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La Penna degli Altri

Il “Best friulano”: Ezio Vendrame, la mezzala che sarebbe diventata un poeta

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IOGIOCOPULITO.IT (Paolo Marcacci) – […] Quando finisci in un orfanotrofio pur avendo tutti e due i genitori in vita, perché quando si erano separati nessuno dei due aveva la possibilità di mantenerti, se vuoi sopravvivere devi cominciare a dribblare ogni cosa […] Ezio Vendrame ha sempre detto di aver amato i dribbling e gli assist più dei gol: perché il gol per lui era la fine di tutto; un po’ come dire che quando fai l’amore devi goderti tutto fino al momento dell’orgasmo, perché subito dopo non resta più niente di quello che ti stavi godendo. 

A godere e a far godere lui non ha saputo mai rinunciare, anche con gli scarpini ai piedi. Come in un lontano Padova – Cremonese di tanto tempo fa: capitani lui e Mondonico, i biancoscudati tranquilli in classifica, i grigiorossi alla disperata ricerca di un punto per la salvezza; l’accordo ci poteva stare. Se non che a un certo punto Vendrame si accorge che il suo pubblico, i tifosi del Padova, si stanno quasi addormentando. Allora pensa di puntare verso la propria porta, dopo aver ricevuto palla, fingendo di voler arrivare a calciare in area, contro il suo portiere. Il pubblico ha un sussulto, quasi di gratitudine per quei secondi di vitalità. Tranne un tifoso, cardiopatico, che muore d’infarto. Dopo averlo saputo, Vendrame per onorarne la memoria dice che se sapeva di essere sofferente di cuore e che se ha scelto di assistere a una sua partita, è evidente che voleva morire, ma che è morto felice. 

Quel tunnel a Rivera, sotto gli occhi di San Siro, altri lo avrebbero celebrato per tutta la vita; lui ancora oggi ne parla con quasi dispiacere, ricordando però che quando l’ex Golden boy gli si fece sotto aveva le gambe un po’ troppo aperte e quando qualcuno si avvicina con le gambe troppo aperte si aspetta sempre qualcosa […]

Di quello che ha avuto nei piedi da madre natura il calcio italiano si sarà goduto sì e no il dieci per cento […] Felice di allenare i ragazzini, anche se sogna una squadra di orfanelli, senza l’intromissione dei genitori, sempre più insopportabili. 

Non bisogna chiedersi come e perché sia diventato – anche – uno scrittore e un poeta; bisognerebbe domandarsi come sarebbe stato possibile che non lo diventasse. Non perché sia nato a Casarsa della Delizia, come Pasolini, ma perché un giorno tra le sue frequentazioni era entrato anche Piero Ciampi, prima poeta e poi cantautore, ingoiato dall’alcol molto prima di Best. Una domenica, accortosi del fatto che Ciampi era seduto in tribuna, Vendrame chiese all’arbitro di fermare il gioco, per salutare l’artista. 

[…] Dei lussi che ha saputo concedersi, tolti quelli effimeri a cui con leggerezza ha saputo e voluto rinunciare, si è tenuto soltanto la sua personalissima graduatoria dei più grandi giocatori che lui abbia visto: – Maradona, Gianfranco Zigoni, Gigi Meroni: in quest’ordine, non alfabetico -. Col privilegio di fare a meno di Best, forse provocatoriamente, lui che era stato definito il Best friulano […]

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Miracolo Atalanta, già trent’anni fa

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IL FATTO QUOTIDIANO (Paolo Ziliani) – […] non è questa la prima volta in cui il club bergamasco sbalordisce il mondo mettendosi a sfoderare prodezze in Europa. Era già successo 32 anni fa, nell’87-’88, e se vogliamo, visto che l’Atalanta giocava allora in serie B, lo stupore fu addirittura superiore. […] a vincere la Coppa Italia, nell’86-’87, era stato il Napoli di Diego Armando Maradona dopo la doppia finale con l’Atalanta di Nedo Sonetti, appena retrocessa in serie B. Il Napoli però, avendo vinto lo scudetto avrebbe disputato l’anno successivo la Coppa dei Campioni; e per regolamento in Coppa Coppe avrebbe trovato posto il club sconfitto in finale di Coppa Italia, cioè l’Atalanta. Squadra di serie B, per l’appunto. Il presidente Bortolotti ha affidato la squadra a Emiliano Mondonico. In porta c’è Piotti, in difesa Progna e Carmine Gentile, a centrocampo Stromberg, Icardi, Nicolini e Andrea Fortunato, in attacco Cantarutti e Garlini (detto “Oliviero bomber vero”). […]

Nella storia della Coppa delle Coppe non è mai successo che un club di 2° divisione sia approdato alle semifinali, ma i ragazzi di Mondonico entrano nel Guinness dei Primati: all’andata, in casa, trascinati da Stromberg (che si procura il rigore dell’1-0 trasformato da Nicolini) rifilano ai portoghesi un 2-0 durissimo da rimontare; e al ritorno, sotto di un gol segnato al 66′ da Mario Jorge, pugnalano lo Sporting con un contropiede italian style finalizzato da Cantarutti. 1-1, l’Atalanta di serie B è in semifinale e qui incontra la squadra rivelazione del calcio belga, il Malines del leggendario portiere Preud’Homme. Andata in Belgio e grande prova dell’Atalanta che annulla con Stromberg l’1-0 di Ohana e solo nel finale cede al 2-1 di Den Boer. Al ritorno basta vincere 1-0 per volare in finale: e il sogno sembra avverarsi quando “Oliviero bomber vero” segna al 39′ un calcio di rigore. Bergamo non crede ai propri occhi, ma il miracolo non si compie: nel secondo tempo Rutjes pareggia al 59′, l’Atalanta ci prova in tutti i modi ma nel finale la trafigge Emmers: 1-2, […]

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Milan 120. Gianni Rivera:”Rocco un secondo padre”

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Bellissima intervista a Gianni Rivera da parte di Massimo M. Veronese de Il Giornale, ne riportiamo i passaggi per noi più importanti…

[…] Rivera, cominciamo dall’inizio: arriva al Milan e va in campo subito con Juan Alberto Schiaffino, il Messi degli anni ’50.

«Giocai con Schiaffino addirittura prima di debuttare in serie A con l’Alessandria. Non avevo ancora 16 anni ed era il mio provino al Milan. Alla fine lui e Liedholm andarono da Gipo Viani a dire di prendermi. E Viani disse: tranquilli, già fatto…»

Primo campionato: il suo capitano è Nils Liedholm.

«Fu il mio primo e il suo ultimo. E il mio ultimo fu con lui in panchina quando conquistammo la Stella. Nils, con Nordhal e Gren, ha cambiato la Storia: il Milan diventò il Milan quando arrivarono loro tre».

La storia si ripete: anche Franco Baresi comincia quando Rivera finisce. Sembra un testimone che passa di mano in mano.

«All’inizio mi dava del lei, c’è voluto un po’ di tempo prima di passare al tu. La maglia di libero di solito finiva sulle spalle del difensore più esperto. Lui a 18 anni era già il libero di una squadra che vinceva il campionato. Ho capito subito di che pasta fosse fatto».

C’è un gol segnato con il Milan che ama più di altri?

«Il primo. Un pallonetto in corsa all’incrocio appena dentro l’area di rigore contro la Juventus a Torino. Avevo 17 anni e tre mesi» […]

Con Pierino Prati crea una delle coppie più micidiali della Storia

«Pensare che non dovevamo neanche giocare insieme. L’anno dello scudetto del Sessantotto lo ripescarono da un prestito ed entrò in prima squadra solo a novembre. Quando Rocco lo vide, vestito da yè yè disse: ma abbiamo preso un calciatore o un cantante rock?…».

E Fabio Capello? Ereditò il suo 10 ed è diventato l’allenatore che ha vinto di più.

«Sono stato io da vicepresidente a convincerlo a fare il corso allenatori che Allodi aveva appena creato. Fabio studiava tutta la settimana a Coverciano e poi tornava a Milano ad allenare i giovani. […]».

[…] Lei denunciò il malcostume nel calcio quasi 50 anni fa. Disse: dispiace che gli sportivi pensino che il calcio sia una cosa seria…

 «I miei compagni erano convinti che il Milan fosse penalizzato dagli arbitri e dato che i dirigenti non aprivano bocca parlai io. Dissi che gli arbitri volevano farci perdere lo scudetto per farlo vincere alla Juve. E mi presi tre mesi di squalifica».

[…] Cosa è stato Nereo Rocco per Rivera…

«È stato un secondo padre. Con lui cambiò il modo di fare spogliatoio: faceva la doccia con noi, ci raccontava della moglie, dei figli, come fossimo in famiglia. Era uno di noi pur essendo il nostro Paron…».

[…] I formidabili anni Sessanta quanto devono alla rivalità tra Rivera e Mazzola?

 «Milano era la capitale del calcio, Milan e Inter vincevano dappertutto e io e Mazzola eravamo i capitani e le bandiere delle due squadre. Era normale che ci vedessero rivali anche se all’inizio la rivalità era con Corso. Non è vero poi che non potessimo giocare assieme in Nazionale. In realtà e io e Sandrino ci siamo sempre stimati e voluti bene».

[…]  Quarant’anni fa vinse il Pallone d’Oro: fu il primo italiano.

«Si, ma allora era tutto più sobrio, non c’erano tutte le celebrazioni di oggi. Il senso però era lo stesso».

Una delle foto più belle della storia del Milan vede lei, Cesare Maldini e Baresi che scendono dall’aereo con la Coppa dei Campioni dopo la vittoria con lo Steaua Bucarest del 1989…

«Ricordo la meraviglia del Camp Nou di Barcellona tutto colorato di rossonero: sembrava di giocare a San Siro. In quella foto c’erano i tre capitani che avevano portato il Milan in cima all’Europa. In quella foto c’era la Storia».

Quel Milan, il Milan di Sacchi, è stata votata dall’Uefa la squadra più forte di tutti i tempi.

«Quella squadra aveva la difesa della nazionale italiana e l’attacco della nazionale olandese. Poteva solo fare grandi cose».

 Però cambiò la mentalità delle squadre italiane. Prima si andava all’estero solo per difendersi.

«Ma anche il mio Milan era così: aveva tre punte, Hamrin, Sormani e Prati. E io che ero il quarto. Anche se Rocco era uno dei padri noi non facevamo catenaccio».

[…] Berlusconi è stato il Santiago Bernabeu del Milan?

«Ha salvato il Milan da una situazione difficile e lo ha portato in cima al mondo: le vittorie che ha conquistato parlano per lui».  […]

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La Penna degli Altri

Carosio e quella bufala lunga 50 anni

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IL GIORNALE (Elia Pagnoni) – Un radiocronista a teatro […] Massimo De Luca, ex conduttore di Tutto il calcio minuto per minuto e della Domenica Sportiva, ma anche di Pressing sulle reti Mediaset, che per due sere si trasforma in attore per raccontare la grande parabola della vita e della carriera di Nicolò Carosio «il padre di tutti noi radio-telecronisti, l’inventore di questo mestiere». La passione di De Luca per Carosio, al di là dei riferimenti professionali, nasce in particolare dalla volontà di smontare il “giallo dell’etiope” che portò di fatto al licenziamento dalla Rai dello storico radiocronista durante il mondiale messicano del ’70.

De Luca, che aveva già ricostruito la vicenda per scagionare Carosio nel corso di una puntata della Domenica Sportiva, ha pensato di allestire questo spettacolo (che va in scena oggi e domani al Teatro Oscar di Milano) spinto dalle meticolose ricerche di un documentarista Rai, Pino Frisoli, che gli hanno consentito di ricostruire tutta la vicenda.

Così è nato questo spettacolo che racconta Carosio dalla prima audizione all’Eiar (la Rai dei tempi del fascismo) del ’32 a Italia-Israele dell’11 giugno del 1970. […] Il gran finale, invece, è dedicato al giallo dell’etiope: «Come si sa Carosio venne fatto fuori con l’accusa di aver dato del “negro” al guardalinee etiope Tarekegn, reo di aver annullato un gol a Gigi Riva. Ma non c’è traccia di questa parola, Carosio lo chiama semplicemente etiope, […] In realtà, grazie al lavoro di ricerca di Frisoli, scopriamo che tutto il caso viene montato sul dopo partita, sulle interviste in tribuna stampa fatte alla radio da Mario Gismondi, in cui si scopre, riascoltando la registrazione, che Antonio Ghirelli, allora direttore del Corriere dello Sport, fa una battuta dicendo che «potremmo considerarla una vendetta del Negus». Da lì si scatena una serie di strane reazioni…» […]

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