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Il Calcio Racconta

7 settembre 1893 – Nasce il Genoa Cricket and Athletic Club

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del 1893, e più precisamente nella giornata del 7 settembre fu fondato il Genoa Cricket and Athletic Club, ma il nome sarà in seguito cambiato in Genoa Cricket and Football Club. In realtà, secondo alcuni storici del calcio, il club esisteva già dall’anno precedente. Ma, nel determinare la data di nascita di questa gloriosa società, inevitabilmente si ci basa sull’atto di fondazione ufficiale, che reca appunto la data del 7 settembre 1893.

Lo scenario di questo evento fu una sala del Consolato Britannico di Genova, sito nel civico numero 10 di Via Palestro, e i firmatari dell’atto di fondazione, in occasione della prima seduta, furono nove. Il Console Charles Alfred Payton fu considerato presidente onorario. Mentre Charles de Grave Sells fu nominato presidente effettivo, con Jonathan Summerhill suo vice-presidente e H.M. Sandys segretario-cassiere. Inoltre, la commissione sportiva era formata da E. de Thierry, W. Riley, S. Green, G.B. Blake, H. Summerhill junior e G.D. Fawcus, che fu immediatamente eletto capitano della squadra di Cricket.

Aldilà dei firmatari, credo ci siano almeno tre grandi figure d’inglesi che, parlando della storia del Genoa, non possono essere dimenticate: George Davidson, James Spensley e William Garbutt.

George Davidson fu pioniere del calcio, campione di ciclismo e presidente del Genoa: stiamo quindi parlando di un personaggio di grande rilevanza nella storia dello sport italiano. Ma, personalmente, come tifoso del Genoa, trovo emozionante il ricordo di James Spensley e William Garbutt. Però, aldilà degli aspetti personali legati al tifo, va anche detto che Spensley e Garbutt furono veramente due uomini di grande spessore morale. Spensley, medico inglese, fu ferito mortalmente nella Prima Guerra Mondiale, mentre curava un soldato tedesco in un campo di battaglia. William Garbutt adottò una bambina italiana; bambina che il “Mister” non volle abbandonare alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, rinunciando a rientrare in Inghilterra. Per questo Garbutt restò in Italia e, in quanto cittadino inglese, subì la persecuzione fascista che lo portò a vivere per molti anni in confino.

Oltre a questi tre grandi personaggi, credo che una menzione speciale vada fatta per tre giocatori: John Wylie Grant, Percy Graham Walsingham e Hector John Eastwood. Il primo aveva giocato nell’Arsenal, il secondo nel Millwall e il terzo nel West Ham. Si può quindi dire che il Genoa ha in qualche modo dei legami antichi con gli storici club londinesi.

Insomma, l’imprinting britannico nella storia del Genoa non solo è storicamente indiscutibile ma è anche popolarmente riconosciuto. Ma, a partire dal quarto o quinto anno d’esistenza del club, un’altra comunità di stranieri inizia a delinearsi come componente costitutiva del gruppo. Nel Genoa delle origini c’erano infatti anche molti elvetici.

Questo fatto è legato alle caratteristiche sociali della Genova di quel periodo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Genova era la Borsa più importante del paese (o una delle più importanti insieme a Milano), per volumi scambiati e numero di titoli quotati, era sede di una delle banche italiane d’importanza strategica, il Credito Italiano, ed aveva ormai da mezzo secolo un’industria differenziata e moderna (meccanica e cantieristica), a differenza di Torino, per esempio, che prima dello sviluppo automobilistico, iniziato nel Novecento, aveva un’economia industriale essenzialmente basata sulla trasformazione e lavorazione del cotone. Senza contare, poi, che a Genova c’era il porto in una fase di grande espansione.

Può essere utile, a questo proposito, citare la testimonianza risalente all’inizio del Novecento di una visitatrice d’eccezione, Rosa Luxemburg, a cui non era sfuggita la frenetica attività del porto di Genova: “Genova, magnificamente situata sul mare, a mo’ di anfiteatro, su una stretta striscia di costa, intorno ad ampio golfo, protetta alle spalle da alte colline, ciascuna coronata da castello… e giù nel porto c’è il solito guazzabuglio di piroscafi ”.

E questo “guazzabuglio di piroscafi”, per usare le parole della rivoluzionaria tedesca, aveva attirato commercianti e imprenditori inglesi, ma anche svizzeri. Così, in un intrecciarsi di relazioni economiche, commerciali e personali, alcuni membri della comunità elvetica entrarono a far parte del Genoa Cricket and Football Club.

Va anche detto che, dopo l’Inghilterra, la Svizzera è stato uno dei primi paesi in cui si è giocato a calcio. Dapprima il football fu praticato soprattutto nei college e nelle scuole internazionali, per poi diffondersi a livello popolare. Il San Gallo è stato fondato nel 1879, il Grasshopper di Zurigo nel 1886, il Servette di Ginevra nel 1890 (da un inglese, anche se come squadra di rugby, la sezione calcio nacque 10 anni dopo), La Chaux-de-Fonds nel 1894, il Losanna nel 1896, lo Young Boys di Berna nel 1898 e c’è, poi, il caso del Basilea, dalle singolari somiglianze con il Genoa: maglie rossoblù e anno di fondazione nel 1893.

Molti svizzeri arrivarono dunque a Genova avendo già giocato a calcio, e ad attenderli sotto la Lanterna c’era ovviamente il club di più alto livello nazionale. Di alcuni di questi giocatori svizzeri si è già avuto modo di parlare in articoli precedenti: penso a Edoardo “Dadin” Pasteur e a Henri Dapples. Parlando di Pasteur bisogna dire che – nel Genoa delle origini – con Edoardo, all’ala sinistra giocava anche il fratello Enrico. Mentre a proposito di Dapples va forse aggiunto che nello splendido Museo del Genoa, che merita di essere visitato anche più di una volta, si può vedere il trofeo da lui messo in palio, un pallone d’argento, che porta appunto il suo nome: la Palla Dapples.

Di alcuni giocatori elvetici del Genoa non si sa molto: nome, cognome, ruolo, città e club di provenienza. A volte non si dispone nemmeno di tutti quei dati. Tra quelli di cui sa veramente poco vanno sicuramente annoverati Deteindre, Giroud e Henman.

Di altri si ha qualche dettaglio biografico in più. Ecco qualche rapido esempio in ordine sparso. Kurt Lies, che prima di essere un giocatore del Genoa fu, a fianco di Herbert Kilpin, uno dei fondatori del Milan. Attilio Salvadé, che alcuni storici indicano come colui che propose la nascita del settore giovanile del Genoa. Karl Senft, arrivato nel 1902 e vincitore di tre scudetti e che partecipò alla prima trasferta di un club italiano all’estero. Quel giorno il Genoa vinse 3 a 0 a Nizza e Senft fu autore di una doppietta. Max Meier centrocampista arrivato nel 1905 e che, dopo tre anni di attività nel Genoa rientrerà in Svizzera, per terminare la carriera nel Basilea. Daniel Hug, altro atleta renano, che rivestì il ruolo di giocatore e allenatore del Genoa, ma che fu anche giocatore della nazionale svizzera. Hug fece il suo esordio nel Genoa in un derby con l’Andrea Doria nel 1909, finito 3 a 3, partita in cui esordì anche un altro giocatore elvetico, Hermann Hurni che, dopo avere fondato lo Spezia Calcio, decise di passare nelle fila del Grifo. Maxime Surdez, portiere del Genoa e, con una presenza, della nazionale svizzera. Konrad Walter Hermann, tre volte vincitore di campionati nazionali (due volte in Svizzera ed una volta in Italia), vero incubo per i nerazzurri dell’Inter: nella prima partita della storia, giocata tra i due club, nel 1908 a Genova, a San Gottardo, questo svizzero fu autore di ben cinque gol. Risultato finale: Genoa Inter 10 a 2.

Ma di altri giocatori svizzeri si conosce qualche dettaglio in più e si tratta di dettagli comunque interessanti. È il caso, per esempio, di Alfred Cartier e di Etienne Bugnion.

1898 Genoa Cricket and Athletic Club

Alfred Cartier arrivò nel 1902 e anche lui faceva parte della formazione che vinse a Nizza. Secondo alcune fonti, era imparentato con l’omonima famiglia produttrice di gioielli (ma in realtà non sembrerebbero esistere prove a riguardo) e sposò Francesca Bertini, allora celebre diva del cinema muto. E questo aspetto di vita è, a suo modo, un’anticipazione dei tempi moderni, giacché oggi i matrimoni tra calciatori e dive del cinema, della canzone o della televisione sono cosa piuttosto frequente. A questo proposito, i primi esempi che mi vengono in mente sono quello di Beckham ed Adams oppure quello di Shakira e Piqué.

C’è poi un altro dettaglio biografico importante su un piano più personale. Cartier era nato a Ginevra, a Les Eaux-Vives, il quartiere sulle rive del lago Lemano dove io vivo da quasi dieci anni. Certi giorni, esco di casa, passo vicino a qualche vecchio bistrot e penso che, magari, Alfred Cartier aveva bevuto in quel locale. Chissà? Magari s’era fatto un caffè, o una birra, il giorno in cui aveva lasciato il suo quartiere, per venire a giocare nel Genoa, facendo un percorso in direzione contraria a quello che ho fatto io, partito da Genova, per andare a vivere dove lui era nato.

Ma in qualche modo, un secondo legame, altrettanto antico, unisce il Genoa ad un’altra città del Lemano. Étienne Bugnion fu uno dei sette ragazzini che, nel 1896, fondarono la squadra di calcio della città di Losanna (a quei tempi chiamata Montriond Lausanne e oggi Football Club Lausanne-Sport). Sul sito ufficiale del club losannese si può ancora vedere la foto di questi ragazzi, quattordicenni e quindicenni, che diedero il là al football nella loro città. Niente di più naturale, quindi, per un pioniere del calcio svizzero passare, qualche anno dopo, nella squadra di pionieri del calcio italiano.

Ed è bello pensare che l’adolescente immortalato nella foto citata, sarebbe arrivato a Genova, ventiduenne, nel 1903, e sarebbe passato alla storia l’anno seguente, per aver fatto vincere al Genoa uno scudetto nella partita contro la Juve, con un gol segnato da centrocampo. Étienne Bugnion, da questo punto di vista, può essere quindi considerato una specie di Alvaro Recoba ante-litteram.

In sede di conclusioni, è forse doveroso precisare che il presente articolo è volutamente incentrato sulle due comunità di stranieri che hanno fatto la storia del Genoa. Ma, ovviamente, sin dai primissimi anni, anche gli italiani furono attivi all’interno del club: in una pregevole pubblicazione della Fondazione Genoa, “Football 1898-1908. L’Età dei Pionieri”, si può trovare un’antica foto della squadra di cricket del Genoa, probabilmente risalente al 1895. Nella formazione sono presenti: De Galleani, Ogno, Bertollo, Cabella, Croce, Mangini, Costa e Bocciardo.

De Galleani, Bertollo e Bocciardo faranno parte della squadra del Genoa che, nel 1898, vincerà il primo campionato nazionale di calcio. Stava per iniziare la storia di un club leggendario. Un club che, 25 anni dopo, avrebbe attraversato l’oceano per andare a sfidare le nazionali di Uruguay e Argentina.

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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1968, il primo Scudetto femminile

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – È appena ripartita la caccia alla Juventus Women, che da due anni si fregia del titolo di Campione d’Italia.

Ma se il club bianconero è stata l’ultima società ad apporre il proprio nome nell’albo d’oro della serie A di calcio femminile, il primato di essere stata la prima squadra scudettata spetta al Genova.

Siamo nel 1968 e da pochi mesi si è costituita la prima federazione di calcio femminile, la F.I.C.F. (Federazione Italiana Calcio Femminile). Il suo primo atto è quello di organizzare un campionato nazionale. Per iniziare si chiede il “beneplacito” della comunità medica: il Prof. Vittorio Wyss (Direttore del Centro Medicina dello Sport di Torino) rassicurò tutti dichiarando, attraverso le colonne del quotidiano “La Stampa”, che non era vero che il calcio fosse inadatto alle donne. L’unica controindicazione consisteva nel fatto che praticando questo sport “le gambe guadagneranno certamente in muscolatura ma certamente anche perderanno in eleganza di linea”.

Si stabilisce di fissare la durata delle partite in 70 minuti (due tempi da 35’) e viene ammessa una sola sostituzione.

Le squadre partecipanti sono dieci, suddivise in due gironi da cinque:

Girone A (Centro-settentrionale): ACF Ambrosiana Milano, ACF Genova, ACF Pro Viareggio, ACF Real Torino, Pro Loco Travo (Piacenza);

Girone B (Centro-meridionale): ACF Cagliari, ACF Lazio 2000, ACF Roma, FC Napoli, Giovani Viola Firenze.

La prima fase si disputa dal 23 giugno al 29 settembre e si conclude con Real Torino, Genova, Roma e Cagliari qualificate per gli spareggi per l’assegnazione del titolo.

Dal doppio confronto tra Roma – Real Torino e Cagliari- Genova sono le capitoline e le liguri a staccare il biglietto per la finale.

Così sul neutro dell’Arena Garibaldi di Pisa, il 24 novembre, il Genova supera di misura per 1-0 la Roma, grazie al gol realizzato da Albertina Rosasco, e si laurea campione d’Italia.

Questa la rosa dell’ACF Genova:

Giuseppina Tessadori (cap.), Maria Grazia Gerwien, Luisa Coli, Maura Fabbri e Marina Camba, Albertina Rosasco, Paola Mignone, Teresa Gallione, Corinna Gerwien, Annalisa Dasso e Caterina Gaggero. Allenatore: Ugo Mignone.

Non tutte le società di calcio femminile, però, si affiliarono alla neonata F.I.C.F. ma scelsero di disputare il torneo organizzato dall’UISP (Unione Italiana Sport Popolare). A conquistare il titolo di Campione d’Italia fu FC Bologna. Infatti le emiliane, nel girone unico composto da cinque società, si classificarono al primo posto davanti, nell’ordine, a ACF Abano Milano, ACF Internazionale, ACF Juventus, ACF Pilastro Parma.

Questa la rosa del FC Bologna:

Nonni (cap.), Sacchetti, Parrini, Morbiato, Spisani, Bonfiglioli, Mazza, Matteucci, Provvedi, Bonetti, Garulli.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile”  della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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14 settembre 1969 – Nasce Francesco Antonioli, 50 anni da antieroe

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Quella che vado a raccontarvi, nel giorno del suo 50esimo compleanno, non è una storia come tante, ma la storia di un calciatore, in gioventù, considerato predestinato, che seppe rilanciarsi ogni qual volta il sogno pareva sfumare o la sfida diventare più difficile, arrivando a conquistare quella vetta, tanto agognata, a tratti irraggiungibile. Francesco Antonioli, “Batman” per i suoi più affezionati sostenitori.

Nato a Monza il 14 settembre 1969, Francesco fece, nella formazione brianzola della sua città Natale, la trafila delle giovanili, fino ad essere aggregato alla prima squadra già all’età di 16 anni. Era un portiere dotato di ottima tecnica seppur non particolarmente spettacolare. Agile e istintivo. Il 27 agosto 1986 fece il suo debutto da professionista in coppa Italia, contro, niente di meno che la Juventus allenata da Rino Marchesi. Debutto da incorniciare. Il Monza perse 1-0 ma Francesco fu determinante coi suoi interventi per rendere il passivo dignitoso, contro un avversario prestigioso come la squadra campione d’Italia in carica.  Al termine della stagione furono 6 le presenze e nella stagione successiva, 87-88, promosso titolare, fu fra i grandi protagonisti della promozione in serie B col secondo posto nel campionato di serie C1 e della conquista della coppa Italia di categoria. Ma la vera svolta fu rappresentata dal match di coppa Italia del 30 agosto 1987. In quell’incontro estivo dei gironi di coppa Italia, il Monza come avversario si trovò il Milan di Arrigo Sacchi. Il Milan si impose grazie a una doppietta di Marco Van Basten, ma il tecnico di Fusignano che a primavera avrebbe vinto lo scudetto, iniziando a scrivere la sua leggenda, notò il portiere brianzolo e ne consigliò l’acquisto ai dirigenti del Milan, che proprio nel Monza avevano iniziato la carriera, Adriano Galliani e Ariedo Braida.  Così nell’estate 1988 Antonioli approdò in rossonero, crescendo alle spalle di colui che sarebbe divenuto il suo modello, Giovanni Galli, debuttando in coppa Italia il 3 settembre 1988 nel match casalingo vinto dal Milan 2-1 contro la Lazio e successivamente arrivò la convocazione nella under 21 allenata da Cesare Maldini. Lo spazio però era davvero poco e Francesco, senza aver ancora esordito in campionato nella formazione rossonera, nell’estate del 1990, scavalcato nelle gerarchie da Andrea Pazzagli, il nuovo titolare, fu prestato al Cesena nell’ambito dell’operazione che condusse al Milan, Sebastiano Rossi. Terzo portiere, in Romagna, chiuso dal capitano Alberto Fontana e da Marco Ballotta, il Milan lo mandò a Modena in serie B, durante il mercato di riparazione dello stesso anno, dove finalmente il talento di Antonioli sbocciò, sotto la guida di Renzo Ulivieri. Fu così richiamato al Milan nell’estate del 1991 per fare il vice del titolare scelto dal neo allenatore Fabio Capello. In quella che divenne una stagione da record per il Milan, campione imbattuto, che diede il via alla leggenda degli “invincibili”, Francesco fu il titolare nelle sfide di Coppa Italia, in cui il Milan arrivò fino alle semifinali, sconfitto ed eliminato a Torino il 14 aprile 1992 da un gol di Schillaci nella sconfitta subita per 1-0 contro la Juventus. Ma Francesco brillò. Migliore in campo nel match di Torino, nella competizione che fu un porta fortuna della sua carriera. Nacque così un vero e proprio dualismo con Sebastiano Rossi. Francesco divenne beniamino del pubblico di fede milanista, convinto di avere fra i pali un campione, un portiere come non lo si vedeva dai tempi di Albertosi, con margini di miglioramento evidenti, considerando la giovane età. Il 3 giugno 1992 conquistò a Vaxjo il titolo di campione d’Europa con la nazionale under 21. Antonioli partì titolare nella stagione 92-93, alzando il 30 agosto 1992 la Supercoppa italiana nella vittoria interna dei rossoneri sul Parma per 2-1. Rossi divenne il portiere di coppa Italia, lasciando il ruolo di protagonista tra i pali a Francesco sia in campionato che in Champions League, in cui l’esordio del brianzolo avvenne il 16 settembre 1992 a San Siro contro gli sloveni dell’Olimpia Lubiana. Tutto sembrava andare per il meglio. Anche dopo un piccolo problema muscolare, che causò uno stop di un paio di settimane, Francesco riconquistò subito il suo posto.

Finchè non arrivò il maledetto derby della Madonnina numero 156. Il 22 novembre 1992. Al 69° minuto, col Milan in vantaggio per 1-0 grazie a un gol di Lentini, l’orrendo campo dello stadio, intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, contribuì a rendere beffardo per il portiere un tiro dalla distanza non irresistibile di Luigi De Agostini. Un errore clamoroso di valutazione. Il pallone rimbalzando a terra, scivolò dalle mani del portiere, insaccandosi in rete, con un effetto quasi magico. Anzi un pallone più che magico stregato, che rispedì Antonioli a fare la riserva di Rossi, chiudendo ogni spazio al portiere brianzolo, che nell’estate 1993 chiuse definitivamente la sua avventura milanista, con un computo complessivo di 27 partite ufficiali disputate. Accettò la corte del Pisa e ripartì dalla serie cadetta. In una stagione negativa per i toscani, che chiusero il campionato di serie B 93-94 con la retrocessione in serie C1, Francesco riuscì comunque a brillare e nell’estate del 1994 la Reggiana, allenata da Pippo Marchioro, neopromossa in serie A, decise di scommettere su di lui. Ancora una retrocessione, in una stagione travagliata per gli emiliani, con ben due cambi di panchina, ma Francesco fu il titolare indiscusso e nell’estate del 1995, Renzo Ulivieri, il tecnico che più di ogni altro seppe valorizzarlo, il tecnico che più di ogni altro aveva creduto in quel talento, lo volle con sé al Bologna neopromosso in serie B. Fu una stagione straordinaria. Antonioli trovò finalmente continuità e da titolare, fu tra i grandi protagonisti di una avvincente cavalcata che si concluse per i felsinei con la vittoria del campionato di serie B e di un sorprendente cammino in coppa Italia fino alle semifinali contro l’Atalanta, eliminando durante il cammino Verona, Roma, Reggiana, ma soprattutto il Milan nei quarti di finale, a San Siro, in una gara in cui Francesco riuscì ad esorcizzare il suo passato, parando tutto ciò che poteva parare a Weah e soci, tradito solo da un errore di Tarozzi sull’1-0 per i felsinei,  che portò la sfida ai supplementari e poi ai rigori in cui Francesco fu decisivo parando dal dischetto i tiri di Eranio e Coco. Stagione da incorniciare e finalmente di nuovo padrone del suo destino. La macchia del derby era stata cancellata. Rimase al Bologna fino all’estate del 1999 quando proprio il neo allenatore della Roma, Fabio Capello, lo volle nella capitale, convinto della definitiva maturazione di quel talento inespresso e sfortunato, ai tempi del suo Milan. Era una Roma che stava mettendo in piedi una vera e propria rivoluzione culturale. Un cantiere aperto. Dopo 3 anni di integralismo Zemaniano e di un calcio generalmente offensivo e di schemi ripetuti al limite dell’ossessione, Franco Sensi volle portare a Roma il meglio che il mercato poteva offrire in termini di gestione della rosa e pragmatismo. La stagione 99-2000, che vide trionfare i cugini laziali allenati dall’ex Sven Goran Eriksson, si concluse con un sesto posto e con molte critiche. Non a Francesco, che seppe aver facilmente ragione della concorrenza dell’esperto portiere austriaco Konsel. Ma la Roma aveva gettato le basi, le fondamenta, proprio in quell’anno, ricordato con disprezzo dai tifosi romanisti, della storica vittoria del successivo campionato 2000-01. Nell’estate 2000 Batistuta, Zebina, Samuel, Emerson si aggiunsero a Totti, Tommasi, Di Francesco, Cafu, Montella, Delvecchio, Zago, Aldair, Assuncao e naturalmente a Francesco Antonioli. Fu un trionfo. Il tanto sospirato successo che mancava dal 1983 per la Roma giallorossa e l’apice della carriera per Antonioli. Finalmente protagonista, con 26 presenze da titolare, di un trionfo, lui che da milanista, ne aveva vissuti tanti da spettatore. Nell’estate 2001, la Roma acquistò dall’Atalanta, per 27 miliardi di vecchie lire, Ivan Pelizzoli e Antonioli si ritrovò nuovamente invischiato in un dualismo. Seppur inizialmente, a partire titolare fu l’ex atalantino, qualche incertezza del giovane portiere, restituì il ruolo di protagonista tra i pali al più esperto brianzolo, così in campionato con 30 presenze, così come in Champions League. Rimase alla Roma fino all’estate 2003, quando fu acquistato dalla Sampdoria di Riccardo Garrone, allenata da Walter Novellino. Nella sua esperienza in giallorosso ha totalizzato 145 presenze ufficiali con 138 reti subite. A Genova restò un triennio, ricordato soprattutto per la stagione 2004-05, in cui i blucerchiati ottennero 61 punti fondamentali al ritorno in Europa dopo 7 anni di purgatorio. Nell’estate 2006, considerato ormai anziano, coi suoi quasi 37 anni, in fase calante e senza più nulla da dare, fu ceduto dalla Samp al Bologna, là dove seppe rilanciarsi qualche anno prima. Un Bologna in serie cadetta, ansioso di tornare tra i grandi e allenato ancora dal grande maestro di Francesco. Quel Renzo Ulivieri, vero e proprio angelo custode del portiere brianzolo. Ma le cose non andarono nel verso giusto. Ulivieri fu esonerato e il Bologna non andò al di la di un settimo posto. Il ritorno in serie A arrivò la stagione successiva, 2007-08, sotto la guida tecnica di Daniele Arrigoni. Il Bologna arrivò secondo in serie B e Francesco fu fra i protagonisti di un’altra promozione. Il destino riservò, il 31 agosto 2008, il debutto in campionato proprio a San Siro, proprio contro il Milan, uno stadio in cui tutte le attenzioni erano per Ronaldinho Gaucho, al debutto nella serie A, in maglia rossonera. Il Bologna vinse 2-1 a sorpresa e Francesco fu tra i migliori. Il momento più esaltante di una stagione tribolata, che vide alternarsi in panchina Arrigoni, Mihajlovic e Papadopulo, i felsinei riuscirono comunque a salvarsi, conquistando il 17° posto e salutando a fine stagione quel caparbio antieroe, protagonista di tante battaglie. Una fenice, capace di risorgere sempre, vincendo soprattutto lo scetticismo di chi lo dava già finito. Con i felsinei disputò un totale di 264 partite ufficiali incassando 268 reti. Chiamato nell’estate 2009 a Cesena, in serie B, per difendere i pali dei romagnoli, allenati Pierpaolo Bisoli, conquistò subito un’altra promozione in serie A, ottenendo la salvezza sorprendente nella stagione successiva e chiudendo la carriera all’età di 43 anni, al termine della stagione 2011-12, purtroppo coincisa con la retrocessione in serie B. Con la maglia del Cesena ha totalizzato 109 partite ufficiali. Francesco Antonioli seppur sia stato convocato più volte in nazionale maggiore, non vi ha mai esordito. È stato il secondo di Francesco Toldo agli Europei 2000, concluso dagli azzurri al secondo posto. Antonioli ha attraversato la serie A, vivendone la sua parabola appieno. Dalla golden age di un calcio italiano conquistatore nel mondo, di un campionato, in cui tutti i più grandi volevano venire a giocare, fino al declino, a vantaggio di campionati più ricchi e capaci di evolversi, come Premier League o Liga spagnola. È il 48° giocatore più presente nella storia del campionato di serie A con 416 presenze. Oggi è un collaboratore tecnico del Cesena che milita nel campionato di serie C.

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13 settembre 1969 – Nasce Daniel Fonseca, una carriera tra gioie e dolori

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Daniel Garis Fonseca nasce a Montevideo, in Uruguay, il 13 settembre del 1969.

La sua carriera calcistica inizia nella squadra della sua città, il Nacional Montevideo nel 1988 con la quale vince un campionato.

Subito dopo, inizia la sua avventura Italiana. Viene acquistato dal Cagliari e, avendo i nonni di origine italiana, riesce ad ottenere quasi subito il passaporto italiano.

Passa due stagioni con il Cagliari, giocando 50 partite in due campionati e segnando 17 gol. Nel 1992 viene acquistato dal Napoli che investe circa 15 miliardi di lire più il cartellino di Pusceddu. Furono così altri due anni Serie A, gli unici due in doppia cifra: sedici reti nel 1992-93, 15 nel 1993-94. Con la maglia azzurra segnò tutte e cinque le reti del Napoli nella partita di Coppa Uefa a Valencia.

Il Napoli di quel periodo però, è una società con parecchi guai economici, per cui sarà costretta a sacrificare alcuni giocatori importanti, tra cui Daniel Fonseca.

Così, dopo soli due anni, nel 1994 viene acquistato dalla Roma allenata da Carlo Mazzone. Il presidente Sensi ha grandi obiettivi e quindi anche l’intenzione di acquistare giocatori di un certo livello per raggiungerli. Fonseca infatti, passerà alla squadra capitolina per 20 miliardi di lire, cifra molto alta per l’epoca.

A Roma però vive tre stagioni tra alti e bassi, alcune belle partite e anche risultati deludenti, non riuscendo così a ripetere i successi ottenuti con il Napoli. Otto gol sia nel 1994-95 che nel 1995-96, soltanto 4 nel 1996-97, in un attacco tutto sudamericano insieme all’argentino Abel Balbo. Tuttavia, nello stesso periodo riesce a ottenere grandi soddisfazioni con la nazionale dell’Uruguay, vincendo la Copa America del 1995.

Nel 1997 viene acquistato dalla Juventus, dove però riuscirà ad ottenere una maglia da titolare solo la prima stagione, tuttavia vince una Supercoppa italiana e uno scudetto nella stagione 2001 – 2002.

Ma la carriera di Fonseca, a Torino, iniziò a prendere la sua parabola discendente: nella stagione 1999-2000, a causa di numerosi infortuni, non scese mai in campo in campionato, disputando una sola gara di Coppa Uefa contro il Levski Sofia e una partita di Coppa Italia contro il Napoli il 16 dicembre 1999.

A quel punto Fonseca decide di chiudere il contratto con la Juventus per tornare in Sudamerica ma non in Uruguay, in Argentina con il River Plate.

La sua carriera, ormai quasi conclusa, lo riporta ancora in Italia nella stagione 2002 -2003, nel Como, neopromosso in serie A. Gioca solo due partite prima di dire definitivamente addio al calcio giocato.

Nel suo percorso da calciatore, Daniel Fonseca detto il “castoro” per via dei suoi denti, ha subito numerosi infortuni che ne hanno limitato di certo il rendimento, lo chiamarono anche il “coniglio” per via del suo evidente disagio quando veniva sostituito e, grazie alla trasmissione Mai dire gol e ad una imitazione di Teo Teocoli, si trovò anche una discreta popolarità tra il pubblico italiano. Una cosa è certa infatti, l’Italia e la serie A erano nel suo destino.

Oggi Daniel Fonseca è un ex calciatore in giacca e cravatta con una vita da procuratore in giro per gli stadi di mezzo mondo. Gestisce, tra gli altri talenti, Muslera, Caceres e, in passato, Luis Suarez. Di talento, da calciatore, Fonseca ne aveva da vendere, anche se gli infortuni lo hanno frenato.

 

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