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Il Calcio Racconta

21 Maggio 1990 – Quando a Bari Mitropa fece rima con Europa

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimiliano Morelli) – Quella del 1990 per il calcio italiano fu una benedetta primavera. Mentre l’Italia pallonara freme in attesa di poter sbarrare gli occhi insieme a Totò Schillaci nelle splendide notti magiche del nostro Mundial, le sue compagini di club si guadagnano la scena europea a suon di trionfi. Uno dopo l’altro. Il 9 Maggio la Samp del profeta Vujadin aveva scaldato i cuori vichinghi della gelida Goteborg con gli epici supplementari, che avevano portato sotto la Lanterna la compianta Coppa delle Coppe. Di par loro, Juve e Fiorentina si erano contese in un indimenticabile passo a due, e tra mille polemiche, una Coppa Uefa, quell’anno tutta italiana. E ciliegina sulla torta, il solito Milan pane e tulipani, aveva bissato il trionfo sul trono più alto d’Europa, illuminando Vienna, e rovinando la festa a Eriksson e al suo Benfica.

Ma quell’anno, altri biancorossi, dal pedigree assai meno scintillante dei Lusitani di Svengo, si inventarono un’Europa che non avrebbero rivisto mai più.

C’è una parola qui a Bari che fa parte dell’immaginario collettivo popolare. Quasi come la fcazz (focaccia) e u’pulp (il polpo). È la Mitropa Cup. Quella coppa gigantesca, dal nome improbabile, che sa di guerra fredda e almanacchi Panini, è entrata nel cuore e nei racconti dei baresi, una calda sera di quella primavera europea. Era di maggio. Il 21 maggio di trenta anni fa. Quella sera, la città accende per l’ultima volta l’impianto di illuminazione e la grande storia del Della Vittoria, stadio epico già nel nome. Per l’inattesa notte di gala, primo appuntamento internazionale di una storia assai travagliata, i baresi affollano il vecchio stadio e sognano che l’Europa sia pronta ad aggiungere un posto a tavola. Da qualche anno, ed ancora per quel poco che le resta da vivere, la Coppa della Mitteleuropa, la più antica tra i trofei Europei per club, è diventata una sorta di Coppa dei Campioni di Serie B, aperta ai vincitori dei campionati cadetti dell’Europa Centrale. Per un calcio che ancora non è soffocato dall’overdose delle pay-tv, non fa differenza. Quello è un appuntamento da onorare. Che merita anche una diretta RAI, affidata all’allora giovane voce di Jacopo Volpi.

In campo, per la verità, di squadre italiane ce ne sono due. Strappo alla regola. La stagione precedente i Galletti di Salvemini si erano contesi spalla a spalla la vittoria tra i cadetti con il Genoa di Scoglio, finendo appaiati e guadagnandosi un doppio accesso alla Mitropa. Si gioca in Italia, come spesso accade in quel decennio, e i buoni uffici di Matarrese in FIGC portano a Bari la manifestazione. L’intenzione, a dire il vero, era che quella finale tirasse su il sipario, in diretta nazionale, sul fiore all’occhiello dei Kennedy di Puglia, quello stadio-gioiello, il San Nicola, pronto ad ospitare le Notti Mondiali. Ma in Italia, si sa, le cose non vanno mai come ci si aspetta. La creatura di Renzo Piano, a meno di un mese dal Mondiale, ha ancora bisogno di qualche ritocco, così per quella sera, il Della Vittoria val bene una Mitropa.
Bari e Genoa sono reduci entrambe da un’ottima annata, nella serie A che ha visto trionfare il Napoli di Maradona parte II. I Grifoni, guidati dalle prodezze sotto porta di “Fontolino” Fontolan e dal vulcanico “rombo” dell’indimenticato Professore, hanno conquistato una lusinghiera undicesima posizione. Ancor meglio hanno fatto i Baresi, tra le sorprese del campionato, con un decimo posto a soli tre punti dalla UEFA.

In un clima storico da tutti a casa, le avversarie delle due italiane hanno poco da far valere. Sino a quella finale, il Bari ha fatto fuori, e senza colpo ferire, i magiari del Pécsi e il Radnicki, club che batteva ancora orgogliosa bandiera jugoslava, prima che la storia spezzasse in mille frammenti l’Europa dell’Est. Il Genoa, di par suo, aveva onorato la trasferta pugliese, e s’era fatto strada sbarazzandosi degli slavi dell’Osijek e del glorioso Slavia Praga, a quel tempo cimelio di una Cecoslovacchia ancora unita, e veterana della Coppa.

La formazione biancorossa scesa in campo contro il Genoa (foto La Gazzetta del Mezzogiorno.it)

Il Bari si affaccia all’appuntamento con la storia presentandosi in assetto sperimentale. Salvemini è costretto a lasciare a casa alcuni dei titolari, reduci dalle fatiche della stagione appena trascorsa. Ma tra gli undici che scendono in campo trovano posto tanti degli idoli di casa. C’è il portierone Mannini, alla sua ultima presenza tra i pali dei Galletti. Ci sono Carbone, Brambati, e Lorenzo Amoruso (pronto a subentrare), tre giovani promesse che vestiranno poi casacche gloriose. Ci sono i due brasiliani veri, Gerson e Joao Paulo, che Janich ha portato in Puglia, scovandoli in contesti da Maracanà di Banfiana memoria, su consiglio di quel mago di Altafini. Manca però il più brasiliano di tutti, Pietro Maiellaro, lo Zar, assente quella sera, ma protagonista di una splendida stagione, costellata di colpi di prestigio, che hanno fatto spellare le mani alla Curva Nord. Altro grande assente Di Gennaro, il capitano, ex-nazionale e faro del Verona dei miracoli di Bagnoli. E manca pure Nestor Lorenzo, libero argentino incompreso e impacciato al centro della difesa biancorossa, ma aggregato alla Seleccion di Bilardo in partenza per il mondiale. Nessun problema. Al suo posto ecco un brillante escamotage tirato fuori dal cilindro magico di un regolamento che non peccava certo di fantasia. In sostituzione dei giocatori in ritiro con le nazionali, le partecipanti al trofeo possono farsi “prestare” qualche giocatore da altre società. Il Bari, tra l’imbarazzo dei suoi fan, pesca proprio nell’odiata Lecce la pedina di ricambio, e piazza al centro della difesa Ubaldo Righetti, col “bene placet” di Mimmo Cataldo, DS volpone giallorosso che già pensa di sistemarlo a Bari per la stagione che viene. Ma non se ne farà nulla e quella sarà l’unica esperienza di Righetti in biancorosso, prima di riabbracciare Mazzone a Pescara.

Il prezioso tagliando della partita (Collezione Museo del Bari)

Quella resterà agli annali come la serata di un altro grande idolo del Bari di fine ’80. È la maglia numero 7 marchiata Sud Leasing di Carletto Perrone, a prendersi la scena. Sono passati appena 14 minuti, quando il talentuoso furetto biancorosso, imbeccato da Terracenere, si invola sulla destra in un contropiede di quelli che si facevano ancora, e si fa beffa di Braglia, e della sguarnita difesa rossoblù. Con un tocco sotto che qualche anno più tardi avrebbero chiamato cucchiaio, Perrone si prende lo stadio per mano e fa un gesto di stizza alla sorte e ad un tremendo infortunio, patito in Coppa Italia, complice la rude caviglia del napoletano Renica, che quell’anno, l’ultimo in biancorosso, lo avevano tenuto per lungo tempo lontano dal campo.

Nulla può la flebile risposta dei genoani, quella è la sera di Perrone e di Joao, simboli di un Bari tutta fantasia che ha dato filo da torcere alle grandi del campionato. Bujica fischia la fine, Jacopo Volpi racconta agli italiani della quarta coppa europea alzata al cielo in un mese, e il Della Vittoria si congeda con i ricordi indelebili di un calcio che non c’è più, salutando nel modo più bello i suoi Galletti. Perrone e compagni scrivono a grandi lettere il nome del Bari nell’albo d’oro della gloriosa e nostalgica Mitropa Cup, accanto quelli di Bologna, Fiorentina, Pisa, Udinese, Milan e Ascoli, che già avevano portato in Italia “la nonna della Champions”, nelle passate edizioni di una lunga storia.
Bari e i Matarrese sognano un futuro radioso e internazionale nella neonata astronave pronta ad attenderli. Presto la Coppa sparirà misteriosamente dalla già scarna bacheca biancorossa. E con essa il sogno, ancora disatteso, di rivedere il Bari in Europa.

Carlo Perrone e Vincenzo Matarrese sollevano la Mitropa Cup appena conquistata (foto it.wikipedia.org)

A tal proposito, la scomparsa della Coppa, il Museo del Bari, nella persona di Franco Egidio, ci ha rilasciato questa dichiarazione: “Sin dalla nascita del Museo del Bari uno dei primi obiettivi che ci siamo posti era, ed è, quello di ritrovare l’unico trofeo importante vinto dal Bari: la Mitropa Cup. Un trofeo miseramente svanito a causa anche di ben quattro cambi di presidenza e tre fallimenti negli ultimi sei anni. Non sarà facile ma ci stiamo lavorando, così come stiamo pensando a soluzioni alternative ma non sveliamo nulla. Una cosa e’ certa… ci saranno delle sorprese…”. Noi de GliEroidelCalcio saremo qui a raccontarvele…

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Classe 1981, biologo e ricercatore del CNR, con la testa. Con il cuore, tante altre cose. Scrittore dilettante, appassionato di calcio e di un colore, il biancorosso, che lo accompagna dal primo vagito, emesso quando sulla panchina sedeva Catuzzi, e il Bari giocava il calcio più bello d’Italia. Sarà stato quell’imprinting a farlo innamorare del pallone e delle sue storie. Oggi è curatore della pagina Facebook “Una storia chiamata Bari”.

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1920 – 2020: 100 anni di Cagliari

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(GLIEROIDELCALCIO.COM di Andrea Gioia)

Sono passati 100 anni da quel 30 Maggio del 1920.

Quel giorno, uno stimato chirurgo decise di fondare il Cagliari Football Club, sulla scia di quello che avveniva già da inizio secolo in tutto il “continente”.

Il suo nome era Gaetano Fichera e difficilmente avrebbe immaginato che quella società sarebbe stata la prima del sud Italia a vincere un campionato di Serie A.

Tante sono le date importanti nella storia di questa squadra.

Il 1926, ad esempio, è l’anno della scelta dei colori sociali: blu e rosso compaiono sulle magliette dei giocatori, sostituendo il bianco dei primi anni ’20.

Nel 1964, invece, la prima promozione nella massima serie. Quella squadra, allenata da Arturo Silvetri, riuscì a raggiungere il secondo posto finale in Serie B spinta dal pubblico dello Stadio Amsicora e, soprattutto, dal trio di attaccanti Capellaro – Greatti – Riva.

Gli anni a cavallo tra i ’60 ed i ’70 sono quelli dell’apoteosi calcistica e sociale di un’intera regione. 

Nel 1969, con il ritorno del “filosofo” Manlio Scopiglo in panchina, il Cagliari raggiunge la seconda posizione in campionato dopo aver lottato contro la Fiorentina di Pesaola; passa un anno ed il miracolo calcistico si compie.

In quel 1970, che avrebbe visto la nazionale di Valcareggi grande protagonista al mondiale messicano, Gigi Riva e compagni prendono il comando della classifica alla sesta giornata e concludono una cavalcata trionfale che li porterà al primo e unico scudetto.

Anche il 1971 è un anno da ricordare. In quella stagione, in cui il Cagliari era probabilmente destinato a ripetere la gloria del ’70, Rombo di Tuono si infortuna e non può guidare la sua squadra lungo il difficilissimo cammino della Coppa dei Campioni.

E poi ancora il 1994 con la semifinale di Coppa Uefa persa ed il 2003, quando i rossoblù accolgono Gianfranco Zola, il talento calcistico più grande della Sardegna.

Una società gloriosa il Cagliari, capace di affrontare sfide continue ed emozionanti.

Una squadra ed una terra che sono un unicum inimitabile.

Quell’unicum che ha fatto innamorare il più grande attaccante della storia del calcio italiano.

Auguri Cagliari Calcio per i tuoi primi 100 anni.

 

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La storia dei “Tigrotti” della Pro Patria – Parte seconda

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Vi presentiamo oggi il secondo appuntamento con la storia di una squadra di calcio dal nome fortemente evocativo: la Pro Patria. Il racconto ci viene “offerto” dalla collaborazione diretta con il Pro Patria Museum e il suo ideatore Andrea Fazzari: due puntate per assaporare la storia dei Tigrotti.

Buona lettura.

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DAL 1960 AL 1979

Nella stagione 1961-1962 una splendida formazione, simbolo del territorio e di una città intera, sfiora il ritorno in Serie A. Impossibile non celebrare quel fantastico 4-1 alla Lazio, con le firme di Regalia, Pagani e la doppietta di Rovatti. Non arriva la seconda clamorosa promozione in tre anni, ma quel gruppo di giocatori, guidati da Piero Magni in panchina, regala grandi emozioni. È di quegli anni un bomber come Enrico Muzzio, autore di 40 gol in biancoblu.

Ma sono anni difficili per la causa biancoblu, e il 19 giugno del 1966 va in scena l’ultima partita della Pro in serie B. Poi la C, con Carlo Regalia in panchina, che poi sarà l’unico in questo primo secolo di storia a vestire i panni di giocatore, allenatore e direttore.

Negli ultimi anni della presidenza Candiani, Regalia porta un nuovo modo tattico di interpretare il calcio e scopre anche il talento di Re Cecconi.

Re Cecconi con la maglia della Pro Patria

La Serie C si rivela una categoria tosta, difficile, e nonostante i primi campionati vedano sempre una Pro Patria in gran spolvero, non si va oltre il quinto posto nel girone A del campionato 1967-1968. Anzi, tre anni dopo, nella stagione 1970-1971, solo la miglior differenza reti rispetto alla Triestina evita il baratro di un’ulteriore retrocessione.

La figurina “Scudetto” della Panini 1967/68

Gli anni 70 iniziano con Peppino Mancini presidente: la serie C viene difesa con artigli da tigre. Nella stagione 1972-1973 però, per la primissima volta, ecco l’inferno della Serie D: una palude che imprigiona la Pro per le tre annate successive. Un Commissario Straordinario al timone, Adriano Mancini, compie però la scelta giusta per la panchina, dove arriva Adelio, per tutti Lello, Crespi. Con Crespi allenatore si torna in Serie C al termine di un lungo duello con Cantù, vinto grazie a una formazione che conta su giovani promesse come Bartezzaghi e Bosani e su giocatori esperti come Pasquale Croci e Ettore “Fritz” Frigerio. In occasione dei festeggiamenti per il salto di categoria vengono organizzate due amichevoli di lusso, con la Juventus e con la Nazionale di Fulvio Bernardini.

Pergo Crema vs Pro Patria 1978/79

DAL 1980 AL 1999

Negli anni 80 l’avvento di Colombo presidente, con Hofling e Siegel in panchina, porta alla promozione in C1, con Rovellini, “Cicciobello” Frara, Sartirana, bomber Bardelli e tanti altri, protagonisti di una splendida cavalcata fino alla seconda posizione, alle spalle della Carrarese di mister Orrico.

Pro Patria 1982/83 Figurina Panini

Una parentesi effimera, purtroppo, perché si ritorna subito in C2.

Si succedono presidenti, allenatori e giocatori, ma l’unico vero sussulto è quello del 1985-86, quando la Pro Patria del presidente Fusari, con Melgrati in panchina, sfiora la promozione in C1, vanificata dalla sconfitta interna contro una tranquilla Pro Vercelli. Un harakiri cui nel 1987 si unisce il dolore per la tragica, prematura scomparsa di Andrea Cecotti, dopo una partita di campionato a Treviso.

In società c’è qualche tentativo di rilancio, ma complici alcuni personaggi che non onorano gli impegni, i colori biancoblu scivolano in Interregionale, l’attuale Serie D.

E, come se non bastasse, nei primi anni ’90, la Pro Patria sprofonda addirittura in Eccellenza, riuscendo a risalire solo grazie all’impegno dell’imprenditore gelese Giorgio Campo, di mister Venturini e di un solido gruppo di giocatori (capitanato da Damiano Farina) che nel ’94 – dopo un’autentica invasione di tifosi biancoblu a Meda – riporta la Pro in D, creando già dall’anno successivo i presupposti per un doppio salto in avanti. Nel ’95, infatti, si torna tra i professionisti: Tosolini, Caravatti, Petenà, Della Valle, Ferrario, Peppino e Adriano Mancini uniscono le forze per una fusione tra Pro Patria e Gallaratese.

Al primo anno di C2, con uno Speroni che reimpara a ruggire nei derby con Novara, Varese e Legnano (contro i lilla doppio successo: allo “Speroni” gol di Tubaldo, al “Mari” Ferretti al 90° su rigore procurato da Vitalone), un ambizioso Mario Beretta guida la squadra ai playoff, ma in semifinale – nonostante l’ennesima invasione di tifosi biancoblu – vince il Lumezzane.

Gli spareggi promozione non portano bene ai tigrotti perché nel ’97 arriva lo scivolone interno con la Pro Sesto (dopo il blitz al “Breda” firmato da Brizzi), e nel ’98, sempre in casa, un gol beffa (e irregolare) della Triestina al 97° scatena l’invasione di campo dei supporter biancoblu che inseguono l’arbitro Pieri. Nel ’99 la Pro di Mezzini si salva ai playout col Borgosesia, ma in società crescono le ambizioni e la piazza si dimostra pronta per tornare ad anni di gloria.

DAL 2000 AL 2019

Nel marzo 1999, la famiglia Vender acquista la Pro Patria, nominando Riccardo Guffanti direttore generale. Alcune bandiere rimangono, ma c’è un cambio radicale nella rosa guidata da Gianfranco Motta. Eppure i playoff – sconfitta con la Triestina – restano sempre un tabù. Almeno fino al 9 giugno 2002 quandodopo un’epica semifinale a Novara decisa da Dell’Acqua – arriva la promozione in C1 con la doppia finale contro la Sangiovannese, decisa da Erba all’andata e Zaffaroni al ritorno. In panca c’è Carletto Muraro.

Ė il picco di una presidenza che dura un decennio, con grandi giocatori (tra cui Paolo Tramezzani), partite indimenticabili (il 4-3 all’imbattibile Genoa e il 4-2 contro il Pisa, rimontato da una tripletta di Temelin con i tigrotti in nove) e un finale amaro ai playout col Verona.

Il 2008-2009, dopo il ripescaggio, è l’anno del calcio spettacolo (ma delle grane societarie): il Dream Team arriva a un passo dalla Serie B, dopo aver ceduto il passo al Cesena nella stagione regolare. Ai playoff, una leggendaria semifinale contro la Reggiana (4-5 al “Giglio” con tripletta di Do Prado, dopo il 3-0 granata), vale la finale. Ma lo 0-0 di Padova e un inqualificabile 1-2 in uno “Speroni” tutto esaurito (con i tigrotti in superiorità numerica) fanno sfumare il sogno cadetteria.

La rinascita si chiama Aurora Pro Patria 1919, ma senza successi. Tra flop, spese folli ed esoneri (a farne le spese anche Vincenzo Cosco), l’incubo retrocessione diventa realtà ai playout con il Pergocrema: 2-2 a Busto e 1-1 a Crema.

La Pro prova subito a risalire: nonostante mille peripezie societarie (giocatori sfrattati, occupazione degli spogliatoi, collette dei tifosi…), i tigrotti di Novelli vanno a un passo dell’impresa. Dopo un’esaltante vittoria a Busto con show di Pacilli e una stoica resistenza a Vercelli contro tutto e tutti, i biancoblu devono arrendersi in finale a Salò.

Nel 2011-2012, con Cusatis in panchina, la Pro si vede soffiare una meritata promozione sul campo da 11 punti di penalizzazione, tesoro della gestione precedente. Ma i festeggiamenti slittano solo di un anno: a Casale, con lo 0-2 firmato Calzi-Bruccini, i tigrotti tornano in Prima Divisione.

Capitan Serafini segna 75 gol in questi anni, terzo goleador di sempre dietro a leggende come Reguzzoni e Turconi.

Dopo il ripescaggio a fine campionato 2014-15 (retrocessione ai playout contro il Lumezzane, dopo una stagione macchiata dall’inchiesta con arresti “dirty soccer”) e la caduta in serie D l’anno successivo, la Pro Patria trova ancora la forza di rialzarsi. La bustocca Patrizia Testa alla presidenza, Sandro Turotti direttore sportivo e Ivan Javorcic in panchina restituiscono credibilità e Serie C alla Pro Patria. Con l’estro dell’argentino Santana e l’esperienza del “canterano” Riccardo Colombo, la Pro vince il campionato dopo un duello punto a punto col Rezzato, conquistando il 2 giugno del 2018 lo Scudetto di Serie D.

Nel campionato del centenario i tigrotti si fermano solo ai playoff contro una Carrarese grandi firme, dopo essersi tolti il lusso di lasciare in bianco la corazzata Entella, di espugnare l’Arena Garibaldi di Pisa, il “Piola” di Novara e il “Moccagatta” di Alessandria.

La storia dei “Tigrotti” della Pro Patria – Parte prima

 

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29 Maggio 1991 – Una Stella Rossa illumina il cielo di Bari

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimiliano Morelli) – Quando sfiora con i guantoni l’erba appena nata del San Nicola, Stojanović si guarda attorno e sente nell’aria che quello stadio, che ancora non aveva festeggiato il suo primo compleanno, ha qualcosa di familiare. Forse è colpa dei colori che aveva visto impressi nell’anima della città pugliese, quello stesso bianco e quello stesso rosso, che il capitano della Crvena Zvezda, la Stella Rossa di Belgrado, e i suoi compagni portano cuciti sulle maglie.
Probabilmente prepararsi a scendere in campo davanti ai 56 mila di Bari non è esattamente come il giro di riscaldamento a cui erano abituati a casa loro, nella bolgia del Marakana, quello con l’accento sulla penultima a, il gemello diverso del fratello di Rio.
Il Red Star Stadium è la culla infuocata dove era stato partorito quel sogno, un catino bollente capace di contenere 100 mila persone, a volte anche di più, come in una notte di aprile del ’75, quando a vedere Stella Rossa–Ferencváros, in Coppa Coppe, accorsero in 110 mila.
Eppure, quel 29 maggio del ’91, il San Nicola non ha nulla da invidiare ai grandi teatri del calcio europeo. Bari ha apparecchiato al meglio la sua notte più importante, prima ed unica finale italiana, lontana da Milano e Roma, della Coppa dei Campioni, apice irraggiunto del potere dei Matarrese sul calcio italiano di allora.

I cori assordanti dei 30 mila Delije, che avevano solcato l’Adriatico per ricostruire al San Nicola il muro biancorosso del Marakana, rendono ancora più elettrica l’atmosfera.
C’è l’Europa a guardare. E non solo quella calcistica.

Belgrado è in quel preciso istante il simbolo di un mondo, e di uno Stato, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, che vacilla sotto i venti sferzanti della storia. Il calcio è rimasto l’ancora di un popolo che navigava verso la tempesta. Un po’ collante, un po’ detonatore. Soltanto un anno prima, al Maksimir di Zagabria, il conflitto che serpeggiava sotto la pelle di un popolo tenuto a fatica insieme dal sogno utopico del defunto Tito, era esploso in tutta la sua violenza, proprio al termine di un accesissimo match tra Dinamo e Stella Rossa. I Bad-Blue Boys di Zagabria se l’erano date di santa ragione con i supporter serbi guidati dalla celeberrima tigre Arkan, coinvolgendo persino Boban e compagni sul terreno di gioco.
La Jugoslavia del 90-91 è una polveriera, che proprio, ed ancora una volta, il calcio aveva tenuto per un momento sopita. È appena trascorsa l’estate italiana, quella in cui la più bella nazionale slava di sempre, ha dato spettacolo al Mondiale, arrendendosi soltanto nei quarti contro l’Argentina, per un errore di Hadžibegić dal dischetto, quell’ultimo rigore di Faruk, cantato da un bellissimo libro di Gigi Riva, sulla storia sportiva del conflitto balcanico.
Per tante di queste ragioni, l’aria sapida di mare e speranze, che arriva quella sera con la brezza al San Nicola, ha il profumo di un momento irripetibile.
Lo sa bene Ljubomir “Ljupko” Petrović, stratega schivo di un calcio champagne al gusto di slivovitz, il distillato di prugne che scorre nelle vene dei suoi scostanti campioni. Con il suo kloppismo ante-litteram li ha trascinati fino a quel match. Sorpresa tra le sorprese di una coppa per certi versi indimenticabile. La dura legge del Marakana quell’anno ha fatto vittime illustri in giro per l’Europa. In un crescendo di forza e spettacolarità, la municipale balcanica di Belgrado si è sbarazzata agevolmente delle cavallette di Grassophers, ha schiantato i Rangers dell’ex doriano “Charlie Champagne” Souness, devastato con un finale thrilling e violento la Dinamo Dresda, fossile vivente di uno stato ormai estinto (la DDR era stata bandita dalle mappe d’Europa il 3 ottobre dell’anno prima), e costretto alla resa i grandi favoriti di allora, il Bayern di Brian Laudrup ed Augenthaler, profanando l’Olympiastadion, all’andata, e resistendo epicamente al ritorno, in un turno semifinale che per molti è stata la vera finale morale di quel torneo.
Ad attenderla, nell’astronave barese, una compagine che gode di tutti i favori dei pronostici di quella sera. Bernard Tapie, facoltoso e spumeggiante tycoon marsigliese, era entrato a gamba tesa sul calcio francese del tempo, con l’intento di rendere l’Olympique l’alter ego transalpina del Milan del Cavaliere.  Imbottita dai miliardi del patron dell’Adidas, l’OM si era aggiudicata gli ultimi tre scudetti in patria, e puntava a lasciare Bari con la coppa dalle grandi orecchie in valigia. I bianco-azzurri sono arrivati a quell’appuntamento passando soprattutto dal gesto assurdo di Galliani al Velodrome, che aveva letteralmente spento la luce sul cammino europeo dei rossoneri, e si presentano al cospetto degli avversari, schierando una formazione galactica, che annovera tra le sue fila campioni del calibro di Jean-Pierre Papin, Abedi Pelé e Chris Waddle, tra i più quotati del calcio di allora. Siede in panchina, tormentato dagli infortuni, la stella più attesa del match. Dragan “Piksi” Stojković, forse il più fulgido talento del calcio jugoslavo degli anni ’90, è il grande ex dell’incontro. Protagonista indiscusso del mondiale in Italia, e idolo del Marakana, Dragan è arrivato a Marsiglia soltanto un anno prima, ciliegina sulla torta della faraonica campagna di Tapie, che non ha esitato a riempire di dinari le casse di Belgrado, per portare in Francia il Maradona dei Balcani. È una notte di forti emozioni per “Piksi”, che ha vestito la maglia con la stella rossa in petto, per quattro lunghi anni.

In campo di amici ce ne sono tanti. Alcuni hanno fatto il Mondiale con lui. Tante patrie per una sola bandiera. Come Darko Pančev, macedone, il Cobra, che prima di diventare bersaglio della Gialappa’s in nerazzurro, sta vivendo l’anno della consacrazione e della Scarpa d’Oro europea. C’è la chioma bionda di Robert Prosinečki, croato, talento cristallino e maledetto, che finirà a suon di miliardi, 28 delle vecchie lire, alla corte del Real. C’è il Genio montenegrino, Dejan Savicevic, che con quella maglia farà innamorare perdutamente Berlusconi, e sarà il suo regalo graditissimo per il Milan che verrà.

Sulla splendida linea mediana biancorossa, trovano posto due giovani, attesi da un grande futuro in Italia, i serbi Vladimir Jugoviċ e Sinisa Mihailoviċ, sì, proprio lui, coperto da una folta chioma di ricci ribelli.

In campo i balcanici schierano un solo straniero, il serbo-rumeno Miodrag Belodedici, che ha già portato al trionfo europeo lo Steaua, prima di scappare da Bucarest, in barba ai regolamenti del regime che vietavano i trasferimenti all’estero degli atleti di Ceaușescu.

L’Europa del calcio guarda con fervente attesa alla notte di Bari. E rimane parzialmente delusa quando si aprono le ostilità e la partita scorre contratta e ben al di sotto delle aspettative. La contesa è aspra, e si trascina lenta, priva di colpi di scena, verso il novantesimo ed oltre, fino ai supplementari. Per una sera dimentico del suo calcio offensivo, il pragmatico Petrović ha preparato i suoi ad una notte di attesa. Come confesserà al termine dell’incontro, l’indicazione impartita alla squadra era di arrivare, sornioni, alla lotteria dei rigori. E giocarsela lì. Di par suo, l’OM non riesce a divincolarsi dalla morsa tattica dei rivali. E anche i supplementari scorrono senza alcuna emozione, fatto salvo l’ingresso sul finale di Stojković. Un boato scuote il San Nicola. Non è il pubblico francese che lo acclama, sono gli applausi della sua gente, di chi non lo ha mai dimenticato.

Piksi è entrato per calciare dal dischetto. Ma nell’epopea romantica di quella serata incredibile, c’è spazio anche per lo gran rifiuto. Stojković si avvicina a Goethals, e mentre il coach marsigliese si appresta a comunicare il suo nome nella cinquina, gli fa un segno di diniego. Il figliol prodigo non tradirà il suo cuore. Ed il suo cuore è ancora e per sempre a Belgrado.

Sembra un segno. Poco dopo il primo sigillo di Prosinečki, Stojanović distende i guantoni a neutralizzare il tiro fiacco di Amoros. Da quale momento in poi non sbaglia più nessuno. La lotteria prosegue fino a che Pančev non manda nel sacco un penalty scritto nella storia.

Una grande Stella Rossa venuta da Belgrado incendia la notte di Bari. Il pubblico, italiano come l’arbitro dell’incontro, il nostro Tullio Lanese, è testimone di un’impresa. Quella squadra di talenti meravigliosi e folli, come le orchestre della loro terra natia, issa in cielo la coppa più bella e con essa l’apice più alto mai toccato dal calcio jugoslavo. Quella vittoria sarà il canto del cigno di una generazione di campioni e di un popolo che la guerra ridurrà in mille frantumi. Poco più di un mese dopo, l’esercito jugoslavo invaderà militarmente Slovenia e Croazia, autoproclamatesi indipendenti. Sarà l’inizio di un lungo e sanguinoso conflitto. Che spazzerà via ogni traccia della vecchia Jugoslavia e del suo melting pot.

Tutte, tranne il ricordo di quella notte barese. Che, a quasi trent’anni di distanza, riecheggia ancora sui muri e nelle memorie di una rinata e moderna Belgrado. Unica gioia di un decennio crudele.

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