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Il Calcio Racconta

15 maggio 1969 – A Madrid ci va il Milan…

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – I racconti delle imprese calcistiche specie per le società plurititolate finiscono spesso per narrare le giornate in cui si sono alzate coppe e vinti i campionati o, al contrario, le occasioni in cui queste vittorie sono sfuggite clamorosamente. Ma ogni “impresa” ne presuppone altre che l’hanno preceduta, chi sa che ricordo avremmo della “Partita del Secolo” (Italia – Germania 4 – 3 del 1970) se l’Italia avesse poi vinto la finale.

Ci piace quindi ricordare che oggi, 50 anni fa, il Milan teneva con i denti il vantaggio di due reti a Manchester, contro lo United di Charlton e Best, contro il tifo inglese di quel periodo.

Volendo credere al destino il sorteggio che aveva consentito a Milan e Benfica di saltare gli ottavi di finale (L’edizione del 68/69 aveva visto la rinuncia di alcune squadre dell’Est per motivi politici derivati dalla “Primavera di Praga”), mette poi i Rossoneri di fronte ai Campioni uscenti del Manchester United, quello rimasto per tre decadi come il più forte di sempre, quello di Bobby Charlton e George Best. L’Old Trafford è uno di quegli stadi dove le trasferte non erano semplici, oggi ci si sorprende per l’invasione di un mitomane, all’epoca si potevano creare situazioni ai limiti della legalità, e dettaglio non di poco conto, lo United in Europa in casa è imbattuto.

Il Milan di Nereo Rocco inizia l’avventura nelle tranquille mura domestiche; la semifinale di andata del 23 Aprile a San Siro vede il Milan avere la meglio degli inglesi, i titoli di quella partita raccontano di un Best spento e di un Milan che avrebbe potuto segnare di più, ma raccontano anche di una partita tutt’altro che chiusa.

Il 15 Maggio si gioca il ritorno in Inghilterra, e se all’andata Law aveva costretto Rivera ad uscire, all’Old Trafford il difensore inglese non sarà da meno, ma il colpo del tentato KO arriverò dal pubblico, dal quale arriva un oggetto metallico che causa un trauma cranico a Cudicini che rimane comunque in campo.

Charlton nel secondo tempo segna un gran gol su una grande azione di Best, Santin salva col tacco sulla linea a Cudicini battuto, ma il fortino tiene.

Il Milan esce dal campo tra gli applausi dei giocatori inglesi, in un ideale passaggio di consegne che la storica tripletta di Pierino Prati renderà tale.

Nato a Roma nel 1975 si appassiona ben presto al calcio ed allo sport in generale. La prima partita di calcio che vede in diretta è Italia-Germania dell'82, il primo "libro" che consuma è l'Almanacco Illustrato del calcio di quello stesso anno. Vive con la sua compagna ed i suoi 2 figli a Roma e di professione è informatico. A chi sottolinea gli errori altrui o si deprime per i propri risponde con una frase di Newton "Non ho fallito, ho solo scoperto una soluzione che non funziona". Da oltre 10 anni collabora con Wikipedia, da lettore de "Gli Eroi del Calcio" ne diventa collaboratore.

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13 luglio 1979 – Il Presidente D’Attoma porta Paolo Rossi al Perugia cambiando per sempre le regole del gioco

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello)- “II giocatore Paolo Rossi com’era desiderio della Federazione, degli sportivi, delle società e suo personale, giocherà in serie A il prossimo campionato. Il Vicenza e il Perugia hanno raggiunto oggi a Milano un accordo, con la formula del prestito, in base al quale la società umbra si è assicurata per una stagione sportiva le prestazioni del centravanti della nazionale. L’annuncio viene dato in maniera congiunta attraverso questo comunicato dal Vicenza, dal Perugia, e dal giocatore stesso il quale è stato informato di tutte le clausole del contratto che approva. Il Vicenza ringrazia così il Perugia ma non dimentica lo spirito di franca e leale sportività che ha animato tutte le società intervenute in questa fase, in particolare Napoli, Lazio, Roma e Bologna con le quali è stato possibile instaurare un dialogo franco, costruttivo e serio. Alla fine il Vicenza ha ritenuto più idonea la soluzione prospettata dal Perugia: squadra competitiva che lo scorso anno si è classificata al secondo posto; possibilità di tornei europei per il giocatore: città, come Vicenza, non stressante per un uomo che sta pagando in mancata tranquillità un pesante prezzo alla gloria sportiva; prestito per una stagione e quindi apertura massima per il futuro di Paolo Rossi; offerta al Vicenza buona per il presente e interessante per le prospettive in funzione degli obiettivi del Vicenza stesso, che continuano a non prescindere da un rapporto di cordiale collaborazione con Rossi. Queste le clausole del contratto: al Perugia in prestito annuale rinnovabile da parte del Perugia. Al Vicenza 500 milioni, più le prestazioni di Redeghieri e Cacciatori, uno dei quali in comproprietà (entrambi se il Perugia rinnoverà il prestito di Rossi a fine stagione, per l’identica somma di 500 milioni)”.

Un comunicato che mette fine ad una vicenda tormentata del calcio mercato 1979. Una vicenda che cambia per sempre le regole del gioco, del calcio mercato e dei diritti televisivi e di sponsorizzazioni su cui si basa ancora oggi il sistema calcio.

Analizziamo la situazione: Paolo Rossi è un giocatore importante degli Azzurri di Bearzot, che nel mondiale argentino del ’78 ha convinto grazie alle sue prestazioni. Il Vicenza di Giussy Farina lo ha riscattato, l’anno precedente, superando la Juventus alle “buste” e valutando il giovane calciatore oltre 5 miliardi del vecchio conio. Nell’ultima giornata di campionato il Vicenza soccombe per 2-0 contro l’Atalanta. Il verdetto è spietato: è serie B. Può un calciatore di queste “dimensioni” giocare tra i cadetti? Inoltre il Vicenza ha il problema di dover saldare ancora una buona parte dell’acquisto del calciatore stesso alla Juventus. La società biancorossa si trova quindi nella necessità di rimpinguare le casse mentre tutte le società sono alla finestra sperando di poter avere la meglio sfruttando le necessità dl “venditore”.

A sorpresa la spunta il Perugia. Come ha fatto? Ce lo dice il Presidente D’Attoma…”Non ci voleva credere nessuno a questo affare…comprare Rossi con i soldi degli altri. Noi abbiamo trovato un paio di ditte che ci sponsorizzeranno per intero l’affare, non ci rimetteremo una lira, anzi ne guadagneremo sopra considerando i prevedibili aumenti sia degli incassi e sia degli abbonamenti” (Cit. La Stampa, 14 luglio 1979). Banale? Forse oggi si, ma non nel 1979.

D’Attoma trova la chiave di volta per gestire la situazione modificando per sempre, di fatto, il calcio. Infatti, con la modalità indicata e cioè “comprare con i soldi degli altri”, ha inventato le sponsorizzazioni.

Dapprima stringe un accordo con il Pastificio Ponte che finanzia la società in cambio della presenza del logo “PONTE” sulle maglie dei giocatori: il pastificio diviene il primo sponsor nella nostra storia del calcio. La federazione colpisce con una multa la società perugina perché sulle maglie può comparire solo lo sponsor tecnico, cioè il logo dell’azienda che produce le maglie. L’articolo 16 del regolamento della federazione calcistica contemplava infatti la possibilità di poter inserire sulle maglie, per un massimo di 12 centimetri quadrati, il nome dello sponsor tecnico. Allora D’Attoma crea la linea “Ponte Sportwear” rendendo possibile l’esposizione del marchio sulle maglie dei calciatori. Così facendo la Ponte paga la “pubblicità” facendo arrivare nelle casse della società del Perugia un importo tale che anche la multa da 20 milioni di lire inflitta è nulla. Nel 1981 la FIGC approva un regolamento che permette di sdoganare le sponsorizzazioni sulle maglie.

Inoltre, lo scatenatissimo Presidente D’Attoma si rivolge ad un’agenzia perugina di pubblicità, la C.P.A. che, da quel momento, si sarebbe occupata di gestire l’immagine della società Perugia per trarne dei profitti economici: amichevoli, vendita dei diritti venduti a TV private, incremento della pubblicità allo stadio; altre modalità di “sfruttamento” dell’immagine del Perugia Calcio.

Queste le mosse del Perugia e del Presidente D’Attoma che riuscì a portarsi Paolo Rossi in casa cambiando per sempre il calcio mercato e la storia degli sponsor nel calcio.

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“Poveri ma belli” – Giampiero Gasperini e il coraggio di Galeone

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto dal libro “Poveri ma belli – Il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, di Lucio Biancatelli edito da “Ultra Sport”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi un estratto, molto breve ma pregno di contenuto, dal Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone,

 

“Fino al 1985 il modulo di gioco in Italia era abbastanza uniforme», racconta Gasperini. «Il marcatore, il libero, il terzino fluidificante, il tornante a destra e i tre centrocampisti (il regista, l’incontrista sul 10 avversario, e il 10, il più estroso) infine i due attaccanti. Questo era il  calcio all’Italiana che ci ha portato a vincere il mondiale, con Conti da una parte, Cabrini dall’altra, Oriali e Tardelli a centrocampo con Antognoni “regista”. A metà anni Ottanta ha cominciato a diffondersi, tra mille difficoltà, la zona, con molte resistenze e scetticismi da parte di chi difendeva il sistema di gioco tradizionale. Arrivato a Pescara il mio primo allenatore fu Enrico Catuzzi. Nel 1985 il Pescara era l’unica tra la A e la B a giocare in quel modo. Poi dopo arrivò Galeone che sposò quel modo di giocare. Nel 1986-87 si affiancò al Pescara il Parma di Sacchi. In C c’era qualche altra realtà come Zeman a Licata. Con la promozione del Pescara e l’arrivo di Sacchi al Milan dei campioni, piano piano questa idea di calcio si diffuse. Il calcio italiano in quegli anni quasi si divise, fu quasi una guerra di religione, poi pian piano si spostò tutto dalla parte della zona”.

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Amichevole tra selezioni di Italia e Svizzera del 30 Aprile 1899: nuove evidenze

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Della partita del 30 aprile 1899 di Torino, tra una selezione svizzera e una italiana, si è già avuto modo di parlare numerose volte. Si tratta di un argomento affrontato sia in pubblicazioni autorevoli, come ‘L’Età dei Pionieri, Football 1898-1908’, a cura della Fondazione Genoa, sia da siti internet tematici, come “Calcio Romantico” e sia da giornali online, come quello in cui ci troviamo, GliEroidelCalcio.com. Io stesso ho avuto modo di scrivere un articolo, sotto forma di breve racconto, che è stato pubblicato su PianetaGenoa1893, il 30 aprile 2019, nella ricorrenza dei 120 anni di quella partita, grazie al suo Direttore, Marco Liguori, sempre molto disponibile a dare spazio ai miei contributi e, sempre in quella data ne parlammo anche qui su GliEroidelCalcio.com.

Si tratta di una vicenda, a mio avviso, di grande interesse, che è forse necessario riassumere, seppure rapidamente, a beneficio di chi non avesse  letto  il  suddetto  articolo  e di chi, in generale, non conoscesse i risvolti di quell’importante evento storico e sportivo. Nel 1899, cinque giocatori del Genoa, cinque giocatori torinesi e un giocatore di Milano parteciparono all’amichevole Italia-Svizzera, svoltasi allo Stadio Velodromo di Torino e la squadra italiana si presentò in campo con la maglia del Genoa, a quei tempi a strisce bianche e blu, per onorare quelli che erano i detentori del titolo di Campioni d’Italia. Non si trattò di un match tra due nazionali, ma di un incontro tra due selezioni formate appunto da giocatori, di differenti nazionalità, che praticavano il calcio nel campionato italiano e in quello elvetico. E l’evento ha lasciato tracce di sé nella pubblicistica di quel periodo: “La Gazzetta dello Sport”, “La Stampa” e “La Gazzetta del Popolo”. In quella occasione, l’Italia schierò la formazione seguente: Beaton, De Galleani, Dobbie, Bosio, Spensley, Pasteur, Leaver, Weber, Kilpin, Savage, Agar. Mentre la Svizzera scese in campo con i seguenti giocatori: Therdicon, Williams, Suter, Schmid, Butler, Gamper, Iweins, Collison, Dewitt, Dégerine, Madler.

Numerosi storici, ed appassionati della materia, in molte occasioni hanno sottolineato come quell’incontro avesse visto la presenza di personaggi dall’indiscutibile importanza per la storia del calcio italiano. Tra i partecipanti si potevano infatti individuare James Spensley e Edoardo Pasteur: figure guida nella Storia del Grifone; ma anche Edoardo Bosio, iniziatore del calcio nella città della Mole, e fondatore del Torino Football and Cricket Club. Insieme a loro va poi sicuramente citato, Herbert Kilpin, che di lì a qualche mese avrebbe fondato la squadra del Milan.

A proposito del mio articolo, va forse detto che esso aveva avuto il merito di rilevare un aspetto che ai più era sfuggito, e cioè quello di attribuire, probabilmente per la prima volta in assoluto, gli stessi meriti, la stessa importanza e lo stesso status di iniziatore del football a François Dégerine, fondatore, nel 1900, della sezione calcio del Servette di Ginevra. Il club elvetico esisteva, infatti, fin dal 1890, ma solo come squadra di rugby. Probabilmente il fatto di essere riuscito a colmare quella lacuna era dipeso dal mio interesse per i rapporti tra calcio svizzero e calcio italiano e per le ricerche che ho fatto in materia, sfociate in un libro che ha visto le stampe grazie al sostegno di Gianluca Iuorio e della sua Urbone Publishing. Ricerche che mi hanno appunto permesso di capire la statura di chi, nelle pubblicazioni italiane, era presentato come uno dei semplici partecipanti a quell’evento sportivo (al limite precisando che si trattava del capitano della selezione elvetica). Mentre, in relazione alla storia del calcio europeo, era una figura di primo piano, allo stesso livello delle altre personalità appena citate, legate al calcio italiano. Tra l’altro, pur avendo consultato due libri sulla storia del Servette e uno sulla storia della nazionale svizzera, fino allo scorso Aprile non ero riuscito a trovare una sola foto di Dégerine. E devo dire che la cosa mi aveva stupito, perché stiamo parlando di una figura storica che fu giornalista sportivo, fondatore della sezione calcio di un club, e allenatore della nazionale elvetica. Eppure anche utilizzando siti web enciclopedici e motori di ricerca di immagini internet (che di solito risultano rapidi ed efficaci, anche se non sempre attendibili), non riuscivo a trovare una singola foto di Dégerine. Alla fine, però, la mia tenacia è stata premiata perché sono riuscito a trovare un documento in cui questo personaggio compare in una rara foto delle squadre di calcio e di rugby del Servette, risalente all’inizio del secolo scorso. Questo, tra l’altro mi ha anche permesso di riconoscerlo nella foto della formazione svizzera presente a Torino. Perché, fino, ad allora, pur essendo certo della sua presenza in quella partita, non ero in grado di individuarlo. È stata una bella sensazione, perché in un lavoro di ricerca è sempre piacevole potere dare a un volto un nome preciso.

Però, ricordo pure che già in occasione della stesura di quel mio primo articolo sull’argomento, pubblicato appunto su PianetaGenoa, nella fase di consultazione del materiale preparatorio, in realtà avevo avuto l’impressione che fossero almeno due gli atleti svizzeri, scesi in campo a Torino quell’anno, ad avere svolto un ruolo fondamentale nella storia del calcio. Oltre a quello di François Dégerine, anche il nome di un altro partecipante svizzero all’incontro di calcio dell’aprile 1899, mi sembrava riconducibile alle vicende fondative di un altro importante club europeo. Sto parlando del giocatore che, nella formazione svizzera attestata dalla stampa dell’epoca, faceva parte del gruppo di atleti provenienti da Zurigo. Mi riferisco quindi a Gamper.  Si tratta di un cognome che, per gli studiosi e per gli appassionati della storia del calcio, è associato indissolubilmente alla nascita del Barcellona. Ed infatti esistevano su internet e su carta stampata dei riferimenti alla partecipazione di Gamper alla partita di Torino del 1899. D’altra parte, però, i suddetti riferimenti non affrontavano in modo dettagliato, approfondito e circostanziato la questione. Nei miei vari lavori di ricerca sulla storia del calcio, mi è capitato di trovare errori di omonimia, di parentela, di scambio di persona o di città. A dire il vero, pur non sentendomi di escludere completamente l’eventualità di un caso di omonimia, ritenevo la cosa abbastanza improbabile, sebbene non del tutto impossibile. Inoltre, ulteriori incertezze mi derivavano dal fatto che in molte pubblicazioni italiane dell’epoca, che ho letto personalmente, il nome attribuito al giocatore zurighese fosse “Camper” e non “Gamper”. I dubbi che potesse trattarsi quindi di due persone diverse non erano completamente infondati, sebbene la spiegazione più plausibile potesse essere che i giornalisti italiani, autori di quegli articoli, avessero fatto un errore di trascrizione del nome. Infine, anche rispetto alla città di residenza, c’erano incongruenze: secondo alcune fonti, nel 1899, “il Gamper fondatore del Barcellona” aveva già smesso di vivere a Zurigo da circa un anno, per trasferirsi all’estero. Per cui “il Gamper zurighese”, sceso in campo a Torino nel 1899, avrebbe anche potuto essere un altro.

Ed in effetti, lo scorso aprile, al momento della pubblicazione del suddetto articolo/racconto sulla partita amichevole italo-svizzera del 1899, furono propri questi timori a spingermi alla decisione di accantonare momentaneamente la questione dell’effettiva presenza, o meno, del fondatore del Barcellona a quell’incontro di calcio internazionale. L’intenzione di risolvere l’interrogativo però era rimasta. Ed è per questo che recentemente ho ripreso le ricerche sull’argomento. A questo proposito, sento l’obbligo di dire che un primo incoraggiamento, che andava in questo senso, l’ho ricevuto dal giornalista della Redazione Sportiva della Radiotelevisione della Svizzera Italiana, Giacomo Moccetti, che quindi voglio ringraziare pubblicamente. Invito, quello di Mocetti, seguito da un secondo incoraggiamento, ad opera di Federico Baranello, Direttore Responsabile de Glieroidelcalcio.com, che non solo mi ha messo a disposizione una serie di importanti strumenti di ricerca, ma mi ha prontamente segnalato le fonti esistenti.  Per cui, penso che un mio secondo ringraziamento pubblico debba essere rivolto soprattutto a lui. Anche grazie a questo sostegno, oggi, dopo avere seguito una serie di piste d’indagine, mi sento di poter dire che, effettivamente, a quella partita di calcio prese parte quello che, di lì a poco, sarebbe divenuto il fondatore e giocatore del grande club catalano. Mi sembra un aspetto molto interessante da mettere in evidenza, proprio perché è frutto di una serie di verifiche che ha preso in esame tutte le incongruenze del caso.

Hans Gamper era svizzero e, prima di stabilirsi in Catalogna e fondare il Barcellona, aveva praticato il calcio a Basilea e a Zurigo. Nel periodo in cui fu organizzato il match amichevole italo-svizzero, pur avendo interessi e affari economici anche altrove (in particolare a Lione), Gamper viveva a Zurigo. Questi aspetti, legati alle generalità e alle vicende biografiche, attribuivano dunque un’alta probabilità al fatto che potesse essere lui il giocatore della selezione svizzera indicato, con quel nome e con quella città di provenienza, nelle formazioni delle squadre pubblicate da “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”. Si è soliti dire che “due indizi fanno una prova”. Da questo punto di vista, come già detto, cognome e città di provenienza potevano, già di per sé, essere considerati due indizi molto importanti. Questo anche perché, da mia verifica negli archivi dei cognomi svizzeri, è risultato non esistere nessun “Camper”.  Il nome così riportato va sicuramente interpretato come un errore di trascrizione. Mentre va considerato corretto quello di “Gamper”, reperibile per esempio in una locandina dell’incontro, presente in una pubblicazione della Fondazione Genoa. Nel suddetto archivio di cognomi svizzeri, con circa 48.500 voci repertoriate, di famiglia “Camper” non ce n’è nemmeno una, mentre i “Gamper” sono nell’ordine di diverse decine, di cui molti zurighesi.

Ma direi che la “prova provata” è stata fornita da un semplice “riconoscimento facciale”. Riconoscimento fatto non con chissà quali strumenti d’analisi tecnologica ma con una elementare visione comparata di alcune vecchie foto. L’uovo di Colombo è stato prendere una foto di Gamper fatta a Zurigo nel 1896, prenderne una della formazione svizzera scesa in campo a Torino nell’aprile del 1899 (dove risultava appunto il suo nome) e, infine, prenderne una della formazione del Barcellona nel 1903; formazione di cui, incontestabilmente, Gamper faceva parte. Da una rapida comparazione di queste tre foto è risultato evidente che nei tre scatti era stata immortalata la stessa persona, cioè Joan Hans Gamper.

Ed è quindi suggestivo pensare che, nell’ambito di quella singola partita, giocata a Torino nel 1899, si incontrarono figure centrali nella storia del Genoa (Edoardo Pasteur e James Spensley), del Milan (Herbert Kilpin), di Torino (Edoardo Bosio), del Servette di Ginevra (François Dégerine) e del Barcellona (Joan Hans Gamper). Insomma, per certi aspetti, fu un vero e proprio consesso europeo di iniziatori del calcio. E forse non è casuale che a pochi mesi da quella partita furono fondati il Barcellona (novembre 1899), il Milan (dicembre 1899), nacque la Sezione Calcio del Servette di Ginevra (gennaio del 1900) e, sempre nel 1900, ci fu la fusione tra Internazionale Torino e F.C. Torinese, squadra, quest’ultima, che sei anni dopo avrebbe contribuito alla nascita del Torino. Forse, in qualche modo, quell’incontro di grandi personalità del mondo del calcio, allora emergente, che ebbe luogo nella capitale sabauda, funzionò da catalizzatore di forze fino ad allora inespresse.

Il mio amato Genoa, invece, esisteva già da sei anni ed aveva già vinto anche un paio di titoli.

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