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Calcio, Arte & Società

Libri: “Essere Campioni è un dettaglio”… Intervista all’autore Paolo Bruschi

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Paolo Bruschi, autore del libro “Essere Campioni è un dettaglio – Storie dal XX secolo fra sport e società”, edito da “Scatole Parlanti”. Un triplo appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio. Questa volta, diversamente dal solito, non abbiamo scelto un libro dedicato esclusivamente al calcio, ma un libro che analizza le storie del XX secolo attraverso il rapporto che intercorre tra lo sport e la società dove, ovviamente, anche il calcio recita la sua parte importante. Abbiamo quindi incontrato l’autore per permettere a tutti noi di meglio comprendere il contenuto del libro.

“Secondo Eric Hobsbawm, non è possibile raccontare la storia del Novecento come si racconterebbe quella di qualunque altra epoca”, ci dice Paolo Bruschi, “perché non si può narrare l’età della propria vita così come si narrerebbero i periodi storici conosciuti attraverso fonti di seconda e terza mano, o mediante lo studio di documenti e testi contenuti in archivi e raccolte. Tuttavia, la storia del secolo scorso può e deve essere presentata diversamente anche per un altro motivo. Insieme alle catastrofi belliche e ai genocidi, al progresso scientifico e tecnologico, alla minaccia nucleare ed ecologica, all’urbanizzazione e alle nuove rivoluzioni industriali, il XX secolo ha portato per la prima volta alla ribalta le masse popolari, le donne, i giovani. Per la prima volta nella pluri-millenaria vicenda umana, il “quarto stato” è entrato da protagonista nel flusso della storia ed è diventato possibile e fecondo – per gli storici – studiare e indagare il pensiero e i sentimenti delle persone comuni, che si depositano nei giornali che consultano, nei libri che leggono, nei film che guardano, nelle canzoni che ascoltano, ma anche e soprattutto negli sport che si praticano e che si seguono da appassionati. Detto altrimenti, se un miliardo di persone guarda le Olimpiadi o la finale dei Mondiali di calcio, lo sport non è più solo un gioco e diventa un fenomeno il cui studio è indispensabile per capire il mondo nel quale viviamo. Qualche anno fa, per “il manifesto”, rievocai il celebre incontro fra i Beatles e Cassius Clay e lo raccontai a mia figlia Martina; lei lo riferì alla sua maestra e questa mi chiese di andare a scuola a parlare degli anni ’60, della lotta di liberazione degli afro-americani, del potere mobilitante della musica… insomma una specie di storia “pop” del Novecento. Fui così folgorato da una sorta di epifania: nessuno di quei bambini aveva mai sentito parlare dei Beatles, di Cassius Clay/Muhammad Ali, di Elvis Presley… nessuno gliene aveva mai parlato. Ne nacque un progetto didattico imperniato appunto sulla narrazione del “secolo breve” attraverso le più note vicende sportive. Ho portato il progetto in istituti scolastici di ogni ordine e grado, con buoni riscontri, e da lì alla scrittura del libro il passo è stato relativamente breve”.

L’autore Paolo Bruschi con il suo libro

Sembra davvero interessante la proposta di Paolo. Allora chiediamo lui di presentarci la struttura del libro e come si sviluppa… “Sono sei sezioni, ognuna ha tre storie e tutte insieme coprono il XX secolo dalla prima Guerra mondiale al crollo dell’Unione Sovietica, ossia i paletti temporali del “secolo breve” secondo la teoria per l’appunto di Hobsbawm: i conflitti bellici (“caldi” e “freddi”) e le dittature; il processo di emancipazione della donna; alcune storie di sapore particolarmente mirabile per la singolarità degli intrecci storico-sportivi o per l’inusualità degli sviluppi (fra cui quelle di Ferenc Puskás e di Bartali e Coppi); la lotta per l’affermazione dei diritti politici e civili degli afro-americani e infine l’Italia, di cui illustra rapidamente il periodo fascista, la lunga vicenda dell’emigrazione e l’alba della contemporaneità all’inizio degli anni ’80. Data l’eterogeneità degli eventi e dei personaggi, ho usato diverse tecniche narrative: l’intervista immaginaria; la terza persona quando era necessario maggior distacco; la prima nei casi in cui era più importante restituire il punto di vista dei protagonisti nei frangenti considerati; un misto delle due, per descrivere il contesto non necessariamente condiviso/compreso all’epoca dei fatti da chi vi era coinvolto… infine, c’è anche qualche ridotto cenno auto-biografico”.

E il calcio? …  “Non ero partito per scrivere molto di calcio, ma alla fine ben 9 storie su 18 sono centrate sul “gioco più bello del mondo”. Mi sono detto che era inevitabile, perché il calcio occupa il centro dello spazio sportivo ed è egemonico nella cultura sportiva della maggior parte dei paesi: forse nessun altro sport mette così bene in trasparenza quell’area frastagliata e quel confine sottile e opaco che divide la storia, la società e la cultura popolare. Anche gli Stati Uniti, dove il soccer è rimasto a lungo un parente povero dei Big Four (baseball, football, basket e hockey), stanno conoscendo una pur tarda socializzazione al pallone, effetto del popolarissimo movimento delle donne che, come si è visto con la quarta vittoria ai recenti Mondiali femminili, è largamente dominante dal punto di vista tecnico-tattico”.

Cerchiamo di rimanere in ambito calcio. Pur consci che il periodo in cui si vive determina e condiziona la vita di ognuno di noi, chiediamo al nostro amico Paolo se questa “influenza storica” ha giocato un ruolo decisivo in qualche calciatore la cui storia viene narrata nel libro…”Mi piace citarne due”, ci risponde l’autore, “Nikolai Starostin, padre del calcio sovietico e fra i fondatori dello Spartak Mosca, che per motivi di rivalità calcistica divenne inviso a Lavrentij Berija, lo spietato capo della polizia politica sovietica, che lo condannò a 10 anni di reclusione nei gulag siberiani, dove Starostin sopravvisse abbastanza dignitosamente poiché le guardie lo adoravano e immancabilmente lo incaricavano di allenare la squadra di calcio del campo!

Fritz Walter, invece, si affermò come giovanissimo fuoriclasse negli anni del calcio di guerra, quando la nazionale della Germania nazista continuò a disputare amichevoli contro le selezioni dei paesi satelliti e occupati. Inquadrato nella Luftwaffe, giocò nella squadra del reparto, scampò perciò i fronti più pericolosi e quando infine fu catturato, con centinaia di migliaia di commilitoni, in seguito all’inarrestabile riscossa dell’Armata Rossa, evitò la prigionia in URSS, che fu fatale alla maggioranza dei soldati tedeschi, perché un secondino ungherese lo riconobbe e depennò il suo nome dall’elenco dei nemici da inviare nei gulag. Fritz Walter, è il caso di ricordare, guidò la Germania Ovest alla vittoria della Coppa Rimet nel 1954, proprio contro l’Ungheria di Puskás”.

Fonti, ricerche, luoghi visitati, misteri. C’è molta ricerca in un libro come questo… “Molti testi generali vengono dai miei anni di studi universitari e di lettore di testi di storia, mentre le fonti specialistiche sono il risultato di visite a… siti, più che luoghi! In rete, soprattutto in lingua inglese, si trova una sterminata mole di informazioni, data la più consolidata tradizione anglo-sassone negli studi riguardanti i riflessi politici, economico-sociali e culturali dello sport. Non credo di aver scoperto verità nascoste, piuttosto è stato istruttivo ritornare su periodi ambigui della storia come quelli in cui visse Alexandre Villaplane, che capitanò la Francia ai Mondiali inaugurali del 1930 e passò dallo status di gloria nazionale a quello di infame traditore: nel mezzo degli anni ‘30, fu coinvolto in uno scandalo-scommesse, scese nei bassifondi della malavita parigina, finì in prigione e, alla nascita del regime collaborazionista di Vichy, fu reclutato dalla Gestapo francese, con cui si macchiò di crimini vergognosi, per finire condannato e giustiziato il giorno di S. Stefano del 1944. La sua parabola conferma la natura controversa della Francia sotto l’occupazione nazista, di cui gli storici transalpini si sono occupati con ritardo e che è visibile, per esempio, nei romanzi del Nobel Patrick Modiano o in un film come “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino”.

“Da ragazzo ho giocato a lungo a calcio”, prosegue Paolo, “e sono stato un autentico “ossessionato”, come dice Nick Hornby in “Febbre a 90°”, nonché un avido consumatore di sport dal vivo e in tv. Cosa che non è stata estranea a un certo ritardo nel conseguimento dei miei titoli di studio, dato che gli esami della primavera-estate coincidevano disgraziatamente con il Roland Garros, Il Giro d’Italia, Wimbledon, i playoff NBA e, ad anni alterni, con Europei e Mondiali di calcio. Solo da adulto mi sono accorto che tutta quella passione, insieme agli esami in storia, mi ha dotato di una particolare sensibilità nel seguire quelle tracce di senso che corrono lungo l’incerto confine fra storia e sport. Oggi, mi vien da dire, il libro lenisce quel po’ di senso di colpa e di inadeguatezza lasciatimi dagli anni di scuola e di università. Spero che sia una lettura accattivante e scorrevole, che consente di apprendere o ripassare le dinamiche storico-sociali di un secolo meraviglioso e drammatico, oltretutto offrendo numerosi spunti per successivi approfondimenti”.

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Paolo Bruschi è nato a Firenze e vive a Empoli. È laureato in Scienze Politiche e ha un Master Europeo in Scienze del Lavoro. È socio della Società Italiana di Storia dello Sport e dell’Unione Nazionale Veterani dello Sport.
Collabora saltuariamente con “il manifesto” e anima un blog storico-sportivo dal quale prende il nome questo libro

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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L’Araldica dei Calci, la pacifica “rivoluzione” di Carlin

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – 10 ottobre 1928. Come ogni settimana il Guerin Sportivo è in edicola con una prima pagina stranamente popolata da figura allegoriche ed animali abbinati alle squadre partecipanti al campionato di Divisione Nazionale, l’ultimo prima della nascita del girone unico nazionale.

Carlo Bergoglio Carlin

Carlo Bergoglio, ovvero il mitico Carlin, disegnatore e maestro di satira ed ironia, firma l’articolo a titolo “L’araldica dei calci”. E fu una vera “rivoluzione” poiché prima di allora non vi era nessuna assonanza tra squadre di calcio e simboli rappresentativi. Da quel giorno e dopo oltre novanta anni, alle squadre di club, oltre ai colori sociali, continuano ad essere abbinati animali come l’orso grigio dell’Alessandria o il tigrotto della Pro Patria, fino ad arrivare alle più semplici attribuzioni del diavolo al Milan o del toro al Torino. Il maestro originario di Cuorgnè, piccolo centro della provincia torinese, nella sua opera attinge a piene mani dal mondo animale tant’è che definì i connubi realizzati come “animalie”.

Nel suo articolo Carlin, testualmente, citava: “Vediamo un po’ di assegnare uno stemma gentilizio a tutti i……crociati del presente campionato. È un modo speciale per portarli sugli scudi…per la conquista dello scudetto finale…L’Araldo Guerino non fa che confermare od ideare le figurazioni naturali e chimeriche che la leggenda conferisce – e conferirà – a vecchi e nuovi casati”. Per la precisione, il Guerin Sportivo, già nel mese di Settembre 1928, proponeva di associare ad ogni squadra l’immagine di un animale con la seguente motivazione: “tutti comprenderanno come giovi alla simpatica popolarità d’una unità calcistica una caratteristica facile, che colpisca la fantasia del pubblico giovane, facendo sorridere e prestandosi all’esaltazione quanto all’umorismo. Forse molte squadre non hanno la celebrità che si meritano appunto per questo grigiore, per questa mancanza di denominazione popolaresca”. Il settimanale invitava, pertanto, i suoi corrispondenti a interrogare gli sportivi della propria città e, attraverso dei referendum sulle testate locali, scegliere un animale o comunque un personaggio da abbinare alla propria compagine calcistica partendo dai colori sociali, dallo stemma cittadino o dalla maschera del posto.

Il singolare “catalogo” riguardava le società principali e fu solo l’antesignano di un’iniziativa che interessò molte altre squadre che abbinarono figure di animali o allegoriche ai propri colori nel corso degli anni. Vediamo, allora cosa seppe produrre la fantasiosa matita di Carlin negli strani abbinamenti prodotti.

Il Milan, a dir il vero con poca fantasia, fu visto come “, replicando l’originale intento del padre fondatore del Milan Herbert Kilpin che, nello scegliere i colori rossoneri precisava: “…saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari! …”

Alla Juventus, per evidente assonanza dei colori sociali, viene avvicinata una zebra che nella fantasia di Bergoglio “…dice sempre di no e rampa in salita…”. L’Inter fu accoppiata al Biscione, che rimandava allo stemma del casato dei Visconti fondatori del Ducato di Milano. Anche nel caso della Roma, la storia venne in soccorso rappresentando la leggendaria lupa con due litigiosi Romolo e Remo. Con l’Alessandria, Carlin ritornò ad un estroso esercizio di fantasia abbinando alla squadra, per motivazioni puramente cromatiche, un orso grigio. L’animale inizialmente recava in testa un Borsalino, famoso cappello (in questo caso a bombetta) prodotto dall’omonima azienda alessandrina. È curiosa la definizione che riguarda il Bologna: “un Balanzone gioca con lo scudetto che non si vede, perché l’ha nascosto dietro per non farsi tener d’occhio…”. Padova e Bari condividono, invece, un gallo. Mentre per la compagine patavina si tratta della trasformazione della mitica gallina locale, nota per l’inconfondibile ciuffo, per i baresi Carlin fece ricorso ad un galletto spennacchiato con cresta e speroni, agli antipodi rispetto alle caratteristiche della gallina padovana.

C’è poi una serie di simboli che non ebbero successo e che il tempo sostituì con altri più appropriati. E’ il caso del Napoli a cui Carlin associò uno “…Scugnizzo che suona allegro e chiassoso…”. In effetti, alla fondazione il Napoli adottò il Corsiero del sole, il mitico cavallo simbolo della città partenopea fin dal medioevo, ma a causa delle cocenti sconfitte subite, per le strade di Napoli e sui giornali locali si diffuse la battuta che quel destriero somigliasse più che altro al “ciuccio di Fichella”, figura popolare accompagnata da un vecchio asino malandato, ritenuto più conforme alle non affatto lusinghiere prestazioni dei partenopei. Una sorte simile toccò alla Fiorentina, che oggi espone un Giglio rosso in campo bianco, ma nell’Araldica dei calci le era toccato il Grillo: vivace, saltatore di prima forza e … gran parlatore…”. Anche per la Lazio il binomio proposto da Carlin non riscosse successo, anzi, per meglio dire, i tifosi rigettarono immediatamente l’idea del Bufalo (Carlin cita testualmente “…chi meglio del Bufalo è adatto a rappresentare il Lazio…), ribadendo, con l’aquila in uso già dai primi anni del club bianco-celeste, la gloria e la potenza di Roma imperiale.

Rimasero in sospeso due casi inespressi e Carlin, chiedendo aiuto ai supporter locali, se la cavò con un po’ di ironia. Infatti, per il Prato non sapeva cosa scegliere, perché l’idea degli “stracci” derivanti dalle numerose aziende tessili locali non gli sembrava affatto appropriata. Per la Cremonese, ricordando le mitiche tre T, Bergoglio avrebbe, volentieri, inserito una ben prosperosa Signora, ma gli parve davvero poco opportuno optare per un abbinamento così tanto “audace”.

Con gli anni la tradizione di associare un simbolo alle compagini calcistiche diventa pressoché una norma e con più o meno attinenza con “l’animalario” di Carlin nascono simboli che diventano un vero e proprio marchio come i satanelli del Foggia o il marinaio (Baciccia) simbolo della Sampdoria. Ma questa è un’altra storia che ci porta anche ad un’altra “rivoluzione”, determinata per motivi di marketing, che dal 1979 portò diverse Società a cambiare il loro stemma ricercando una grafica più moderna ma che, per certi altri versi svilì la graffiante ironia del maestro Carlin e della sua Araldica dei calci.

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110 anni del Bologna: il 9 ottobre le leggende rossoblù sfideranno il Real Madrid Legends nel nome di Antonio Bernabeu

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Tante le iniziative per i 110 anni del Bologna; un fitto calendario di appuntamenti iniziati a luglio e che si concluderanno il prossimo febbraio. Un percorso fatto di mostre, presentazioni di libri e conferenze nel ricordo della fondazione del club felsineo.

Ieri la partita con l’Ausburg nel nome di Haller, campione d’Italia con la maglia rossoblù nel 1964, e sempre ieri un altro grande annuncio: il 9 ottobre al Dall’Ara si disputerà Bologna – Real Madrid Legends.

Agli amanti della storia del calcio e dei suoi pionieri, ai fedelissimi tifosi del Bologna non sarà sfuggito che nella prima formazione ufficiale della squadra rossoblù quella del 20 marzo 1910, era presente un Bernabeu, sì come il grandissimo e mitico Presidente del Real Madrid, a cui è dedicato lo stadio delle Merengues. Santiago Bernabeu costituisce e rappresenta la storia del Real Madrid, mentre il Bernabeu presente nella prima formazione ufficiale del Bologna è Antonio, fratello di Santiago, tra i padri fondatori del Bologna. Studente al Collegio di Spagna fu, oltre che uno dei fondatori, anche uno dei primi giocatori rossoblù, tra il 1909 e il 1912.

Bologna e Real legati dai fratelli Bernabeu… niente di meglio che ricordarli con una partita di calcio, dopo 110 anni di storia.

Vai al comunicato ufficiale

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Oggi in campo Augsburg e Bologna nel nome di Haller

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Oggi l’incontro amichevole tra Augsburg e Bologna, le due squadre scenderanno in campo con un’edizione speciale delle rispettive divise per ricordare e onorare la memoria di Helmut Haller. Il calciatore nativo proprio di Augsburg, e che proprio con la compagine tedesca mosse i primi passi nel calcio, indossò successivamente la maglia del Bologna dal 1962 al 1968 diventando grande protagonista dello scudetto del 1964. Con i felsinei ha giocato 180 gare segnando 48 gol. Le maglie utilizzate oggi riporteranno sul retro il numero del calciatore e su tutte sarà presente il nome di Haller.
Da lunedì le maglie indossate dai rossoblù saranno messe all’asta e il ricavato sarà devoluto in beneficenza alle associazioni Bimbo Tu Onlus e AIL Bologna. Due sono i canali per aggiudicarsi questi cimeli: la pagina facebook “Beneficenza Di Vaio” (qui il link) e la piattaforma Charity Stars (qui il link).

Queste iniziative che riportano alla memoria i grandi calciatori del passato sono quelle che noi amiamo di più. A questa iniziativa va il nostro plauso.

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