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Calcio, Arte & Società

Nicoletta Perini, nipote di Aldo e Dino Ballarin: “Ogni volta a Superga è come la prima volta…”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – “Sono emozionata, sono appena arrivata a Torino… dalla stanza dell’albergo vedo Superga: pioggia e nebbia. Proprio come doveva essere quella sera di 70 anni fa…”. Pensieri profondi, emozioni vere. Con questa frase, forse più una riflessione intima, ci ha accolto Nicoletta Perini, nipote di Dino, il nonno, e di Aldo Ballarin. Il primo era il terzo portiere del Grande Torino, mentre suo fratello Aldo era il terzino destro, titolare anche della Nazionale.

Come ogni 4 maggio, ma non solo in questa giornata, si reca con la famiglia a Torino, per essere presente a Superga… ”Sono momenti intensi quelli che viviamo in questa città”, ci dice Nicoletta con voce gentile ed emozionata, “Vero… si tratta di una tragedia, di un qualcosa di triste che ha dato del dolore enorme a tante, tantissime persone. Ma questo è il luogo del “Cuore e della Memoria”. E la cosa bella è che non lo è solo per noi parenti, ma è un luogo di tutti. Ci siamo venuti spesso qui, in tutti i periodi dell’anno e quando sali vedi tanta gente scendere. Quando scendi vedi tanta gente salire. È un continuo via vai. Italiani, stranieri, anziani che hanno sofferto e giovani a cui lo hanno raccontato. Li trovi tutti insieme a contemplare le lapidi, in silenzio. Quando parli di Grande Torino tutti sanno di cosa si parla: una grandissima squadra di calcio e di un grande dolore collettivo”.

Luogo del Cuore e della Memoria, questo il lascito del Grande Torino “Raccontare e ricordare, e ancora ricordare…. è il destino dei sopravvissuti” amava ripetere Sauro Tomá.

Nicoletta ovviamente non ha mai conosciuto il nonno, e anche la mamma aveva solo sei mesi al momento della sciagura e quindi nemmeno lei ha molti ricordi del padre. Grazie alla nonna Dina, la moglie, e ai suoi racconti e a tutto il materiale di famiglia oltre quello raccolto durante tutti questi anni Nicoletta e Davide hanno creato un luogo virtuale alla memoria del Grande Torino e dei Fratelli Ballarin: hanno dato vita al sito museoballarinchioggia.it.

“Un sito”, ci dice Nicoletta ”che non so se vedrà mai una fine, abbiamo sempre materiale nuovo da aggiungere, catalogare… è in continuo aggiornamento”.

Beh, il sito è davvero molto bello, pieno di cimeli, documenti e foto. Un ottimo strumento che non racconta solo di una squadra di calcio, ma anche di un dolore privato diventato collettivo. Davvero un “luogo virtuale” di valore… “Speriamo in futuro possa diventare un luogo fisico. Questo è il nostro sogno, speriamo che le pubblica amministrazione ci possa riservare uno spazio. Siamo una zona turistica, Chioggia, e sarebbe davvero una attrazione in più per i turisti”.

Nel frattempo proprio il 2 maggio è stata inaugurata una mostra presso la Sala Esposizioni del Museo Civico “San Francesco Fuori le Mura” a Chioggia, dal titolo “Aldo e Dino Ballarin e il Grande Torino”, una mostra ad ingresso libero che sarà a disposizione di tutti sino al 31 maggio.

Anche Luca, il figlio di Nicoletta e Davide, è tifosissimo granata e ha la stanza piena di ricordi, “un piccolo museo”, ci dice Nicoletta. “Sin da piccolo lo abbiamo sempre portato alle commemorazioni e gli abbiamo raccontato la storia della nostra famiglia e della tragedia che abbiamo attraversato. Vive con orgoglio, anche se ha solo 11 anni, l’essere il pronipote dei Ballarin del Grande Torino” Negli anni Nicoletta e Davide hanno realizzato ed organizzato mostre, pubblicato libri e ora questo capolavoro del sito. Non perdetevi l’occasione di farci un viaggio…Ringraziamo Nicoletta… “Ogni volta a Superga è come la prima volta…”… probabilmente ancora un pensiero intimo.

Onore a te Grande Torino

 

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Calcio, Arte & Società

Libri: “L’altro Calcio – Anni ottanta e novanta” intervista all’autore Giovanni Fusco

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Giovanni Fusco, autore del libro “L’altro Calcio – Anni ottanta e novanta” edito da Ultra Sport. Il libro racconta le storie di alcuni protagonisti di quegli anni. Un doppio appuntamento, oggi l’intervista e nei prossimi giorni un estratto. Abbiamo incontrato l’autore per permettere a tutti noi di meglio comprendere il contenuto del libro.

“Tutto nasce nel 2015 quando ho creato la pagina “Altro Calcio Anni ’80 – ‘90” su Facebook proprio perché nauseato dal calcio moderno”, ci dice l’autore Giovanni Fusco, “La pagina ha avuto un buon successo da subito, facendo avvicinare anche alcuni ex calciatori. Ad un certo punto ho avuto l’idea di portare in un libro ciò che stavo facendo in rete. Tutto è avvenuto per caso, anche la creazione della pagina, d’impeto senza un progetto vero e proprio. C’era solo, alla base, la difficoltà di riconoscersi in un tipo di calcio, quello moderno, e la voglia di far conoscere alle nuove generazioni quello che era una volta il campionato più bello del mondo”.

“Il libro è costituito da 11 interviste ad altrettanti calciatori”, prosegue l’autore, “Si parte viaggiando attraverso le loro carriere e raccontando soprattutto avvenimenti e aneddoti non conosciuti al grande pubblico. Storie di calciatori che hanno “vissuto” il calcio nel periodo che va dalla metà degli anni ’80 sino alla fine degli anni ’90. Si racconta la vita degli spogliatoi dove c’era sicuramente più semplicità rispetto ad oggi. Gli allenatori erano diversi da quelli attuali che puntano tutto o quasi sull’immagine. Prima puntavano più sulla sostanza e si presentavano alle interviste con le loro tute di allenamento, allergici al politicamente corretto. Il libro, dove tra le altre cose troverete dei simpatici aneddoti su Carlo Mazzone, rappresenta per me un punto di partenza. Spero che dopo questa pubblicazione altri ex calciatori si avvicinino alla pagina. Io sono alla ricerca di quei calciatori un po’ nell’ombra, quelli in cui ognuno di noi si chiede…. “…ma che fine ha fatto?”. Mi piacerebbe intervistare, e avvicinare ai tifosi, quei calciatori un po’ spariti e fuori anche dai circuiti dei media dove incontriamo più o meno sempre gli stessi”.

“Andrebbe assolutamente letto dai nostalgici”, prosegue Fusco, “e da chi si riconosce ed è cresciuto in quegli anni. Ma lo consiglio anche a quei ragazzi appartenenti alle nuove generazioni che vogliono avvicinarsi alle storie di questo periodo del calcio. È chiaro che il calcio di oggi è il frutto della società in cui viviamo dove purtroppo conta il Dio denaro e l’apparire più che l’essere. Ed è chiaro quindi che uno sport popolare come il calcio non poteva non esserne contaminato da queste questioni. Anche quel calcio che noi amiamo e raccontiamo non è stato immune dagli scandali, come il totonero, ma comunque era ancora un calcio più semplice e genuino. Questa semplicità e genuinità oggi si è persa, spero con il libro e con la pagina Facebook di riportare i lettori a quella semplicità di un tempo”.

Qui se vuoi acquistare il libro

 

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Libri: ”Vecchi Spalti”… Intervista all’autore Sandro Solinas

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Sandro Solinas, autore del libro ”Vecchi Spalti – Storie di stadi che non sono più tra noi”. Il libro racconta storie e aneddoti degli stadi italiani protagonisti della nostra storia ma che non ci sono più. Abbiamo quindi incontrato l’autore per permettere a tutti noi di meglio comprendere il contenuto del libro.

 

  • Si parla spesso di stadi negli ultimi tempi… come nasce l’idea di dedicare un libro a stadi che non ci sono più?

“Lo spirito del nuovo libro è sempre quello che mi spinse a scrivere il primo, ossia il desiderio di rimuovere l’oblio calato sui nostri stadi, dimenticati senza un vero perché, pur essendo lo scrigno dei nostri ricordi e delle nostre emozioni. Ma se Stadi d’Italia nasceva dall’idea di raccontare le vicende passate delle nostre arene, Vecchi Spalti vuole essere un omaggio alle nostre città, alla nostra gente, uno delle tante possibili narrazioni che raccontano la storia degli uomini e delle donne della nostra bellissima terra. Perché, ne sono sempre stato convinto, quella dei nostri stadi è una storia italiana, la parabola di un’eccellenza del nostro Paese, del suo genio e della sua sregolatezza. Io l’ho raccontata a modo mio, l’unico che conosco. Una storia forse segnata da errori, sprechi, degrado, eccessi e approssimazione, ma anche ricca di gloria, successo e talento. Sono queste, del resto, le parole che chiudono il mio libro. È questo, e nient’altro, che mi ha spinto a raccontare le vicende passate dei nostri stadi. La loro storia, la nostra storia. Sono passati oltre dieci anni dalla prima pubblicazione di Stadi d’Italia e mai avrei pensato di ritrovarmi, a distanza di tanto tempo, a parlare e scrivere ancora di arene e spalti. D’altronde, ho sempre pensato al mio lavoro di ricerca come al punto di partenza per altri, non per me. Ma sono qui. Non volevo, e mai avrei potuto, scrivere una copia del primo libro, differita solamente un po’ più in là nel tempo, in direzione di quegli stadi che non sono più tra noi. Ho preferito variare il linguaggio narrativo, il modo e i tempi del racconto. Mi sono divertito, più di quanto immaginassi”.

  • Quale il metodo utilizzato per la narrazione…

“Sostanzialmente raccontare ciò che non è stato raccontato, o almeno provare a farlo in maniera diversa. Nelle forme, ma anche nei contenuti, perché non mancano le entrate a gamba tesa in quei passaggi – per qualcuno assai scomodi – e in quelle vicende per anni nascoste o addirittura negate nei libri di scuola. Il sogno, in verità, era quello di riscrivere tutto in forma diversa, quasi romanzata, un viaggio on the road tra le arene, soprattutto un cammino fatto di incontri con i tanti personaggi legati in qualche modo agli stadi. Adoro le storie dentro le storie. Penso a Don Ferrero e ai suoi giovani che facevano il tifo per la Pistoiese dalle finestre del Seminario Vescovile; a Guido Cagnacci, l’energumeno custode del Velodromo Stampace, dotato di bastone ma soprattutto di un feroce e adattissimo nome di battaglia che terrorizzava i pionieri clandestini del calcio pisano; soprattutto la storia – quasi un romanzo – del baffuto testimonial della Moretti, il celebre birrificio che dava il nome al campo udinese. Ma era così anche nel primo libro, dove si parlava del Vezzosi di Orbetello, racchiuso tra le acque di una laguna senza tempo, i bastioni della fortezza spagnola e le mura di cinta del vecchio idroscalo conosciuto per le imprese aviatorie di Italo Balbo. Meriterebbe un libro a parte. Come il campo di Terracina, quello di Piombino e chissà quanti altri prati di polvere e sudore che ci aspettano sulla giostra dei ricordi”.

  •  Quanta ricerca c’è in un libro come questo e quali i luoghi che hai visitato per fare ricerche…

“È una ricerca infinita proprio perché al termine di ogni storia ne comincia un’altra, come un lungo viaggio senza una vera fine e un vero principio. Del resto Stadi d’Italia si apriva con le parole di Borges che ci ricordano come ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio. Questo libro in fondo potrebbe essere scritto mille volte in forma sempre diversa. Invece non l’ha scritto mai nessuno e ancora faccio fatica a crederlo. E mi ha molto colpito l’indifferenza, per non dire l’avversione, che ho percepito spesso durante le mie ricerche sull’argomento, soprattutto in quegli ambienti che dovrebbero invece promuovere, sostenere e valorizzare la storia e le testimonianze dell’evoluzione del calcio, temi che nel resto del mondo – ma non da noi – sono giustamente valorizzati come patrimonio di conoscenza utile alla ricostruzione della cultura locale, del passato sportivo e dei fenomeni sociali del territorio. Ma siamo in Italia, e questo fastidio per qualunque cosa venga fatta per passione e non porti vantaggi a breve termine altro non è che lo specchio di un paese ignorante e opportunista”.

  • Quale la scoperta che hai fatto che ti ha meravigliato di più

“Visivamente mi ha stregato la doppia tribuna del campo di Rovigo, i vecchi spalti che come uno spettro del passato appaiono alle spalle della nuova tribuna. Il passato che non passa. E poi l’incredibile somiglianza degli stadi costruiti da Rozzi, soprattutto quelli di Benevento e Campobasso – pressoché identici – ma anche le arene di Avellino e Ascoli (e, in misura minore, Lecce) assai simili, benché costruite sopra spalti preesistenti. Poi ci sono i dettagli cult, le visioni iconiche, come le scale di San Siro, quelle elicoidali del campo di Firenze o gli archi bolognesi ripresi dalle terme di Caracalla. E la torre pendente che accompagna i tramonti pisani”.

  •  Quali misteri svela il libro…

“Non ci sono misteri, solo storie che aspettavano di essere raccontate. E lette, soprattutto, perché scrivere è bello ma leggere è divino, dona a tutti un paio di ali per volare lontano. Certi libri vanno scritti comunque, perché così sono alcune storie. Devono essere raccontate e basta, qualcuno lo avrebbe fatto al mio posto, prima o poi. Quella dei nostri stadi, tra l’altro, è una gran bella storia, perché non raccontarla? “Il mondo è fatto per finire in un bel libro” diceva Mallarmé, ed è proprio così”.

  • Che “Cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta…

“Un tributo di riconoscenza verso il gioco più bello dl mondo, oggi purtroppo svuotato dei suoi contenuti identitari, mitici, simbolici, sentimentali e di quei rituali che, al di là del gioco e dello spettacolo, da sempre hanno fatto la fortuna secolare di questo sport nazionalpopolare. Un modo come un altro per dire no al calcio moderno che ha spento ogni emozione”.

  •  Perché andrebbe letto…

“Perché i nostri stadi hanno tanto da raccontare, ascoltiamoli. «Guai a quella città che non trovi posto per il tempio» ammoniva l’oratore e politico ateniese Demostene. Ne vogliamo parlare?”

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Qui potete scaricare un estratto del libro

Per ordinare le copie potete contattare l’autore tramite il suo profilo facebook

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Rock’n’Goal: storia delle radici musicali underground delle tifoserie italiane

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Quello tra ultras e rock è un legame molto profondo. La connessione è dovuta sia al mezzo che al messaggio che entrambe le realtà veicolano, facendosi l’un l’altra volano delle rispettive finalità. La musica rock ha infatti contribuito enormemente al diffondersi di movimenti culturali e sociali, portando alla nascita di varie sottoculture negli anni. D’altra parte l’irruzione di una cultura di massa giovanile in una scena che fino ad allora aveva tenuto le nuove generazioni in una condizione di assoluta subalternità, ha condizionato ed espanso il senso artistico del genere musicale rock elevando le iniziali rivendicazioni edonistiche e individuali, perlopiù legate a una maggiore libertà di vivere la propria sessualità, ad una vera propria presa di coscienza identitaria e politica.

Entrambe le realtà affondano le radici in un contesto di ribellione giovanilistica al sistema conformista che imprigiona la loro volontà di emergere. Entrambe hanno anche un target popolare. Nascono nello stesso periodo ed affrontano le stesse dinamiche: formazione dal basso, espansione, politicizzazione. Per questi motivi il legame non poteva che saldarsi.

Come abbiamo raccontato nell’articolo precedente con riferimento agli ultras, anche il mondo rock underground (specialmente nelle sue particolarità punk e mods) emerge pionieristicamente in Italia alla fine degli anni ’60-’70 e vede il suo apice negli anni ’80 – ‘90. La cultura punk e mods permea in questo periodo lo stile combattente dell’ultras italiano. Dalla prima nasce lo stile skinhead, riemerso nella seconda metà degli anni ’70 con l’ondata di punk rock britannica. Lo street punk, chiamato anche oi! è un sottogenere del punk rock. Esso rappresenta un’evoluzione musicale e sociale del punk britannico,

Le basi ritmiche spesso riprendono veri cori da stadio, mentre, per il resto, almeno nella prima versione, il genere è riconosciuto come parte del punk rock britannico. Le caratteristiche principali del punk Oi! Erano essenzialmente due: la prima era l’abitudine al cosiddetto coro da bettola, in cui si canta tutti assieme possibilmente pogando e bevendo alcol; la seconda era la connotazione volutamente retorica e diretta dei testi, legati spesso ai temi dell’oppressione, alla vita di strada, portatori di istanze che, a seconda dei casi, toccano la sensibilità politica di entrambe le fazioni.

In Italia i primi skinhead (teste rasate) comparvero una decina di anni dopo l’affermazione nella scena inglese, nei primi anni ottanta in Italia con la formazione di alcuni piccoli nuclei nelle maggiori città dello stivale. In Italia, in analogia con quanto avvenuto per il mondo ultras, la cultura skinhead legata al punk rock, viene caratterizzata immediatamente dalla politicizzazione: a destra si formarono i cosiddetti Skin88 (l’88 sta per HH, acronimo di “Heil Hitler”, in quanto l’H è l’ottava lettera dell’alfabeto latino o anche noti come Naziskin) caratterizzati da ideologia e iconografia neonaziste o neofasciste. Agli inizi degli anni 90, tali formazioni trovarono l’attenzione della stampa ed in generale del sistema di informazione italiano, mentre nel circuito dei centri sociali si formarono i vari circuiti SHARP (acronimo di “SkinHead Against Racial Prejudice”), ovvero, gli skinhead contro i pregiudizi razziali, di diverse idee politiche ma espressamente antirazzisti, che davano una visione della matrice culturale di provenienza più consona alla realtà (unione di subculture di natura multietnica e di classe popolare ed operaia).

Altra sottocultura di derivazione rock che influenzerà in maniera particolare l’estetica delle tifoserie italiane è quella Mods. Il termine mod è un abbreviativo del sostantivo inglese modernism. Gli elementi significativi della subcultura mod sono: il look curato ed innovativo, la musica afroamericana (in particolare il soul, lo ska), l’attenzione verso tutto ciò che è nuovo ed insolito. Una tardiva ondata “mod” si colloca in Italia all’incirca nei primi anni novanta, grazie alla diffusione dell’acid-jazz e del britpop (ad esempio con l’ascesa europea e mondiale di gruppi come gli Oasis). I mod si scontrarono spesso con altri movimenti giovanili, primi fra tutti con i rocker, e più tardi con i punk, per le differenze stilistiche ed ideologiche. Nella cultura mod però si esaltava la frequentazione degli stadi, dove spesso ci si mischiava agli skinhead, nel tifare e soprattutto nel cercare il contatto fisico con gli avversari e con la polizia.

Tra i primi esponenti a portare tematiche calcistiche ed ultras nel mondo punk rock ci sono i Gangland, una skinhead band di Genova che si è formata nei primi anni 80. Nei loro testi ricorre spesso la quotidianità del tifoso, “le giornate dello skinhead, la domenica dell’ultrà”. Alcuni loro successi musicali diventano pietre miliari della scena Oi! Italiana incentrando la loro prosa nella ribellione giovanile e nell’ostilità alle forze dell’ordine.

Gangland:

Negli stessi anni nascono a Roma i Bloody Riot, un gruppo hardcore punk italiano. Con loro il legale gruppo punk – tifoseria diventa esplicito: nei loro concerti presso i centri sociali romani (tra cui il Forte Prenestino nella zona est della Capitale) sono ospiti fissi i Fedayn Roma. A loro la band dedica “Teppa life”, un inno per molti della generazione che fu, sia per la vita da stadio che per la scena musicale underground italiana. Lo stesso termine, “Teppa”, verrà utilizzato nel titolo di un saggio sull’argomento tifoserie dal sociologo Valerio Marchi, romano e romanista vicino ai Fedayn Roma, uno dei principali studiosi del mondo ultras e delle sottoculture giovanili.

 Bloody Riot:  

Dall’altra parte del Tevere, nei primi anni ’80, si forma nella curva nord biancoceleste un collettivo ultras che richiama nel nome il legame con la scena musicale: il “Gruppo Rock”.  Questi incidono su cassetta “My Way” dei Sex Pistols (1979) riadattato alla Lazio, che sarà rispolverato dagli Irriducibili negli anni ’90, diventando un successo senza tempo.

“Lo sai,

Dicono che,

L’amor per te,

Mi fa teppista,

Farò in modo che,

La faccia mia non sia più Vista,

Andrò dove il mio cuor mi Porterà,

Senza paura farò quel che Potrò,

Per la mia Lazio..”

Gruppo Rock: 

All’inizio degli anni ’90, la scena skinhead ha il suo apice. A Roma nell’ambiente underground legato alle curve risuona Tifo Selvaggio, il successo musicale degli Intolleranza. La band ottiene un notevole successo negli ambienti dell’estrema destra romana. Tifo Selvaggio è una canzone ironica, profonda, grottesca, ma in parte veritiera che ci racconta il modo di vivere il football disinteressandosi del football stesso. Niente cori, niente colori, né nomi dei giocatori, ma solo violenza allo stadio! Sentimento goliardico che negli anni ’90 verrà ripreso dal coro “.. a noi della partita, non ce ne frega un cazzo, scontri! scontri!”. Il testo della canzone ne anticipa la tematica:

“Non mi frega un cazzo della Roma o della Lazio

Io non vengo per vedere, non le compro le bandiere

C’ho la sciarpa colorata, non lo so chi me l’ha data

Ce l’ho stretta intorno al collo, chi la tocca è un uomo morto!”

 Intolleranza:  

Nei primi anni ’90, anche nel centro nord la scena punk – skacore affronta il tema ultras. La Paolino Paperino band, un gruppo d musicisti punk modenesi, lanciano “Tafferugli” nell’album Pislas.

Lo stile della PPB è particolarmente iconico per il periodo. Il gruppo modenese mescola punk, il ska, reggae, funk e jazz senza farsene troppe ragioni, affrontando nei loro pezzi argomenti politici e sociali sempre con una sottile vena ironica ed irriverente. Nel caso di Tafferugli, incitano ad “organizzare, veicolare” la rabbia dovuta alla vita alienante e frustrante della modernità.

Paolino Paperino Band:

A cavallo del nuovo millennio, dalla scena Punk Oi! valtellinese, nascono i Gradinata Nord, un gruppo che unisce alle sonorità hardcore, l’amore per l’antifascismo e la passione per il calcio. Il concept della band è basato esclusivamente su calcio, mondo ultras e hooliganesimo con venature a sinistra. I testi riportano spesso “all’irruenza” delle tifoserie locali, seppur limitata agli accesissimi derby delle serie minori. Nelle loro canzoni non si fermano però solo alla realtà locale, anzi portano alla ribalta tutta la scena ultras italiana. Fedeli al motto, asceso nella società della globalizzazione, del “think globally, act locally”.

Gradinata Nord: 

Sempre nei primi anni duemila e nell’estremo nord Italia, un’altra band emergente dal milieu anarco-movimentista di sinistra, sforna un successo musicale che diventerà una pietra miliare della musica rock ultras. Gli Erode, una post-punk-oi! band di Como, attiva fra momenti alterni dal 1994 al 2013, nell’album “tempo che non ritorna” del 2004 pubblica “Frana la Curva”. La canzone degli Erode diventerà presto un inno per molte curve italiane.

Erode: 

 

Nel 2007 due band conquistano la scena rock-ultras. La band Azione Diretta di Perugia realizza una bella cover di “frana la curva” degli Erode, incide una canzone di musica oi! – street punk dedicata al gruppo ultrà Ingrifati, la Palestra Popolare e lo Spazio RudeGrifo. Infine nella canzone “Sciarpe Rosse” si spertica in un inno all’amore per la città di Perugia ed al principale gruppo ultras (l’Armata Rossa).

Azione Diretta:

Gli Azione diretta hanno una collaborazione nel tempo con un’altra band, gli Automatica Aggregazione. Questi ultimi nascono nel 2004 ad Anguillara, alle porte di Roma e legano un loro successo al coro dei Fedayn Roma.

“..Quando muore un prete,
suonano le campane,
piangono le puttane
e i loro protettori;
ma quando muoio io
non voglio gesù cristi
ma solo gagliardetti
dei Fedayn teppisti.”

 Automatica Aggregazione:

L’anno successivo è il turno di Torino di ascendere alle nostre cronache. Nascono all’ombra della Mole i Bull Brigade, che uniscono al calcio, la musica e la vita da stadio (sono grandi tifosi granata). La band hardcore torinese, inserisce nelle sue canzoni tematiche di riscatto sociale e di ribellione al sistema. Nella canzone “Dopo la pioggia” del 2008, l’aspirazione di rivincita del giovane tifoso viene urlata al mondo.

 “..Sempre più forte il cuore batterà
E con il sangue agli occhi fuggi via
In cerca del riscatto tra gli ultras..”

Bull Brigade:  

Negli ultimi anni, le band punk, rock e hardcore che hanno trattato il fenomeno ultras nelle loro canzoni si sono moltiplicate. Nelle righe di questo articolo sarebbe impossibile citare esaustivamente tutte le realtà che si sono affacciate nel racconto di questa realtà. Significativi sono però due esempi emersi nella stessa città.

Il primo sono gli LPG (La Peggio Gioventù), guidati dallo storico frontman della band, Giuliano Castellino. Slanci, assalti e volontà di non arrendersi mai scandiscono le note degli LPG, che affonda le sue radici nelle sonorità rock hardcore inglesi del decennio precedente.

Nel mondo ultras, gli LPG acquistano successo, re-interpretando in chiave rock hardcore, il primo inno della Roma degli anni ’30, “la canzone di Campo Testaccio”.

LPG: 

La band affronta però soprattutto tematiche politiche e questo ne condiziona il successo. Il frontman è, tra l’altro, fondatore del gruppo ultras Padroni di Casa, legato alle realtà di estrema destra di Roma Nord. Ed in breve tempo, una serie di inchieste ne decimerà membri e sostenitori.

Altro esempio, recentissimo, agli antipodi del precedente sono i Vanbasten, un gruppo romano che mischia il cantautorato italiano con il post punk (nonostante le sonorità richiamino i successi di Cosmo, l’ascolto del cantato ci riporta forse ai Baustelle). Nel 2017 hanno pubblicato l’album “Pallonate” con un esperimento singolare: la loro “Sparare Sempre” è una canzone d’amore urlata come un coro in un pub da una cinquantina tra ultras e cantanti, romanisti e laziali. A riprova che il rock ed il mondo ultras non deve parlare per forza di violenza: possono regalare un omaggio storico ad una canzone degli inizi dello scorso secolo o possono cantare anche d’amore.

Vanbasten:  

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