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Calcio, Arte & Società

Calcio moderno, debito antico

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – E’ finito ieri, 30 giugno, l’incubo di molti tifosi italiani. Con la chiusura del bilancio di esercizio e la determinazione del risultato economico della passata stagione, molte squadre di serie A possono finalmente volgersi al calciomercato non solo per trovare ricavi che soddisfino le esigenze di cassa, ma anche per dare corpo ai loro progetti sportivi per il futuro aprendo il mercato in entrata.

A questo punto verrebbe da chiedersi, da quando il tifoso italiano è entrato in questa ottica economica del divenire? Le danze sembrano aperte in campo internazionale con l’introduzione nel 2009 del Financial Fair Play, un progetto introdotto dal comitato esecutivo UEFA che mira a far estinguere i debiti contratti dalle società calcistiche inducendole nel lungo periodo ad un auto-sostentamento finanziario.

In Italia queste regole sono state recepite in pieno dalla FIGC che ha previsto dalla stagione 2018-2019 l’obbligo dei conti in pareggio per i club del massimo campionato. Per alcune società calcistiche poi, pesano anche i requisiti di oculatezza e trasparenza economica e le maggiori restrizioni imposte alle società quotate nel mercato finanziario. Roma, ad esempio, è protagonista dell’unico derby cittadino in Borsa, una circostanza che fa in modo che le “vittorie” si misurino anche in termini di guadagno del titolo e che le rispettive dirigenze impostino ogni anno uno stretto equilibrio tra ricavi e costi per programmare al meglio la stagione sportiva. “Follie del calcio moderno” diranno i calciofili disgustati dall’idea dell’emergere della figura del tifoso commercialista; ma non è proprio così. La storia degli esordi delle compagini capitoline ci racconta come la gestione dei debiti delle società sportive sia sempre stata una chiave di lettura essenziale del calcio: fu infatti una storia di debiti, o buffi se detti alla romana, a tenere distinte Lazio e Roma, contraddicendo alla massima di Tolstoj che recita che “il denaro a quanto pare è solo una schiavitù moderna”. Un “buffo” mantenne quindi l’esistenza della più calda rivalità stracittadina della nostra serie A.

Per capire quest’intricata faccenda finanziaria bisogna dapprima capirne il contesto. Alla fine degli anni 1920 il divario tra le squadre del Nord Italia e quelle del Centro-Sud è larghissimo. Il calcio romano degli inizi ‘900 vede formarsi tante piccole squadre “di quartiere” sul modello di Londra. L’idea non nuova di creare a Roma una sola squadra maggiormente competitiva si tramuta in esigenza con l’imminente creazione del campionato a girone unico.

L’Alba Roma, il Roman e la Fortitudo trovano quindi l’accordo per associarsi in un’unica società, sotto la supervisione del segretario della federazione romana del PNF Italo Foschi, all’epoca anche membro del CONI e dirigente della Fortitudo, nonché futuro presidente romanista. Precedentemente i tre club che diedero vita alla Roma sono riusciti a conquistare 7 dei 10 Campionati Laziali disputati in seno alla massima divisione della FIGC. Resta fuori la Lazio, protagonista indiscussa del calcio capitolino del primo ventennio del ‘900, esempio societario e sportivo per le altre squadre della Città Eterna.

Ma qual è il motivo di tale esclusione eccellente? In molti dicono che la pietra dello scandalo fosse la scelta del nome Roma per la nuova squadra in aggiunta all’assegnazione dei colori del Roman, cioè il giallo e il rosso, che rappresentavano i colori del gonfalone del Campidoglio: si racconta inoltre che la Lazio non volesse rinunciare nella fusione al titolo di ente morale ottenuto nel 1921, né alla sua storia e ai suoi colori. Ma la realtà dei fatti, se osservata con attenzione, sembra più complicata.

Il presidente laziale, il console Giorgio Vaccaro spingeva orgogliosamente affinché il nome fosse Lazio-Fortitudo (dall’unione delle squadre maggiormente rappresentative). A dividere i due presidenti c’erano però a latere profonde rivalità politiche: Vaccaro era un piemontese arrivato da poco a Roma che aveva scelto la Lazio come base per le sue operazioni politico-sportive. In quei giorni lo sport stava diventando iper-politico, un terreno di scontro tra i gerarchi che volevano mettersi in mostra. Vaccaro, appartenendo alla milizia, vedeva come il fumo negli occhi un tipo come Foschi, che proveniva dalle file del nazionalismo, un fascista borghese di quelli che avevano messo il colletto inamidato riponendo nell’armadio il fervore squadrista.

Sebbene le trattative sulle questioni identitarie e politiche trovarono spiragli di risoluzione già dalle prime riunioni tra il giugno e l’agosto 1926 con l’introduzione della riforma imposta dalla “Carta di Viareggio” che rivoluzionava completamente i ranghi della stagione calcistica 1926-27, furono altre le questioni che risultarono dirimenti al fallimento delle trattative. E, come detto, furono motivazioni economiche.

Già nei primi di settembre del 1926, Foschi tornò alla carica per unire la Lazio ad un sodalizio che a lui stava molto caro: il Football Club di Roma o Roman del quartiere Parioli. L’obbiettivo era quello di formare una società sportiva più solida dal punto di vista economico (sarebbero arrivati i soldi dei “finanzieri” del Roman) ed una squadra più valida per affrontare il girone meridionale della Prima Divisione. La Lazio però non sembrò al momento interessata. I biancocelesti che a seguito di vicissitudini economiche avevano perso da qualche mese l’anima della squadra, quel Fulvio Bernardini poi bandiera romanista, stavano vedendo ripagato il loro maggiore investimento con l’apertura del nuovo “stadio”, ovvero il Campo della Rondinella da 15.000 posti definito entusiasticamente “il migliore campo da Bologna in giù attrezzato per grandi partite internazionali”.

Dopo i primi incontri informali di metà maggio, nel quale si erano avviate le trattative senza entrare nei particolari, il 3 giugno 1927 ci fu un secondo incontro tra le società. Dalle testimonianze di importanti storici dell’argomento si riporta che in questa occasione, emersero appunto questioni economiche difficili da sanare. Tutto fu rimandato ad una riunione fissata per il 6 giugno sera, questa volta nella sede della Lazio e con la partecipazione di alcuni rappresentanti della Fortitudo-ProRoma, riunione che però divenne la ratifica formale di una mancanza di volontà di addivenire a un accordo già di per sé conclamata. Il lunedì 6 giugno, in una fredda seduta a via Tacito 43, Vaccaro offerse una transazione finanziaria inaccettabile per l’Alba- Audace e la Fortitudo-Pro Roma, provocando il ritiro dalle trattative del legale del sodalizio biancorosso-blu. Secondo il verbale originale della seduta, alla base del contrasto ci fu una capziosa valutazione del riconoscimento dei debiti della Fortitudo a fronte di quelli della Lazio. In altre parole: la Lazio impose la richiesta di sistemare il proprio passivo (il riconoscimento integrale del debito ammontava in complessive lire 200.000, poco più di 165.000 euro odierni) in una maniera tale che non consentiva di liquidare i debiti dell’Alba. La Fortitudo, che a quel punto si muoveva di concerto con l’Alba, non acconsentì alle richieste della controparte.

Italo Foschi allora, in fretta e furia, mise in atto il piano di riserva, quello che prevedeva l’entrata in gioco del Football Club di Roma, l’aristocratico sodalizio pariolino. Il “Roman” doveva garantire l’operazione dal punto di vista finanziario, dato che per varare la “Roma” occorreva liquidare i debiti consolidati dell’Alba-Audace e della Fortitudo-Pro Roma. I “romanisti” vantavano nelle loro file Renato Sacerdoti, rampollo di una dinastia di operatori di borsa che aveva saputo coinvolgere molti agenti di cambio nella febbre del football. La nuova società capitolina quindi nasceva e il Roman, ne forniva l’assetto direttivo, la lussuosa sede fornita di segreteria in via Uffici del Vicario 35 e un manipolo di giocatori. L’Alba donava la rosa dei calciatori, altri dirigenti e il prezioso campo dell’Appio. La Fortitudo-Pro Roma concedeva gli organici della sezione calcio, alcuni dirigenti e le valide sezioni ciclistica e atletica. Fu riproposta la tenuta del Roman anche per motivi pratici: il magazzino del Roman era di gran lunga il più fornito.

Nei giorni immediatamente successivi il presidente biancoceleste, Giorgio Vaccaro attaccò duramente il neo presidente romanista, avvalorando la versione dei fatti pro domo sua: era stata la Fortitudo-Pro Roma, e non la Lazio, a far fallire l’operazione. Il ravvedimento non era da rintracciare nella compagine laziale, in quanto il riconoscimento dei debiti nella forma proposta dalla Lazio era stato posto sul piatto “al preciso e solo scopo di non creare un nuovo organismo che iniziasse la sua attività con un passivo ingentissimo”.  Nell’intervista fiume del presidente biancoceleste a “Il Tevere” del 15 giugno 1927 Vaccaro ribadisce appunto che la fusione delle formazioni capitoline “rimase senza conclusione non per volontà della Lazio” e che “la questione del nome (come del simbolo e dei colori, ndr) non fu neppure levata, perché le trattative caddero sulla questione finanziaria per la quale i dirigenti della Fortitudo avevano chiesto la precedenza.”.

Se la lettura attenta delle vicende costitutive del calcio romano ci riporta una storia meno romantica di quanto avremmo voluto immaginare del calcio dei primordi, l’occasione può essere ghiotta per rivalutare con la giusta prospettiva anche la situazione odierna perché, come dice un famoso proverbio tedesco, “quando il denaro bussa, le porte si spalancano, perché Dio regna nei cieli, il denaro sulla terra”. E se è pur vero che ciò che guida gli appassionati al gioco del pallone è l’amore per la propria squadra, i propri colori, la propria storia e i proprio beniamini, “ciò che distingue l’uomo dagli altri animali saranno sempre le preoccupazioni finanziarie”.

Ho 35 anni, laureato in Storia e amante del calcio. Tifoso romanista, quindi non abituato alle vittorie. Professionista nel campo dell’assistenza normativa e commerciale bancaria e finanziaria. Scrittore per diletto. Nel tempo libero amo viaggiare, fare sport e vedere film e serie TV. Sono un appassionato lettore di geopolitica e storia

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Libri: “Essere Campioni è un dettaglio”… Intervista all’autore Paolo Bruschi

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Paolo Bruschi, autore del libro “Essere Campioni è un dettaglio – Storie dal XX secolo fra sport e società”, edito da “Scatole Parlanti”. Un triplo appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio. Questa volta, diversamente dal solito, non abbiamo scelto un libro dedicato esclusivamente al calcio, ma un libro che analizza le storie del XX secolo attraverso il rapporto che intercorre tra lo sport e la società dove, ovviamente, anche il calcio recita la sua parte importante. Abbiamo quindi incontrato l’autore per permettere a tutti noi di meglio comprendere il contenuto del libro.

“Secondo Eric Hobsbawm, non è possibile raccontare la storia del Novecento come si racconterebbe quella di qualunque altra epoca”, ci dice Paolo Bruschi, “perché non si può narrare l’età della propria vita così come si narrerebbero i periodi storici conosciuti attraverso fonti di seconda e terza mano, o mediante lo studio di documenti e testi contenuti in archivi e raccolte. Tuttavia, la storia del secolo scorso può e deve essere presentata diversamente anche per un altro motivo. Insieme alle catastrofi belliche e ai genocidi, al progresso scientifico e tecnologico, alla minaccia nucleare ed ecologica, all’urbanizzazione e alle nuove rivoluzioni industriali, il XX secolo ha portato per la prima volta alla ribalta le masse popolari, le donne, i giovani. Per la prima volta nella pluri-millenaria vicenda umana, il “quarto stato” è entrato da protagonista nel flusso della storia ed è diventato possibile e fecondo – per gli storici – studiare e indagare il pensiero e i sentimenti delle persone comuni, che si depositano nei giornali che consultano, nei libri che leggono, nei film che guardano, nelle canzoni che ascoltano, ma anche e soprattutto negli sport che si praticano e che si seguono da appassionati. Detto altrimenti, se un miliardo di persone guarda le Olimpiadi o la finale dei Mondiali di calcio, lo sport non è più solo un gioco e diventa un fenomeno il cui studio è indispensabile per capire il mondo nel quale viviamo. Qualche anno fa, per “il manifesto”, rievocai il celebre incontro fra i Beatles e Cassius Clay e lo raccontai a mia figlia Martina; lei lo riferì alla sua maestra e questa mi chiese di andare a scuola a parlare degli anni ’60, della lotta di liberazione degli afro-americani, del potere mobilitante della musica… insomma una specie di storia “pop” del Novecento. Fui così folgorato da una sorta di epifania: nessuno di quei bambini aveva mai sentito parlare dei Beatles, di Cassius Clay/Muhammad Ali, di Elvis Presley… nessuno gliene aveva mai parlato. Ne nacque un progetto didattico imperniato appunto sulla narrazione del “secolo breve” attraverso le più note vicende sportive. Ho portato il progetto in istituti scolastici di ogni ordine e grado, con buoni riscontri, e da lì alla scrittura del libro il passo è stato relativamente breve”.

L’autore Paolo Bruschi con il suo libro

Sembra davvero interessante la proposta di Paolo. Allora chiediamo lui di presentarci la struttura del libro e come si sviluppa… “Sono sei sezioni, ognuna ha tre storie e tutte insieme coprono il XX secolo dalla prima Guerra mondiale al crollo dell’Unione Sovietica, ossia i paletti temporali del “secolo breve” secondo la teoria per l’appunto di Hobsbawm: i conflitti bellici (“caldi” e “freddi”) e le dittature; il processo di emancipazione della donna; alcune storie di sapore particolarmente mirabile per la singolarità degli intrecci storico-sportivi o per l’inusualità degli sviluppi (fra cui quelle di Ferenc Puskás e di Bartali e Coppi); la lotta per l’affermazione dei diritti politici e civili degli afro-americani e infine l’Italia, di cui illustra rapidamente il periodo fascista, la lunga vicenda dell’emigrazione e l’alba della contemporaneità all’inizio degli anni ’80. Data l’eterogeneità degli eventi e dei personaggi, ho usato diverse tecniche narrative: l’intervista immaginaria; la terza persona quando era necessario maggior distacco; la prima nei casi in cui era più importante restituire il punto di vista dei protagonisti nei frangenti considerati; un misto delle due, per descrivere il contesto non necessariamente condiviso/compreso all’epoca dei fatti da chi vi era coinvolto… infine, c’è anche qualche ridotto cenno auto-biografico”.

E il calcio? …  “Non ero partito per scrivere molto di calcio, ma alla fine ben 9 storie su 18 sono centrate sul “gioco più bello del mondo”. Mi sono detto che era inevitabile, perché il calcio occupa il centro dello spazio sportivo ed è egemonico nella cultura sportiva della maggior parte dei paesi: forse nessun altro sport mette così bene in trasparenza quell’area frastagliata e quel confine sottile e opaco che divide la storia, la società e la cultura popolare. Anche gli Stati Uniti, dove il soccer è rimasto a lungo un parente povero dei Big Four (baseball, football, basket e hockey), stanno conoscendo una pur tarda socializzazione al pallone, effetto del popolarissimo movimento delle donne che, come si è visto con la quarta vittoria ai recenti Mondiali femminili, è largamente dominante dal punto di vista tecnico-tattico”.

Cerchiamo di rimanere in ambito calcio. Pur consci che il periodo in cui si vive determina e condiziona la vita di ognuno di noi, chiediamo al nostro amico Paolo se questa “influenza storica” ha giocato un ruolo decisivo in qualche calciatore la cui storia viene narrata nel libro…”Mi piace citarne due”, ci risponde l’autore, “Nikolai Starostin, padre del calcio sovietico e fra i fondatori dello Spartak Mosca, che per motivi di rivalità calcistica divenne inviso a Lavrentij Berija, lo spietato capo della polizia politica sovietica, che lo condannò a 10 anni di reclusione nei gulag siberiani, dove Starostin sopravvisse abbastanza dignitosamente poiché le guardie lo adoravano e immancabilmente lo incaricavano di allenare la squadra di calcio del campo!

Fritz Walter, invece, si affermò come giovanissimo fuoriclasse negli anni del calcio di guerra, quando la nazionale della Germania nazista continuò a disputare amichevoli contro le selezioni dei paesi satelliti e occupati. Inquadrato nella Luftwaffe, giocò nella squadra del reparto, scampò perciò i fronti più pericolosi e quando infine fu catturato, con centinaia di migliaia di commilitoni, in seguito all’inarrestabile riscossa dell’Armata Rossa, evitò la prigionia in URSS, che fu fatale alla maggioranza dei soldati tedeschi, perché un secondino ungherese lo riconobbe e depennò il suo nome dall’elenco dei nemici da inviare nei gulag. Fritz Walter, è il caso di ricordare, guidò la Germania Ovest alla vittoria della Coppa Rimet nel 1954, proprio contro l’Ungheria di Puskás”.

Fonti, ricerche, luoghi visitati, misteri. C’è molta ricerca in un libro come questo… “Molti testi generali vengono dai miei anni di studi universitari e di lettore di testi di storia, mentre le fonti specialistiche sono il risultato di visite a… siti, più che luoghi! In rete, soprattutto in lingua inglese, si trova una sterminata mole di informazioni, data la più consolidata tradizione anglo-sassone negli studi riguardanti i riflessi politici, economico-sociali e culturali dello sport. Non credo di aver scoperto verità nascoste, piuttosto è stato istruttivo ritornare su periodi ambigui della storia come quelli in cui visse Alexandre Villaplane, che capitanò la Francia ai Mondiali inaugurali del 1930 e passò dallo status di gloria nazionale a quello di infame traditore: nel mezzo degli anni ‘30, fu coinvolto in uno scandalo-scommesse, scese nei bassifondi della malavita parigina, finì in prigione e, alla nascita del regime collaborazionista di Vichy, fu reclutato dalla Gestapo francese, con cui si macchiò di crimini vergognosi, per finire condannato e giustiziato il giorno di S. Stefano del 1944. La sua parabola conferma la natura controversa della Francia sotto l’occupazione nazista, di cui gli storici transalpini si sono occupati con ritardo e che è visibile, per esempio, nei romanzi del Nobel Patrick Modiano o in un film come “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino”.

“Da ragazzo ho giocato a lungo a calcio”, prosegue Paolo, “e sono stato un autentico “ossessionato”, come dice Nick Hornby in “Febbre a 90°”, nonché un avido consumatore di sport dal vivo e in tv. Cosa che non è stata estranea a un certo ritardo nel conseguimento dei miei titoli di studio, dato che gli esami della primavera-estate coincidevano disgraziatamente con il Roland Garros, Il Giro d’Italia, Wimbledon, i playoff NBA e, ad anni alterni, con Europei e Mondiali di calcio. Solo da adulto mi sono accorto che tutta quella passione, insieme agli esami in storia, mi ha dotato di una particolare sensibilità nel seguire quelle tracce di senso che corrono lungo l’incerto confine fra storia e sport. Oggi, mi vien da dire, il libro lenisce quel po’ di senso di colpa e di inadeguatezza lasciatimi dagli anni di scuola e di università. Spero che sia una lettura accattivante e scorrevole, che consente di apprendere o ripassare le dinamiche storico-sociali di un secolo meraviglioso e drammatico, oltretutto offrendo numerosi spunti per successivi approfondimenti”.

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Paolo Bruschi è nato a Firenze e vive a Empoli. È laureato in Scienze Politiche e ha un Master Europeo in Scienze del Lavoro. È socio della Società Italiana di Storia dello Sport e dell’Unione Nazionale Veterani dello Sport.
Collabora saltuariamente con “il manifesto” e anima un blog storico-sportivo dal quale prende il nome questo libro

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Genova, il Genoa, Boccadasse e Andrea Camilleri

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Boccadasse è uno dei luoghi più pittoreschi della città di Genova ed è un angolo di rara bellezza. Nel vederla, dall’alto del sagrato della sua chiesa, anche all’ateo più inveterato verrebbe  da pensare che di lì c’è passato il buon Dio, perché solo lui avrebbe potuto essere in  grado di concepire un tale caos ordinato,  fatto  di case  che si addossano  una  sull’altra, quasi  a racchiudere  il mare,  con  i  tetti di ardesia e  le  facciate  dai  tenui  colori,  fino  a  formare  una   miscela  di  viuzze,  piazzette, terrazze, scogliere e una spiaggetta impreziosita dalla presenza di gozzi, di lance, palamiti e reti, che sembrano quasi ammassarsi su un lato della piccola baia.

Se poi, dall’alto di quel sagrato, si volge lo sguardo a levante, la vista riesce a spaziare fino al Golfo Paradiso, delimitato dal Monte di Portofino, uno dei tratti più suggestivi del nostro mare.

E così non c’è da stupirsi se questo magnifico borgo di mare, per certi aspetti appartato, ma al tempo stesso inglobato dallo sviluppo della metropoli, è entrato a far parte della storia, della poesia, del cinema e della letteratura.

Proprio nella piazzetta che sovrasta il borgo è infatti possibile leggere i versi in genovese che il poeta Edoardo Firpo ha dedicato a questo angolo della città e che, parafrasati in italiano, ci ricordano come, “scendendo a Boccadasse e uscendo dal subbuglio della città, si ha come l’impressione di tornare nella culla, o di cadere fra le braccia d’una madre. E così sembra che si sciolga un po’ l’ansia della nostra vita, sentendo come la pace e la tranquillità si siano fermate nella intimità della marina”

Questi versi, e più in generale questo luogo, non lasciarono indifferente Andrea Camilleri. Per questo motivo, il presente racconto vuole anche essere un rispettoso omaggio alla sua persona. Il celebre scrittore siciliano venne infatti per la prima volta a Boccadasse nel 1950. Il suo soggiorno di una settimana a Genova era legato alla consegna di un premio letterario e alla sua attività di giovane e promettente poeta. Ricordando in una recente intervista quei giorni lontani, passati a Genova, Camilleri precisava che, sin da subito, ebbe come “un colpo di fulmine” per la città e, per sua stessa ammissione, fu talmente colpito dalla bellezza di Boccadasse da farne in seguito il luogo del cuore di uno dei suoi personaggi: Livia, la compagna del Commissario Montalbano.

Del resto, il grande scrittore siciliano non è l’unico artista ad essere stato suggestionato dal fascino di questo spicchio di mare. Nel 1992, il regista, Massimo Guglielmi  girò a Genova “Gangsters”, film,  ambientato  in  un periodo che  va  dal 1943 al 1945, e  basato  su  una storia drammatica e controversa: un gruppo di partigiani incapaci di accettare l’orizzonte della Repubblica (anche a causa di una politica talmente indulgente nei  confronti  dei criminali di guerra da sconfinare nell’impunità), che si lascia andare ad una serie di vendette contro alcuni collaborazionisti dei nazi-fascisti e finisce per cadere nel banditismo. Il tutto ulteriormente complicato da un tradimento e da un tragico epilogo.
Alcune scene di quel film, il cui cast era composto da attori di grande livello: dal compianto Ennio Fantastichini a Isabella Ferrari, da Giuseppe   Cederna a Giulio Scarpati, da Ivano Marescotti a Claudio Bigagli, furono girate proprio nelle stradine di Boccadasse.

Tutto questo per dire che stiamo parlando di un luogo dal fascino indiscutibile, con una sua storia sociale, artistica e letteraria ed un suo valore altamente simbolico. E in un luogo simbolo della città di Genova non poteva e non può mai mancare una testimonianza d’amore per il Grifone.
Infatti, su uno degli   scogli di Boccadasse, c’è sempre una bandiera del Genoa, accarezzata dalla gelida brezza di tramontana, in inverno, oppure sferzata da venti di libeccio, prepotenti segni di fine estate.  La bandiera è lì da decenni, ed è divenuta   tradizione ormai consolidata e tratto distintivo di quello spazio di mare.

Per   dovere   di   cronaca, devo dire che, nel corso degli anni, anche molto recentemente, un paio di volte i rivali a strisce orizzontali, con incursioni notturne (un po’ come i ladri), hanno cercato di eliminare la presenza della bandiera.  Ma la gente del borgo fa buona guardia e, in generale, il vessillo del Grifo rimane al suo posto indisturbato.

Molto più temibili delle incursioni nemiche sono le mareggiate.  Infatti, sono proprio gli eventi estremi a costituire la causa più frequente che richiede la rimessa in loco della bandiera. Eventi meteo come quello dell’ottobre 2018, con la sua forza devastante, che distrusse il porticciolo a Rapallo, fagocitò la strada di Portofino, e non risparmiò neppure il litorale di Genova, tra Sturla ed Albaro.

Ma, tutto sommato, i giorni di assenza della bandiera del Genoa a Boccadasse sono più unici che rari, perché, dopo ogni mareggiata, l’asta viene nuovamente saldata allo scoglio. E su quell’asta viene nuovamente issata la bandiera del Genoa.

E queste note di colore, di rosso e di blu, su uno scoglio di Boccadasse sono la dimostrazione dell’amore della città per la sua massima espressione calcistica.  Un amore più forte delle piccole meschinerie dei rivali e della furia devastatrice della natura.

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60 anni di C … un pallone dal sapore vintage

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Ieri a Firenze sono stati festeggiati i 60 anni della serie C, era infatti il 13 luglio 1959 quando Artemio Franchi con un’intuizione geniale firmò l’atto costitutivo.

Una intera giornata dedicata alla C tra identità, storia, passione e innovazione, il cui evento principale si è tenuto nel Salone de’ Cinquecento in Palazzo Vecchio. Sono intervenuti, tra gli altri, il presidente della FIFA, Gianni Infantino e della FIGC, Gabriele Gravina e ovviamente il Presidente della Lega Pro Francesco Ghirelli a fare gli onori di casa.

Tanti i temi sul tavolo a partire dalla sostenibilità economica del sistema, Under 14, formazioni Primavera, regolamento agenti etc. che di fatto sono i programmi futuri del primo gradino del professionismo.

Inoltre è stato presentato il nuovo pallone per la stagione 2019-2020 realizzato in esclusiva da Erreà per celebrare un traguardo importante come il 60° anniversario di Lega Pro, il C60 appunto il cui nome unisce la «C» di Lega Pro e la ricorrenza dell’anniversario.

Dal sito errea.com: “Di grande significato la texture grafica che suggerisce un effetto vissuto e vintage ad evocare e raccontare simbolicamente un’infinità di passaggi, tiri, parate e goal, esattamente come i 60 anni di Lega Pro. In particolare il pallone celebra la struttura a 32 pannelli, nella colorazione a base bianca e pentagoni neri tipica del Television Star. Un’evocazione storica, quindi, rifinita con la personalizzazione del logo Erreà in oro e quello di C60 Lega Pro 1959-2019. A livello di caratteristiche tecniche, grazie all’innovativa struttura composta da 32 pannelli termosaldati, al rivestimento in micro particelle poliuretaniche testurizzate R-176 e la speciale camera d’aria in butile, C60, oltre a garantire una sensibilità elevatissima e una risposta esplosiva del piede per i calciatori, offre un’eccellente garanzia di impermeabilità e di mantenimento delle sue proprietà in tutte le condizioni di gioco”.

Insomma un pallone di ultima generazione ma con “l’involucro” vintage… tanto basta per provare emozioni che pensavamo tramontate per sempre.

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