Connect with us

Il Calcio Racconta

20 luglio 1964 – Nasce Sebastiano Rossi, l'”Ascensore Umano”

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Nato il 20 luglio 1964 a Cesena, 55 anni fa in quella Romagna che l’ha cresciuto, amato e lanciato nel grande calcio, Sebastiano Rossi entrò nelle giovanili della squadra bianconera della cittadina di nascita a 15 anni, dopo qualche trascorso in piccole realtà locali. Dotato di un gran fisico coi suoi 197 cm per 90 kg di peso e supportato da concentrazione in campo e grande carisma nello spogliatoio, iniziò la scalata attraverso la trafila del club romagnolo che nella stagione 81-82, guidato da Arrigo Sacchi, lo condusse al primo grande successo, la conquista del campionato primavera nella doppia finale con l’Avellino, vinta 1-0 sia all’andata che al ritorno. Nell’estate del 1982, il Cesena lo mandò a farsi le ossa in serie C1 al Forlì, dove esordì da professionista assommando 11 presenze e 13 gol subìti. Tornò quindi alla base, in serie B, a Cesena, dove chiuse la stagione 83-84 senza disputare nemmeno una partita, mentre i romagnoli si piazzarono in campionato al 13° posto. Stessa sorte nella stagione 84-85. Mandato in prestito a Empoli, sempre in serie B, non riuscì a scalfire la titolarità di Giulio Drago, divenendo terzo nelle gerarchie alle spalle del portiere considerato di riserva, Michele Pintauro. Fu così che nella stagione 85-86, per non rischiare di bruciare quello che veniva considerato un talento, il Cesena propose a Sebastiano di ripartire dalla serie C1 e il ventunenne accettò la corte dell’Associazione Calcio Rondinella Marzocco Firenze, divenendo il portiere titolare, mettendo in mostra grande autorevolezza nel dirigere la retroguardia ed eccellente abilità nelle uscite supportato dalla impressionante mole.

Nel corso della stagione subì 19 reti in 28 partite, mantenendo la porta inviolata in 15 incontri e contribuendo al 10° posto in campionato dei toscani. L’ottima stagione convinse gli osservatori del Cesena. Il club romagnolo, presieduto da Edmeo Lugaresi, richiamò il portiere alla base e sotto la guida dell’allenatore Bruno Bolchi, lanciò titolare in serie B l’allora ventiduenne Rossi nella stagione 86-87 che si concluse con il terzo posto in campionato e la conseguente promozione nella massima serie l’8 luglio 1987, sul campo neutro di San Benedetto del Tronto dopo la vittoria per 2-1 contro il Lecce, successiva alla vittoria di tre giorni prima a Pescara per 1-0 contro la Cremonese. Sebastiano fu determinante con i suoi interventi, subendo 23 gol in 36 incontri e mantenendo la porta inviolata ben 19 volte. Il 13 settembre 1987 esordì in serie A. Quel giorno, a Cesena, l’avversario fu speciale. Il Napoli campione d’Italia guidato dal genio di Maradona, il migliore al mondo e probabilmente della storia. Era il Napoli della MA-GI-CA(Maradona-Giordano-Careca) e che si impose per 1-0 non rendendo meno speciale quel giorno a Sebastiano. Era un bel Cesena quello della stagione 87/88 allenato da Albertino Bigon, destinato a sorprendere e a terminare la stagione in serie A al 9° posto. Rossi restò a Cesena fino al termine della stagione 89-90, conquistando sempre la salvezza e sempre da titolare inamovibile. Ancora sotto la guida di Bigon nell’88-89 con un 13° posto e poi sotto la guida di Marcello Lippi nella sua ultima stagione con un 12° posto. Col Cesena collezionò in totale 146 partite ufficiali subendo 144 gol e mantenendo la porta inviolata in 58 occasioni. Nell’estate del 1990 il suo maestro, Arrigo Sacchi, lo volle al Milan per fare da riserva ad Andrea Pazzagli e sostituire in rosa Giovanni Galli, nel frattempo passato al Napoli, dopo aver vinto col Milan la seconda coppa dei campioni consecutiva nella finale del Prater di Vienna contro il Benfica di Eriksson che annoverava fra le sue fila campioni del calibro di Aldair, Ricardo Gomes, Valdo, Thern e Pacheco. Reduce dalla famosa “alternanza” della stagione 89/90 proprio con Giovanni Galli, nella quale, Andrea Pazzagli, alternò pregevoli prestazioni a grossolani errori, attribuibili secondo molti addetti ai lavori all’eccessiva pressione a cui era sottoposto, nella stagione 90-91 il portiere toscano, finì col pagare a caro prezzo la concorrenza di Sebastiano Rossi, inizialmente titolare solo nelle gare di coppa Italia. Il 6 marzo 1991, 3 giorni dopo un roboante 4-1 inflitto al Napoli a San Siro, a Milano arrivò l’Olimpique Marsiglia allenato da Raymond Goethals. Fu l’inizio della fine dell’era del Milan di Sacchi e l’inizio di una crisi di due settimane, che dopo l’1-1 di San Siro contro i francesi, che annoverano fra le fila Jean Pierre Papin, Chris Waddle, Abedi Pelè Ayew e Basile Boli, nei quarti di finale di coppa dei campioni, finì col travolgere Andrea Pazzagli, non esente da critiche dopo la sconfitta di Genova con la Sampdoria, prossima a vincere lo storico primo titolo di campione d’Italia e soprattutto dopo la sconfitta del 17 marzo contro l’Atalanta a Milano. Fu proprio la partita con l’Atalanta l’ultima da titolare di Pazzagli. Il 20 marzo al Velodrome di Marsiglia, Arrigo Sacchi, nella partita di ritorno dei quarti di finale di coppa dei campioni, lanciò quello che a tutti gli effetti, nella sua mente, era ormai il titolare della porta del Milan. Sebastiano Rossi. Ma la notte verrà ricordata per altro e ben più clamoroso motivo. A circa 10 minuti dalla fine dell’incontro con l’OM in vantaggio 1-0 grazie a Waddle, lo spegnimento di uno dei riflettori scatenò la furia di Adriano Galliani, che si precipitò in campo ordinando alla squadra di uscire e non rientrare. Un comportamento tanto grave nella sua antisportività da provocare la decisione dell’Uefa di attribuire all’OM la vittoria a tavolino per 3-0 e di squalificare il Milan per un anno dalle competizioni europee, decisione che lo stesso presidente Berlusconi ritenne equa, tanto da non presentare ricorso. Il 24 marzo 1991 Sebastiano Rossi fece il suo debutto in campionato da titolare con la maglia del Milan e addirittura nel derby contro i cugini nerazzurri. Il Milan si impose per 1-0 grazie a una rete di Marco Van Basten. La grinta, la freddezza, la stazza, uno splendido intervento in presa aerea su una punizione di Lothar Matthaus e soprattutto le uscite perfette per scelta di tempo e coordinazione, diedero il via alla lunga permanenza tra i pali della porta rossonera di colui che il popolare giornalista, Carlo Pellegatti, ribattezzò col soprannome di “ascensore umano”. Titolare fino al 95-96, ha spesso messo in mostra un carattere fumantino, come quando il 17 ottobre 1993, durante Foggia-Milan, rilanciò sugli spalti un petardo che il pubblico foggiano gli aveva lanciato contro.  Sotto la guida di Fabio Capello, che rilevò Arrigo Sacchi nell’estate 1991, passato alla guida tecnica della nazionale italiana, “l’ascensore umano” vinse 4 scudetti (92-93-94-96), stabilendo il 27 febbraio 1994 il record di imbattibilità di 929 minuti, battuto da Gianluigi Buffon, con la maglia della Juventus, nel 2016.

Vinse anche 3 supercoppe italiane (92-93-94) e soprattutto la coppa dei campioni ad Atene il 18 maggio 1994, nella vittoria per 4-0 del Milan contro il Barcellona allenato da Cruijff che schierava fra le sue fila Romario, Stoichkov, Koeman, Beguiristain, Guardiola, Bakero e che molti davano per favorito. L’8 febbraio 1995 vinse l’unica supercoppa europea nel 2-0 nella finale di ritorno contro l’Arsenal a San Siro. Dopo l’addio di Capello nell’estate del 1996, passato al Real Madrid, iniziarono per lui, come per il Milan, momenti difficili, una lunga crisi che neppure il ritorno dello stesso Fabio Capello, voluto fortissimamente dal presidente Silvio Berlusconi, non riuscì a placare. La stagione 96-97 fu un incubo che coinvolse tutti, persino Arrigo Sacchi, richiamato per sostituire Oscar Washington Tabarez il 2 dicembre 1996, dopo la clamorosa sconfitta del Milan per 3-2 a Piacenza contro la neopromossa squadra locale. Il Milan terminò undicesimo il campionato di serie A, dopo aver perso tutto ciò che poteva perdere, anche l’orgoglio e la faccia dinanzi ai propri tifosi il 6 aprile 1997 nella sconfitta interna per 6-1 contro la Juventus campione d’Europa di Marcello Lippi. Sebastiano Rossi, nel mirino delle critiche, visse una nuova alternanza, col giovane portiere dell’under 21 italiana Angelo Pagotto, anche lui finito nel tritacarne e ceduto a fine stagione. Non va meglio nel 97-98. Fabio Capello, come scritto in precedenza, di ritorno da Madrid, non riuscì a guarire i mali del Milan. La minestra riscaldata fu immangiabile. Lo spogliatoio, orfano di Franco Baresi e Mauro Tassotti, figure iconiche che nella primavera del 1997 avevano lasciato il calcio giocato. Il portiere arrivato da Piacenza, prodotto del vivaio rossonero, Massimo Taibi, fallì dopo mezzo campionato trascorso come titolare. Qualche papera di troppo e Sebastiano Rossi si ritrovò nuovamente titolare per tutto il girone di ritorno del campionato 97-98. Ma Sebastiano fu ben lontano dallo stato di forma e reattività da recordman del campionato italiano. Quel campionato si concluse con un decimo posto e il ritorno nelle competizioni europee sfumò persino con sconfitta nella finale di coppa Italia del 29 aprile 1998, dove il Milan, con Rossi titolare tra i pali, forte dell’1-0 dell’andata e in vantaggio dal minuto 46 grazie ad una punizione di Albertini deviata dalla barriera, subì 3 gol in 10 minuti fra il 55° e il 65° minuto. Una bruciante rimonta che diede il via ad un’altra rivoluzione. Nell’estate del 1998 il Milan affidò la panchina all’integralista del 3-4-3 Alberto Zaccheroni, un romagnolo doc, come Sebastiano che restò come dodicesimo alle spalle del neoacquisto dallo Schalke 04, Jens Lehmann. Portiere di vecchia scuola, il tedesco trovò subito difficoltà ad adattarsi alla tipologia di calcio voluta da Zaccheroni. Impacciato coi piedi, abile tra i pali ma deludente nelle uscite, dopo appena 5 giornate perse il posto a vantaggio dell’esperto “ascensore umano”.  Il 25 ottobre 1998 Sebastiano Rossi tornò titolare contro la Roma allo stadio “Giuseppe Meazza” nella vittoria per 3-2 dei rossoneri. La sua posizione non viene scalfita neppure il 29 novembre 1998 nel giorno della terribile sconfitta subita allo stadio “Ennio Tardini” contro il Parma per 4-0. Il Milan si fidò così tanto del pieno recupero del suo portierone che alla apertura del mercato invernale cedette Jens Lehmann al Borussia Dortmund, promuovendo “dodicesimo” lo sconosciuto prodotto del settore giovanile, di ritorno dal prestito al Monza, Christian Abbiati. Il 17 gennaio 1999 la fiducia riposta dalla società in Sebastiano, fu tradita. In campo a San Siro il Milan e il Perugia per l’ultima giornata del girone di andata. Sul punteggio di 2-0 per i rossoneri, al 90° minuto, fu assegnato un calcio di rigore al Perugia, rigore trasformato dal centrocampista della nazionale giapponese Hidetoshi Nakata. Quello che accadde successivamente fu incredibile. L’attaccante perugino Bucchi si fiondò verso la porta per raccogliere il pallone nella rete e portarlo a centrocampo per affrettare il gioco, operazione che gli fu impedita da un gancio destro all’altezza del collo da parte del portiere romagnolo. Bucchi restò a terra dolorante, mentre intorno a Sebastiano si scatenò un furioso parapiglia. Non contento Rossi si recò da Bucchi sollevandolo di peso da terra mentre l’arbitro Bettin, disorientato e assente ingiustificato durante gli avvenimenti, andava a confrontarsi sull’accaduto col suo collaboratore di linea rivolgendo poi il cartellino rosso al gigante di Cesena. Una svolta importante della stagione del Milan e una triste macchia per la carriera dell’“ascensore umano”. Il giudice sportivo usò la mano pesante attribuendo 5 giornate di squalifica che costrinsero Alberto Zaccheroni a lanciare quella che sarebbe diventata la rivelazione della stagione, uno dei simboli dello scudetto più sorprendente dell’epoca Berlusconiana, Christian Abbiati, da terzo portiere a primo e inamovibile, protagonista di interventi prodigiosi e nuovo beniamino del pubblico rossonero. Le presenze maturate al Milan nel torneo 1998-1999 furono comunque sufficienti a Rossi per fregiarsi, per la quinta e ultima volta in carriera, del titolo di campione d’Italia. Fu ancora la riserva di Abbiati nella stagione successiva, nella quale fu messo anche fuori rosa in seguito ad un violento scontro verbale con l’allenatore Zaccheroni e l’amministratore delegato Adriano Galliani e, dal 2000-2001, divenne il terzo portiere rossonero, dietro anche al brasiliano Dida. La sua ultima partita in maglia rossonera fu disputata il 6 febbraio 2002 a Torino in coppa Italia contro la Juventus nell’incontro terminato 1-1. Alla fine della stagione 2001-02, conclusa senza nemmeno una presenza in campionato, lasciò il Milan per andare a giocare proprio a Perugia, ironia della sorte, in serie A, dove chiuse la carriera all’età di 39 anni con le ultime 12 presenze. Le sue 330 presenze in gare ufficiali lo rendono tutt’ora il portiere con più presenze nella storia del Milan. Le sue presenze totali in serie A con le maglie di Cesena, Milan e Perugia ammontano a 347. Considerato uno dei migliori portieri italiani della sua generazione, è stato inserito dall’IFFHS al 45º posto nella classifica dei più forti del ruolo del periodo 1987-2011. Nonostante tutto, si è scontrato con una concorrenza spietata nella selezione nazionale e non ha mai debuttato, nonostante un paio di convocazioni, con la maglia azzurra. Tanto zitto con i media quando giocava, tanto rumoroso fuori dal campo a fine carriera, Rossi si è reso protagonista di qualche controversia. Accusato nel 2005 da un ragazzo di Cesenatico, di minacce e lesioni, in una querelle sentimentale venne assolto nel 2011. Accusato nel 2006 di sequestro e violenza privata da una dipendente del suo bar, fu assolto nel 2013. Arrestato nella notte fra il 7 e l’8 maggio del 2011 per aver aggredito con un pugno un maresciallo dei carabinieri in borghese in un bar di Cesena, fu rilasciato e patteggiò una pena pecuniaria di 14mila euro commutando così una condanna a 56 giorni di reclusione per lesioni e resistenza. Indagato nel 2014 insieme ad altre 18 persone per possesso di cocaina, nell’ambito di una operazione condotta in Emilia-Romagna, fu prescritto dal tribunale di Ravenna il 15 maggio 2019. Abile tra i pali come nelle uscite, sono certo saprà destreggiarsi anche oggi davanti a 55 candeline da spegnere e un desiderio speciale da esprimere, nella speranza che sia ciò che più di ogni altro gli porti quella felicità e serenità necessaria ad ogni uomo, ancor più all’”ascensore umano”.

 

Nato nel 1976, ho iniziato ad amare il calcio, dal 1983, da quelle prime figurine attaccate al mio primo album Panini. Un calcio romantico ormai scomparso che aveva il potere di far sognare tutti, proprio tutti. Fotografo artistico, fotoreporter e opinionista sportivo. Racconto la realtà ma amo scrivere di quel passato che mi fa tornar bambino.

Il Calcio Racconta

Quando Rino è diventato Ringhio. Con Carlo salì sul tetto del Mondo

Published on

CORRIERE DELLO SPORT (Alberto Polverosi) – […] Sono stati otto anni insieme, Gattuso e Ancelotti, gli otto anni di Carletto al Milan. Hanno vinto tutto, scudetto, supercoppe, coppe nazionali, due volte la Champions, un mondiale per club. Era una squadra fantastica, capace di rinnovarsi restando sempre se stessa. Il Milan dei numeri 10, in una stagione Ancelotti ne mise insieme quattro: Pirlo, trasformato in regista, Seedorf, modificato (con mugugni) in mezz’ala, Kakà e Rui Costa. Più un attaccante. Questa impalcatura si reggeva per una sola ragione: i polmoni di Rino Gattuso. Non a caso, quando chiedevano ad Ancelotti chi fosse il giocatore determinante per quella squadra, rispondeva così: «Prima metto Gattuso, poi tutti gli altri».

[…]”Quando vedevo Pirlo giocare a calcio, mi chiedevo quale fosse il mio sport. Di sicuro non lo stesso di Andrea”. Rino corre da quando è nato. Correva nel Perugia e nei Rangers di Glasgow, quando divenne un idolo per i tifosi dell’Ibrox Park e prese il soprannome di Braveheart. Correva nella Salernitana e in quella stagione fu il grande rimpianto di Trapattoni che chiese a Vittorio Cecchi Gori il suo acquisto al mercato di gennaio, con la Fiorentina in testa al campionato, invece Rino rimase dov’era e i viola non vinsero lo scudetto. Ha corso per 13 anni nel Milan, 443 partite e 11 gol, e ha chiuso in Svizzera, col Sion, dove ha iniziato anche ad allenare […]

Continue Reading

Il Calcio Racconta

Dicembre 1969 – L’influenza “Spaziale” colpisce (anche) molti calciatori

Published on

“L’influenza che colpisce in questi giorni milioni di italiani è arrivata anche nell’ambiente del calcio. […] Ieri, purtroppo, gli effetti dell’influenza «spaziale» si sono fatti sentire. La Juventus, al momento attuale, è la più danneggiata. Otto bianconeri, reduci dalla vittoriosa trasferta di San Siro contro il Milan, hanno avvertito i sintomi del malessere (mal di testa, brividi, lieve febbre) per cui si sono messi a letto oppure sono rimasti prudenzialmente a riposo. Si tratta di Vieri, Haller, Leonardi, Roveta, Tancredi, Leoncini, Zigoni e Anastasi. Vieri è quello che desta le maggiori preoccupazioni: stamane aveva 38,2 di febbre, nel pomeriggio le sue condizioni erano stazionarie. È stato visitato dal dott. Della Neve, che gli ha ordinato le cure e riposo per almeno quattro giorni. Difficilmente l’ex sampdoriano potrà essere in campo nella trasferta di Brescia. Haller, Leonardi, Roveta e Tancredi sono rimasti “a letto con alcune linee di febbre: tutti e quattro sperano di guarire in tempo per completare la preparazione. Leoncini, Zigoni e Anastasi, infine, si sono presentati ieri mattina al “Combi” dicendo però che avrebbero preferito riposare avvertendo anch’essi sintomi dell’influenza. L’allenatore Rabitti, naturalmente, li ha subito rimandati a casa dove più tardi avrebbero ricevuto la visita del medico Della Neve. Anche lo stesso trainer è rimasto contagiato dall’influenza. Il tecnico bianconero è riuscito ugualmente a dirigere l’allenamento dei pochi giocatori presentatisi in campo, fra cui Del Sol. Ha poi dichiarato: «Anch’io ho un po’ di febbre ma non me la sentivo di lasciare la squadra proprio ora che stiamo assaporando le prime soddisfazioni, per cui occorre la massima concentrazione. Purtroppo mi sono trovato con pochissimi giocatori: il medico mi ha tranquillizzato nel senso che gli attuali influenzati dovrebbero essere recuperabili. Ora, scusatemi, ma devo proprio correre a casa e mettermi a letto” (Cit. La Stampa, 10 dicembre 1969).

L’epidemia sta colpendo tutto il paese, i quotidiani sono zeppi di articoli e foto in cui si documentano scuole e uffici chiusi e disagi per la popolazione.

L’articolo, che analizza il problema riferendolo al calcio, prosegue con la situazione del Torino che, a parte gli infortuni sul campo, non registra attacchi influenzali. Poi un bollettino…

Lazio: sette malati – L’epidemia influenzale che ha colpito nei giorni scorsi molti giocatori della Lazio non accenna a diminuire: il trainer Lorenzo è ancora a letto, l’allenamento di oggi è stato diretto, pertanto, dal “vice” Lovati. Erano assenti Ghio, Polentes e Wilson; Mazzola, Papadopulo e Morrone, risentendo dei postumi influenzali, hanno dovuto limitare la loro attività.

A Genova la situazione degli influenzati è abbastanza buona: il sampdoriano Spanio, colpito la settimana scorsa dal virus, si è ripreso e oggi si è allenato. L’unico influenzato è il genoano Benvenuto.

A Verona due giocatori Stenti e Ranghino, sono a letto influenzati; Clerici soffre di uno stiramento alla coscia sinistra, Battistoni ha una distorsione ad una caviglia. Il Verona, pertanto, affronterà domani lo Slavia di Praga (Coppa Mitropa: sedicesimi di finale) priva di queste importanti pedine.

A Bari invece solo il secondo portiere, Gianni Colombo, è influenzato. Domenica lo sostituirà in panchina l’estremo difensore della De Martino, Sibillano, oppure il giovanissimo Del Bianco.

A Cagliari situazione ottima: nessun giocatore, per il momento, ha contratto l’influenza spaziale.

Ma perché questa influenza si chiama spaziale? E’ la stessa testata, La Stampa, a rispondere al quesito il giorno successivo…

“Viene davvero dalla Luna il virus? Certo che no. E allora? Non si sa bene perché ma, fin dai tempi della “spagnola”, è diventato quasi obbligatorio che ogni epidemia di virus influenzale porti, accanto a quello scientifico, anche un appellativo da marchio di fabbrica o da certificato d’origine. E cosi, questa volta, anche se il virus A2 la Luna non l’ha mai vista, l’aggettivo “spaziale” ha fatto subito fortuna: perché è tanto all’altezza dei tempi; perché è moderno, fantascientifico e persino un po’ snob; e perché, anche se è improprio, mai nessuno, dalla Luna, verrà a darci -querela. Ma più che altro perché, quando si è così indifesi e sprovveduti, è più facile dar la colpa a un nemico che vien di lontano che riconoscere la propria debolezza contro gli abituali nemici di casa. Chiamiamola come vogliamo, se ci piace, questa ondata di-virus. Ma restiamo d’accordo ch’è solo per gioco che scomodiamo pianeti e stelle lontane: perché questo malanno che si diverte a far mettere a letto, quando vuole, quanta più gente che può, è la solita vecchia cosa nostrana […]”.

Continue Reading

Il Calcio Racconta

La collezione di Eriksson

Published on

Nel nostro solito sfogliare giornali del passato abbiamo incontrato questo articolo pubblicato su La Gazzetta dello Sport del 9 dicembre 1999 a firma Marco Pastonesi. L’articolo intende omaggiare l’attacco della Lazio a disposizione di Mr Eriksson. Inizia così…”Capelli con cerchietto, fisico tosto, grinta da urlo, rapidità da giungla, passaporto cileno, cognome che si può leggere anche al contrario ed è sempre lo stesso: Salas”. Per ogni componente dell’attacco biancoceleste c’è una descrizione tra humor e sacrosanta verità…”Capelli corti, fisico longilineo, cattiveria da guerriglia urbana, progressione da savana, passaporto croato, cognome che si può leggere nelle enciclopedie del calcio: Boksic”.

E’ ora il turno dell’attuale Ct della Nazionale “Capelli da pubblicità di uno shampoo, fisico ragionevole, classe da vendere, passaporto italiano, cognome che sembra limitare le sue capacità, ma non i suoi tiri: Mancini”.

Poi è il turno di Simone Inzaghi e … il suo DNA …”Capelli sugli occhi, fisico in espansione, bell’animale ancora tutto da scoprire, passaporto italiano, cognome che la dice lunga sul codice genetico che guida i suoi piedi: Inzaghi”.

Si prosegue con lo Jugoslavo, all’epoca, Dejan Stankovic… “E, volendo, capelli corti, fisico da carrarmato, andatura da galoppo, passaporto jugoslavo, un cognome che inganna sulle sue infaticabili caratteristiche di podista e goleador: Stankovic”.

L’articolo continua con la sua vena sarcastica e si conclude con una profezia… “Con Salas, Boksic, Mancini, Inzaghi (nel senso di Simone) e Stankovic, così, a occhio, la Lazio vanta il più forte attacco del mondo. Per non uccidere campionato e coppe, Eriksson ha deciso di ridurre a due il numero degli attaccanti nella stessa partita.

Per questo, quando è arrivata la notizia dell’ingaggio di un altro attaccante, si è pensato a uno scherzo. Invece no. Capelli bianchi, fisico da palestra, passaporto italiano, cognome pronunciato correttamente anche da tifosi inglesi e francesi: Ravanelli. Ravanelli verrà buono in primavera, quando i nuovi compagni sudamericani (Salas, Simeone, Veron, Almeyda) saranno impegnati con le loro nazionali. Verrà buono in primavera, quando si vince, o si perde, lo scudetto”.

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: