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La Penna degli Altri

Pozzo e il record durato 80 anni. L’Italia che vinse in maglia nera

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LA REPUBBLICA (Matteo Marani) – […]   … la serie vincente firmata da Pozzo, ancora oggi il ct con più lunga permanenza sulla panchina azzurra (20 anni) e maggiore numero di vittorie (54). II primo successo della serie fu contro il Belgio, nell’amichevole disputata a San Siro nel maggio 1938. L’ultimo contro la Germania nel marzo 1939, che precedette il pari con l’Inghilterra. Fu il Mondiale francese a occupare la metà della striscia di vittorie. Si partì con la vittoria assai sofferta contro la Norvegia (2-1), cui segui quello di Parigi contro i padroni di casa (3-1). I francesi erano favoriti, visto che avevano sempre vinto sin lì le nazioni organizzatrici: l’Uruguay nel 1930, noi nel 1934. A Parigi accaddero però due fatti nuovi. La squadra fu obbligata a indossare la maglia nera su indicazione del governo, rappresentato in loco dal presidente federale Giorgio Vaccaro, in risposta ai fischi dei fuoriusciti durante la marcia reale suonata a Marsiglia. La seconda fu invece una grande intuizione tattica di Pozzo: fuori Monzeglio, in difesa, per far posto al giovane Foni, uno degli eroi di Berlino 1936. In attacco furono inserite le due ali emergenti: il bolognese Amedeo Biavati, col suo passo doppio, e il calciatore della Triestina Colaussi, che segnerà in tutte le restanti partite. Era una Nazionale in forte cambiamento rispetto a quella trionfatrice nel ’34 a Roma. Erano rimasti Meazza e Giovanni Ferrari, architetto di centrocampo, ma attorno era tutto cambiato: dal portiere Olivieri al difensore Rava, dal mediano Locatelli al centromediano metodista Andreolo. La stella della squadra era Silvio Piola, salito a bordo nel 1935. Furono due suoi gol, assieme a una doppietta di Colaussi, a regalarci il Mondiale nella finale contro l’Ungheria, dopo che in semifinale avevamo battuto il celebrato Brasile. I sudamericani si sentivano più forti, al punto di preservare il fuoriclasse Leonidas per la finale. Invece, con il rigore calciato da Meazza, che mai perse l’elastico dei pantaloncini come si favoleggia, alla finale allo stadio Colombes giunsero gli azzurri, poi accolti da Mussolini a piazza Venezia. Se la Coppa del mondo di quattro anni prima era servita a celebrare i fasti del fascismo, quella del 1938 fu strumentalizzata come superiorità della razza italica, in un Paese che negli stessi mesi andava varando la schedatura degli ebrei. Il filotto di vittorie si sarebbe allungato nell’inverno, quando Pozzo e Piola furono invitati a guidare, da punti diversi, la rappresentativa del Resto d’Europa che affrontò l’Inghilterra. La popolarità di Pozzo era ormai universale. Per amore della Nazionale, il giornalista ed ex dirigente della Pirelli rinunciò a tutto, persino ai soldi. Gli fu regalato solo un piccolo appartamento a Torino quando fu allontanato, in modo piuttosto traumatico, nell’estate del 1948. […]

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Milan 120. Gianni Rivera:”Rocco un secondo padre”

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Bellissima intervista a Gianni Rivera da parte di Massimo M. Veronese de Il Giornale, ne riportiamo i passaggi per noi più importanti…

[…] Rivera, cominciamo dall’inizio: arriva al Milan e va in campo subito con Juan Alberto Schiaffino, il Messi degli anni ’50.

«Giocai con Schiaffino addirittura prima di debuttare in serie A con l’Alessandria. Non avevo ancora 16 anni ed era il mio provino al Milan. Alla fine lui e Liedholm andarono da Gipo Viani a dire di prendermi. E Viani disse: tranquilli, già fatto…»

Primo campionato: il suo capitano è Nils Liedholm.

«Fu il mio primo e il suo ultimo. E il mio ultimo fu con lui in panchina quando conquistammo la Stella. Nils, con Nordhal e Gren, ha cambiato la Storia: il Milan diventò il Milan quando arrivarono loro tre».

La storia si ripete: anche Franco Baresi comincia quando Rivera finisce. Sembra un testimone che passa di mano in mano.

«All’inizio mi dava del lei, c’è voluto un po’ di tempo prima di passare al tu. La maglia di libero di solito finiva sulle spalle del difensore più esperto. Lui a 18 anni era già il libero di una squadra che vinceva il campionato. Ho capito subito di che pasta fosse fatto».

C’è un gol segnato con il Milan che ama più di altri?

«Il primo. Un pallonetto in corsa all’incrocio appena dentro l’area di rigore contro la Juventus a Torino. Avevo 17 anni e tre mesi» […]

Con Pierino Prati crea una delle coppie più micidiali della Storia

«Pensare che non dovevamo neanche giocare insieme. L’anno dello scudetto del Sessantotto lo ripescarono da un prestito ed entrò in prima squadra solo a novembre. Quando Rocco lo vide, vestito da yè yè disse: ma abbiamo preso un calciatore o un cantante rock?…».

E Fabio Capello? Ereditò il suo 10 ed è diventato l’allenatore che ha vinto di più.

«Sono stato io da vicepresidente a convincerlo a fare il corso allenatori che Allodi aveva appena creato. Fabio studiava tutta la settimana a Coverciano e poi tornava a Milano ad allenare i giovani. […]».

[…] Lei denunciò il malcostume nel calcio quasi 50 anni fa. Disse: dispiace che gli sportivi pensino che il calcio sia una cosa seria…

 «I miei compagni erano convinti che il Milan fosse penalizzato dagli arbitri e dato che i dirigenti non aprivano bocca parlai io. Dissi che gli arbitri volevano farci perdere lo scudetto per farlo vincere alla Juve. E mi presi tre mesi di squalifica».

[…] Cosa è stato Nereo Rocco per Rivera…

«È stato un secondo padre. Con lui cambiò il modo di fare spogliatoio: faceva la doccia con noi, ci raccontava della moglie, dei figli, come fossimo in famiglia. Era uno di noi pur essendo il nostro Paron…».

[…] I formidabili anni Sessanta quanto devono alla rivalità tra Rivera e Mazzola?

 «Milano era la capitale del calcio, Milan e Inter vincevano dappertutto e io e Mazzola eravamo i capitani e le bandiere delle due squadre. Era normale che ci vedessero rivali anche se all’inizio la rivalità era con Corso. Non è vero poi che non potessimo giocare assieme in Nazionale. In realtà e io e Sandrino ci siamo sempre stimati e voluti bene».

[…]  Quarant’anni fa vinse il Pallone d’Oro: fu il primo italiano.

«Si, ma allora era tutto più sobrio, non c’erano tutte le celebrazioni di oggi. Il senso però era lo stesso».

Una delle foto più belle della storia del Milan vede lei, Cesare Maldini e Baresi che scendono dall’aereo con la Coppa dei Campioni dopo la vittoria con lo Steaua Bucarest del 1989…

«Ricordo la meraviglia del Camp Nou di Barcellona tutto colorato di rossonero: sembrava di giocare a San Siro. In quella foto c’erano i tre capitani che avevano portato il Milan in cima all’Europa. In quella foto c’era la Storia».

Quel Milan, il Milan di Sacchi, è stata votata dall’Uefa la squadra più forte di tutti i tempi.

«Quella squadra aveva la difesa della nazionale italiana e l’attacco della nazionale olandese. Poteva solo fare grandi cose».

 Però cambiò la mentalità delle squadre italiane. Prima si andava all’estero solo per difendersi.

«Ma anche il mio Milan era così: aveva tre punte, Hamrin, Sormani e Prati. E io che ero il quarto. Anche se Rocco era uno dei padri noi non facevamo catenaccio».

[…] Berlusconi è stato il Santiago Bernabeu del Milan?

«Ha salvato il Milan da una situazione difficile e lo ha portato in cima al mondo: le vittorie che ha conquistato parlano per lui».  […]

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Carosio e quella bufala lunga 50 anni

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IL GIORNALE (Elia Pagnoni) – Un radiocronista a teatro […] Massimo De Luca, ex conduttore di Tutto il calcio minuto per minuto e della Domenica Sportiva, ma anche di Pressing sulle reti Mediaset, che per due sere si trasforma in attore per raccontare la grande parabola della vita e della carriera di Nicolò Carosio «il padre di tutti noi radio-telecronisti, l’inventore di questo mestiere». La passione di De Luca per Carosio, al di là dei riferimenti professionali, nasce in particolare dalla volontà di smontare il “giallo dell’etiope” che portò di fatto al licenziamento dalla Rai dello storico radiocronista durante il mondiale messicano del ’70.

De Luca, che aveva già ricostruito la vicenda per scagionare Carosio nel corso di una puntata della Domenica Sportiva, ha pensato di allestire questo spettacolo (che va in scena oggi e domani al Teatro Oscar di Milano) spinto dalle meticolose ricerche di un documentarista Rai, Pino Frisoli, che gli hanno consentito di ricostruire tutta la vicenda.

Così è nato questo spettacolo che racconta Carosio dalla prima audizione all’Eiar (la Rai dei tempi del fascismo) del ’32 a Italia-Israele dell’11 giugno del 1970. […] Il gran finale, invece, è dedicato al giallo dell’etiope: «Come si sa Carosio venne fatto fuori con l’accusa di aver dato del “negro” al guardalinee etiope Tarekegn, reo di aver annullato un gol a Gigi Riva. Ma non c’è traccia di questa parola, Carosio lo chiama semplicemente etiope, […] In realtà, grazie al lavoro di ricerca di Frisoli, scopriamo che tutto il caso viene montato sul dopo partita, sulle interviste in tribuna stampa fatte alla radio da Mario Gismondi, in cui si scopre, riascoltando la registrazione, che Antonio Ghirelli, allora direttore del Corriere dello Sport, fa una battuta dicendo che «potremmo considerarla una vendetta del Negus». Da lì si scatena una serie di strane reazioni…» […]

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Il Barone segreto. Liedholm Jr: “Mio padre, Turone e quel titolo che era già della Juve”

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LEGGO.IT (Giuseppe Falcao) – Sono passati 35 anni da quella notte di maggio del 1984. Da allora generazioni di romanisti si fanno la stessa domanda su mio padre: «Perché Falcao non ha tirato il calcio di rigore contro il Liverpool?». La soluzione al mistero la fornisce Carlo, 58enne figlio di Nils Liedholm: «La verità è che Paulo non era bravo a tirarli».
Era all’Olimpico quella sera?
«Certo. Notai che i calciatori del Liverpool erano più tranquilli, si facevano le foto sotto la Curva Sud. La loro serenità mi preoccupò».
Nils Liedholm cosa le ha raccontato di quella partita?
«Non ne parlò mai».
Fu la sua delusione più grande?
«Certamente, insieme allo scudetto perso per il gol annullato a Turone».
Che pensava il Barone di quel gol annullato?
«Era un po’ rassegnato, sapeva che era molto difficile in un testa a testa con la Juve vincere lo scudetto».
Tra Nils Liedholm e Falcao, si racconta, ci fosse una sorta di simbiosi, è vero?
«Papà si rivedeva molto in Falcao come giocatore. E Falcao vedeva Nils come una sorta di padre».
E come era il rapporto tra suo padre e Agostino Di Bartolomei?
«Agostino aveva un carattere chiuso e mio padre ci mise un po’ per farlo aprire, poi però legarono molto, tanto che andarono insieme al Milan».
Lo scudetto della Roma fu la gioia più grande?
«Non solo. Era molto orgoglioso della salvezza raggiunta con il Monza in B: lo prese che era ultimo in classifica. E poi lo scudetto della stella con il Milan».
La scaramanzia del Barone e il suo legame con Maggi, detto il Mago ha generato leggende.
«Maggi era un amico di famiglia, era un pranoterapeuta. Ma papà fu vittima della sua stessa scaramanzia».
Perché?
«Negli anni 90 lo chiamò la Sampdoria per sostituire Boskov. Io lo accompagnai alla villa di Mantovani. Sembrava tutto fatto. La mattina dopo arrivò una telefonata del Presidente della Samp che gli comunicava che due giocatori si erano opposti al suo arrivo perché erano certi che la formazione l’avrebbe fatta il suo mago».
C’è un allenatore nel quale rivede papà?
«Carlo Ancelotti».
Viola-Liedholm, un connubio vincente.
«È stato il suo grande Presidente. Ma ebbe un ottimo rapporto anche con Franco Sensi».
A Milano ha avuto Silvio Berlusconi come presidente.
«Erano due persone diverse. Mio padre si riteneva calcisticamente molto preparato. Berlusconi pensava di saperne molto in ogni campo, anche nel calcio. Non erano compatibili, diciamo così» […]

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