Connect with us

Il Calcio Racconta

5 settembre 1919 – Nasce Romeo Menti

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Anna Belloni) – Romeo Menti nasce in una famiglia numerosa: è l’ultimogenito di sette fratelli, cinque maschi e due femmine. La famiglia vive in Via Legione Antonini a Vicenza, dove il papà e la mamma gestiscono, agli inizi del novecento, una rinomata trattoria. Il campo di calcio di San Felice é solo a pochi passi dall’abitazione e dalla trattoria, impossibile per i ragazzi Menti resistere alla curiosità di andare a sbirciare i più grandi che giocano, e provare a loro volta a tirare quattro calci al pallone. Impara a giocare per primo Pietro, poi via via tutti gli altri. L’Associazione Calcio Vicenza accoglie prima Mario (classe 1913), inserito nei ranghi dal 1930 al 1933 ma con solo cinque presenze in campo, e poi Umberto (classe 1917) che esordisce a sedici anni in prima squadra nella stagione 1932 e che avrà poi una brillantissima carriera prima come giocatore e poi come allenatore. Nello stesso anno viene tesserato anche il piccolo Romeo (classe 1919), che l’8 settembre 1935, a pochi giorni dal compimento del suo sedicesimo compleanno, gioca nelle due partite di inaugurazione del “Campo del Littorio” contro la fortissima squadra ungherese del Soroksar. “Meo” rimane a Vicenza tre anni, collezionando 79 presenze e ben 34 gol, e il Vicenza riprende quota. L’eco delle sue talentuose prodezze calcistiche si propaga velocemente e così, per rimpinguare le sterili casse sociali, nell’estate del 1938 viene venduto a malincuore alla Fiorentina che era appena retrocessa nella serie cadetta. Fu uno scambio tra aristocratici: il Presidente del Vicenza Marchese Roi lo cede al Marchese Ridolfi per la bella somma di 68.000 lire. Romeo si trasferisce così a Firenze e affitta una camera in via Spartaco Lavagnini. È anche grazie ai suoi 17 gol che la squadra gigliata risale nella massima serie dopo un solo anno di purgatorio in serie B.

Romeo é una persona molto riservata e schiva. Incontra la nobile Giovanna Baldisseroni, che abita in Viale dei Mille, il lungo tratto di strada in terra battuta che conduce allo stadio Berta e se ne innamora. Lei è una bellissima ed estroversa ragazza dell’aristocrazia fiorentina, lui un aitante, timido e silenzioso giovanotto della provincia veneta. Sembra che nulla possa legarli e invece nasce un grande amore. Nel frattempo la squadra viola vince la Coppa Italia, primo prestigioso trofeo della sua storia e l’anno successivo Menti contribuisce con i suoi gol al raggiungimento del terzo posto in classifica. Romeo Menti era un giocatore completo, con un repertorio molto ampio di giocate: inebrianti e incontenibili azioni personali sulla fascia destra, veloci serpentine e potentissimi calci di punizione e di rigore. Per questo motivo era soprannominato “Volpina” dai compagni di squadra e dai tifosi viola. Nel 1941 la Fiorentina naviga in brutte acque e così, per motivi economici, viene ceduto al Torino, dove rimane due anni. Nel 1942 Romeo sposa la sua Giovanna e i due si trasferiscono nella villa dei Baldisseroni in Via dei Mille, dove la coppia conduce una vita tranquilla e agiata. Con la maglia granata nel campionato 1942/1943 Menti vince il suo primo scudetto e la Coppa Italia. Nel febbraio del 1943 nasce la figlia Titti e nell’estate dello stesso anno Romeo è costretto – a causa dei bombardamenti anglo-americani – a lasciare la città con la famiglia, come aveva già fatto metà della popolazione torinese.

Ma nonostante tutto si riesce ancora a giocare a calcio, grazie alle agevolazioni che il regime fascista concede a favore degli atleti. Con la caduta del fascismo, la Federcalcio è costretta a passare di mano e il marchese Ridolfi lascia la presidenza della Fiorentina nelle mani di Giovanni Mauro. Da quel momento in poi è un gran caos, il governo militare di Badoglio revoca le agevolazioni ai calciatori e li costringe a presentarsi ai reparti di assegnazione. Romeo riesce a farsi destinare al Servizio di difesa aerea di Firenze, ove rimane fino al settembre del 1943 quando i tedeschi ne prendono possesso. Quel giorno è in servizio nell’antica Fortezza da Basso; per evitare l’arresto e la deportazione in Germania riesce a fuggire in modo rocambolesco con l’amico Ferruccio Valcareggi attraverso la rete fognaria della Fortezza. Messosi in salvo, risale al nord e si iscrive al campionato 1943/1944 dell’Alta Italia, evitando così la chiamata alle armi nella Repubblica Sociale. L’Italia è già divisa in due parti e al nord la situazione è catastrofica, ma il Reggente della Federcalcio riesce comunque a organizzare un Campionato di Calcio limitato alle aree non ancora occupate dalle truppe anglo-americane. Romeo gioca così – solamente per due mesi nella primavera del 1944 – con la maglia del Milan e poi, come molti altri giocatori famosi, riesce a raggiungere con la famiglia – ma non si è mai saputo come – il Sud Italia e a firmare un contratto con la Juve Stabia, vincendo il Campionato Campano.

Nel 1946 torna a indossare la maglia granata del “Grande Torino”, collezionando in tre anni 81 presenze e 31 gol. Gioca anche sette partite nella Nazionale Italiana dove segna 5 reti, di cui tre in trenta minuti nella partita contro la Svizzera a Firenze.

Nel 1948 nasce il suo secondo figlio, Cristiano.

Romeo torna spesso a trovare i parenti nella sua amata Vicenza ed è sempre una festa. Coglie così l’occasione per salutare i vecchi amici e per mangiare un buon piatto di baccalà alla vicentina in loro compagnia.

Il 27 febbraio 1949 la Nazionale Italiana incontra a Genova in amichevole il Portogallo, battendolo per 4 a 1, e un gol lo segna anche Romeo Menti. I capitani delle due squadre sono molto amici e Valentino Mazzola si lascia convincere a partecipare con la squadra granata alla gara di addio del capitano lusitano Luisito Ferreira, che vuole chiudere in bellezza la sua carriera. Fu così che il Grande Torino parte per il Portogallo, a gioca a Lisbona l’ultimo incontro della sua incredibile e ineguagliabile storia. La partita termina 4 a 3, e il fato vuole che sia proprio di Romeo Menti l’ultimo gol degli “Invincibili”, su calcio di rigore.  Il 4 maggio 1949, al rientro in Italia, l’aereo e tutti i suoi 31 passeggeri si schiantano sulla collina di Superga. Nessun superstite, il grande Torino non esiste più. Una squadra leggendaria che viene consegnata al ricordo eterno dei tifosi granata ma anche di tutto il mondo del calcio in generale.

Romeo Menti muore con il distintivo della Fiorentina appuntato sulla giacca, segno di un legame profondo che non si é mai interrotto.

Il destino è strano e imprevedibile e spesso bizzarro. Ardea Grezar e Cristiano Menti avevano rispettivamente sette anni e 13 mesi quando a causa della tragedia di Superga sono rimasti orfani. Vanno avanti con le loro vite in due città diverse, lui cresce a Firenze, lei a Torino. Si incontrano ogni anno alle commemorazioni di maggio. Ardea si sposa, ma il suo non è un matrimonio fortunato e rimane molto presto vedova. I due si rivedono, nasce l’amore, e si sposano nel 1976. Dalla loro unione nasce il piccolo Nicolò Menti. Un bambino unico e speciale, nipote di due nonni “invincibili”. Meo Menti riposa nel cimitero monumentale dell’Antella, frazione di Bagno a Ripoli in provincia di Firenze.

Nel luglio del 1949 il Comune di Vicenza decise di intitolare lo Stadio Comunale a Romeo Menti come a un Eroe del Calcio e della città di Vicenza, ma per un disguido dell’epoca la delibera di intitolazione ufficiale viene approvata formalmente solo nel 2017.

Altri tre stadi sono stati intitolati a suo nome: a Castellammare di Stabia, a Montichiari e a Nereto (gli ultimi due purtroppo recentemente dismessi).

Nel corso degli anni alla sua memoria sono stati intitolati il Gruppo Sportivo Romeo Menti a Vicenza e più recentemente la squadra di calcio Romeo Menti di Allerona Scalo che partecipa al campionato di Promozione Regionale Umbro.

A suo ricordo, un sonetto inedito del grande scrittore e poeta romano Fernando Acitelli, autore de “La solitudine dell’ala destra”:

 

ROMEO MENTI

Debbo rilassarmi col pensiero

Di sera le memorie fanno male

Mi libero da tutto e sto nel vero

Ed è per tutti l’esito finale

 

Le fughe evento raro per davvero

Ma il viso buono sfiora il celestiale

Sul serio descrivesti quel sentiero

In cui l’accelerata è micidiale

 

Arrivi primo ad ogni appuntamento

Sei tu che dai colore a quella festa

Quando in piazza s’attende un grande evento

 

Più degli altri aspetta una fanciulla

Mica per raccontarle le tue gesta

Perché in amore il bene si trastulla

 

(La vita privata di Romeo Menti è estratta dal Libro “SOLOLANE” – 2012 di Anna Belloni – puoi comprarlo qui)

Anna Belloni é nata, vive e lavora a Vicenza. Appassionata tifosa e ricercatrice storica del Vicenza. Ha pubblicato tre libri: DESTINI DI CARTA nel 2010, un romanzo a fondo storico, SOLOLANE nel 2012, storia romanzata del Vicenza Calcio e LE DUE DIVISE nel 2015, storia dell'A C. Vicenza dal 1902 al 1919 e dei suoi diciassette giocatori caduti nella Grande Guerra. Collabora con BiancoRossi.net e GliEroidelCalcio.com. Sposata, ha un gatto... che ha ovviamente chiamato LANE.

Il Calcio Racconta

Loris Boni ricorda Carlo Petrini

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Un post su Facebook di Loris Boni di qualche giorno fa conteneva una foto che ritraeva Boni stesso insieme a Carlo Petrini. Un pensiero accompagnava l’immagine:

“Ciao Carlo… non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava, io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …“, segue un cuore rosso.

Il post ci emoziona subito, ci incuriosisce e ci mettiamo in contatto quindi con Loris Boni: un messaggio, un appuntamento e infine la telefonata. L’ex calciatore è sempre molto gentile e disponibile. Cominciamo analizzando la foto… “Siamo al Centro Medico Sportivo dell’Acqua Acetosa a Roma, stiamo facendo le visite mediche. Siamo entrambi appena arrivati nella capitale. È l’estate del 1975”, ci dice l’ex calciatore.

Un mercato, quello a tinte giallorosse, i cui acquisti quell’anno sono proprio solo Boni e Petrini, gli unici indispensabili per la dirigenza giallorossa per ripetere l’exploit del terzo posto della stagione precedente. Purtroppo non sarà così…

Torniamo al post e alle frasi che lo compongono, facendocele spiegare da Boni…

 … “…non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere…”…

“Vero… ha detto e raccontato cose che nel mondo del calcio dicevano in tanti, cose che si sentivano in sottofondo. Questo non significa che io o i miei compagni nelle varie squadre in cui ho giocato facevamo uso di sostanze strane. Ma in un calcio come quello dell’epoca c’era molta “ignoranza” da parte di noi stessi calciatori. Spesso non si chiedeva nemmeno ciò che ci veniva dato. E in questo modo era facile dare “qualcosa” a qualcuno senza che se ne accorgesse nemmeno.”

… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava…

“In molti, quando ha trattato determinati argomenti, quelli scottanti come anche il calcio scommesse, gli davano ragione in privato salvo defilarsi poi in pubblico.

…io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …

“Abbiamo avuto un buon rapporto, nel nostro unico anno insieme a Roma. Poi siamo rimasti in contatto. Ho seguito le sue vicissitudini, mi hanno fatto stare male. Anche dal suo esilio forzato mi chiamava e mi diceva della sua sofferenza, per la famiglia e i figli. Forse questo il mio rammarico, non averlo potuto aiutare in un momento delicato della sua vita. Era lontano da me e da tutti”.

Loris Boni si ferma, prende tempo… poi riprende, forse con più malinconia… ”Carlo è stato un uomo che ha sofferto molto. Pensate solo la sua non presenza al funerale del figlio Diego… Avrà fatto degli errori, avrà sbagliato … ma ha sofferto le pene dell’inferno”.

Diego, “Quel figlio che oggi è rimasto dentro di me come un coltello piantato”, si legge sul libro di Petrini “Nel fango del Dio pallone”.

C’è poi, ovviamente, il calciatore Petrini… “Liedholm credeva molto in lui, lo curava in maniera molto particolare durante gli allenamenti. Un giocatore dal fisico pauroso, statuario. Buon mancino, grande colpitore di testa, generoso. Correva molto e sbagliava anche molto. Ricordo quel Roma Sampdoria (n.d.r. 14 dicembre 1975) in cui si rese protagonista di un gesto rimasto nella storia: dopo essersi “mangiato” una serie di gol più o meno facili, guadagnò il centro del campo per chiedere scusa a tutto lo stadio. Poco dopo segnò il gol vittoria”.

Loris Boni si fa più serio e prima di congedarci esclama: “Carlo, stiamo più vicini… Questo gli direi se fosse ora qui”.    

 

                  

Continue Reading

Il Calcio Racconta

11 novembre 1984 – Il pallone d’oro bavarese e le streghe bianconere

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM  (Luca Negro) – 11 Novembre, una data che a Torino, sede Juventus, viene marchiata, cerchiata con un pennarello nero, sul calendario. Una data da narrare e tramandare. Data in cui per la “signora” ci sono streghe ad accoglierla. E quel giorno di 35 anni fa, l’11 novembre 1984, fu realmente profetico. Vuoi la superstizione. Vuoi perché solo 5 anni prima, nel 1979, l’11 novembre, aveva visto i bianconeri, crollare a Milano, nel 142° incontro ufficiale contro l’Internazionale, sotto i colpi di uno scatenato Alessandro Altobelli, autore di una tripletta, nel 4-0 in favore dei nerazzurri, allenati da Eugenio Bersellini, nell’ormai famoso “derby d’Italia”, così come il giornalista Gianni Brera, ribattezzò, nel 1967, l’epico scontro fra le due rivali più titolate d’Italia. Vuoi per il difficile momento in un campionato fra i più competitivi e spettacolari di sempre, in cui l’Hellas Verona, l’allegra compagine allenata da Osvaldo Bagnoli, raccoglieva, giornata dopo giornata, la consapevolezza della propria forza, nel campionato che sarà ricordato come quello del sorteggio integrale degli arbitri. Una consapevolezza gialloblu che nulla sarebbe stato impossibile e che la vittoria finale non poteva e non doveva essere solo una chimera o una semplice utopia. La consapevolezza resa tale e maggiore, giornata dopo giornata, anche per il ritardo in classifica della Juventus campione d’Italia, la corazzata allenata da Trapattoni che poteva contare, oltre a “Le Roi” Michel Platini, allo zoccolo duro della nazionale italiana di calcio. Già, la Juve del Trap, che quell’11 novembre 1984, nel 156° derby d’Italia, si apprestava a rivedere nuovamente le streghe, proprio come 5 anni prima. Non si può nemmeno dire che la vigilia di quell’ottava giornata del campionato di serie A 84-85, fosse facile per i nerazzurri. La sosta aveva solo in minima parte alleviato il trauma della sconfitta patita nel derby col Milan del 28 ottobre. Il volo di Mark Hateley, oltre a scuotere i pilastri del cielo e fatto vibrare i cuori dei tifosi rossoneri, aveva tolto sicurezze all’ambiente interista, che l’esperienza e la classe degli ultimi arrivati, Brady, Causio e soprattutto, Rummenigge, avevano infuso. Pareggiando con la Roma, alla settima giornata, la Juventus, aveva raggiunto in classifica proprio i nerazzurri, sconfitti nel derby e le due squadre, erano appaiate con 8 punti, in netto ritardo in classifica. 4 punti di distacco dal Verona capolista, ma ciò che preoccupava maggiormente, erano le tante squadre avanti. Torino, Milan, Fiorentina e la sorprendente Sampdoria, che, ancora non sapeva, avrebbe iniziato un ciclo. Insomma, la sensazione, alla vigilia di quel derby d’Italia, era che si trattasse di un drammatico spareggio e che, probabilmente, avrebbe prevalso la paura di perdere. Il pubblico era quello delle grandi occasioni e San Siro, “la scala del calcio”, lo stadio intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, ancora una volta, un luogo magico. Subito si ebbe la sensazione che i padroni di casa, allenati da Ilario Castagner, non solo stessero meglio fisicamente, ma che fossero anche meglio disposti tatticamente. Dopo una brevissima fase iniziale di studio, l’Inter accelerò, trovando già dopo 10 minuti la svolta del match in una azione sulla corsia di sinistra. Una iniziativa di Riccardo Ferri venne interrotta dalla difesa bianconera, pallone a Mandorlini, cross perfetto al centro della area di rigore della Juventus, dove svettò in solitudine Rummenigge. Sul pallone intervenne goffamente Stefano Tacconi smanacciando e trasformando la traiettoria della sfera in una palombella che beffardamente si insaccò alle sue spalle. Primo gol nel campionato italiano per il tedesco, fino a quel momento a secco e ferito nell’orgoglio dal post derby di un paio di settimane prima e dal confronto della stampa col ben più prolifico rendimento, fino a quel momento, di Mark “Attila” Hateley, che avrebbe iniziato, invece, proprio quel giorno, una lunga astinenza dal gol. Dopo una decina di minuti, la Juventus, che già doveva rinunciare a Boniek, dovette fare a meno anche di Paolo Rossi a causa di un infortunio muscolare. Entrò in campo il 22enne Giovanni Koetting, prodotto del vivaio bianconero.

Al 31° minuto, Mandorlini, fin lì davvero devastante sulla sinistra, dopo aver saltato Tardelli, venne colpito in pieno volto da un calcio, un pericoloso intervento dello stesso giocatore della Juventus vicino al vertice sinistro dell’area di rigore bianconera. Esecuzione affidata all’ex Liam Brady. Traiettoria uncinata al centro dell’area di rigore e difesa della Juventus ancora impreparata e disordinata. Stacco aereo solitario di Riccardo Ferri e palla in rete per il 2-0. Anche per lui fu il primo centro in quel campionato. Juventus alle corde, Inter che fino all’Intervallo dosò le forze controllando comodamente il match. Trap furioso coi suoi all’intervallo. La reazione bianconera però fu disordinata e impacciata. Emotiva e poco ragionata di una squadra, in cerca di Platini, ma senza trovarlo. I tanti passaggi sbagliati su quel campo appesantito e i tanti errori tecnici, trovavano sempre puntualmente e rapidamente i nerazzurri, pronti a ripartire in contropiede. Come cinque minuti dopo l’intervallo, quando Bonini perse palla al limite dell’area di rigore nerazzurra, innescando una incredibile superiorità numerica 4 contro 2 da parte della “beneamata”. Palla a Bergomi per la finalizzazione e miracoloso intervento in uscita di Tacconi sulla conclusione. Poi ancora serpentina di Liam Brady sulla fascia sinistra e palla a Beppe Baresi, clamorosamente lasciato solo al limite dell’area di rigore bianconera, conclusione potente e angolata sulla quale Stefano Tacconi fu ancora prodigioso. Finalmente si vide anche Walter Zenga, impegnato ad anticipare in uscita Koetting sul cross basso dalla sinistra di Antonio Cabrini. Poco dopo, Liam Brady fu pronto a battere un calcio d’angolo battuto alla destra del fronte d’attacco nerazzurro. Ma il suo piede vellutato anziché scodellare al centro, servì la corrente Giuseppe Baresi, che mise al centro dell’area di rigore juventina, un pallone teso e spiovente che trovò pronto all’incornata Fulvio Collovati, nell’occasione, ad anticipare Koetting. Pallone fuori di poco. Difesa della Juventus in bambola e incapace di contrastare la potenza dei nerazzurri nel gioco aereo. Massimo Bonini naufragava a centrocampo, incapace di fare filtro. La superiorità dell’Inter si palesò muscolarmente oltre che tecnicamente e l’attacco, orfano dei titolari, affidato all’ingabbiato Platini, era praticamente nullo. Tacconi, ultimo baluardo, cercò disperatamente di contenere, ancora su Rummenigge e poi Altobelli. Dopo 70 minuti di gioco la rifinì con Prandelli per la testa di Platini da circa dodici metri dalla porta difesa da Zenga. Ma l’azione più pericolosa da parte dei bianconeri terminò col pallone sopra la traversa di oltre un metro. Al 74° minuto Tacconi, ancora protagonista, sventò in angolo su Altobelli, elegante nel finalizzare una bella azione iniziata da Baresi e Marini. Sugli sviluppi del corner battuto da Brady, difesa juventina ancora impreparata. Favero inerme dinanzi allo stacco aereo di Fulvio Collovati, che trovò pallone e “sette” alla sinistra della porta difesa da Tacconi per il 3-0. A quel punto l’Inter si rilassò e la Juventus, ferita nell’orgoglio affidò il suo desiderio di rivalsa, prima a Platini, che sparò ancora alto da circa venti metri dalla porta interista e poi a Bonini, che impegnò Zenga, ben piazzato nella circostanza, all’intervento, dopo essere stato splendidamente imbeccato da una idea di Le Roi Michel. Il tempo passava, il termine gara si avvicinava e con esso la sconfitta bianconera. L’Inter, forse troppo sicura di sé, continuò a concedere metri e spazi alla riscossa della Juventus, infervorata dai fischi e dalle grida di un Trapattoni mai rassegnato. Ma quando anche una punizione capolavoro di Platini, trovò pronto a volare il “deltaplano” Zenga, pronto a togliere un pallone dall’incrocio alla sua sinistra, la Juve si esaurì, accettando il destino. Dopo l’ingresso in campo di Pasinato al posto di un bravissimo Riccardo Ferri, pronto a riscuotere gli applausi del suo pubblico, la partita sembrava non avesse più nulla da raccontare se non il triplice fischio. Ma all’88° minuto Brady andò ad anticipare Bonini sulla trequarti nerazzurra pallone a Pasinato che iniziò una prepotente corsa verso l’area di rigore juventina servendo poi Rummenigge sul vertice destro. Violento diagonale del tedesco sul quale Tacconi non riuscì a imporsi e palla in rete per il 4-0, il medesimo punteggio di 5 anni prima. Dopo 5 anni le streghe erano tornate a materializzare i più terribili incubi dei bianconeri. 4-0 che non sarebbe mutato fino alla fine, in una data, l’11 novembre, che al pronunciarlo, a Torino, rievoca gli inferi, nella Milano sponda nerazzurra, risuona come un coro d’angeli. E certamente quell’11 novembre 1984 fu il giorno di Karl-Heinz Rummenigge, che coi primi gol nel campionato italiano, scacciò la crisi e quelle ironie sul suo conto. Tornò ad essere il pallone d’oro, alzato due volte consecutive nell’80 e 81, cestinando le maligne definizioni che fin lì qualcuno fra la stampa, volle affibbiargli.

Continue Reading

Il Calcio Racconta

9 novembre 1974 – Nasce “Pinturicchio” Del Piero.

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Bernardino di Betto era un pittore raffinato, ma anche un uomo straordinariamente esile, particolare. Come il suo soprannome: PINTURICCHIO, quel nomignolo che gli avevano dato gli altri che lo vedevano gracile e che impazzivano nel vedere le sue pitture, i suoi meravigliosi affreschi. Era così unico e bravo Pinturicchio, che Papa Innocenzo VIII nel 1484 lo volle con sé in Vaticano. Doveva poetizzare tutto, fosse anche l’ordinario.

Solo un uomo dalla grandissima cultura come Gianni Agnelli poteva dare un soprannome del genere ad Alessandro Del Piero, che fin dall’inizio della sua avventura bianconera è stato chiamato a pennellare giocate ed a creare arte a modo suo.

Alessandro Del Piero nasce il 9 novembre 1974 a Conegliano Veneto (TV). Molto legato alla madre Bruna, perse il papà quando era all’apice della sua carriera.

Già da giovanissimo, ha dimostrato eleganza e classe e quel modo imperturbabile di affrontare i campi da gioco che nascondeva una grande sensibilità umana e una rigorosa correttezza.

Inizia a giocare per il San Vendemiano, per poi passare ad una categoria superiore con il Conegliano. Agli esordi, la mamma sperava facesse il portiere, per evitare infortuni, ma per fortuna il fratello Stefano, fece notare a tutti le sue grandi capacità in attacco.

Nel 1991 si trasferisce a Padova, dove esordisce mettendosi in luce grazie al suo indiscutibile talento, passando in quattro anni dalla primavera della squadra veneta, alla ribalta del calcio professionistico.

Proprio in quel periodo infatti, molti club importanti della massima serie se lo contendono, ma solo Milan e Juventus arrivano alla trattativa finale.

Grazie all’intercessione del direttore sportivo del Padova, Piero Aggradi, Alex viene ceduto alla Juventus, la quale ritiene il ragazzo degno sostituto di Roberto Baggio. Scelta che poi, quando quest’ultimo passerà al Milan, si rivelerà perfetta per la squadra bianco nera.

Nel frattempo, il giovane Alex, verrà convocato nella Nazionale Under 21 di Cesare Maldini e con la quale godrà dei successi europei del 1994 e del 1996.

A una settimana dall’esordio in campionato, realizzò il suo primo gol in bianconero, in Juventus – Reggiana, firmando il 4-0 finale.

È nel 1995 però che nasce qualcosa di unico e indimenticabile, il “goal alla Del Piero”: un aggancio ai limiti dell’area di rigore, una mattonella defilata sulla sinistra del campo, finta per lasciare sul posto il difensore e destro a giro a scavalcare il portiere per poi finire inesorabilmente sotto l’incrocio dei pali. Il secondo palo, quello più lontano, ovviamente. Esattamente ventiquattro anni fa Pinturicchio esportava questo gesto calcistico unico nel suo genere, nel prestigioso palcoscenico della Champions in un Borussia Dortmund-Juventus 1-3, rimasto nella storia.

Quello fu solo il più famoso di una serie di “gol alla Del Piero”. Già un anno prima, infatti, nelle sfide di Serie A contro il Napoli e la Lazio, aveva portato alla vittoria la Juve con la stessa prodezza, al San Paolo e all’Olimpico. Tra gli altri “gol alla Del Piero” non possiamo dimenticare quello contro lo Steaua Bucarest, sempre nella stagione 1995/1996 per i colori bianconeri – e quello realizzato in campionato contro il Verona nel dicembre 1996.

È l’8 novembre 1998, giorno prima del suo 24esimo compleanno e nell’apice della sua carriera, che durante la partita Udinese – Juventus, subisce un grave infortunio riportando una grave lesione ai legamenti del ginocchio destro. Il recupero sarà lungo e doloroso e soprattutto coincidente con un calo della prestazione sportiva. La Juve chiuderà l’anno infatti con un deludente settimo posto. Nonostante questo Lippi, allora allenatore della Juventus, continua a ritenerlo punto di riferimento per le ambizioni del club.

Infatti, dopo 9 mesi di stop, torna in campo dimostrando di essere ancora il campione di sempre.

Gli anni d’oro con la Juventus iniziano nel 1995 riuscendo nell’impresa scudetto, Coppa Italia e Supercoppa di Lega, mentre nel 1996 arriva anche la Champions League, la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale.

Anche Zoff prima e Trapattoni poi, in qualità di allenatori della nazionale, non hanno mai potuto prescindere da Alessandro Del Piero nelle loro formazioni. Nel campionato 2000/2001 vinto dalla Roma dopo un lungo testa a testa, Alex subisce un nuovo infortunio e un nuovo stop di un mese e, nonostante la morte del padre e le voci che lo davano per finito, Pinturicchio rientra e, con una prodezza a Bari, il campionato 2001/2002 lo vede in grande forma leader indiscusso della Vecchia Signora, orfana di Zidane trasferito al Real Madrid.

Ai mondiali di Germania 2006 Del Piero realizza un sogno, in semifinale contro la Germania segna il gol del 2-0 all’ultimo secondo dei supplementari; scende in campo poi alla fine di Italia-Francia; calcia e segna uno dei rigori che coroneranno l’Italia campione del mondo per la quarta volta nella sua storia.

L’amore per la Juventus è più forte di qualsiasi cosa, anche dell’ingaggio e non abbandona la Vecchia Signora, neanche negli anni della B, dimostrando talento anche nell’animo, oltre che nella testa e nei piedi.

Alla fine del campionato 2011/2012 sembra intenzionato a terminare la sua carriera, ma a sorpresa, nel settembre 2012 decide di continuare a calcare i campi di gioco anche se dall’altra parte del globo: dopo 19 anni con la Juventus la sua nuova squadra è quella del Sidney, in Australia, dove lo attende la sua maglia numero 10. Resterà nel club fino al

2014, quando in agosto firma un contratto di una stagione con il Delhi Dynamos che milita nel nuovo campionato dell’Indian Super League.

Segna il suo primo e unico gol il 9 dicembre. Termina il campionato al quinto posto, con all’attivo 10 presenze, chiudendo qui la sua attività agonistica.

Tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili, Del Piero ha giocato 897 partite segnando 359 reti, con una media di 0,40 gol a partita.

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: