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Il Calcio Racconta

9 novembre 1974 – Nasce “Pinturicchio” Del Piero.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Bernardino di Betto era un pittore raffinato, ma anche un uomo straordinariamente esile, particolare. Come il suo soprannome: PINTURICCHIO, quel nomignolo che gli avevano dato gli altri che lo vedevano gracile e che impazzivano nel vedere le sue pitture, i suoi meravigliosi affreschi. Era così unico e bravo Pinturicchio, che Papa Innocenzo VIII nel 1484 lo volle con sé in Vaticano. Doveva poetizzare tutto, fosse anche l’ordinario.

Solo un uomo dalla grandissima cultura come Gianni Agnelli poteva dare un soprannome del genere ad Alessandro Del Piero, che fin dall’inizio della sua avventura bianconera è stato chiamato a pennellare giocate ed a creare arte a modo suo.

Alessandro Del Piero nasce il 9 novembre 1974 a Conegliano Veneto (TV). Molto legato alla madre Bruna, perse il papà quando era all’apice della sua carriera.

Già da giovanissimo, ha dimostrato eleganza e classe e quel modo imperturbabile di affrontare i campi da gioco che nascondeva una grande sensibilità umana e una rigorosa correttezza.

Inizia a giocare per il San Vendemiano, per poi passare ad una categoria superiore con il Conegliano. Agli esordi, la mamma sperava facesse il portiere, per evitare infortuni, ma per fortuna il fratello Stefano, fece notare a tutti le sue grandi capacità in attacco.

Nel 1991 si trasferisce a Padova, dove esordisce mettendosi in luce grazie al suo indiscutibile talento, passando in quattro anni dalla primavera della squadra veneta, alla ribalta del calcio professionistico.

Proprio in quel periodo infatti, molti club importanti della massima serie se lo contendono, ma solo Milan e Juventus arrivano alla trattativa finale.

Grazie all’intercessione del direttore sportivo del Padova, Piero Aggradi, Alex viene ceduto alla Juventus, la quale ritiene il ragazzo degno sostituto di Roberto Baggio. Scelta che poi, quando quest’ultimo passerà al Milan, si rivelerà perfetta per la squadra bianco nera.

Nel frattempo, il giovane Alex, verrà convocato nella Nazionale Under 21 di Cesare Maldini e con la quale godrà dei successi europei del 1994 e del 1996.

A una settimana dall’esordio in campionato, realizzò il suo primo gol in bianconero, in Juventus – Reggiana, firmando il 4-0 finale.

È nel 1995 però che nasce qualcosa di unico e indimenticabile, il “goal alla Del Piero”: un aggancio ai limiti dell’area di rigore, una mattonella defilata sulla sinistra del campo, finta per lasciare sul posto il difensore e destro a giro a scavalcare il portiere per poi finire inesorabilmente sotto l’incrocio dei pali. Il secondo palo, quello più lontano, ovviamente. Esattamente ventiquattro anni fa Pinturicchio esportava questo gesto calcistico unico nel suo genere, nel prestigioso palcoscenico della Champions in un Borussia Dortmund-Juventus 1-3, rimasto nella storia.

Quello fu solo il più famoso di una serie di “gol alla Del Piero”. Già un anno prima, infatti, nelle sfide di Serie A contro il Napoli e la Lazio, aveva portato alla vittoria la Juve con la stessa prodezza, al San Paolo e all’Olimpico. Tra gli altri “gol alla Del Piero” non possiamo dimenticare quello contro lo Steaua Bucarest, sempre nella stagione 1995/1996 per i colori bianconeri – e quello realizzato in campionato contro il Verona nel dicembre 1996.

È l’8 novembre 1998, giorno prima del suo 24esimo compleanno e nell’apice della sua carriera, che durante la partita Udinese – Juventus, subisce un grave infortunio riportando una grave lesione ai legamenti del ginocchio destro. Il recupero sarà lungo e doloroso e soprattutto coincidente con un calo della prestazione sportiva. La Juve chiuderà l’anno infatti con un deludente settimo posto. Nonostante questo Lippi, allora allenatore della Juventus, continua a ritenerlo punto di riferimento per le ambizioni del club.

Infatti, dopo 9 mesi di stop, torna in campo dimostrando di essere ancora il campione di sempre.

Gli anni d’oro con la Juventus iniziano nel 1995 riuscendo nell’impresa scudetto, Coppa Italia e Supercoppa di Lega, mentre nel 1996 arriva anche la Champions League, la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale.

Anche Zoff prima e Trapattoni poi, in qualità di allenatori della nazionale, non hanno mai potuto prescindere da Alessandro Del Piero nelle loro formazioni. Nel campionato 2000/2001 vinto dalla Roma dopo un lungo testa a testa, Alex subisce un nuovo infortunio e un nuovo stop di un mese e, nonostante la morte del padre e le voci che lo davano per finito, Pinturicchio rientra e, con una prodezza a Bari, il campionato 2001/2002 lo vede in grande forma leader indiscusso della Vecchia Signora, orfana di Zidane trasferito al Real Madrid.

Ai mondiali di Germania 2006 Del Piero realizza un sogno, in semifinale contro la Germania segna il gol del 2-0 all’ultimo secondo dei supplementari; scende in campo poi alla fine di Italia-Francia; calcia e segna uno dei rigori che coroneranno l’Italia campione del mondo per la quarta volta nella sua storia.

L’amore per la Juventus è più forte di qualsiasi cosa, anche dell’ingaggio e non abbandona la Vecchia Signora, neanche negli anni della B, dimostrando talento anche nell’animo, oltre che nella testa e nei piedi.

Alla fine del campionato 2011/2012 sembra intenzionato a terminare la sua carriera, ma a sorpresa, nel settembre 2012 decide di continuare a calcare i campi di gioco anche se dall’altra parte del globo: dopo 19 anni con la Juventus la sua nuova squadra è quella del Sidney, in Australia, dove lo attende la sua maglia numero 10. Resterà nel club fino al

2014, quando in agosto firma un contratto di una stagione con il Delhi Dynamos che milita nel nuovo campionato dell’Indian Super League.

Segna il suo primo e unico gol il 9 dicembre. Termina il campionato al quinto posto, con all’attivo 10 presenze, chiudendo qui la sua attività agonistica.

Tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili, Del Piero ha giocato 897 partite segnando 359 reti, con una media di 0,40 gol a partita.

Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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Avellino – Twente, annullata per motivi economici

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “L’annunciata amichevole Avellino-Twente non è stata disputata, ufficialmente per impraticabilità del campo. La ragione vera è di diversa natura, per la precisione economica. Infatti alle 14,15, un quarto d’ora prima dell’inizio, sugli spalti del Partenio gli spettatori potevano contarsi. Trecento in tutto, con un’alta percentuale di non paganti. La società irpina comunicava che erano stati venduti appena 187 biglietti”. Questo si legge su Stampa Sera del 19 novembre 1979.

Gli olandesi, così riportano le cronache, sembra abbiano inizialmente insistito per giocare, poi invece si sono fatti più compresivi verso la situazione di imbarazzo e disagio in cui si era trovata la società ospitante. Anche se il compenso pattuito era di 18 mila dollari alla fine si accontentano di riceverne 7.500.

La stessa comprensione non l’ha avuta il pubblico, in particolar modo quando hanno visto la squadra di casa scendere in campo per una seduta di allenamento… “Quindi non era una questione di terreno di gioco…” ha commentato qualcuno.

Antonio Sibilia, amministratore delegato della società, al rientro dei giocatori negli spogliatoi ha dichiarato, “I dirigenti olandesi si sono dimostrati dei veri signori. Molto comprensivi”. Poi, riferendosi all’allenatore dell’Inter Bersellini, avversario in campionato, dice “… parla troppo per i miei gusti. Forse ha dimenticato che lo scorso anno ha perso 1-0 ad Avellino. Gli do appuntamento per domenica. Venga a vincere”. Il riferimento è ad una incauta dichiarazione dell’allenatore Bersellini dopo Inter-Juve in cui disse: “Abbiamo battuto la Juve e non l’Avellino”…

La partita la domenica successiva terminerà 0-0 e sarà il sesto risultato utile consecutivo per gli irpini.

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Michel Platini ospite a “Che tempo che fa”: “Venivo da un paese in cui non si viveva il calcio come in Italia”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Fabio Fazio riceve “Le Roi” Michel Platini a “Che tempo che fa” per la presentazione del suo libro “Il Re a nudo”. Scorrono le immagini dei successi dell’ex bianconero che si lascia sopraffare dall’emozione mentre il conduttore gli fa presente come lui sia “come una canzone, un sottofondo della nostra vita, fa parte di tutti”.

“Giocavo con quelli più grandi di me, è così che ho imparato a dribblare”, inizia l’ex Re a raccontarsi, “Venivo da un paese in cui non si viveva il calcio come lo vivete voi, per me è stato un trauma. All’epoca il tifoso in Francia non esisteva, esisteva lo spettatore che andava a vedere la partita, il tifoso che sprona la squadra non esisteva. Un altro mondo per me”.

Dopo aver snocciolato i nomi dei suoi compagni in quel periodo bianconero ha ricordato una frase di Agnelli su di lui, “Abbiamo preso Platini in un paese che non capisce niente di calcio e ci ha insegnato a giocare”. Si è poi tornati al gol annullato nel 1985 durante la finale della Coppa Intercontinentale: “Era validissimo” … e ricorda anche di aver incontrato il guardalinee che aveva fatto annullare la rete qualche tempo dopo a Singapore… “Quasi quasi lo ammazzavo” dice ironicamente.

“Ho fatto l’allenatore della nazionale francese per cinque anni, poi ho smesso, non mi piaceva la vita da C.T.”, prosegue il francese, “Poi mi sono messo al servizio del mio paese per l’organizzazione della Coppa Del Mondo del 1998 che abbiamo vinto (ride)… e poi l’avventura nella Fifa… dove un calciatore finalmente ha la possibilità di difendere il calcio in un mondo di dirigenti. Sono stato l’unico calciatore in quel mondo” …

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14 novembre 1934 – La battaglia di Highbury

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Pensando al 1934 ed alla Nazionale italiana la prima cosa che salta in mente è la vittoria nella coppa del mondo che Pozzo e i suoi conquistano a Roma il 10 Giugno. Nel 1934, come conseguenza di quel mondiale vinto, c’è un’altra partita forse ricordata ancor più della vittoria ai mondiali: la “Battaglia” di Highbury che vide gli azzurri sconfitti per 3 a 2 dai “Maestri” inglesi.

È difficile pensare che una nazionale di blasone come quella Italiana possa avere una sconfitta tra le sue imprese; probabilmente una nazionale come quella Maltese potrebbe ricordare come “imprese” le sconfitte di misura contro nazionali molto più attrezzate, ma perché questo accada ad una nazionale fresca campione del mondo devono entrare in gioco diversi fattori.

In primis deve accadere che il calcio internazionale si trovi nella sua epoca pionieristica o ne sia appena uscito e che gli interessi “paralleli” al calcio più che economici siano legati alla propaganda politica ed ai sentimenti nazionalistici, così accade che i “Maestri” inglesi, come inventori del calcio decidano che per loro sia inutile partecipare ai Mondiali organizzati dalla FIFA, la loro superiorità è tale che non hanno bisogno di confrontarsi con le altre nazioni in un torneo: fintanto che non comporta mancati guadagni che vanno quasi ad inficiare il PIL di una nazione, la rinuncia ai Mondiali di Calcio è una strada percorribile.

Deve anche accadere che i “Maestri” decidano di organizzare una sfida contro i campioni del Mondo in carica quasi ad onorarli della loro attenzione. L’Amichevole (che tanto amichevole non è) deve essere anche organizzata a novembre, uno dei periodi più piovosi in quella che è forse la nazione più piovosa del continente. Deve anche accadere che oltre alla pioggia novembre regali la nebbia nascondendo molte cose all’arbitro svedese Otto Ohlsson, è così che il “centro attacco” inglese Ted Drake dopo due minuti con un intervento deciso rompe il piede all’azzurro Monti che non può essere sostituito perché le sostituzioni non sono previste. Tutto ciò un minuto dopo il rigore calciato dall’inglese Ted Drake e parato da Ceresoli. Gli inglesi comunque dopo aver sbagliato il rigore ed aver azzoppato Monti, rifilano agli Azzurri 3 gol in 9 minuti, trovandosi sul 3 a 0 al 12° minuto. Pozzo corre ai ripari spostando l’ormai immobile Monti prima sulla mediana, poi come ala (per poi toglierlo dal campo).

Nell’elenco degli accadimenti che portano alla “vittoria morale” italiana anche c’è sicuramente il fatto che la Nazionale Italiana può aver messo in preventivo di perdere ma non di essere umiliata, così non si sa quanto con le buone o quanto con le cattive (come ipotizza Gianni Brera), l’undici o meglio il dieci italiano inizia una strenua resistenza riuscendo a chiudere il primo tempo senza subire altre reti.

Nel secondo tempo sulla falsariga di quanto fatto dagli inglesi nel primo tempo l’Italia si porta sul 3 a 2 nel giro di pochi minuti, è Meazza a finalizzare due azioni al 58° ed al 62° ma la rimonta italiana si ferma qui, sarà la traversa ad impedire la rimonta nel finale di partita.

La narrazione tipica del periodo fascista farà il resto, abbondano i racconti dell’epica impresa degli azzurri e dei tifosi italiani al seguito che festeggeranno la “vittoria”. La stampa inglese criticherà invece i suoi per non aver voluto infierire su un avversario ormai domato.

È così che è nato il mito di quella partita e dei Leoni di Highbury rinforzato negli anni da una specie di maledizione che porterà gli italiani a dover attendere 39 anni esatti per consumare la rivincita, gli azzurri dovranno quindi aspettare un’altra epoca ed un’altra storia che vi abbiamo raccontato esattamente un anno fa in questo articolo.

 

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