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Il Calcio Racconta

29 giugno 1969 – La Roma si aggiudica la Coppa Italia. Il ricordo di Ginulfi a GliEroidelCalcio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La Coppa Italia 1968-1969 è l’edizione numero ventidue della manifestazione calcistica, che ha inizio l’8 settembre 1968, e che si chiude il 29 giugno 1969. A vincere il trofeo, al suo secondo titolo dopo quello del 1963/64, è la Roma di Helenio Herrera. Oggi ricorrono esattamente cinquant’anni da quell’affermazione, e vogliamo rivivere quella giornata, ed il cammino intrapreso dai giallorossi per arrivarci. I ricordi di quella manifestazione sono ancora più vividi, grazie alla testimonianza di uno dei protagonisti assoluti di quella vittoria, che risponde al nome di Alberto Ginulfi, estremo difensore della squadra giallorossa in quegli anni, che ha accettato di condividere con noi alcuni di quei momenti, da lui vissuti in prima persona.

La formula della Coppa Italia, nuova rispetto al passato, fa discutere per via dello scarso fascino che riesce a suscitare nei confronti del grande pubblico: vede la partecipazione delle sedici formazioni di Serie A e delle venti di Serie B, tutte suddivise in nove gironi da quattro, con le squadre che si affrontano in scontri diretti di sola andata. Tra le prime classificate dei gironi, la squadra con il minor di numero di punti e, in caso di parità, la peggiore differenza reti, viene esclusa (questa innovazione, alquanto impopolare, viene, addirittura, eliminata già nell’edizione successiva), mentre, le altre otto, si affrontano nei quarti di finale ad eliminazione diretta, con incontri di andata e ritorno. Le quattro vincenti, danno quindi vita al girone finale all’italiana, con incontri di andata e ritorno.

Anche in questa edizione, così come la precedente e la successiva, non ha luogo una vera e propria finale del torneo (assente, anche, un cerimoniale con la consegna della coppa), altro elemento che determina scarso feeling, da parte dei tifosi, nei confronti della competizione.

Il successo della Roma parte da lontano, sicuramente dal momento della scelta del tecnico che siede in panchina in quella stagione. I giallorossi, come anticipato, non hanno al timone un condottiero qualunque, ma uno dei più vincenti che si trovano su piazza. Il mago Helenio Herrera è alla sua prima stagione sulla panchina romanista, dopo un meraviglioso periodo trascorso all’Internazionale, dove vince, tra le altre cose, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali consecutive. Roma non è però Milano, la squadra giallorossa non è al livello tecnico di quella interista, la piazza è passionale e poco abituata alla vittoria, insomma, per il tecnico argentino, non è impresa agevole riportare il successo nella capitale.

Le cose non iniziano nel migliore dei modi: i rapporti col grande, vecchio, capitano, Giacomo Losi s’incrinano subito, e l’allenatore di Buenos Aires non tentenna nel metterlo ai margini del progetto tecnico, dopo poche giornate di campionato. Proprio in questa circostanza, termina, di fatto, la storia di Losi in giallorosso, che rimane talmente deluso dalle circostanze, da smettere con il calcio giocato, quello che conta. Lo stesso Ginulfi, parlando del rapporto tra il tecnico argentino e il capitano giallorosso, ci rivela: “L’atteggiamento di Herrera nei confronti di Losi è era molto duro, e poco rispettoso della gloriosa storia di Giacomo”.

Inoltre, il cammino della Roma in campionato non è di sicuro positivo, alla fine della stagione 1968/69 Herrera chiude con un anonimo ottavo posto e, l’unica speranza di raddrizzare un’annata fino a quel momento del tutto deludente, è un successo nella Coppa Italia.

Oggi la nostra coppa nazionale è una competizione bistrattata, “… ma, a quel tempo, molto ambita, perché, oltre ad assicurare un trofeo importante in bacheca, permette di accedere ad una delle competizioni europee più prestigiose, la Coppa delle Coppe”, ci dice Ginulfi, “Si poteva giocare in Europa, vincendo il campionato o la Coppa Italia, non c’erano altre strade, per questo era considerata una competizione molto importante”.

Il cammino degli uomini di Herrera in Coppa Italia inizia, al primo turno, con i cugini della Lazio che vengono superati, con il minimo sforzo, grazie ad una rete messa a segno dal difensore Ferrari, mentre nel turno successivo è soltanto un sorteggio favorevole a regalare ai giallorossi, a Ferrara contro la Spal, il passaggio al turno successivo dopo una partita chiusa a reti inviolate. Agli ottavi di finale i giallorossi espugnano Bologna con un perentorio 0-3 (doppio Peirò e Cordova). Come anticipato, arrivati ai quarti di finale gli incontri, seppur rimanendo ad eliminazione diretta, prevedono le gare di andata e ritorno e in questa circostanza la Roma affronta il Brescia perdendo 1-0 fuori casa ma ribaltando il risultato, all’Olimpico, anche qui con un netto 3-0 (Capello, Cordova e Scaratti i marcatori). Da ricordare, che qualche giorno prima della partita di andata col Brescia, muore tragicamente, come ricorda anche Ginulfi con voce tremula, il povero Giuliano Taccola, venticinquenne astro nascente del calcio italiano del tempo: “Giuliano fu colto da un malore nello spogliatoio dello stadio di Cagliari, quando scese a complimentarsi con noi compagni, dopo avere assistito alla partita dalle tribuna, proprio a causa di alcuni problemi di salute, che gli impedirono di essere a disposizione dell’allenatore. Io stesso, provai disperatamente a salvarlo con una respirazione bocca a bocca, ma fu purtroppo inutile”… Brividi!

I ragazzi di Herrera approdano quindi al girone finale all’italiana dove trovano temibili avversari come Cagliari, Foggia e Torino. Le partite si svolgono tutte nel corso del giugno 1969.

“L’avversario più forte”, ci racconta ancora, l’ex numero uno giallorosso, “è di sicuro il Cagliari di Gigi Riva che, chiuso il campionato al secondo posto, alle spalle della Fiorentina, si laurea poi, l’anno dopo, Campione d’Italia”.

Il 14 settembre 1968, in un’intervista concessa al grandissimo giornalista Ezio De Cesari, il mago Herrera (sennò perché chiamarlo in questo modo?) preconizza la vittoria della Roma in Coppa Italia quando in pochi scommettono su questo successo. Herrera sa benissimo che la Roma non è la squadra più forte del torneo, ma mette mano alla squadra, alla sua maniera, trasmettendo la cultura del lavoro e del sacrificio. Nella filosofia trasmessa dal mister ai giocatori, il fiato, l’aggressività, il collettivo, prendono il posto di schemi poco concreti e di forti individualità.

La spinta psicologica di Herrera trascina, quindi, una squadra, seppure inferiore tecnicamente, alla conquista di una vittoria insperata. Il cammino della Roma è trionfale e trasuda la mentalità “bunker” del tecnico argentino: prima non prenderle e poi, semmai, esporsi.

La prima partita del girone finale è proprio col quotatissimo Cagliari, e la Roma, in casa, non va oltre un risultato di pareggio (1-1). Nel secondo turno, sempre all’Olimpico, arriva l’emergente squadra cadetta del Foggia, che non può nulla, però, quel giorno contro la Roma; la partita termina con un perentorio 3-0 che porta la firma, tra gli altri, del fortissimo Peirò (che diventa, dietro Gigi Riva, capocannoniere della manifestazione). La partita successiva è col Torino, dove la Roma trova, dopo un’accesa contesa, un bel pareggio (2-2), che rappresenta un ottimo viatico, in vista del ritorno a Cagliari. Nel capoluogo sardo sale in cattedra ancora un volta lo spagnolo Peirò, che, trasformando due rigori, rende vana la rete messa a segno dal campionissimo Riva. Nel penultimo turno la Roma gioca in casa col Torino e impatta per zero a zero.

Rimane l’ultimo atto, quello decisivo, la partita di Foggia, con la sorprendente squadra pugliese allenata dal grande Tommaso Maestrelli. Alberto Ginulfi ci descrive il clima che si respira quel giorno, anche se pochi dubbi avevamo in merito: “Lo stadio, un catino, era molto caloroso, il pubblico vicinissimo, insomma una vera e propria bolgia”. Le affermazioni dell’ex portiere romanista, sono avvalorate da un divertente episodio che avviene, quando dalle tribune dello Zaccheria, un tifoso rossonero lancia una scarpa (!) verso mister Herrera, che poi, sdrammatizza, e ci scherza su: “non andava bene per me, io porto il 43”.

La Roma vince la partita, apparentemente in modo agevole, e il Corriere dello Sport, il giorno successivo, celebra i protagonisti della vittoria, con un articolo a firma Ezio De Cesari: “Capello, Peirò e Ginulfi campioni dei campioni”. Come non condividere quanto scritto dalla nobile penna di De Cesari? Sono, infatti, proprio loro, i protagonisti di quel memorabile 29 giugno 1969.

La Roma è avanti per uno a zero, proprio grazie ad un goal messo a segno dal “giocoliere” Capello al 14mo minuto, che poi raddoppia ad inizio ripresa. Il timbro decisivo sulla partita, viene posto dal talentuoso Peirò, la cui segnatura, viene descritta, come un vero e proprio capolavoro, da Ginulfi: “Peirò fece una palombella favolosa …”. De Cesari dipinge, invece, il goal del fantasista giallorosso con più dovizia di particolari: “Lo spagnolo si sposta tutto sulla sinistra, e mentre i rossoneri aspettano il cross, calcia da fermo ad effetto una palla, che rimbalza sul palo opposto, e si infila in porta, con i foggiani sorpresi e sbalorditi”.   

Menzione particolare poi, proprio per il nostro interlocutore di eccezione, Alberto Ginulfi, eroe silenzioso, che conquista, anch’egli, la ribalta (proprio da quella stagione, diventa punto fermo della Roma, subentrando al precedente titolare Pizzaballa). Un protagonista assoluto che, nel primo tempo, sul risultato di 1-0 per la Roma, dopo una serie di ottime parate, confeziona un vero e proprio miracolo, salvando sul foggiano Rolla un goal ormai fatto.

Anche se nel nostro colloquio lui non vuole farlo intendere, denotando l’umiltà dei grandi, e spostando l’attenzione, dalla sua sontuosa prestazione, alla bellezza del goal di Peirò, “Si va bene ho fatto una bella annata, in quel periodo ero particolarmente in forma, ma quella palombella …” abbiamo, comunque, capito che, in quel periodo, la Roma poteva vantarsi di essere forte, anche perché la sua porta era difesa da Ginulfi, da un grande uomo, prima ancora che da un grande portiere.

Un uomo che amava, ed ama ancora, i colori giallorossi, in maniera viscerale. Grazie Alberto, ci mancano tanto gli uomini come te.

La formazione della Roma in posa con la Coppa Renato Dall’Ara e la Coppa Italia 1968-1969

Innamorato del calcio, tifoso della Roma e di professione bancario. Sono qui perché mi hanno sempre appassionato il giornalismo e la scrittura. Ad maiora.

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Loris Boni ricorda Carlo Petrini

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Un post su Facebook di Loris Boni di qualche giorno fa conteneva una foto che ritraeva Boni stesso insieme a Carlo Petrini. Un pensiero accompagnava l’immagine:

“Ciao Carlo… non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava, io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …“, segue un cuore rosso.

Il post ci emoziona subito, ci incuriosisce e ci mettiamo in contatto quindi con Loris Boni: un messaggio, un appuntamento e infine la telefonata. L’ex calciatore è sempre molto gentile e disponibile. Cominciamo analizzando la foto… “Siamo al Centro Medico Sportivo dell’Acqua Acetosa a Roma, stiamo facendo le visite mediche. Siamo entrambi appena arrivati nella capitale. È l’estate del 1975”, ci dice l’ex calciatore.

Un mercato, quello a tinte giallorosse, i cui acquisti quell’anno sono proprio solo Boni e Petrini, gli unici indispensabili per la dirigenza giallorossa per ripetere l’exploit del terzo posto della stagione precedente. Purtroppo non sarà così…

Torniamo al post e alle frasi che lo compongono, facendocele spiegare da Boni…

 … “…non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere…”…

“Vero… ha detto e raccontato cose che nel mondo del calcio dicevano in tanti, cose che si sentivano in sottofondo. Questo non significa che io o i miei compagni nelle varie squadre in cui ho giocato facevamo uso di sostanze strane. Ma in un calcio come quello dell’epoca c’era molta “ignoranza” da parte di noi stessi calciatori. Spesso non si chiedeva nemmeno ciò che ci veniva dato. E in questo modo era facile dare “qualcosa” a qualcuno senza che se ne accorgesse nemmeno.”

… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava…

“In molti, quando ha trattato determinati argomenti, quelli scottanti come anche il calcio scommesse, gli davano ragione in privato salvo defilarsi poi in pubblico.

…io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …

“Abbiamo avuto un buon rapporto, nel nostro unico anno insieme a Roma. Poi siamo rimasti in contatto. Ho seguito le sue vicissitudini, mi hanno fatto stare male. Anche dal suo esilio forzato mi chiamava e mi diceva della sua sofferenza, per la famiglia e i figli. Forse questo il mio rammarico, non averlo potuto aiutare in un momento delicato della sua vita. Era lontano da me e da tutti”.

Loris Boni si ferma, prende tempo… poi riprende, forse con più malinconia… ”Carlo è stato un uomo che ha sofferto molto. Pensate solo la sua non presenza al funerale del figlio Diego… Avrà fatto degli errori, avrà sbagliato … ma ha sofferto le pene dell’inferno”.

Diego, “Quel figlio che oggi è rimasto dentro di me come un coltello piantato”, si legge sul libro di Petrini “Nel fango del Dio pallone”.

C’è poi, ovviamente, il calciatore Petrini… “Liedholm credeva molto in lui, lo curava in maniera molto particolare durante gli allenamenti. Un giocatore dal fisico pauroso, statuario. Buon mancino, grande colpitore di testa, generoso. Correva molto e sbagliava anche molto. Ricordo quel Roma Sampdoria (n.d.r. 14 dicembre 1975) in cui si rese protagonista di un gesto rimasto nella storia: dopo essersi “mangiato” una serie di gol più o meno facili, guadagnò il centro del campo per chiedere scusa a tutto lo stadio. Poco dopo segnò il gol vittoria”.

Loris Boni si fa più serio e prima di congedarci esclama: “Carlo, stiamo più vicini… Questo gli direi se fosse ora qui”.    

 

                  

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11 novembre 1984 – Il pallone d’oro bavarese e le streghe bianconere

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GLIEROIDELCALCIO.COM  (Luca Negro) – 11 Novembre, una data che a Torino, sede Juventus, viene marchiata, cerchiata con un pennarello nero, sul calendario. Una data da narrare e tramandare. Data in cui per la “signora” ci sono streghe ad accoglierla. E quel giorno di 35 anni fa, l’11 novembre 1984, fu realmente profetico. Vuoi la superstizione. Vuoi perché solo 5 anni prima, nel 1979, l’11 novembre, aveva visto i bianconeri, crollare a Milano, nel 142° incontro ufficiale contro l’Internazionale, sotto i colpi di uno scatenato Alessandro Altobelli, autore di una tripletta, nel 4-0 in favore dei nerazzurri, allenati da Eugenio Bersellini, nell’ormai famoso “derby d’Italia”, così come il giornalista Gianni Brera, ribattezzò, nel 1967, l’epico scontro fra le due rivali più titolate d’Italia. Vuoi per il difficile momento in un campionato fra i più competitivi e spettacolari di sempre, in cui l’Hellas Verona, l’allegra compagine allenata da Osvaldo Bagnoli, raccoglieva, giornata dopo giornata, la consapevolezza della propria forza, nel campionato che sarà ricordato come quello del sorteggio integrale degli arbitri. Una consapevolezza gialloblu che nulla sarebbe stato impossibile e che la vittoria finale non poteva e non doveva essere solo una chimera o una semplice utopia. La consapevolezza resa tale e maggiore, giornata dopo giornata, anche per il ritardo in classifica della Juventus campione d’Italia, la corazzata allenata da Trapattoni che poteva contare, oltre a “Le Roi” Michel Platini, allo zoccolo duro della nazionale italiana di calcio. Già, la Juve del Trap, che quell’11 novembre 1984, nel 156° derby d’Italia, si apprestava a rivedere nuovamente le streghe, proprio come 5 anni prima. Non si può nemmeno dire che la vigilia di quell’ottava giornata del campionato di serie A 84-85, fosse facile per i nerazzurri. La sosta aveva solo in minima parte alleviato il trauma della sconfitta patita nel derby col Milan del 28 ottobre. Il volo di Mark Hateley, oltre a scuotere i pilastri del cielo e fatto vibrare i cuori dei tifosi rossoneri, aveva tolto sicurezze all’ambiente interista, che l’esperienza e la classe degli ultimi arrivati, Brady, Causio e soprattutto, Rummenigge, avevano infuso. Pareggiando con la Roma, alla settima giornata, la Juventus, aveva raggiunto in classifica proprio i nerazzurri, sconfitti nel derby e le due squadre, erano appaiate con 8 punti, in netto ritardo in classifica. 4 punti di distacco dal Verona capolista, ma ciò che preoccupava maggiormente, erano le tante squadre avanti. Torino, Milan, Fiorentina e la sorprendente Sampdoria, che, ancora non sapeva, avrebbe iniziato un ciclo. Insomma, la sensazione, alla vigilia di quel derby d’Italia, era che si trattasse di un drammatico spareggio e che, probabilmente, avrebbe prevalso la paura di perdere. Il pubblico era quello delle grandi occasioni e San Siro, “la scala del calcio”, lo stadio intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, ancora una volta, un luogo magico. Subito si ebbe la sensazione che i padroni di casa, allenati da Ilario Castagner, non solo stessero meglio fisicamente, ma che fossero anche meglio disposti tatticamente. Dopo una brevissima fase iniziale di studio, l’Inter accelerò, trovando già dopo 10 minuti la svolta del match in una azione sulla corsia di sinistra. Una iniziativa di Riccardo Ferri venne interrotta dalla difesa bianconera, pallone a Mandorlini, cross perfetto al centro della area di rigore della Juventus, dove svettò in solitudine Rummenigge. Sul pallone intervenne goffamente Stefano Tacconi smanacciando e trasformando la traiettoria della sfera in una palombella che beffardamente si insaccò alle sue spalle. Primo gol nel campionato italiano per il tedesco, fino a quel momento a secco e ferito nell’orgoglio dal post derby di un paio di settimane prima e dal confronto della stampa col ben più prolifico rendimento, fino a quel momento, di Mark “Attila” Hateley, che avrebbe iniziato, invece, proprio quel giorno, una lunga astinenza dal gol. Dopo una decina di minuti, la Juventus, che già doveva rinunciare a Boniek, dovette fare a meno anche di Paolo Rossi a causa di un infortunio muscolare. Entrò in campo il 22enne Giovanni Koetting, prodotto del vivaio bianconero.

Al 31° minuto, Mandorlini, fin lì davvero devastante sulla sinistra, dopo aver saltato Tardelli, venne colpito in pieno volto da un calcio, un pericoloso intervento dello stesso giocatore della Juventus vicino al vertice sinistro dell’area di rigore bianconera. Esecuzione affidata all’ex Liam Brady. Traiettoria uncinata al centro dell’area di rigore e difesa della Juventus ancora impreparata e disordinata. Stacco aereo solitario di Riccardo Ferri e palla in rete per il 2-0. Anche per lui fu il primo centro in quel campionato. Juventus alle corde, Inter che fino all’Intervallo dosò le forze controllando comodamente il match. Trap furioso coi suoi all’intervallo. La reazione bianconera però fu disordinata e impacciata. Emotiva e poco ragionata di una squadra, in cerca di Platini, ma senza trovarlo. I tanti passaggi sbagliati su quel campo appesantito e i tanti errori tecnici, trovavano sempre puntualmente e rapidamente i nerazzurri, pronti a ripartire in contropiede. Come cinque minuti dopo l’intervallo, quando Bonini perse palla al limite dell’area di rigore nerazzurra, innescando una incredibile superiorità numerica 4 contro 2 da parte della “beneamata”. Palla a Bergomi per la finalizzazione e miracoloso intervento in uscita di Tacconi sulla conclusione. Poi ancora serpentina di Liam Brady sulla fascia sinistra e palla a Beppe Baresi, clamorosamente lasciato solo al limite dell’area di rigore bianconera, conclusione potente e angolata sulla quale Stefano Tacconi fu ancora prodigioso. Finalmente si vide anche Walter Zenga, impegnato ad anticipare in uscita Koetting sul cross basso dalla sinistra di Antonio Cabrini. Poco dopo, Liam Brady fu pronto a battere un calcio d’angolo battuto alla destra del fronte d’attacco nerazzurro. Ma il suo piede vellutato anziché scodellare al centro, servì la corrente Giuseppe Baresi, che mise al centro dell’area di rigore juventina, un pallone teso e spiovente che trovò pronto all’incornata Fulvio Collovati, nell’occasione, ad anticipare Koetting. Pallone fuori di poco. Difesa della Juventus in bambola e incapace di contrastare la potenza dei nerazzurri nel gioco aereo. Massimo Bonini naufragava a centrocampo, incapace di fare filtro. La superiorità dell’Inter si palesò muscolarmente oltre che tecnicamente e l’attacco, orfano dei titolari, affidato all’ingabbiato Platini, era praticamente nullo. Tacconi, ultimo baluardo, cercò disperatamente di contenere, ancora su Rummenigge e poi Altobelli. Dopo 70 minuti di gioco la rifinì con Prandelli per la testa di Platini da circa dodici metri dalla porta difesa da Zenga. Ma l’azione più pericolosa da parte dei bianconeri terminò col pallone sopra la traversa di oltre un metro. Al 74° minuto Tacconi, ancora protagonista, sventò in angolo su Altobelli, elegante nel finalizzare una bella azione iniziata da Baresi e Marini. Sugli sviluppi del corner battuto da Brady, difesa juventina ancora impreparata. Favero inerme dinanzi allo stacco aereo di Fulvio Collovati, che trovò pallone e “sette” alla sinistra della porta difesa da Tacconi per il 3-0. A quel punto l’Inter si rilassò e la Juventus, ferita nell’orgoglio affidò il suo desiderio di rivalsa, prima a Platini, che sparò ancora alto da circa venti metri dalla porta interista e poi a Bonini, che impegnò Zenga, ben piazzato nella circostanza, all’intervento, dopo essere stato splendidamente imbeccato da una idea di Le Roi Michel. Il tempo passava, il termine gara si avvicinava e con esso la sconfitta bianconera. L’Inter, forse troppo sicura di sé, continuò a concedere metri e spazi alla riscossa della Juventus, infervorata dai fischi e dalle grida di un Trapattoni mai rassegnato. Ma quando anche una punizione capolavoro di Platini, trovò pronto a volare il “deltaplano” Zenga, pronto a togliere un pallone dall’incrocio alla sua sinistra, la Juve si esaurì, accettando il destino. Dopo l’ingresso in campo di Pasinato al posto di un bravissimo Riccardo Ferri, pronto a riscuotere gli applausi del suo pubblico, la partita sembrava non avesse più nulla da raccontare se non il triplice fischio. Ma all’88° minuto Brady andò ad anticipare Bonini sulla trequarti nerazzurra pallone a Pasinato che iniziò una prepotente corsa verso l’area di rigore juventina servendo poi Rummenigge sul vertice destro. Violento diagonale del tedesco sul quale Tacconi non riuscì a imporsi e palla in rete per il 4-0, il medesimo punteggio di 5 anni prima. Dopo 5 anni le streghe erano tornate a materializzare i più terribili incubi dei bianconeri. 4-0 che non sarebbe mutato fino alla fine, in una data, l’11 novembre, che al pronunciarlo, a Torino, rievoca gli inferi, nella Milano sponda nerazzurra, risuona come un coro d’angeli. E certamente quell’11 novembre 1984 fu il giorno di Karl-Heinz Rummenigge, che coi primi gol nel campionato italiano, scacciò la crisi e quelle ironie sul suo conto. Tornò ad essere il pallone d’oro, alzato due volte consecutive nell’80 e 81, cestinando le maligne definizioni che fin lì qualcuno fra la stampa, volle affibbiargli.

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9 novembre 1974 – Nasce “Pinturicchio” Del Piero.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Bernardino di Betto era un pittore raffinato, ma anche un uomo straordinariamente esile, particolare. Come il suo soprannome: PINTURICCHIO, quel nomignolo che gli avevano dato gli altri che lo vedevano gracile e che impazzivano nel vedere le sue pitture, i suoi meravigliosi affreschi. Era così unico e bravo Pinturicchio, che Papa Innocenzo VIII nel 1484 lo volle con sé in Vaticano. Doveva poetizzare tutto, fosse anche l’ordinario.

Solo un uomo dalla grandissima cultura come Gianni Agnelli poteva dare un soprannome del genere ad Alessandro Del Piero, che fin dall’inizio della sua avventura bianconera è stato chiamato a pennellare giocate ed a creare arte a modo suo.

Alessandro Del Piero nasce il 9 novembre 1974 a Conegliano Veneto (TV). Molto legato alla madre Bruna, perse il papà quando era all’apice della sua carriera.

Già da giovanissimo, ha dimostrato eleganza e classe e quel modo imperturbabile di affrontare i campi da gioco che nascondeva una grande sensibilità umana e una rigorosa correttezza.

Inizia a giocare per il San Vendemiano, per poi passare ad una categoria superiore con il Conegliano. Agli esordi, la mamma sperava facesse il portiere, per evitare infortuni, ma per fortuna il fratello Stefano, fece notare a tutti le sue grandi capacità in attacco.

Nel 1991 si trasferisce a Padova, dove esordisce mettendosi in luce grazie al suo indiscutibile talento, passando in quattro anni dalla primavera della squadra veneta, alla ribalta del calcio professionistico.

Proprio in quel periodo infatti, molti club importanti della massima serie se lo contendono, ma solo Milan e Juventus arrivano alla trattativa finale.

Grazie all’intercessione del direttore sportivo del Padova, Piero Aggradi, Alex viene ceduto alla Juventus, la quale ritiene il ragazzo degno sostituto di Roberto Baggio. Scelta che poi, quando quest’ultimo passerà al Milan, si rivelerà perfetta per la squadra bianco nera.

Nel frattempo, il giovane Alex, verrà convocato nella Nazionale Under 21 di Cesare Maldini e con la quale godrà dei successi europei del 1994 e del 1996.

A una settimana dall’esordio in campionato, realizzò il suo primo gol in bianconero, in Juventus – Reggiana, firmando il 4-0 finale.

È nel 1995 però che nasce qualcosa di unico e indimenticabile, il “goal alla Del Piero”: un aggancio ai limiti dell’area di rigore, una mattonella defilata sulla sinistra del campo, finta per lasciare sul posto il difensore e destro a giro a scavalcare il portiere per poi finire inesorabilmente sotto l’incrocio dei pali. Il secondo palo, quello più lontano, ovviamente. Esattamente ventiquattro anni fa Pinturicchio esportava questo gesto calcistico unico nel suo genere, nel prestigioso palcoscenico della Champions in un Borussia Dortmund-Juventus 1-3, rimasto nella storia.

Quello fu solo il più famoso di una serie di “gol alla Del Piero”. Già un anno prima, infatti, nelle sfide di Serie A contro il Napoli e la Lazio, aveva portato alla vittoria la Juve con la stessa prodezza, al San Paolo e all’Olimpico. Tra gli altri “gol alla Del Piero” non possiamo dimenticare quello contro lo Steaua Bucarest, sempre nella stagione 1995/1996 per i colori bianconeri – e quello realizzato in campionato contro il Verona nel dicembre 1996.

È l’8 novembre 1998, giorno prima del suo 24esimo compleanno e nell’apice della sua carriera, che durante la partita Udinese – Juventus, subisce un grave infortunio riportando una grave lesione ai legamenti del ginocchio destro. Il recupero sarà lungo e doloroso e soprattutto coincidente con un calo della prestazione sportiva. La Juve chiuderà l’anno infatti con un deludente settimo posto. Nonostante questo Lippi, allora allenatore della Juventus, continua a ritenerlo punto di riferimento per le ambizioni del club.

Infatti, dopo 9 mesi di stop, torna in campo dimostrando di essere ancora il campione di sempre.

Gli anni d’oro con la Juventus iniziano nel 1995 riuscendo nell’impresa scudetto, Coppa Italia e Supercoppa di Lega, mentre nel 1996 arriva anche la Champions League, la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale.

Anche Zoff prima e Trapattoni poi, in qualità di allenatori della nazionale, non hanno mai potuto prescindere da Alessandro Del Piero nelle loro formazioni. Nel campionato 2000/2001 vinto dalla Roma dopo un lungo testa a testa, Alex subisce un nuovo infortunio e un nuovo stop di un mese e, nonostante la morte del padre e le voci che lo davano per finito, Pinturicchio rientra e, con una prodezza a Bari, il campionato 2001/2002 lo vede in grande forma leader indiscusso della Vecchia Signora, orfana di Zidane trasferito al Real Madrid.

Ai mondiali di Germania 2006 Del Piero realizza un sogno, in semifinale contro la Germania segna il gol del 2-0 all’ultimo secondo dei supplementari; scende in campo poi alla fine di Italia-Francia; calcia e segna uno dei rigori che coroneranno l’Italia campione del mondo per la quarta volta nella sua storia.

L’amore per la Juventus è più forte di qualsiasi cosa, anche dell’ingaggio e non abbandona la Vecchia Signora, neanche negli anni della B, dimostrando talento anche nell’animo, oltre che nella testa e nei piedi.

Alla fine del campionato 2011/2012 sembra intenzionato a terminare la sua carriera, ma a sorpresa, nel settembre 2012 decide di continuare a calcare i campi di gioco anche se dall’altra parte del globo: dopo 19 anni con la Juventus la sua nuova squadra è quella del Sidney, in Australia, dove lo attende la sua maglia numero 10. Resterà nel club fino al

2014, quando in agosto firma un contratto di una stagione con il Delhi Dynamos che milita nel nuovo campionato dell’Indian Super League.

Segna il suo primo e unico gol il 9 dicembre. Termina il campionato al quinto posto, con all’attivo 10 presenze, chiudendo qui la sua attività agonistica.

Tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili, Del Piero ha giocato 897 partite segnando 359 reti, con una media di 0,40 gol a partita.

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