene così affiancato da Gianni Corelli. In campo non ci sono più alcuni pezzi da novanta della vecchia guardia: da Allegri a Dunga passando per il trio Camplone-Gelsi-Pagano, ceduti in blocco al Perugia, il nuovo Pescara deve riorganizzarsi e lo fa puntando sull’usato sicuro; in Abruzzo sbarcano l’ex milanista Gianluca Gaudenzi, i baresi Loseto e Terracenere, ma soprattutto la conferma di Andrea Carnevale, un passato importante in Nazionale nonchè con le maglie di Napoli e Roma, reduce da un’annata divisa fra Udine e Pescara in serie A. Carnevale, classe 1961, va per i 33 anni, non è mai stato un bomber da 20 reti a stagione, ma la sua esperienza e la sua classe per la serie B possono essere più che sufficienti ad aiutare i pescaresi a centrare l’obiettivo salvezza.

La squadra del duo Corelli-Zucchini non parte benissimo: nelle prime 6 giornate, infatti, il Pescara ottiene appena 5 punti, vincendo solamente contro il neopromosso Acireale alla quinta giornata e perdendo per ben tre volte, in casa contro la Lucchese ed in trasferta contro Padova e Palermo. Al termine di Palermo-Pescara 3-2 del 3 ottobre 1993, il presidente Scibilia opta per l’esonero della strana coppia di allenatori e chiama in panchina il vulcanico ma carismatico Franco Scoglio; il professore si presenta a Pescara sicuro del fatto suo, ma in sole tre settimane si fa cacciare: il Pescara, infatti, prima perde in casa 2-0 contro il Verona, poi ottiene uno scialbo ed inutile pareggio per 1-1 a Monza al cospetto dell’ultima della classe, infine crolla clamorosamente all’Adriatico facendosi travolgere 3-0 dalla Fidelis Andria. E’ la goccia che fa traboccare il vaso per l’ex allenatore del Genoa che non ha trovato la sintonia giusta col gruppo, forse il suo fare un po’ saccente non va d’accordo neanche con Scibilia che perde le staffe e lo esonera senza tanti complimenti e non tralasciando frasi al veleno contro di lui. Serve esperienza, serve un uomo di polso ma con un carattere che possa plasmarsi con uno spogliatoio depresso. Il profilo giusto viene individuato in Giorgio Rumignani che prende il comando delle operazioni, dà un’occhiata al calendario e si accorge che il suo primo impegno sulla panchina pescarese sarà il più duro di tutti, a Firenze contro la Fiorentina capolista.

E’ un caso che la Fiorentina sia in serie B: i viola l’anno precedente hanno commesso una quantità di errori in serie che forse la metà sarebbe bastata a retrocedere nel campionato cadetto dopo oltre 50 anni. La famiglia Cecchi Gori ha chiesto scusa, ha mantenuto gran parte dei calciatori presenti in rosa anche in serie A (compresi gli stranieri Batistuta ed Effenberg) ed ha chiamato in panchina un bravo tecnico come Claudio Ranieri, proveniente da un’avventura agrodolce a Napoli. La Fiorentina è una fuoriserie in serie B, non c’è quota sulla promozione dei toscani che in effetti si issano ben presto al comando della classifica ove rimarranno fino alla fine; cosa può fare il Pescara così in difficoltà di fronte ai colossi gigliati quel 31 ottobre? Sulla carta non c’è partita, ma il calcio, si sa, è solito divertirsi a mescolare le carte rendendolo lo sport più imprevedibile che esista. Gli abruzzesi resistono agli attacchi della Fiorentina, si difendono bene e con ordine, Rumignani ha infuso calma e serenità in settimana, affermando che il campionato è ancora troppo lungo per sentirsi battuti; Fiorentina-Pescara termina così 0-0, i biancoazzurri strappano, peraltro in 9 uomini, un punto utile sia per la loro pericolante classifica che per il morale, risollevato dopo un mese da psicodramma.

Rumignani sembra aver toccato le corde giuste dei calciatori, si è affidato a quelli più esperti, Andrea Carnevale in testa, uno che poco più di tre anni prima era impegnato nella spedizione azzurra di Vicini ad Italia ’90 e che ora si sta rimboccando le maniche per aiutare il Pescara in difficoltà. “Non ce la sentiamo di fare pronostici – dice Carnevale ad una tv locale – ma possiamo affermare con certezza che lotteremo fino all’ultimo per conservare almeno la categoria, non possiamo passare dalla serie A alla C1 in un anno. Io ci metto la faccia e dico che non retrocederemo”. Parole da leader, anche pericolose perchè finiscono col creare aspettative alte nei confronti di una squadra ancora in difficoltà, soprattutto dal punto di vista psicologico. Eppure qualcosa si muove dopo il pungolo del centravanti: gli abruzzesi sfruttano al masssimo i turni casalinghi vincendone tre di fila all’Adriatico contro Ascoli, Pisa e Ancona; in mezzo, il pareggio di Venezia e la sconfitta di Ravenna. La classifica migliora, anche se i bassifondi sono sempre lì ad un passo e il rischio di cadere ancora nelle sabbie mobili della zona retrocessione esiste ed è più vivo che mai. 4 pareggi consecutivi contro Modena, Bari, Vicenza e Cosenza chiudono il 1993 senza che a Pescara si possa ancora tirare un sospiro di sollievo.

La squadra e i tifosi non possono che aggrapparsi all’estro e al fiuto di Andrea Carnevale, l’uomo in più del Pescara, dal cui rendimento verrano con ogni probabilità definite le sorti della compagine adriatica. Il centravanti dal carattere un po’ ribelle, però, vive un momento delicatissimo: a livello professionale sa di essere vicino al capolinea della carriera, mentre la sua vita privata sta incontrando un ostacolo importante con il rapporto con la moglie, la nota presentatrice Paola Perego, ormai in definitiva rottura. E’ proprio Rumignani a gestire la situazione al meglio, diventa coi suoi consigli quasi un secondo padre per Carnevale: “Vi state separando – gli dice in riferimento al matrimonio – ma comportatevi da persone responsabili, mantenete un buon rapporto, soprattutto per i vostri figli”. Un supporto che Carnevale riconoscerà al tecnico in eterno, arrivando a dire “Rumignani è stato il solo allenatore capace di gestirmi e capirmi”. Pescara ha trovato così le due figure principali su cui riporre le speranze di salvezza: da una parte un tecnico saggio, preparato ed intelligente, con tanta esperienza sul groppone, dall’altra un attaccante sul viale del tramonto ma completamente rigenerato.

Sarà un caso, ma il girone di ritorno parte bene per il Pescara che alla prima giornata batte 2-1 il Cesena, prima di incappare in tre ko di fila contro Lucchese, Brescia e Padova. Il ritorno alla vittoria è il soffertissimo 2-1 inflitto al Monza il 13 marzo quando la classifica era già tornata pericolosa. Nel turno successivo gli abruzzesi sbancano Andria grazie al gol in tuffo di Carnevale, forse il più bello della sua annata, mentre una settimana più tardi all’Adriatico arriva l’impresa dell’anno: la Fiorentina scende a Pescara convinta di proseguire la sua inarrestabile marcia al comando della classifica e forse sottovaluta un po’ quella squadra pericolante e schizofrenica nel proprio andamento. A nulla per i viola è servito il campanello d’allarme dell’andata, perchè anche all’Adriatico i biancoazzurri sfoderano una prestazione da incorniciare, un po’ per la classifica, un po’ anche per il prestigio di giocare per la prima volta in diretta televisiva, con la gara che è l’anticipo del sabato sera alle 20:30, novità introdotta proprio in quell’anno. La Fiorentina fa prevalere il suo maggior tasso tecnico, ma il Pescara si difende con ordine rispettando alla lettera i semplici ma chiari dettami del suo tecnico; al 60′, poi, un passaggio dello stopper Di Cara per l’attaccante Massara trova impreparata la difesa dei viola, trafitta dalla punta pescarese. E’ il gol partita che regala al Pescara due punti fondamentali nella rincorsa salvezza.

Continua ad essere lo stadio Adriatico il punto di forza del Pescara: fra le mura amiche, infatti, gli abruzzesi ottengono le vittorie più importanti per mettere in cassaforte la permanenza in serie B: sotto i colpi di Carnevale e compagni cadono prima il Venezia (1-0), poi il Ravenna (4-1) e infine il Modena, sconfitto in rimonta per 4-2 in una gara in cui Carnevale è il protagonista assoluto con due calci di rigore trasformati con freddezza. Tre vittorie in altrettanti scontri diretti, la salvezza è vicina ma occorre blindarla e nelle ultime tre giornate la squadra di Rumignani ottiene due pareggi (3-3 a Bari e 2-2 in casa col Vicenza) e la vittoria finale a Cosenza (2-0) che permette alla formazione pescarese di chiudere il campionato a quota 35 punti, gli stessi di Pisa ed Acireale, ma con la classifica avulsa favorevole, utile ad evitare sia la retrocessione diretta che lo spareggio, coda che andranno invece ad affrontare toscani e siciliani. Un trionfo, viste le premesse, per un Pescara più piccolo rispetto al passato, ma con tanta voglia di non mollare e di non cadere in un anno appena nell’inferno della serie C.

Andrea Carnevale chiude la stagione con 14 reti in 24 partite (a sole 4 lunghezze dal capocannoniere del torneo Agostini), un bottino da goleador di razza, da fuori categoria. Pochi rifornimenti, gol inventati quasi dal nulla, il compito perfettamente assolto di caricarsi il gruppo sulle spalle. L’ex attaccante del Napoli, dopo aver contribuito l’anno successivo a riportare l’Udinese in serie A segnando 7 reti, chiuderà la sua carriera ancora a Pescara nel 95-96 con gli ultimi 10 gol della sua avventura da calciatore. Un rapporto indissolubile fra l’attaccante e la città, il ricordo di quella salvezza quasi miracolosa di un Pescara forse non bello come quello di Giovanni Galeone ma pur sempre entrato nella leggenda.

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