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Il Calcio Racconta

7 settembre 1893 – Nasce il Genoa Cricket and Athletic Club

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del 1893, e più precisamente nella giornata del 7 settembre fu fondato il Genoa Cricket and Athletic Club, ma il nome sarà in seguito cambiato in Genoa Cricket and Football Club. In realtà, secondo alcuni storici del calcio, il club esisteva già dall’anno precedente. Ma, nel determinare la data di nascita di questa gloriosa società, inevitabilmente si ci basa sull’atto di fondazione ufficiale, che reca appunto la data del 7 settembre 1893.

Lo scenario di questo evento fu una sala del Consolato Britannico di Genova, sito nel civico numero 10 di Via Palestro, e i firmatari dell’atto di fondazione, in occasione della prima seduta, furono nove. Il Console Charles Alfred Payton fu considerato presidente onorario. Mentre Charles de Grave Sells fu nominato presidente effettivo, con Jonathan Summerhill suo vice-presidente e H.M. Sandys segretario-cassiere. Inoltre, la commissione sportiva era formata da E. de Thierry, W. Riley, S. Green, G.B. Blake, H. Summerhill junior e G.D. Fawcus, che fu immediatamente eletto capitano della squadra di Cricket.

Aldilà dei firmatari, credo ci siano almeno tre grandi figure d’inglesi che, parlando della storia del Genoa, non possono essere dimenticate: George Davidson, James Spensley e William Garbutt.

George Davidson fu pioniere del calcio, campione di ciclismo e presidente del Genoa: stiamo quindi parlando di un personaggio di grande rilevanza nella storia dello sport italiano. Ma, personalmente, come tifoso del Genoa, trovo emozionante il ricordo di James Spensley e William Garbutt. Però, aldilà degli aspetti personali legati al tifo, va anche detto che Spensley e Garbutt furono veramente due uomini di grande spessore morale. Spensley, medico inglese, fu ferito mortalmente nella Prima Guerra Mondiale, mentre curava un soldato tedesco in un campo di battaglia. William Garbutt adottò una bambina italiana; bambina che il “Mister” non volle abbandonare alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, rinunciando a rientrare in Inghilterra. Per questo Garbutt restò in Italia e, in quanto cittadino inglese, subì la persecuzione fascista che lo portò a vivere per molti anni in confino.

Oltre a questi tre grandi personaggi, credo che una menzione speciale vada fatta per tre giocatori: John Wylie Grant, Percy Graham Walsingham e Hector John Eastwood. Il primo aveva giocato nell’Arsenal, il secondo nel Millwall e il terzo nel West Ham. Si può quindi dire che il Genoa ha in qualche modo dei legami antichi con gli storici club londinesi.

Insomma, l’imprinting britannico nella storia del Genoa non solo è storicamente indiscutibile ma è anche popolarmente riconosciuto. Ma, a partire dal quarto o quinto anno d’esistenza del club, un’altra comunità di stranieri inizia a delinearsi come componente costitutiva del gruppo. Nel Genoa delle origini c’erano infatti anche molti elvetici.

Questo fatto è legato alle caratteristiche sociali della Genova di quel periodo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Genova era la Borsa più importante del paese (o una delle più importanti insieme a Milano), per volumi scambiati e numero di titoli quotati, era sede di una delle banche italiane d’importanza strategica, il Credito Italiano, ed aveva ormai da mezzo secolo un’industria differenziata e moderna (meccanica e cantieristica), a differenza di Torino, per esempio, che prima dello sviluppo automobilistico, iniziato nel Novecento, aveva un’economia industriale essenzialmente basata sulla trasformazione e lavorazione del cotone. Senza contare, poi, che a Genova c’era il porto in una fase di grande espansione.

Può essere utile, a questo proposito, citare la testimonianza risalente all’inizio del Novecento di una visitatrice d’eccezione, Rosa Luxemburg, a cui non era sfuggita la frenetica attività del porto di Genova: “Genova, magnificamente situata sul mare, a mo’ di anfiteatro, su una stretta striscia di costa, intorno ad ampio golfo, protetta alle spalle da alte colline, ciascuna coronata da castello… e giù nel porto c’è il solito guazzabuglio di piroscafi ”.

E questo “guazzabuglio di piroscafi”, per usare le parole della rivoluzionaria tedesca, aveva attirato commercianti e imprenditori inglesi, ma anche svizzeri. Così, in un intrecciarsi di relazioni economiche, commerciali e personali, alcuni membri della comunità elvetica entrarono a far parte del Genoa Cricket and Football Club.

Va anche detto che, dopo l’Inghilterra, la Svizzera è stato uno dei primi paesi in cui si è giocato a calcio. Dapprima il football fu praticato soprattutto nei college e nelle scuole internazionali, per poi diffondersi a livello popolare. Il San Gallo è stato fondato nel 1879, il Grasshopper di Zurigo nel 1886, il Servette di Ginevra nel 1890 (da un inglese, anche se come squadra di rugby, la sezione calcio nacque 10 anni dopo), La Chaux-de-Fonds nel 1894, il Losanna nel 1896, lo Young Boys di Berna nel 1898 e c’è, poi, il caso del Basilea, dalle singolari somiglianze con il Genoa: maglie rossoblù e anno di fondazione nel 1893.

Molti svizzeri arrivarono dunque a Genova avendo già giocato a calcio, e ad attenderli sotto la Lanterna c’era ovviamente il club di più alto livello nazionale. Di alcuni di questi giocatori svizzeri si è già avuto modo di parlare in articoli precedenti: penso a Edoardo “Dadin” Pasteur e a Henri Dapples. Parlando di Pasteur bisogna dire che – nel Genoa delle origini – con Edoardo, all’ala sinistra giocava anche il fratello Enrico. Mentre a proposito di Dapples va forse aggiunto che nello splendido Museo del Genoa, che merita di essere visitato anche più di una volta, si può vedere il trofeo da lui messo in palio, un pallone d’argento, che porta appunto il suo nome: la Palla Dapples.

Di alcuni giocatori elvetici del Genoa non si sa molto: nome, cognome, ruolo, città e club di provenienza. A volte non si dispone nemmeno di tutti quei dati. Tra quelli di cui sa veramente poco vanno sicuramente annoverati Deteindre, Giroud e Henman.

Di altri si ha qualche dettaglio biografico in più. Ecco qualche rapido esempio in ordine sparso. Kurt Lies, che prima di essere un giocatore del Genoa fu, a fianco di Herbert Kilpin, uno dei fondatori del Milan. Attilio Salvadé, che alcuni storici indicano come colui che propose la nascita del settore giovanile del Genoa. Karl Senft, arrivato nel 1902 e vincitore di tre scudetti e che partecipò alla prima trasferta di un club italiano all’estero. Quel giorno il Genoa vinse 3 a 0 a Nizza e Senft fu autore di una doppietta. Max Meier centrocampista arrivato nel 1905 e che, dopo tre anni di attività nel Genoa rientrerà in Svizzera, per terminare la carriera nel Basilea. Daniel Hug, altro atleta renano, che rivestì il ruolo di giocatore e allenatore del Genoa, ma che fu anche giocatore della nazionale svizzera. Hug fece il suo esordio nel Genoa in un derby con l’Andrea Doria nel 1909, finito 3 a 3, partita in cui esordì anche un altro giocatore elvetico, Hermann Hurni che, dopo avere fondato lo Spezia Calcio, decise di passare nelle fila del Grifo. Maxime Surdez, portiere del Genoa e, con una presenza, della nazionale svizzera. Konrad Walter Hermann, tre volte vincitore di campionati nazionali (due volte in Svizzera ed una volta in Italia), vero incubo per i nerazzurri dell’Inter: nella prima partita della storia, giocata tra i due club, nel 1908 a Genova, a San Gottardo, questo svizzero fu autore di ben cinque gol. Risultato finale: Genoa Inter 10 a 2.

Ma di altri giocatori svizzeri si conosce qualche dettaglio in più e si tratta di dettagli comunque interessanti. È il caso, per esempio, di Alfred Cartier e di Etienne Bugnion.

1898 Genoa Cricket and Athletic Club

Alfred Cartier arrivò nel 1902 e anche lui faceva parte della formazione che vinse a Nizza. Secondo alcune fonti, era imparentato con l’omonima famiglia produttrice di gioielli (ma in realtà non sembrerebbero esistere prove a riguardo) e sposò Francesca Bertini, allora celebre diva del cinema muto. E questo aspetto di vita è, a suo modo, un’anticipazione dei tempi moderni, giacché oggi i matrimoni tra calciatori e dive del cinema, della canzone o della televisione sono cosa piuttosto frequente. A questo proposito, i primi esempi che mi vengono in mente sono quello di Beckham ed Adams oppure quello di Shakira e Piqué.

C’è poi un altro dettaglio biografico importante su un piano più personale. Cartier era nato a Ginevra, a Les Eaux-Vives, il quartiere sulle rive del lago Lemano dove io vivo da quasi dieci anni. Certi giorni, esco di casa, passo vicino a qualche vecchio bistrot e penso che, magari, Alfred Cartier aveva bevuto in quel locale. Chissà? Magari s’era fatto un caffè, o una birra, il giorno in cui aveva lasciato il suo quartiere, per venire a giocare nel Genoa, facendo un percorso in direzione contraria a quello che ho fatto io, partito da Genova, per andare a vivere dove lui era nato.

Ma in qualche modo, un secondo legame, altrettanto antico, unisce il Genoa ad un’altra città del Lemano. Étienne Bugnion fu uno dei sette ragazzini che, nel 1896, fondarono la squadra di calcio della città di Losanna (a quei tempi chiamata Montriond Lausanne e oggi Football Club Lausanne-Sport). Sul sito ufficiale del club losannese si può ancora vedere la foto di questi ragazzi, quattordicenni e quindicenni, che diedero il là al football nella loro città. Niente di più naturale, quindi, per un pioniere del calcio svizzero passare, qualche anno dopo, nella squadra di pionieri del calcio italiano.

Ed è bello pensare che l’adolescente immortalato nella foto citata, sarebbe arrivato a Genova, ventiduenne, nel 1903, e sarebbe passato alla storia l’anno seguente, per aver fatto vincere al Genoa uno scudetto nella partita contro la Juve, con un gol segnato da centrocampo. Étienne Bugnion, da questo punto di vista, può essere quindi considerato una specie di Alvaro Recoba ante-litteram.

In sede di conclusioni, è forse doveroso precisare che il presente articolo è volutamente incentrato sulle due comunità di stranieri che hanno fatto la storia del Genoa. Ma, ovviamente, sin dai primissimi anni, anche gli italiani furono attivi all’interno del club: in una pregevole pubblicazione della Fondazione Genoa, “Football 1898-1908. L’Età dei Pionieri”, si può trovare un’antica foto della squadra di cricket del Genoa, probabilmente risalente al 1895. Nella formazione sono presenti: De Galleani, Ogno, Bertollo, Cabella, Croce, Mangini, Costa e Bocciardo.

De Galleani, Bertollo e Bocciardo faranno parte della squadra del Genoa che, nel 1898, vincerà il primo campionato nazionale di calcio. Stava per iniziare la storia di un club leggendario. Un club che, 25 anni dopo, avrebbe attraversato l’oceano per andare a sfidare le nazionali di Uruguay e Argentina.

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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Loris Boni ricorda Carlo Petrini

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Un post su Facebook di Loris Boni di qualche giorno fa conteneva una foto che ritraeva Boni stesso insieme a Carlo Petrini. Un pensiero accompagnava l’immagine:

“Ciao Carlo… non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava, io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …“, segue un cuore rosso.

Il post ci emoziona subito, ci incuriosisce e ci mettiamo in contatto quindi con Loris Boni: un messaggio, un appuntamento e infine la telefonata. L’ex calciatore è sempre molto gentile e disponibile. Cominciamo analizzando la foto… “Siamo al Centro Medico Sportivo dell’Acqua Acetosa a Roma, stiamo facendo le visite mediche. Siamo entrambi appena arrivati nella capitale. È l’estate del 1975”, ci dice l’ex calciatore.

Un mercato, quello a tinte giallorosse, i cui acquisti quell’anno sono proprio solo Boni e Petrini, gli unici indispensabili per la dirigenza giallorossa per ripetere l’exploit del terzo posto della stagione precedente. Purtroppo non sarà così…

Torniamo al post e alle frasi che lo compongono, facendocele spiegare da Boni…

 … “…non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere…”…

“Vero… ha detto e raccontato cose che nel mondo del calcio dicevano in tanti, cose che si sentivano in sottofondo. Questo non significa che io o i miei compagni nelle varie squadre in cui ho giocato facevamo uso di sostanze strane. Ma in un calcio come quello dell’epoca c’era molta “ignoranza” da parte di noi stessi calciatori. Spesso non si chiedeva nemmeno ciò che ci veniva dato. E in questo modo era facile dare “qualcosa” a qualcuno senza che se ne accorgesse nemmeno.”

… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava…

“In molti, quando ha trattato determinati argomenti, quelli scottanti come anche il calcio scommesse, gli davano ragione in privato salvo defilarsi poi in pubblico.

…io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …

“Abbiamo avuto un buon rapporto, nel nostro unico anno insieme a Roma. Poi siamo rimasti in contatto. Ho seguito le sue vicissitudini, mi hanno fatto stare male. Anche dal suo esilio forzato mi chiamava e mi diceva della sua sofferenza, per la famiglia e i figli. Forse questo il mio rammarico, non averlo potuto aiutare in un momento delicato della sua vita. Era lontano da me e da tutti”.

Loris Boni si ferma, prende tempo… poi riprende, forse con più malinconia… ”Carlo è stato un uomo che ha sofferto molto. Pensate solo la sua non presenza al funerale del figlio Diego… Avrà fatto degli errori, avrà sbagliato … ma ha sofferto le pene dell’inferno”.

Diego, “Quel figlio che oggi è rimasto dentro di me come un coltello piantato”, si legge sul libro di Petrini “Nel fango del Dio pallone”.

C’è poi, ovviamente, il calciatore Petrini… “Liedholm credeva molto in lui, lo curava in maniera molto particolare durante gli allenamenti. Un giocatore dal fisico pauroso, statuario. Buon mancino, grande colpitore di testa, generoso. Correva molto e sbagliava anche molto. Ricordo quel Roma Sampdoria (n.d.r. 14 dicembre 1975) in cui si rese protagonista di un gesto rimasto nella storia: dopo essersi “mangiato” una serie di gol più o meno facili, guadagnò il centro del campo per chiedere scusa a tutto lo stadio. Poco dopo segnò il gol vittoria”.

Loris Boni si fa più serio e prima di congedarci esclama: “Carlo, stiamo più vicini… Questo gli direi se fosse ora qui”.    

 

                  

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11 novembre 1984 – Il pallone d’oro bavarese e le streghe bianconere

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GLIEROIDELCALCIO.COM  (Luca Negro) – 11 Novembre, una data che a Torino, sede Juventus, viene marchiata, cerchiata con un pennarello nero, sul calendario. Una data da narrare e tramandare. Data in cui per la “signora” ci sono streghe ad accoglierla. E quel giorno di 35 anni fa, l’11 novembre 1984, fu realmente profetico. Vuoi la superstizione. Vuoi perché solo 5 anni prima, nel 1979, l’11 novembre, aveva visto i bianconeri, crollare a Milano, nel 142° incontro ufficiale contro l’Internazionale, sotto i colpi di uno scatenato Alessandro Altobelli, autore di una tripletta, nel 4-0 in favore dei nerazzurri, allenati da Eugenio Bersellini, nell’ormai famoso “derby d’Italia”, così come il giornalista Gianni Brera, ribattezzò, nel 1967, l’epico scontro fra le due rivali più titolate d’Italia. Vuoi per il difficile momento in un campionato fra i più competitivi e spettacolari di sempre, in cui l’Hellas Verona, l’allegra compagine allenata da Osvaldo Bagnoli, raccoglieva, giornata dopo giornata, la consapevolezza della propria forza, nel campionato che sarà ricordato come quello del sorteggio integrale degli arbitri. Una consapevolezza gialloblu che nulla sarebbe stato impossibile e che la vittoria finale non poteva e non doveva essere solo una chimera o una semplice utopia. La consapevolezza resa tale e maggiore, giornata dopo giornata, anche per il ritardo in classifica della Juventus campione d’Italia, la corazzata allenata da Trapattoni che poteva contare, oltre a “Le Roi” Michel Platini, allo zoccolo duro della nazionale italiana di calcio. Già, la Juve del Trap, che quell’11 novembre 1984, nel 156° derby d’Italia, si apprestava a rivedere nuovamente le streghe, proprio come 5 anni prima. Non si può nemmeno dire che la vigilia di quell’ottava giornata del campionato di serie A 84-85, fosse facile per i nerazzurri. La sosta aveva solo in minima parte alleviato il trauma della sconfitta patita nel derby col Milan del 28 ottobre. Il volo di Mark Hateley, oltre a scuotere i pilastri del cielo e fatto vibrare i cuori dei tifosi rossoneri, aveva tolto sicurezze all’ambiente interista, che l’esperienza e la classe degli ultimi arrivati, Brady, Causio e soprattutto, Rummenigge, avevano infuso. Pareggiando con la Roma, alla settima giornata, la Juventus, aveva raggiunto in classifica proprio i nerazzurri, sconfitti nel derby e le due squadre, erano appaiate con 8 punti, in netto ritardo in classifica. 4 punti di distacco dal Verona capolista, ma ciò che preoccupava maggiormente, erano le tante squadre avanti. Torino, Milan, Fiorentina e la sorprendente Sampdoria, che, ancora non sapeva, avrebbe iniziato un ciclo. Insomma, la sensazione, alla vigilia di quel derby d’Italia, era che si trattasse di un drammatico spareggio e che, probabilmente, avrebbe prevalso la paura di perdere. Il pubblico era quello delle grandi occasioni e San Siro, “la scala del calcio”, lo stadio intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, ancora una volta, un luogo magico. Subito si ebbe la sensazione che i padroni di casa, allenati da Ilario Castagner, non solo stessero meglio fisicamente, ma che fossero anche meglio disposti tatticamente. Dopo una brevissima fase iniziale di studio, l’Inter accelerò, trovando già dopo 10 minuti la svolta del match in una azione sulla corsia di sinistra. Una iniziativa di Riccardo Ferri venne interrotta dalla difesa bianconera, pallone a Mandorlini, cross perfetto al centro della area di rigore della Juventus, dove svettò in solitudine Rummenigge. Sul pallone intervenne goffamente Stefano Tacconi smanacciando e trasformando la traiettoria della sfera in una palombella che beffardamente si insaccò alle sue spalle. Primo gol nel campionato italiano per il tedesco, fino a quel momento a secco e ferito nell’orgoglio dal post derby di un paio di settimane prima e dal confronto della stampa col ben più prolifico rendimento, fino a quel momento, di Mark “Attila” Hateley, che avrebbe iniziato, invece, proprio quel giorno, una lunga astinenza dal gol. Dopo una decina di minuti, la Juventus, che già doveva rinunciare a Boniek, dovette fare a meno anche di Paolo Rossi a causa di un infortunio muscolare. Entrò in campo il 22enne Giovanni Koetting, prodotto del vivaio bianconero.

Al 31° minuto, Mandorlini, fin lì davvero devastante sulla sinistra, dopo aver saltato Tardelli, venne colpito in pieno volto da un calcio, un pericoloso intervento dello stesso giocatore della Juventus vicino al vertice sinistro dell’area di rigore bianconera. Esecuzione affidata all’ex Liam Brady. Traiettoria uncinata al centro dell’area di rigore e difesa della Juventus ancora impreparata e disordinata. Stacco aereo solitario di Riccardo Ferri e palla in rete per il 2-0. Anche per lui fu il primo centro in quel campionato. Juventus alle corde, Inter che fino all’Intervallo dosò le forze controllando comodamente il match. Trap furioso coi suoi all’intervallo. La reazione bianconera però fu disordinata e impacciata. Emotiva e poco ragionata di una squadra, in cerca di Platini, ma senza trovarlo. I tanti passaggi sbagliati su quel campo appesantito e i tanti errori tecnici, trovavano sempre puntualmente e rapidamente i nerazzurri, pronti a ripartire in contropiede. Come cinque minuti dopo l’intervallo, quando Bonini perse palla al limite dell’area di rigore nerazzurra, innescando una incredibile superiorità numerica 4 contro 2 da parte della “beneamata”. Palla a Bergomi per la finalizzazione e miracoloso intervento in uscita di Tacconi sulla conclusione. Poi ancora serpentina di Liam Brady sulla fascia sinistra e palla a Beppe Baresi, clamorosamente lasciato solo al limite dell’area di rigore bianconera, conclusione potente e angolata sulla quale Stefano Tacconi fu ancora prodigioso. Finalmente si vide anche Walter Zenga, impegnato ad anticipare in uscita Koetting sul cross basso dalla sinistra di Antonio Cabrini. Poco dopo, Liam Brady fu pronto a battere un calcio d’angolo battuto alla destra del fronte d’attacco nerazzurro. Ma il suo piede vellutato anziché scodellare al centro, servì la corrente Giuseppe Baresi, che mise al centro dell’area di rigore juventina, un pallone teso e spiovente che trovò pronto all’incornata Fulvio Collovati, nell’occasione, ad anticipare Koetting. Pallone fuori di poco. Difesa della Juventus in bambola e incapace di contrastare la potenza dei nerazzurri nel gioco aereo. Massimo Bonini naufragava a centrocampo, incapace di fare filtro. La superiorità dell’Inter si palesò muscolarmente oltre che tecnicamente e l’attacco, orfano dei titolari, affidato all’ingabbiato Platini, era praticamente nullo. Tacconi, ultimo baluardo, cercò disperatamente di contenere, ancora su Rummenigge e poi Altobelli. Dopo 70 minuti di gioco la rifinì con Prandelli per la testa di Platini da circa dodici metri dalla porta difesa da Zenga. Ma l’azione più pericolosa da parte dei bianconeri terminò col pallone sopra la traversa di oltre un metro. Al 74° minuto Tacconi, ancora protagonista, sventò in angolo su Altobelli, elegante nel finalizzare una bella azione iniziata da Baresi e Marini. Sugli sviluppi del corner battuto da Brady, difesa juventina ancora impreparata. Favero inerme dinanzi allo stacco aereo di Fulvio Collovati, che trovò pallone e “sette” alla sinistra della porta difesa da Tacconi per il 3-0. A quel punto l’Inter si rilassò e la Juventus, ferita nell’orgoglio affidò il suo desiderio di rivalsa, prima a Platini, che sparò ancora alto da circa venti metri dalla porta interista e poi a Bonini, che impegnò Zenga, ben piazzato nella circostanza, all’intervento, dopo essere stato splendidamente imbeccato da una idea di Le Roi Michel. Il tempo passava, il termine gara si avvicinava e con esso la sconfitta bianconera. L’Inter, forse troppo sicura di sé, continuò a concedere metri e spazi alla riscossa della Juventus, infervorata dai fischi e dalle grida di un Trapattoni mai rassegnato. Ma quando anche una punizione capolavoro di Platini, trovò pronto a volare il “deltaplano” Zenga, pronto a togliere un pallone dall’incrocio alla sua sinistra, la Juve si esaurì, accettando il destino. Dopo l’ingresso in campo di Pasinato al posto di un bravissimo Riccardo Ferri, pronto a riscuotere gli applausi del suo pubblico, la partita sembrava non avesse più nulla da raccontare se non il triplice fischio. Ma all’88° minuto Brady andò ad anticipare Bonini sulla trequarti nerazzurra pallone a Pasinato che iniziò una prepotente corsa verso l’area di rigore juventina servendo poi Rummenigge sul vertice destro. Violento diagonale del tedesco sul quale Tacconi non riuscì a imporsi e palla in rete per il 4-0, il medesimo punteggio di 5 anni prima. Dopo 5 anni le streghe erano tornate a materializzare i più terribili incubi dei bianconeri. 4-0 che non sarebbe mutato fino alla fine, in una data, l’11 novembre, che al pronunciarlo, a Torino, rievoca gli inferi, nella Milano sponda nerazzurra, risuona come un coro d’angeli. E certamente quell’11 novembre 1984 fu il giorno di Karl-Heinz Rummenigge, che coi primi gol nel campionato italiano, scacciò la crisi e quelle ironie sul suo conto. Tornò ad essere il pallone d’oro, alzato due volte consecutive nell’80 e 81, cestinando le maligne definizioni che fin lì qualcuno fra la stampa, volle affibbiargli.

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9 novembre 1974 – Nasce “Pinturicchio” Del Piero.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Bernardino di Betto era un pittore raffinato, ma anche un uomo straordinariamente esile, particolare. Come il suo soprannome: PINTURICCHIO, quel nomignolo che gli avevano dato gli altri che lo vedevano gracile e che impazzivano nel vedere le sue pitture, i suoi meravigliosi affreschi. Era così unico e bravo Pinturicchio, che Papa Innocenzo VIII nel 1484 lo volle con sé in Vaticano. Doveva poetizzare tutto, fosse anche l’ordinario.

Solo un uomo dalla grandissima cultura come Gianni Agnelli poteva dare un soprannome del genere ad Alessandro Del Piero, che fin dall’inizio della sua avventura bianconera è stato chiamato a pennellare giocate ed a creare arte a modo suo.

Alessandro Del Piero nasce il 9 novembre 1974 a Conegliano Veneto (TV). Molto legato alla madre Bruna, perse il papà quando era all’apice della sua carriera.

Già da giovanissimo, ha dimostrato eleganza e classe e quel modo imperturbabile di affrontare i campi da gioco che nascondeva una grande sensibilità umana e una rigorosa correttezza.

Inizia a giocare per il San Vendemiano, per poi passare ad una categoria superiore con il Conegliano. Agli esordi, la mamma sperava facesse il portiere, per evitare infortuni, ma per fortuna il fratello Stefano, fece notare a tutti le sue grandi capacità in attacco.

Nel 1991 si trasferisce a Padova, dove esordisce mettendosi in luce grazie al suo indiscutibile talento, passando in quattro anni dalla primavera della squadra veneta, alla ribalta del calcio professionistico.

Proprio in quel periodo infatti, molti club importanti della massima serie se lo contendono, ma solo Milan e Juventus arrivano alla trattativa finale.

Grazie all’intercessione del direttore sportivo del Padova, Piero Aggradi, Alex viene ceduto alla Juventus, la quale ritiene il ragazzo degno sostituto di Roberto Baggio. Scelta che poi, quando quest’ultimo passerà al Milan, si rivelerà perfetta per la squadra bianco nera.

Nel frattempo, il giovane Alex, verrà convocato nella Nazionale Under 21 di Cesare Maldini e con la quale godrà dei successi europei del 1994 e del 1996.

A una settimana dall’esordio in campionato, realizzò il suo primo gol in bianconero, in Juventus – Reggiana, firmando il 4-0 finale.

È nel 1995 però che nasce qualcosa di unico e indimenticabile, il “goal alla Del Piero”: un aggancio ai limiti dell’area di rigore, una mattonella defilata sulla sinistra del campo, finta per lasciare sul posto il difensore e destro a giro a scavalcare il portiere per poi finire inesorabilmente sotto l’incrocio dei pali. Il secondo palo, quello più lontano, ovviamente. Esattamente ventiquattro anni fa Pinturicchio esportava questo gesto calcistico unico nel suo genere, nel prestigioso palcoscenico della Champions in un Borussia Dortmund-Juventus 1-3, rimasto nella storia.

Quello fu solo il più famoso di una serie di “gol alla Del Piero”. Già un anno prima, infatti, nelle sfide di Serie A contro il Napoli e la Lazio, aveva portato alla vittoria la Juve con la stessa prodezza, al San Paolo e all’Olimpico. Tra gli altri “gol alla Del Piero” non possiamo dimenticare quello contro lo Steaua Bucarest, sempre nella stagione 1995/1996 per i colori bianconeri – e quello realizzato in campionato contro il Verona nel dicembre 1996.

È l’8 novembre 1998, giorno prima del suo 24esimo compleanno e nell’apice della sua carriera, che durante la partita Udinese – Juventus, subisce un grave infortunio riportando una grave lesione ai legamenti del ginocchio destro. Il recupero sarà lungo e doloroso e soprattutto coincidente con un calo della prestazione sportiva. La Juve chiuderà l’anno infatti con un deludente settimo posto. Nonostante questo Lippi, allora allenatore della Juventus, continua a ritenerlo punto di riferimento per le ambizioni del club.

Infatti, dopo 9 mesi di stop, torna in campo dimostrando di essere ancora il campione di sempre.

Gli anni d’oro con la Juventus iniziano nel 1995 riuscendo nell’impresa scudetto, Coppa Italia e Supercoppa di Lega, mentre nel 1996 arriva anche la Champions League, la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale.

Anche Zoff prima e Trapattoni poi, in qualità di allenatori della nazionale, non hanno mai potuto prescindere da Alessandro Del Piero nelle loro formazioni. Nel campionato 2000/2001 vinto dalla Roma dopo un lungo testa a testa, Alex subisce un nuovo infortunio e un nuovo stop di un mese e, nonostante la morte del padre e le voci che lo davano per finito, Pinturicchio rientra e, con una prodezza a Bari, il campionato 2001/2002 lo vede in grande forma leader indiscusso della Vecchia Signora, orfana di Zidane trasferito al Real Madrid.

Ai mondiali di Germania 2006 Del Piero realizza un sogno, in semifinale contro la Germania segna il gol del 2-0 all’ultimo secondo dei supplementari; scende in campo poi alla fine di Italia-Francia; calcia e segna uno dei rigori che coroneranno l’Italia campione del mondo per la quarta volta nella sua storia.

L’amore per la Juventus è più forte di qualsiasi cosa, anche dell’ingaggio e non abbandona la Vecchia Signora, neanche negli anni della B, dimostrando talento anche nell’animo, oltre che nella testa e nei piedi.

Alla fine del campionato 2011/2012 sembra intenzionato a terminare la sua carriera, ma a sorpresa, nel settembre 2012 decide di continuare a calcare i campi di gioco anche se dall’altra parte del globo: dopo 19 anni con la Juventus la sua nuova squadra è quella del Sidney, in Australia, dove lo attende la sua maglia numero 10. Resterà nel club fino al

2014, quando in agosto firma un contratto di una stagione con il Delhi Dynamos che milita nel nuovo campionato dell’Indian Super League.

Segna il suo primo e unico gol il 9 dicembre. Termina il campionato al quinto posto, con all’attivo 10 presenze, chiudendo qui la sua attività agonistica.

Tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili, Del Piero ha giocato 897 partite segnando 359 reti, con una media di 0,40 gol a partita.

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