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Il Calcio Racconta

28 agosto 1994 – Il Milan vince dopo i calci di rigore la Supercoppa Italiana

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Era il 28 agosto del 1994 e a San Siro, allo stadio intitolato a Giuseppe Meazza, Milan e Sampdoria si sfidarono in un emozionante incontro valevole per l’assegnazione della settima edizione della supercoppa italiana. Era il Milan stellare allenato da Fabio Capello, vincitore di 3 campionati consecutivi, 91-92, 92-93 e 93-94. Il Milan campione d’Europa in carica che, il 18 maggio 1994 ad Atene, poco più di 3 mesi prima, aveva schiantato il Barcellona allenato da Johan Cruijff, il cui attacco mitico era guidato da Romario e Stoichkov, con un perentorio 4-0. Era il Milan della vecchia guardia capitanata da Franco Baresi, che pur facendo a meno per l’occasione di Paolo Maldini e Dejan Savicevic, non dovette faticare troppo per schierare una formazione all’altezza del compito. Era il Milan del cavallo di razza di ritorno, Ruud Gullit, amatissimo dal pubblico rossonero, che nella stagione precedente, in esilio proprio in maglia blucerchiata, era stato fra i migliori giocatori del campionato 93-94, realizzando 15 reti in 31 gare, complessivamente 18 in 41 partite ufficiali, per quella che è stata la sua migliore stagione italiana, fornendo un contributo importante per la conquista della coppa Italia a una delle più belle Samp mai viste, capace di piazzarsi terza nel campionato concluso il 1° maggio 1994 alle spalle della Juventus seconda. La Sampdoria allenata da Sven Goran Eriksson e capitanata da quello splendido giocatore che era Roberto Mancini, che ebbe ragione della rivelazione Ancona, allora militante in serie cadetta, nella finale del 20 aprile 1994 a Genova, dopo essersi sbarazzata lungo il cammino di Pisa, Roma, Inter e Parma. Quella sera di agosto, davanti a circa 26.700 spettatori paganti, forse non una adeguata cornice di pubblico rispetto alle attese, la Samp riuscì a contenere bene le iniziali offensive rossonere, rendendosi pericolosa nelle ripartenze con un Attilio Lombardo ispirato, che creò non pochi problemi ad Alessandro Orlando, schierato a sinistra, proprio in sostituzione di Paolo Maldini. Alla mezz’ora venne spezzato l’equilibrio. Zvonimir Boban, pressato da Michele Serena, sbagliò un passaggio, regalando palla a Vladimir Jugovic a circa 40 metri dalla porta rossonera. Il calciatore serbo si involò con forza per 15 metri palla al piede, costringendo al fallo Alessandro Costacurta, ammonito nella circostanza dall’arbitro Pairetto di Torino. Calcio di punizione a circa 25 metri dalla porta rossonera, difesa da Sebastiano Rossi. Sul pallone, lo specialista, Sinisa Mihajlovic. Sinistro capolavoro e palla all’incrocio. Nulla da fare per il portiere rossonero. 1-0 per la Samp, che controllò benissimo il match senza patemi fino all’intervallo. Nella ripresa, mentre Eriksson non alterò la sua formazione con cambi, Fabio Capello sostituì l’evanescente Gianluigi Lentini con Stefano Nava, avanzando sulla trequarti Alessandro Orlando e chiedendo a Gullit di accentrarsi. Ma il leitmotiv non cambiò e per la porta blucerchiata, difesa dal “deltaplano” (soprannome coniato da Gianni Brera) Walter Zenga, rischi pari a zero. Marco Simone, braccato da Pietro Vierchowod, spesso e volentieri, per sfuggire allo “zar” fu costretto ad uscire dall’area o a defilarsi sulla sinistra. Ruud Gullit pareva avere una marcia in più degli altri, ma la fase conclusiva fu stoppata dai raddoppi di marcatura blucerchiati. A circa 20 minuti dalla fine Attilio Lombardo ebbe la palla del raddoppio. Lancio di un altro ex di lusso, Alberigo Evani, l’uomo di Tokyo, palla a Jugovic, uno-due con “Braccio di Ferro” Lombardo, che dopo aver disorientato Franco Baresi con un paio di finte, tentò con un destro potente di superare Rossi, che compì il miracolo. Era la Samp a crescere, mentre il pubblico di fede rossonera mormorava e su un assist capolavoro di Roberto Mancini, Lombardo sparava ancora alto la palla del possibile Knock Out. Il calcio però sa essere spietato. La dura legge del gol è sempre in agguato e alla prima vera occasione, a circa sette minuti dalla fine, Marco Simone, sulla sinistra, appena dentro l’area, approfittando di uno spazio cordialmente concesso da David Platt, generosamente arretrato a difendere il vantaggio, nella zona che avrebbe dovuto essere presidiata da Michele Serena, riuscì a pennellare un cross col suo piede destro, un cross sul secondo palo sul quale la difesa blucerchiata parve in letargo, mentre lestissimo invece l’ex sampdoriano Ruud Gullit con un perentorio colpo di testa a ristabilire la parità del punteggio. 1-1 che non sarebbe cambiato neppure dopo i 90 minuti e il recupero. Si andò dunque subito ai calci di rigore, come il regolamento prevedeva. Niente supplementari. Per la prima volta la supercoppa italiana, alla sua settima edizione, si sarebbe dovuta assegnare alla lotteria dei rigori. Dal dischetto, mentre nessuno dei giocatori rossoneri fallì, chiamati all’esecuzione, nella fattispecie Albertini, Boban, Simone, Costacurta, non furono altrettanto precisi i tiratori designati dalla Sampdoria. E mentre Vierchowod e Jugovic tennero in partita i blucerchiati, Evani si fece ipnotizzare da Sebastiano Rossi, che bloccò a terra il suo debole tentativo, mentre Sinisa Mihajlovic, calciando sulla traversa, commise l’ultimo e decisivo errore che consegnò al Milan il trofeo, il suo terzo consecutivo. Un record tutt’ora imbattuto poiché nessun’altra squadra italiana ha ancora vinto 3 supercoppe nazionali consecutivamente.

Luca Negro

Qui sotto il tabellino dell’incontro:

MILAN vs SAMPDORIA    1-1 (5-4 d.cr.)
Reti: 35′ Mihajlovic, 83′ Gullit

MILAN: S. Rossi, Tassotti (83′ Lorenzini), Al. Orlando, Gullit, Costacurta, F. Baresi, Lentini (46′ Nava), Albertini, Boban, Donadoni, Simone – All. Fabio Capello
SAMPDORIA: Zenga, Serena (83′ Sacchetti),R. Ferri, Platt, Vierchowod, Mihajlovic, Lombardo, Jugovic, Melli (71′ Bertarelli), Mancini, Evani – All.: Santarini – DT: Eriksson
Arbitro: Pairetto
Espulsi: –

Sequenza rigori: Platt (rete), Albertini (rete), Vierchowod (rete), Boban (rete), Evani (parato), Simone (rete), Jugovic (rete), Costacurta (rete), Mihajlovic (traversa)

Spettatori: 26.767

 

Nato nel 1976, ho iniziato ad amare il calcio, dal 1983, da quelle prime figurine attaccate al mio primo album Panini. Un calcio romantico ormai scomparso che aveva il potere di far sognare tutti, proprio tutti. Fotografo artistico, fotoreporter e opinionista sportivo. Racconto la realtà ma amo scrivere di quel passato che mi fa tornar bambino.

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“Il Filosofo” Scopigno parla di sé, del Cagliari e dello scudetto

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GLIEROIDELCALCIO.COM – È il Messaggero Sardo del gennaio 1970 a pubblicare una bella intervista a Scopigno, l’allenatore del Cagliari fresco Campione d’Inverno.  “Il Filosofo” parla di sé, del Cagliari e dello scudetto.

In primis ci si chiede chi è Manlio Scopigno che non pensa al calcio…

“Sono la persona più normale di questo mondo. Mi chiamano filosofo, nonostante non abbia studiato filosofia, perché sono uno che vive alla giornata, che non sa mai quel che potrà succedere domani. Vivo come vivono tutti quelli che fanno il mio stesso mestiere. Stadio, aereo, albergo, ristorante, e ancora stadio, aereo … E quando non sono né allo stadio, né sull’aereo sono in camera a dormire. Lo stadio ed il letto son due cose che adoro”.

Da allenatore cacciato, con il Bologna, ad allenatore della squadra prima in classifica maggiore candidata alla vittoria finale. Cosa è cambiato nello Scopigno allenatore?

“Niente è cambiato, e cosa vuole che sia cambiato? L’ho detto, io prendo la vita così come viene, per questo mi chiamano filosofo. Potrei anche dire che quei dirigenti avevano sbagliato a cacciarmi, ma non servirebbe e per questo non lo dico…”. Dicendo così in realtà lo ha detto…

Scopigno è squalificato, dopo la partita di Palermo, conclusasi con la prima sconfitta del Cagliari, Il Filosofo apostrofò un guardalinee con dei termini evidentemente “pesanti”, tanto da costringere il giudice sportino ad infliggergli cinque mesi di squalifica ridotti poi a quattro. “Non ho fatto nulla”, dice Scopigno, “Nel linguaggio corrente, quello di tutti i giorni, ci sono parole che possono anche essere considerate da ragazzacci, ma che ormai non possono più esser prese alla lettera e ritenute offensive dalla persona alla quale sono rivolte. Ecco, lo dico che quelle mie parole sono state male interpretate. C’è stato un equivoco colossale alla base della decisione del giudice sportivo e, prima ancora, del violento referto del guardialinee”.

Poi la domanda più ovvia, scontata… “Scopigno, ma questo scudetto, il Cagliari, lo vince davvero?”“E che ne so? Non sono mica Herrera, io, le profezie non le faccio… Ma che domande, certo che lo vince. E quale è oggi la squadra che è in grado di raggiungerci? Bisognerebbe che noi ci fermassimo. Ma ha visto contro il Torino e la Sampdoria? La squadra è forte, caspita se è forte! È vero che nessuno può farsi illusioni, perché ci vuole ancora mezzo campionato da qui alla conclusione. Però io a questo scudetto ci credo”. 

Intervista tratta dal Messaggero Sardo del Gennaio 1970 a cura di Milvio Atzori

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Il Genoa, la stagione 1972/73 e, nel giorno del compleanno, il suo Capitano: Gigi Simoni

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Per i genoani della mia generazione, Gigi Simoni è il ricordo del Genoa allenato da “Sandokan” Silvestri: il Genoa della stagione 1972/1973, che in una marcia trionfale dopo avere toccato l’abisso della serie C seppe tornare in serie A. Quella marcia trionfale vide il suo apogeo in Genoa-Lecco, ultima partita del campionato di serie B, giocata allo Stadio Luigi Ferraris davanti a 55.000 genoani, che salutarono appunto il ritorno del Grifo in serie A.

E per chi, come me, era presente alla suddetta partita, quella fu una giornata indimenticabile. È uno di quegli eventi, nella Storia del Genoa, il cui ricordo è stato tramandato di generazione in generazione. Infatti, anche a me è capitato spesso di parlarne ai miei nipotini.

Sin dalle prime ore del mattino, si iniziarono a vedere caroselli di tifosi nella parte a Levante di Genova, con carovane di auto e moto bardate di rossoblù. Il flusso di tifosi del Genoa iniziava, infatti, ad incolonnarsi in Corso Europa, la lunga arteria della città che per una decina di chilometri si snoda da Nervi in direzione del centro.

La gente dei “caruggi”, i vicoli della vecchia Genova, prima di avviarsi verso lo stadio aveva pavesato di rossoblù ogni stradina e piazzetta del centro storico, senza ovviamente trascurare finestre e balconi.

Anche dalle aree popolari e industriali del Ponente iniziavano a partire carovane di tifosi, incluso Sampierdarena che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ai tempi aveva una serie di Genoa Club molto attivi in diverse zone di quel quartiere: al Fossato, alle Mura degli Angeli, all’Ospedale di Villa Scassi, e nel rione San Martino-Campasso, dove c’era la sede del Genoa Club Felice Levratto, che, in occasione di quella partita, posizionò il proprio striscione nella curvetta della Gradinata Nord, lato tribuna.

I “Camalli”, invece, cioè gli scaricatori del Porto di Genova (quelli della Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie), si erano autotassati da diverse settimane, al momento dell’assegnazione dei turni, nella storica Sala della Chiamata a San Benigno e, alla fine, quella domenica si presentarono allo Stadio Luigi Ferraris con un grande striscione su cui c’era scritto: “I Portuali Genoani per un Grande Genoa”.

Intanto il tempo passava e lo stadio continuava a riempirsi. A due ore dal calcio d’inizio, il Ferraris era già gremito in ogni ordine di settore e di posto. Si stava stretti, ma proprio tanto stretti. Il programma prevedeva che la partita ufficiale di campionato fosse preceduta da una partitella della squadra giovanile, e in quella partitella si mise subito in luce un giovane Roberto Pruzzo, che allora era un diciottenne di grandi promesse. Finita la partita delle giovanili, fu la volta della liberazione di centinaia di colombi che dalla gradinata sud presero il volo verso il cielo in segno di speranza, seguiti da centinaia di palloncini rossi e blu che seguirono lo stesso percorso.

Prima dell’inizio della partita restava ancora tempo per un’esibizione di paracadutisti. Si lanciarono in cinque o sei da un aereo che sorvolava lo stadio. L’obiettivo era di atterrare nel cerchio di centrocampo e consegnare alla terna arbitrale il pallone della partita, ed effettivamente così fu, almeno per la maggior parte di loro. In effetti, ce ne fu uno che, forse tradito da una corrente maligna, non solo non riuscì ad atterrare nel centro del campo, ma, con la sua traiettoria mal controllata, passò al di sopra del tetto della tribuna e finì nel greto del Bisagno, il torrente adiacente allo stadio.

Terminata la parentesi dei paracadutisti, si potè finalmente dare il fischio d’inizio, davanti ad una Gradinata Nord che era un’apoteosi di bandiere rossoblù.

La Gradinata Nord in occasione di Genoa-Lecco, partita della promozione in Serie A nel 1973

I cori erano in sintonia con i tempi: “Noi vogliamo il Genoa in serie A, il Genoa in serie A, il Genoa in Serie A”, al ritmo di Yellow Submarine dei Beatles; oppure “Genoa, Genoa, devi tornare in serie A”, cantato sulle note di Jesus Christ Superstar, film colossal, con annessa colonna sonora, che aveva sbancato ai botteghini; e poi, ancora, dalla Gradinata Nord si sentiva un inneggiare al Genoa con una tonalità prolungata, che riecheggiava Jesahel dei Delirium, band che, l’anno prima, aveva cantato quel pezzo al festival di Sanremo, canzone, tra l’altro, scritta e composta dal cantautore genovese e genoano Oscar Prudente.

Mi sembra di ricordare anche una cartolina celebrativa, di partecipazione all’evento, che veniva distribuita dalla tifoseria organizzata a tutti gli spettatori, al momento di varcare i cancelli. Chissà, magari c’è qualche tifoso del Genoa che quel ricordo l’ha conservato. Ormai sono passati quasi cinquant’anni e quella cartolina potrebbe essere considerata un pezzo da collezione.

La partita fu solo un dettaglio. In effetti, eravamo già in A da un paio di giornate, avendo pareggiato a Monza alla terzultima, e vinto la penultima a Catania per due reti a uno, con gol di Bordon e Corradi. Comunque, quel giorno Genoa-Lecco terminò 1 a 0, con marcatura di Sidio Corradi, a metà del secondo tempo.

E al triplice fischio finale, il serpentone umano di 55.000 spettatori, uscendo dal vecchio Ferraris, iniziò il suo cammino. Lungo il percorso si aggiunsero le migliaia di persone che non avevano trovato posto allo stadio. Una marea umana, fatta di persone che procedevano a piedi, in auto o in motorino, iniziò a percorrere la decina di chilometri che separano lo stadio, nel quartiere di Marassi, da Piazza de Ferrari, luogo simbolico della città, dove si celebrano le manifestazioni di lotta, ma anche quelle di festa. E quel giorno naturalmente si trattò di una grande manifestazione di festa.

E poi ci fu la festa al Palasport e i fuochi d’artificio alla Foce, quartiere, tra l’altro, dove aveva sede la Trattoria Mentana, che nei primi anni Settanta era un luogo di ritrovo abituale dei cantautori genovesi e dei calciatori del Genoa. Passando di lì, nella stessa giornata, poteva capitare di incontrare Fabrizio de Andrè e Gigi Simoni, intenti a fare due chiacchiere col titolare.

Furono giorni felici. Si celebrava il ritorno in serie A che mancava da quasi una decina d’anni. Alla prima con l’Inter, tre o quattro mesi dopo, ci saremmo presentati in 25.000 a San Siro. Ma per il momento, si rendeva onore ai giocatori che avevano regalato la promozione al vecchio Grifo: Spalazzi, il kamikaze; Manera, “cavallo pazzo”; Ferrari, cresciuto nel vivaio, che parlava in dialetto; Maselli, il mediano romano che sapeva impostare; Rossetti, il vecchio attaccante trasformato terzino; Garbarini, detto anche “Garben” o “Custer”, condottiero di mille battaglie; Perotti, l’ala destra dal gran senso tattico; Bittolo, l’uomo che marcò il grande Eusebio in Genoa-Benfica, del 1971; Bordon, centravanti di sfondamento; Corradi, l’ala sinistra col vizio del gol, il biondo capellone da tutti chiamato Sidio, che ancora oggi frequenta la nostra gradinata.

E, soprattutto, si rendeva onore al Capitano di quello squadrone: Gigi Simoni, un grande centrocampista, autore, tra l’altro, di alcune reti decisive in quella stagione. Reti che portarono punti pesanti e che ci permisero di ritornare in serie A.

Tanti auguri e grazie ancora Capitan Simoni, da allora sei entrato per sempre nel cuore del popolo rossoblù.

Ti aspettiamo.

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Fanna, l’uomo della provvidenza, non si sente un tappabuchi

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Stampa Sera, 21 gennaio 1989: “Fanna, l’uomo della provvidenza, non si sente un tappabuchi”. Sì, perché sembra ormai che Trapattoni lo consideri solo quando infortuni e squalifiche rendono incompleta la sua Inter. Fanna era arrivato quattro anni prima, dal Verona di Bagnoli neo scudettato. Trapattoni lo aveva già relegato in panchina molto spesso al punto che il ragazzo di Moimacco, qui nacque il 23 giugno del 1958, in estate decise di cercare fortuna altrove. I contatti presi non si concretizzarono e, forte di un precontratto con i nerazzurri, a novembre la società fu costretta a riammetterlo in rosa.

Ora Trapattoni ha necessità di lui, “Quando Trapattoni mi ha chiamato non ho mai tradito le aspettative e spero di ripetermi anche domani. E il motivo è facile da spiegare: da quando sono rientrato nella rosa mi alleno con maggiore determinazione perché non voglio sfigurare in quest’Inter da record. Anzi, il fatto di essere impiegato come tappabuchi e in extremis non mi dispiace, mi dà uno stimolo in più per cercare di farmi trovare sempre al meglio della condizione. In effetti dopo le incomprensioni dell’estate scorsa sono riuscito a trovare un accordo con i dirigenti e il tecnico e adesso mi sento tranquillo, partecipe di questa stagione esaltante alla pari degli altri e sogno anch’io di vincere lo scudetto. Un obiettivo che è alla nostra portata, perché questa è una squadra da combattimento che sa lottare per difendersi ma è anche capace di offendere e fare risultato in qualsiasi occasione”. (Cit. Stampa Sera, 21 gennaio 1989). Per Pierino lo scudetto non è certo “cosa” nuova…”Ne ho vinti tre con la Juventus e uno con il Verona però mi piacerebbe tanto conquistarne un altro con l’Inter e fare cinquina. Sarebbe il più bello perché a quelli bianconeri ho contribuito fino a un certo punto, mentre quello veronese l’ho gustato poco perché me ne sono andato subito. Quello che più mi dispiace è aver dovuto lasciare la Juventus l’anno dell’arrivo di Platini, cosi non ho potuto giocare con il campione che io considero il più grande di tutti i tempi. A questo si aggiunge il fatto che anni prima avevo dovuto lasciare l’Atalanta, la mia squadra del cuore, proprio in concomitanza con la sua promozione in serie A”. (Cit. Stampa Sera, 21 gennaio 1989). Aggiunge poi… “Adesso devo pensare all’Inter e cercare di battere la Lazio, un ostacolo molto duro che dovremo superare per forza se vogliamo continuare a mantenere la testa della classifica”.

Il giorno successivo l’Inter batterà la Lazio di misura con rete di Mandorlini. Fanna si stirerà in fase di riscaldamento e non sarà della contesa. A fine anno però vincerà il suo 5° scudetto.

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